giovedì 31 ottobre 2019

I morti in Sicilia sono vivi


I morti in Sicilia sono vivi. A inizio novembre i cari defunti ritornano non facendosi vedere ma sentire, percepire, con una presenza vera e non risparmiandosi a donare cannistri su cannistri, ceste di dolci assortiti, e giocattoli. I morti, dalle mie parti, sono molto generosi, soprattutto i nonni, tanto attesi in questi giorni dai piccoli nipoti.
Io sono stato piccolo e sono stato un nipote esigente e viziato e posso dare viva e commossa testimonianza dell’arrivo e della presenza dei miei cari defunti. Bambino, stavo giorni ad attendere con ansia i miei nonni che, proprio nel giorno dei morti, si facevano vivi. Non si dimenticavano mai di me, dei miei fratelli e di mia sorella. Ritornavano sia i nonni che avevo conosciuto in vita sia i nonni che non avevo mai visto di presenza perché morti tanti anni prima della mia nascita, come il nonno di cui porto il nome morto nel giorno dei morti del 1948 dopo l’incubo della seconda guerra mondiale. E arrivavano di notte, approfittando del sonno dei nipoti, facendoci trovare tavolate di pupi di zucchero, taralli, frutta martorana, bambole, biciclette e pistole giocattolo. Trovavamo tutto quello che confidavamo ai nostri genitori che giorni prima ci interrogavano:
“Cosa avete chiesto ai morti?”
E noi a rivelare i nostri desideri, anche le cose più costose, anche le cose non alla portata delle finanze di allora. Ma lo chiedevamo comunque perché i nonni sono generosi e accontentano sempre i nipoti. Ricordo una volta una richiesta azzardata: la pista elettrica con le macchine da corsa. L’avevo vista a casa di un altro bambino e la desideravo pure io. Non riuscendola ad avere in altri giorni normali dai genitori mi arrivò dal cielo, da un altro mondo, dai nonni. Perché ai nonni si può chiedere di tutto anche le cose che i genitori non si possono in quel momento permettere.
Anche se defunti per gli altri, per noi vivevano, ritornavano a vivere. Aprivamo gli occhi nel giorno dei morti ed era festa per noi bambini. I cari defunti erano tra noi. Ce lo certificavano mamma e papà:
“Questo te lo porta nonno Raimondo, questo nonna Rosina, questo nonno Peppe, questo nonna Carmela.”
Lo ricordo ancora, nella mia prima casetta di Vicolo Seminario, nel vecchio quartiere di San Gerlando, ad Agrigento. Ogni anno si ripeteva questa meravigliosa tradizione, ed è durata fino a quando la curiosità non ci ha portati a scoprire la lunga mano di mamma e papà, complici dei loro genitori. Peccato. È crollato di colpo tutta quella magia. La curiosità, mossa dal sospetto di un’età sempre meno infantile, ha fatto morire la meraviglia della tradizione dei morti che negli ultimi anni sembra pure essere scemata.
Nelle pasticcerie, nei bar, vedo che resiste ancora la frutta martorana e resistono anche i taralli e quei dolci che si chiamano ossa di morto che per masticarli ti devi far prestare una dentiera d’acciaio. Io ricordo anche i riccetti di mandorla, che mi arrivavano da Palma di Montechiaro, paese dei nonni materni.
Dalla lamentela di un nonno, registro oggi che non tutti continuano l’usanza come quella ad esempio di preparare i pupi di zucchero. Nonno che però non si rassegna e che mette un mondo sottosopra per accontentare le richieste di nipoti ormai cresciuti ma legati sempre a una tradizione che alla fine è solo un legame di amore tra generazioni, tra le radici di una famiglia e le sue nuove infiorescenze.
Come mi piacerebbe svegliarmi nel giorno dei morti e ricevere ancora una volta un pensiero dai miei cari nonni: Raimondo, Rosina, Giuseppe e Carmela!
In ogni caso, con un fiore in mano, con l’odore di un fresco tarallo, di un dolcissimo riccetto di mandorla, chiuderò gli occhi per sentire la fragranza della loro presenza in compagnia di figli, diventati a loro volta nonni, che da tempo sono andati via da questa terra, rimanendo però vivi dentro di me.

Raimondo Moncada  

mercoledì 30 ottobre 2019

Il viaggio di internet e l'emigrazione


Celebriamo Internet che ha compiuto  mezzo secolo di vita incidendo profondamente nelle nostre vite, stravolgendole, e in quelle di intere comunità contribuendo addirittura a eleggere presidenti di Stati. Viviamo in dimensioni nuove, allargate, potenziate, accelerate, tridimensionali, sconfinate, eccitanti, modellanti. Con i modernissimi smartphone ormai facciamo di tutto e alla velocità della luce, avendo tutto a portata di mano (manca solo la funzione cucina per utilizzarli come padelle). 
Ma nel meridione del mondo, dove la nuovissima tecnologia è arrivata fin dai suoi timidi esordi, le domande pare siano rimaste le stesse:  
Andare o rimanere? Lasciare il sud e andare al nord, oppure provare a metter su casa e famiglia dove siamo nati e cresciuti e dove ci stanno i nostri più cari affetti?
Domande non da poco che già mi arrovellavano il cervello nella mia giovane età in quella che è stata anche la giovane età dei computer e del Www (Vuvvuvù). Domande che mi sono ritornate negli ultimi anni in concomitanza con l’età delle domande esistenziali dei giovani di oggi, e in particolare modo di chi hai messo al mondo:
La trattengo? O incoraggio il viaggio, con l’uscita dalla mia, dalla nostra terra?

In questi giorni ho avuto modo di parlarne, per caso, con un sacerdote durante la presentazione di un libro. E mi sono sbilanciato, manifestando purtroppo la posizione di incoraggiare i giovani - i miei figli - a puntare su luoghi che offrano un futuro con opportunità maggiori rispetto alla terra natia. Il sacerdote è rimasto in silenzio rispondendomi non a parole, ma con una smorfia. Mi ha fatto capire – così l’ho interpretato – che la pensava in modo diametralmente opposto, che bisognerebbe cioè incoraggiare i giovani a rimanere e a provare a costruire il proprio futuro qui, in Sicilia, provando a dare un futuro anche alla terra delle radici, alla terra dei loro genitori e nonni.

In questi giorni è pure circolata l’ennesima inchiesta di un giornale economico, con numeri impietosi, con meridionali che vanno via con direzione sud-nord, spopolando e impoverendo interi paesi, privandoli di energie, di ricchezze, di futuro, come un tempo, come prima, inarrestabilmente. Vanno via studenti per formarsi e specializzarsi all’università; va via il laureato o il plurilaureato per affermarsi nella propria disciplina; va via il disoccupato o chi ha perso il lavoro: cervelli e manodopera in meno in una terra che lacrima.
E io a chiedermi:
Ma che debbono fare? C’è una speranza a cui aggrapparsi per rimanere? E se non ora quando?

Ma non è stato sempre così. Sempre in questi giorni ho ascoltato l’autore di un romanzo storico su una famiglia normanna. Ha spiegato che mille anni fa le cose stavano diversamente. Era il nostro sud a essere l'attuale nord. Dal settentrione del mondo venivano proprio da noi, perché eravamo noi a offrire loro un futuro di prosperità. E quando si parla di medioevo, in Sicilia, proprio in quel periodo, il medioevo non esisteva perché c’era la luce e c’era l’oro.

Il viaggio è comunque salutare. Incontri nuova gente, vieni a contatto e ti appropri di nuove culture, nuovi sistemi, nuove mentalità, nuovi slanci, nuove prospettive. Uscire potrebbe significare riuscire, riprendendo il detto siciliano “Cu nesci arrinesci!” contro cui nelle ultime settimane è sorto un movimento che ha come slogan “Si resti arrinesci.”
E io a dirmi sempre, tra me e me:
Come si fa a far cambiare idea a chi nella nostra terra sbatte la testa contro il muro? Come si fa a fermare chi insegue un sogno, chi vede oltre, chi guarda un altro orizzonte ritenuto più luminoso? 

In questi giorni – tutto pare si sia per me concentrato in questi giorni – ho deciso di cambiare operatore telefonico. Ho cercato un negozio fisico dell'operatore prescelto, con tanto di personale umano a cui rivolgermi per essere aiutato. Niente da fare. Il cambio col nuovo operatore si fa da soli, con la tecnologia che ti consente di fare tutto in solitaria e velocemente, gratuitamente, tramite sito internet che puoi raggiungere con il vecchio computer o con l’inseparabile smartphone, o anche attraverso delle macchinette, dei totem informatizzati altamente innovativi dove inserisci pure la carta di identità e registri dei video in cui dichiari di accettare tutto quello che la stessa macchina ti chiede:  
“Sono Pincopallino e sono felice, felicissimo di far parte della famiglia. Accetto ogni condizione dopo aver letto al volo tutte le diecimila pagine di contratto e di avvertenze sulla privacy …”
La cosa mi ha impressionato perché sono cresciuto col miraggio di una tecnologia che ha promesso non solo di rivoluzionare le nostre esistenze, non non solo di migliorare le nostre vite – come è miracolosamente accaduto – ma avrebbe anche creato nuove, nuovissime occasioni di lavoro. Le nuove occasioni di lavoro sono arrivate in quello che è ancora un mondo tutto da scoprire e da sfruttare, perché le sue potenzialità sono spaventevolmente enormi. Ma continuo a chiedermi:  
Qual è il bilancio tra l’occupazione creata e quella tagliata?

L’impressione è che la macchina stia sostituendo in tutto e per tutto l’uomo, nelle sue attività manuali e anche in quelle intellettuali e che ci sia un’ignoranza digitale diffusa, con la tecnologia così galoppante che non ti dà il tempo di stare al suo passo. Con l’intelligenza artificiale, poi, che fa passi da gigante, rischiamo di diventare tutti cretini: la macchina lavorerà, parlerà, scriverà... si ritaglierà il tempo per uscire, andare in giro e farci fare i bisognini, perché quelli la macchina non li vorrà fare al posto nostro.  E andremo per vie senza negozi perché sostituiti da quelli su internet. 
Non ci resta, allora, che ritornare a fantasticare. La fantasia, quella pura di noi bambini, sono sicuro che in qualche modo ci salverà. È l’unico terreno dove la macchinetta al momento si presenta perdente. 
Speriamo bene. 
Intanto, buon compleanno internet. Sai, sono più grande di te di due anni, con l’unica differenza che io invecchio mentre tu continui a essere sempre più giovane e intelligente senza l’assillo di dovere emigrare, fai emigrare invece noi umani facendoci viaggiare dentro il tuo mondo.

Raimondo Moncada

mercoledì 23 ottobre 2019

Il pianoforte che dopo trent'anni ha ripreso a suonare


C’è speranza. Quello che sei o che sei stato o che volevi essere, ritorna, è dentro di te. Quello che poteva essere un tappo prima o poi si toglie, e lo spumante esce! esce! esce! con tutte le sue gustose bollicine per festeggiare l’evento, che sa di miracolo.

Cosa è successo?
Un amico di vecchissima data, Alessandro, mi invia un messaggio. Non ci sentivamo da tempo (qualche messaggio augurale a inizio anno) e non per colpa nostra. Io sono in Sicilia, lui no. È uno dei cervelli che dalla Sicilia è andato al nord, un emigrato della mia generazione.
Il messaggio che mi invia su Whatsapp  ha allegato un video. C’è lui, cinquantaduenne, la mia stessa età, seduto davanti a un pianoforte con una lunga coda. Suona con altri che sembrano avere un’età maggiore. Suona come suonava nel tempo delle nostre scuole superiori, dei nostri incontri, delle nostre frequentazioni. Perché lui, Alessandro, il pianoforte lo suona da sempre, anche senza pianoforte. È nato e cresciuto col pianoforte.
Già ai tempi della nostra adolescenza era un talento e andava, oltre che da insegnanti privati, anche al conservatorio. E a casa, da solo, erano ore e ore di duro, continuo, esercizio. Poi succede – è successo pure a me con la pittura e con la grafica – di abbandonare tutto e di imboccare altre strade. Io ho preso quella del giornalismo, del teatro, della scrittura, di un’altra arte, non appuntata inizialmente nel copione del mio destino. Lui, Alessandro, si è iscritto, laureandosi, in Lingue Straniere e dopo alcune attività di traduttore in Europa si è stabilito nel nord del nord, tra le Alpi, dove insegna quello che ha studiato all’Università di Palermo (beati i suoi studenti!).
Nel video di Watsapp lo vedo sereno e a testa alta, concentrato sulle note, con le sue delicate mani da pianista scivolare sull’amica tastiera. Sotto il video, c’è una didascalia: “SECONDA LAUREA”.
“Hai ripreso e ultimato il tuo percorso al pianoforte?” chiedo quasi incredulo.
“Finalmente! Un sogno lungo una vita. Dovevo farlo e l’ho fatto!”, mi risponde.
Alessandro ha preso il biennio specialistico al conservatorio, equiparato alla laurea magistrale.
Mi sono commosso ricordando, più di trent’anni fa, le nostre sofferenze, i nostri dubbi, le nostre difficoltà, le nostre paure, le nostre confusioni in un’adolescenza molto agitata di pensieri. Sono momenti che non si dimenticano, che ti rimangono dentro, specialmente se lasci qualcosa di sospeso, di non compiuto. Alessandro, quel qualcosa, ritagliandosi il tempo tra impegni di lavoro e di famiglia, lo ha ripreso e portato a compimento, per sé e non solo per sé.  
Alessandro, all’esame della vita, ha voluto portare quell’adolescente che ho conosciuto e ha cercato di “sentire un brivido, un profumo”, farsi vedere dal cielo dai genitori. Io li ho visti tra le lacrime applaudire con ammirazione, così come lo hanno applaudito la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e gli amici, dei vecchia e nuova data.
Mi sono così commosso che anche io ho voluto lasciare traccia del mio brivido cercando di trovare le parole alla mia emozione.
C’è sempre speranza. I tappi esistono per essere tolti e con una diversa forza possiamo riuscire a togliere anche quelli più resistenti. Occorre crederci. Solo crederci, prendere per le mani il tappo e tirare, tirare, tirare.  

Raimondo Moncada  

lunedì 21 ottobre 2019

Dal mottino allo stroke snack, non ci capiamo più


Non ci capiamo più, ok? Parliamo per non capirci, per non farci capire. Ade esempio, che significa recarsi in uno Stroke Unit o in uno Spoke? Ma dove siamo a Londra? a New York? Nello spazio di Guerre Stellari?
È una riflessione che è nata spontaneamente conversando con un amico direttore di un giornale amato da uno scrittore che sapeva ragionare e invitava a ragionare con la propria ragione e non con la testa degli altri. Una questione non di poco conto quello della lingua, strumento per entrare in contatto con altre persone, comunicando qualcosa, ma facendosi capire. Non avrei potuto dire a mia nonna Carmela, buonanima, una frase del genere:
“Non preoccuparti, se starai male proverò a portarti - se non mi confondo -, prima al Dea, poi all’Hub, quindi allo Spoke e alla fine allo Strike Unit”.
Lei, sotto choc, mi avrebbe guardato e mi avrebbe detto:
“Portami unni vo, basta ca nun mi fa moriri.”
Ed io avrei avuto difficoltà ad essere sincero e a rispondere:
“Nonna, anche io non ci capisco nulla e pi chistu mi veni di moriri”.
“E allura?”
“Stai tranquilla che comunque in ospedale ci arriviamo anchi cu carrettu, a pedi, ammuttannu. Poi ci pensano loro a scegliere l’Unità Complessa Operativa Specializzata Operante dove ricoverarti.”
“Chi dici?”
“Nenti dissi, nenti”.
“U cori mi sta facennu scoppiari!”
“Ti portu o spitali?”
“E si mi mettinu fora, in day ospital?”

Ma come parliamo? Siamo ormai da ricovero, col problema però di non andare a finire in un semplice reparto. Si inventano tanti di quei nomi che entri in un ospedale ed è come se entrassi in una struttura straniera, ti fai la croce e ti affidi alle cure dei medici se li capisci. Alcuni, quando parlano, non li capisci perché parlano con termini che sembrano di un altro mondo. Quello che hai o non hai te lo dicono, ma dalle parole che entrano nelle tue orecchie non capisci la gravità. La intuisci dal tono delle parole e dai gesti. Se non c’è niente di grave, la voce avrà un certo tono. Se invece il medico balbetterà, farà lunghe pause, cercherà in aria le parole, accennerà a qualche pacca sulle spalle, significherà inequivocabilmente che il figlio di tua moglie è solo suo figlio e non il tuo perché gli esami genetici richiesti per un altro malanno hanno avuto questo indesiderato effetto collaterale di rivelarti le sue scientifiche e inappellabili origini.
E allora non lo accompagnerai più a scuola manu e manuzza? Non gli farai frequentare le attività dei Pon? O dei Pof? Non avrai la possibilità di diventare rappresentante dei genitori e avere dei contatti con il dirigente dell’Ufficio V - Ambito Territoriale per la Provincia di Agrigento dell’Ufficio Scolastico Regionale della Sicilia...
“Chi?”
“Il provveditore!”
“Ah!”

È diventato davvero difficile farsi capire, ma non lo vogliamo capire, perché tutto ci sembra scontato in tutti i settori e non solo in quello della Sanità o della Scuola (se entri in una facoltà scientifica, ingegneristica, informatica, spaziale, l’italiano è ridotto proprio ai minimi termini e se lo parli vieni guardato male: “Who you are? Where are you from? What’s your mother’s name? Cu sì? Di unni veni? A cu apparteni?”). Diamo per scontato che gli altri capiscano, ma non capiscono o fanno finta di capire regalandoti un bel like per non mostrarsi di non saperne nulla ed essere presi per ignoranti. E dunque parliamo una non lingua che è una scorciatoia insidiosissima, buia, dove spegniamo il cervello e non riflettiamo, non pensiamo più a quello che diciamo replicando parole che noi stessi non capiamo. Questione di ticket? Di budget? Di management? Di governance? Di customer sadisfaction? Di vision? Di mission? Di performance? Di spread? Di background?
Non lo so! Non lo so! Per saperlo dovrei rivolgermi al call center o leggere le FAQ (Frequently Asked Questions), ma non so più in quale lingua perché il vocabolario della mia, col tempo, ha come subito gli effetti di una spending review delle sicule e poi italiche parole, quelle di uso comune, semplici, chiare, comprese da tutti.
Siamo stati violentati e, dentro una escalation inarrestabile, continuiamo ad esserlo dall’alluvione di una lingua, quella inglese soprattutto, che si parla non solo nella lontana Gran Bretagna – che raggiungiamo pure, pagando, per andarla ad affinare con stage, master e via di questo passo – ma anche nella lontanissima America, grande paese legato all’Italia da rapporti non millenari ma ultra millenari ed è per questo che accettiamo di buon grado la trasformazione dell’italiano in un’altra lingua.
“Ok?”
“Sì”.
“Cosa?”
“Volevo dire ok!”

Chiudo qui, consigliandovi come happy end (non prendetemi per influencer) un bel coffee-break, rimandandovi per un gradito feedback ai miei social account dove, vi garantisco, rispetterò la vostra privacy e la vostra voglia di relax.
È inutile! Non si salva più nessuno. Il trend è questo e ognuno pensa all'appeal del proprio brand. Step by step siamo entrati tutti nel tunnel e non c’è ne siamo accorti. Anche mia nonna Carmela, che nella mia decisiva infanzia è stata coach e sponsor, ci sarebbe alla fine entrata. La immagino nella sua casetta di Palma di Montechiaro, a poca distanza dalle residenze del Gattopardo:
“Oggi per il party ti cucino slow food”.
“Chi?”
“Cosi boni! Cosi a parti di casa: du passuluna, chiappi, chiapparina, zarchi, maccu, capunatina, cacocciuli, babbaluci...”
“Cu sucu e patati?
“Gna certu!”
“E allura vegnu! Vegnu, cara e insuperabile Grandmother che, invece degli snack, mi compravi i più gustosi mottini!”

Raimondo Moncada

venerdì 11 ottobre 2019

Joe Pitrusino alle prese con la macchinetta del fumo


Si arricchisce di nuovi episodi la serie Uno sbirro per caso, ironica, leggera, divertente, che ha per protagonista Joe Pitrusino, personaggio nato a quattro mani dalla fantasia di due scrittori siciliani: Raimondo Moncada e Max Damiani.
È nelle principali librerie online specializzate in audiolibri e ebook La macchinetta del fumo,  il primo vero caso investigativo di Joe Pitrusino che fa entrare nel vivo la collezione di storie raccontate dall’eccentrico poliziotto “delinquente e masculuni”, molto fuori di testa (la voce nell’audiolibro è di Raimondo Moncada).
  
È già uscito a inizio estate Il baro destino, incipit di tutta la serie, che ci ha presentato tutte le caratteristiche di un personaggio che è un anti Montalbano: un delinquente di natura e di famiglia, uno scansafatiche, ma che per pura casualità (non l’avrebbe voluto fare) indossa la divisa diventando suo malgrado un poliziotto modello che risolve ogni caso, a modo suo e quando viene costretto dagli eventi. Giuseppe Pino, detto Joe per fare prima, preferisce pensare ad altro. È amante delle donne – il suo pensiero fisso, la sua principale distrazione - e non di una come Montalbano ma di tutte perché si sente un masculuni generoso, di sicula generosità, vecchia maniera.  
Nella Macchinetta del fumo, Joe Pitrusino è al suo primo giorno di lavoro quando viene chiamato ad agire sia come delinquente sia come poliziotto “davanti a una partita non di calcio ma di droga”. Chi vincerà? Lo sballato delinquente che alberga in lui o l’agente che si serve del suo genio criminale per portare a termine una missione di pubblica importanza?
Audiolibro ed ebook sono pubblicati da GoodMood, casa editrice di Padova specializzata in pubblicazioni digitali. La produzione è tutta siciliana. L’audio è registrato in collaborazione con Francesco Barbata, presso Disco33 Recording Studio di Sciacca.
Gli episodi sono reperibili presso tutti i principali store specializzati in audiolibri ed ebook come Google Libri, Book Store di Apple, Audible, Storytel, Il Narratore, Macrolibrarsi ecc.
È già in preparazione la registrazione del terzo episodio a cui ne seguiranno altri.

martedì 8 ottobre 2019

La mia prima volta



È la mia prima volta. C’è sempre una prima volta ed è arrivata a 52 anni e mezzo. Ed è per questo che sono emozionato e scrivo questo post sul blog personale, proprio per immortalare la portata dell’avvenimento, a futura memoria, perché ci potrebbe più avanti esserci uno storico interessato a mettere assieme i più significativi tasselli della mia vita e farne una biografia a fascicoli, tematica.  

In questo modo l’aiuto, senza costringerlo a faticose ricerche. 

Che cosa è successo? Non so se dirlo subito o prendermi ancora un po’ di tempo. Ma meglio subito altrimenti il lettore si sente preso in giro e ti chiude la porta in faccia. Pronti? Ecco: ho scritto la mia prima prefazione a un libro, e non solo a un semplice libro ma a un libro di poesie. Me l’ha chiesta e richiesta una signora poetessa che ha la particolarità di essere non solo brava a scrivere e a tradurre in versi inesprimibili sentimenti ma anche mia amica e direttore artistico di un premio letterario, Raccontami, o Musa, di cui quest’anno ha proposto all’associazione Musamusia la mia presidenza. 

Il suo nome? Angela. 

Il suo cognome? Mancuso. 

La sua professione? La docente di Lettere al liceo Linares. 

Il suo luogo di ispirazione? Licata. 

Il titolo del libro? Sculture d’incanto. 

L’editore? Il Convivio. 


Lo ha voluto lei, Angela Mancuso. Io non ho fatto niente, anzi ho cercato di farle cambiare idea, di trovarsi qualcun altro, un prefatore con la “P” maiuscola. E così ho messo e rimesso le mani avanti: “Vedi che non sono allittrato. Vedi che non ho alcun titolo nobiliare. Vedi che non sono un critico letterario. Vedi che non sono un poeta. Vedi...”

Non ci ha visto. Ha preteso la mia prefazione: “La devi fare tu e basta. Ora accuccia!”


E sono felice di avergliela fatta. A modo mio, con l’emozione che mi hanno ispirato le sue liriche, andando al di là delle spigolose scogliere e tuffandomi nelle profondità del suo mare. 

Viva i poeti! Senza di loro il mondo sarebbe senza poesia. Senza di me, invece, non ci sarebbero prefazioni di prefatori non prefatori. E anche questa è pura poesia. 


Raimondo Moncada


Chi malafigura cu Camilleri


Chi malafigura che mi ha fatto fare Andrea Camilleri! Il suo romanzo La mossa del cavallo si è trasformato nella mossa dell’asino, con il somaro riferito all’incauto lettore. 

In questa storia ci sono coinvolti tanti soggetti e più palcoscenici: ci sono io, ci sono professori universitari, ci sono direttori di giornali, ci sono librerie della Sicilia, dell’Emilia Romagna, della Lombardia, c’è la casa editrice Sellerio.  

Il tutto nasce a Grotte, in occasione della trentesima edizione del Premio “Racalmare – Leonardo Sciascia”, che si apre il 31 agosto con un omaggio al Maestro, ad Andrea Camilleri. La direzione artistica è di Salvatore Ferlita, critico letterario, saggista, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università “Kore” di Enna. La cerimonia di premiazione è presentata dal direttore di Malgrado Tutto Egidio Terrana. 


In quell’occasione vengo chiamato a dare voce al maestro di Vigata leggendo due brani scelti da Salvatore Ferlita: sono gli incipit dei romanzi La mossa del cavallo e La concessione del telefono, due degli oltre cento libri pubblicati da Andrea Camilleri. 

È la prima volta che mi approccio alla lettura de La mossa del cavallo e mi intriga così tanto che decido di andare in libreria e di acquistarne una copia, tutta per me, da leggere dall’incipit fino alla fine. 

È un libro risalente al 1999 pubblicato da Rizzoli e poi ripubblicato da Sellerio nel 2017. Chiedo a più librerie, che cominciano a rifornirsi di vagonate di testi del maestro, e alla fine ne trovo una. Sono ansioso di cominciarne la lettura e di capire come prosegue l’infuocata relazione fra patre Artemio Carnazza e donna Trisina. Apro il libro e comincio. 


Prima della lettura delle pagine scritte da Andrea Camilleri, decido di non leggere altro: quarte di copertina, anticipazioni, recensioni. Nulla di nulla. Non voglio essere condizionato. So solo che dal libro è stato tratto un film che non ho visto. 

Casto e puro mi abbandono al filo della storia. 

La lettura non tradisce le mie attese. Il romanzo è splendido, è intrigante e scorre che è una meraviglia. La storia mi prende tutto, mi assorbe. È scritto con il fresco entusiasmo di uno scrittore che si diverte a raccontare e a coinvolgere. A un certo punto entra in scena un personaggio: Giovanni Bovara, nuovo ispettore capo dei Mulini di Montelusa, nato a Vigata ma a pochi mesi di età portato al nord dal padre che ha trovato lavoro a Genova.  

Continuo a leggere che è una bellezza. A pagina 33 mi fermo bruscamente. Ci sono delle frasi che non capisco, per come sono scritte mi danno l’impressione di essere un errore di stampa o una lingua straniera: “A so voxe reciòcca into corridô veuo. O ca inderrȇ…” 

Davanti a quel muro, mi blocco. Ritorno in libreria e spiego. La libraia controlla altri testi e sono tutti uguali. Mi dice che lo segnalerà alla casa editrice e che si farà inviare nuove copie e che quando arriveranno mi chiamerà al telefono per fare il cambio. 

In attesa della sostituzione, fermo il cantiere della lettura. Nel frattempo mi capita di girare altre librerie,  della Sicilia, dell’Emilia Romagna e della Lombardia. I libri sono tutti come il mio. Scorro velocemente e mi accorgo che ci sono altre pagine come la 33. Decido così di contattare direttamente la casa editrice Sellerio con un’email che sintetizzo: “Buongiorno, mi permetto di segnalare una fornitura difettosa del romanzo La mossa del cavallo. Ho trovato tante pagine in doppia lingua, quella di Camilleri e quella, credo, di una traduzione in una lingua straniera a me sconosciuta”. 

Allego la foto non di pagina 33 ma di pagina 53: “A sala manxé a-o cian de sotta a dava inta stansia a-a man…”

Non ho riscontro. Silenzio. 

Il giallo nel giallo si fa ancora più giallo. Mi capita di ascoltare Andrea Camilleri mentre presenta nel 2015 il romanzo La giostra degli scambi a Palermo, a ”Una marina di libri“. Parla della ricerca continua sulla sua lingua, il vigatese, e dice anche qualcos’altro:

“Ho scritto anche romanzi storici dove l’uso del linguaggio è più spinto che non in Montalbano. All’inizio mi sono chiesto: e la casalinga di Voghera? Metti conto che un povero disgraziato del nord si imbatte nella Forma dell’acqua: se io gliela scrivo come ho scritto Il re di Girgenti oltre all’enigma del romanzo giallo c’è anche l’enigma che non capisce la lingua.  E allora l’ho molto attenuata in Montalbano, mentre negli ultimi tempi, sicuro ormai dei miei lettori che ormai avevano capito il gioco della mia lingua, ho potuto spingere il pedale un po’ di più”.

Mi telefona la libreria: “È arrivato il libro richiesto”.


Mi catapulto. Finalmente posso riprendere la lettura. Entro in libreria, confrontiamo il mio libro con quello arrivato e non ancora mio. Ci accorgiamo che sono uguali in tutto, nella forma, nel contenuto, nella fabbricazione: una stampa perfetta, sempre di ottima fattura, curata in ogni minuscolo dettaglio tipografico. 

Ora mi sorge prepotente il dubbio, con gli strati profondi della pelle che cominciano a colorarsi di rosso, colore che trattengo con tutte le energie per non farlo arrivare in superficie e renderlo visibile. 

È stato un mio errore? Sono stato precipitoso? Chi malafigura!

La libraia ha il computer acceso. Le dico di inserire qualche parola o frase di quella lingua “straniera” in un traduttore automatico. Arrivano in libreria altri clienti. Esco con un pensiero fisso nella testa.  

Mi siedo su una panchina, in una piazza semivuota. Apro google sullo smartphone e comincio a inserire diverse parole nel motore di ricerca. 

Google ne saprà più di me? La macchina batterà l’uomo?

Dopo i primi tentativi andati a vuoto, comincia a uscire fuori la tagliente verità.  

Nel giro di una decina di minuti, mi chiama al telefono la libraria. Prima che parli l’anticipo: “È dialetto ligure!”. 

Dopo averlo fatto esprimere in italiano-siciliano, Andrea Camilleri in alcune pagine fa parlare e pensare Giovanni Bovara in genovese, lingua che ho ascoltato in qualche canzone di Fabrizio De Andrè e su cui non mi sono mai soffermato nei testi  scritti. 

Dopo la scoperta, penso alle mie visite nelle librerie di mezza Italia, penso alla mia mossa dell’asino con quell’email inviata alla Sellerio, penso di non uscire più di casa, penso di non farmi vedere in giro più da nessuno per la colossale malafigura accucchiata. 

Mi tengo tutto dentro (evitando pure di entrare in libreria) fino a quando a Palermo, in corso Ruggero Settimo, non incontro casualmente Salvatore Ferlita. Trovo il coraggio di confessare, di raccontargli tutto, attendendomi una sonora, plateale bocciatura senza possibilità d’appello. 

Salvatore Ferlita mi spiega che Andrea Camilleri amava sperimentare, di romanzo in romanzo, con una lingua sempre in evoluzione, e a volte portava la sperimentazione all’eccesso costringendoti a ritornare indietro e a rileggere per capire. Se ti sei fermato – mi dice – significa che sei un buon lettore. Ci sono altri che invece, pur non capendo, vanno avanti lo stesso. 

Rinfrancato dalle parole del professore Ferlita (grazie!), da asino che vuole capire riprendo in mano La mossa del cavallo. Lo inizio dall’incipit e, arrivato a pagina 33, ho la stessa sensazione, quella di trovarmi come un muro davanti agli occhi che ora, però, dovrò in qualche modo sgretolare per andare oltre e scoprire come patre Carnazza e Trisìna proseguiranno la loro storia e cosa farà il capo dei Mulini. 

Contemporaneamente approfondisco e scopro che  Genova ha nella vita di Camilleri un suo senso, affettivo. Gli errori, le gaffe, le malafigure, servono da stimolo al sapere: sono schiaffoni che ti danno la consapevolezza del vuoto da colmare. Nel capoluogo ligure a 25 anni Andrea Camilleri vinse un premio di poesie indetto dalle Olimpiadi culturali della gioventù, rimanendone incantato dalla bellezza. Di Genova è Livia, la fidanzata del commissario Montalbano. Rintraccio un’intervista e sento Camilleri dire: “Amo Genova! Mi piace moltissimo. È dagli anni Cinquanta che la conosco e ne sono rimasto affascinato, vuoi della città vuoi dei cittadini che l’abitano e quindi, quando posso, la faccio tornare nella mia memoria”.  


Raimondo Moncada    


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