venerdì 29 novembre 2019

L’arte come atto terroristico


Il gesto artistico, l’opera d’arte, la bellezza, come atti terroristici contro le multinazionali dell’uniformità, dell’appiattimento, dell’emigrazione, dello svuotamento delle nostre città; contro il lavaggio del cervello dei giovani; contro la dittatura dell’ignoranza e dei like; contro la colonizzazione della bruttezza; contro l’aggressiva evanescenza dei social; contro il predominio dei social influencer; contro chi trama per chiudere i licei classici e le scuole d’arte. 
Incontro con Antonio Presti, creatore di Fiumara d’arte, che ha conversato con Giacomo Bonagiuso, a Sciacca, al Circolo di Cultura, in una iniziativa pensata dalla Fidapa e dal suo presidente Anna Maria Picone. 
Una rivoluzionaria lezione di cittadinanza e di protagonismo.
Ripartiamo dalla luce di una candela per ritrovare le nostre origini e il nostro spirito. 

Raimondo Moncada 

sabato 16 novembre 2019

Don Gerlando Lentini, prete soltanto prete

“È morto don Gerlando Lentini”. È il titolo di un articolo del giornale Ripost, a firma del direttore Enzo Minio, che mi arriva come messaggio su WhatsApp. Me lo invia in mattinata il collega giornalista Salvatore Castelli, lo stesso che nel 2017 mi ha consentito di far visita a padre Lentini, tanto conosciuto, per il suo sacerdozio, per le sue idee, per la sua attività editoriale. Era direttore del giornale La Via, con cui raggiungeva mezzo mondo via email e autore di diversi saggi. Dopo il nostro incontro, cominciò ad arrivare pure a me, in formato digitale. Negli ultimi mesi, a causa delle sue condizioni di salute, non mi è più arrivato. 
Ricordo il giorno del nostro incontro. Era la prima volta che ci conoscevamo. Mi ha aperto la porta, mi ha fatto accomodare, ci siamo messi a parlare, ma mi ha chiesto non solo di non fargli alcuna foto ma anche di non pubblicare alcuna sua foto a corredo di quello che avrei scritto. Promessa mantenuta, allora. Oggi però, per un omaggio a lui, la foto l’abbiamo chiesta a Salvatore Castelli che l’ha pescata nel suo sconfinato archivio personale. Salvatore mi invia anche un editoriale di don Gerlando Lentini dal titolo “Prete soltanto prete” in cui si dice tra l’altro: “Non ci siamo fatti preti, né il Vescovo ci ha consacrati, per essere dei semplici burocrati della grazia di Dio, ma per tendere continuamente e sempre più perfettamente alla sequela di Cristo, sempre e dovunque, in qualsiasi momento e in tutte le circostanze della nostra vita”.  

Apro nel pomeriggio la posta elettronica e mi accorgo che alle 13,45 mi è arrivata una email dalla redazione del Giornale La Via: “Gentile lettore, oggi 16 novembre 2019 alle ore 4:00 il Signore ha chiamato a séil Sacerdote don GERLANDO LENTINI. Preghiamo il Signore affinché lo accolga nella sua dimora di luce e di pace. La camera ardente sarà allestita da giorno 17 novembre dalle ore 16:00 alle ore 19:00 presso la Chiesa di San Giuseppe. I funerali si terranno presso la Chiesa Madre di Ribera giorno 18 novembre alle ore 15:00”.


Ecco di seguito riproposto l’incontro di Ribera, pubblicato su Malgrado Tutto il 2 febbraio 2017.   


Ha oltrepassato il traguardo del mezzo secolo di vita. Un record per un giornale di frontiera. Il primo numero è uscito nell’agosto del 1966. Da allora non si è fermato, mantenendo la forza, il carattere, l’identità, lo scopo originale. Negli anni, ha aumentato il numero dei lettori e la diffusione. Viene spedito in tutto il mondo con posta tradizionale e con innovativa email, rispettando il format iniziale: il foglio ciclostile. Stiamo parlando de “La Via”, con sede a Ribera.
Me ne parlato a telefono, per la prima volta,il direttore di Malgrado Tutto Egidio Terrana, a cui da anni puntualmente arriva ogni mese. Incuriosito mi metto sulle tracce del direttore responsabile, Gerlando Lentini.Il cognome mi richiama Favara, ma lui è nato ed abita a Ribera. Chiedo aiuto all’amico e collega Salvatore Castelli. Mi dice di conoscerlo e si ricorda pure a memoria il numero di telefono. Decidiamo di andarci. Non telefoniamo prima per annunciare la nostra visita. Bussiamo, a metà mattinata, al citofono di casa. Ci apre e ci fa entrare in una stanza-studio traboccante di immagini e testi sacri. Ci sono anche monografie su personaggi religiosi, e non solo, di cui è autore lo stesso Gerlando Lentini. Ci riceve in abito talare. È un prete. Dopo il seminario ad Agrigento, è stato ordinato “sacerdote diocesano” nel 1941, all’età di 22 anni. Ora ne ha 87. Ci fa accomodare. Stava scrivendo, su un computer portatile dove imposta e prepara La Via. Prima li scriveva su una vecchia macchina da scrivere, una Lettera 22, e li stampava con un ciclostile. Poi è arrivata la modernizzazione, e ha fatto ricorso alle rotative di una tipografia, ma rispettando sempre il formato: fogli A4 spillati in un angolo.
Il cognome Lentini – ho conferma – è di Favara.L’intuizione era giusta. La sua famiglia è di Favara. Il padre di don Gerlando, Raimondo, era scultore, scalpellino, artista, poeta, “che studiò letteratura e architettura”, e che giovanissimo venne chiamato a Ribera per realizzare il campanile della Chiesa Madre. Poi ha messo radici, chiamato a Ribera e in tutto il circondario per altri apprezzati lavori.
Don Gerlando Lentini è nato nella terra di adozione del papà. Qui cresce fino alla vocazione: “Ho voluto farmi prete per celebrare messa, per l’Eucarestia”.  Si fa prete, insegna al seminario, ma ha sempre avuto la passione per la scrittura, per la ricerca, per la saggistica, per la storia. È autore, mi dice, di una settantina di pubblicazioni che non ha mai presentato in pubbliche occasioni perché non ama la visibilità, non ama apparire. Ed è per tale ragione che tengo da parte la macchina fotografica.
Me ne fa vedere una, un libro pubblicato con l’editore Gribaudi.È un saggio sulla vita di don Lorenzo Milani“Servo di Dio e di nessun altro”.  Mi parla della genesi dell’opera, degli incontri a Firenze con la mamma di don Milani. Ne esalta la figura, di un prete vero
E “Prete” è il titolo dell’editoriale in prima pagina a sua firmache apre l’ultimo numero de “La Via”, il primo del 2017. Me ne fa dono, assieme agli ultimi numeri del 2016 e a tutta la collezione del giornale, raccolta in digitale in un Cd Rom. In copertina il nome della testata e la specificazione “Mensile di Cultura”. Il periodico non nasce a Ribera ma a Favara. Scopro l’origine cliccando sul primo file del Cd-Rom. Aprendo il primo numero, uscito nell’agosto del 1966, si legge: “Redazione presso Collegio di Maria – Favara (Agrigento)”. Nasce – apprendo poi –dagli ambienti di Azione Cattolica e viene firmato da un gruppo di insegnanti. Sempre sulla prima pagina del primo numero si legge anche a chi è rivolto “Ai professionisti di Favara”. Accanto alla testata i nomi dei primi collaboratori: “A cura di: Lillo Arancio, Totò Capodici, Anna Contino, Gerlando Lentini, Carmela Salamone e Lia Sorce”.  In prima pagina la “Presentazione” del giornale con espresso “lo scopo di questi fogli ciclostilati: vincere le tenebre del male con l’aiuto reciproco, esortandoci vicendevolmente, illuminandoci gli uni gli altri sui problemi dello spirito”. E poi continua: “Chi scriverà la Via? La collaborazione è aperta a tutti, a chiunque ha qualcosa da dire ad edificazione dei fratelli. Accoglierà anche articoli di critica? Certo; ma a una sola condizione: che la critica non demolisca per fare il deserto, ma per costruire qualcosa di più bello. Quali argomenti? Tutti quelli che possano contribuire a un potenziamento dei valori dello spirito”.

Da quei quattro fogli ciclostilati del 1966(non ero ancora nato), si è passati ai dieci dell’ultimo numero, ben curato, e sempre a più firme. Il giornale si apre con l’editoriale di padre Gerlando Lentini che cura anche la seguitissima rubrica di “Lettere al Direttore”, con lettori che scrivono da più parti: Roma, Partanna, Milano, Palermo, Agrigento.
L’iniziativa editoriale, è riportato a piè dell’ultima pagina“non ha alcuno scopo economico, ma solo quello di fare disinteressatamente un servizio culturale a tutti quelli che l’accettano”. A Ribera sono in 500 a riceverne copia, nel resto dei Comuni siciliani se ne distribuiscono altre 500 copie. Poi oltrepassiamo lo Stretto di Messina, con “La Via” che prende la strada dei cinque continenti. Arriviamo a quota 2.000 copie stampate. Da tanti paesi arrivano offerte libere, di cuore, a sostegno del giornale. Nel bilancio consuntivo 2016, pubblicato nel primo numero del 2017, si leggono i nomi dei recenti sostenitori e la loro provenienza: Mondrone, Okara, Sciacca, Ribera, Garbagnate, Favara, Palma di Montechiaro, Partanna, Agrigento, Naro, Trapani, Campobello di Licata, Torino, Realmonte, San Cataldo, Palermo, Milano, Aragona, Birmingham, Cagliari, Marsala.
Don Gerlando Lentini ne è stato sempre alla direzione.Un giornale che rispecchia, coerentemente, il suo modo di intendere la missione del prete, la sua visione della vita, il ruolo della Chiesa Cattolica, l’essere e il vivere da veri e buoni cristiani.
Gli chiedo come è nata questa sua vocazione per la scrittura?Mi risponde in modo chiaro e deciso: “Faccio il prete, e siccome la Parola si fa scrivere la scrivo”.

giovedì 14 novembre 2019

Il cacciatore di sviste


Errare humanum est, ma se c’è a controllarti il perseverante e diabolico Totò Castelli finisci a malafigura. I detti antichi e anche quelli moderni nati su dolorose esperienze non sbagliano mai e mettono in allerta. Ti dicono: presta la  massima attenzione o altrimenti ti può finire male. E il male di oggi non è l’errore in sé ma la segnalazione di Salvatore Castelli, meglio conosciuto come Totò dai tanti, tantissimi amici. E io sono tra questi, tra gli amici e tra i segnalati. Perché a Totò non sfugge nulla, neanche un refuso innocente, perdonabile, su cui si potrebbe benissimo sorvolare. 

Lui invece lo nota, lui lo legge, lui lo evidenzia, lui lo fotografa, lui lo incornicia, lui te lo manda per Whatsapp col titolo “la svista quotidiana” e prima ti fai una bella risata con lui e poi, quando ti accorgi che l’autore della svista sei tu, diventi rosso come l’unico lumino acceso al cimitero: ti notano tutti, in terra e nell’aldilà e non hai dove nasconderti. 

Il giornalista vive allora nel terrore di sbagliare. E sbaglia. Perché l’ansia da prestazione lo fa sbagliare. E sbaglia perché sbagliare è normale quando si scrive (la figura del correttore di bozze è nata per questa ragione, anche se negli ultimi tempi è colpevolmente sparita; così come esiste nel mondo dei libri la figura dell’editor che guarda anche altro). Ed è normale errare quando si scrive al computer o con lo smartphone (come sto scrivendo adesso io  questo pezzo e sono terrorizzato all’idea di un nuovo erroraccio). Diceva il maestro Andrea Camilleri: “io prima scrivo al computer ma poi stampo su carta, perché il computer nasconde gli errori”. 

Un bel consiglio, per tutti, altro che digitalizzazione ed eliminazione della carta!

Ci vuole quindi bravura a scovare gli errori su antichi supporti cartacei ed eccellenza a scovarli sugli innovativi display e schermi di pc dove comunque la lettura non è profonda, ma superficiale e stancante.

Ma come caspita fa dunque Salvatore Totò Castelli? In un mondo accelerato, nevrotico, frettoloso, ansiogeno, affaticato, appesantito da miliardi di notizie, lui legge tutto e con calma Zen: titoli, sottotitoli, sommari, didascalie e articoli di quotidiani condominiali, zonali, cittadini, provinciali, regionali, nazionali e internazionali (anche testate illustri). Ogni giorno si informa su tutto e ti trova l’errore. Perché un errore c’è sempre. Sei tu a non vederlo. È il lettore comune a non notarlo nella fretta e nella superficialità della lettura. Ma un lettore attento, attentissimo, divoratore di giornali, lo nota. 

Un “grande anno” può così trasformarsi in un “grande nano”, un “antidroga” in “antidrogra”, un “trova” in “torva” giusto per citare solo gli ultimi errori scovati. 

Siamo in tanti ad essere stati segnalati da Salvatore Castelli, che alla fine si diverte e ci diverte in quello che è un gioco scherzoso, ironico, com’è sempre stato nel suo carattere. Salvatore Castelli, non dimentichiamolo, è stato direttore del periodico satirico “Ribera, città del riso” e continua a scrivere note pungenti sul settimanale “Momenti”. Giornalista e funzionario in pensione del Comune di Ribera, è conosciuto e apprezzato come storico corrispondente del Giornale di Sicilia (mezzo secolo di militanza). Una firma, una garanzia di serietà, professionalità, puntualità, moralità, tutto casualmente con l’accento sulla “a” (non è un errore). E non solo gli piace scrivere, ama anche fotografare. Il suo collo ha sempre indossato una macchina fotografica, come una cravatta (se gli sposti il colletto della camicia noti il segno). Ed ecco allora immagini su immagini immortalate le anomalie nei quartieri, le stranezze sui muri, le meraviglie della natura: come la scritta sgrammaticata su una saracinesca, come un segnale stradale che non segnala nulla, come un frutto che si presenta a una pia cliente con le inequivocabili sembianze di un genitale (ne ha anche fatto un libro). 

Qualcosa di strano lo notiamo anche in lui, come quello di gestire due profili Facebook: uno come Salvatore Castelli e uno come Totò Castelli. E poi è un uomo che non si ferma mai. Oltre a essere uno spietato cacciatore di sviste giornalistiche, è anche uno straordinario musicista-cantante (ama esibirsi proponendo il repertorio di Rosa Balistreri), un infaticabile operatore culturale (è tra i dirigenti dell’Auser e tra i promotori del premio letterario “Ganduscio”), un amico sempre disponibile. 

Salvatore Castelli - diciamolo pure - è ora sotto quotidiana attenzione di tanti amici colleghi che non aspettano altro che una sua virgola fuori posto, per fargliela timidamente notare con tanto di avviso pubblico, manifesti, murales, autogestiti televisivi, interrogazioni parlamentari, intervento a reti unificate del presidente della Repubblica. 


Lui, il cacciatore di sviste, non si può dunque permettere di sbagliare. È condannato a fare sempre bene. 

Nella speranza di avere scritto questa noticina senza alcun errore (ho già l’ansia! perché è certo che ci sia almeno un refuso), colgo l’occasione per inviare un personale e affettuoso abbraccio al caro e ineguagliabile amico Tatò. 


Raimondo Moncada 


domenica 3 novembre 2019

Il potere del like


C’è chi conta, si conta, ti conta i like sui social che contano: Facebook, Twitter, Instagram... Ed è bellissimo. Perché tutto ormai si misura col like, anche il piacere, anche l’amore, anche la fede, anche la leadership, anche il valore di quello che sei, di quello che dici, di quello che esprimi, di quello che fai. Senza like, ormai, non sei più nulla anche se sei qualcuno: un Pirandello, un Camilleri, uno Sciascia senza like sui loro personali profili social, chi ci rappresenterebbero oggi? 

Non sarebbero la stessa cosa. Sarebbero squalificati. 

Chi ha i like, tanti like, così come tanti follower, tanti amici, tanti contatti (anche a pagamento), è invece - per psicologica conseguenza - un grande campione, un grande pensatore, un grande scrittore, un grande artista, un grande uomo, anche se non sa calciare, non sa pensare, non sa scrivere, non sa fare niente. Sa prendere i like, ed è questo che oggi conta. E se ha tanti like, anche se non sa fare nulla, viene pure ricercato per fare qualcosa da poter vendere, perché promossi influencer che influenzano le azioni, i pensieri, le scelte di milioni di loro seguaci. E se non sanno fare nulla non importa. E chi dice che non sanno fare nulla? Sono riusciti ad attirare un numero spropositato di adoranti follower e a farsi mettere un numero spropositato di “mi piace” a qualsiasi post, foto, video, belli o brutti. 

Il messaggio che passa, chiaro, penetrante è: fate di tutto per avere più like! concentratevi solo sui like e lasciate stare il pensiero, il ragionamento, lo studio, l’esercizio, la scrittura, la creatività, l’impegno, la spensieratezza, la libertà, una semplice passeggiata, una giornata off di non like. 


In un mondo di like, più o meno veri, più o meno spontanei, la tentazione è però forte, irresistibile. Per questo si parla di dipendenza. Si potrebbe provare per gioco a sentirsi schiavo del like. Provare l’ebbrezza della sua ossessione. Stare in attesa del click e accumulare tutti quei punti che d’un colpo ti danno l’attenzione globale e l’attestazione che sei un grande per acclamazione virtuale. 


E ora ti prego: metti un bel like a questo post. Comincerò a contarti e a contare per provare a contare.

Se ti senti stordito o preso in giro, non mettere niente. Leggi e vai avanti. Non è successo niente. E non sono nessuno.


Raimondo Moncada

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