martedì 2 luglio 2019

Quando Camilleri si sentì bocciato agli esami


Non la penso come te, ma questo non vuol dire che ti boccio! Che lezione ha Andrea Camilleri da un grande maestro del teatro quando, giovanissimo, affronta il suo esame per entrare nella prestigiosa accademia d’arte drammatica di Roma più intitolata a Silvio D’Amico. Di fronte a sé, Camilleri ha agli esami Orazio Costa, regista, considerato uno dei massimi esponenti della pedagogia teatrale del Novecento. Costa, insegnante di regia all’accademia, viene descritto come severissimo nella selezione dei candidati. Non fa sconti a nessuno e in classe si è ritrovato pure con zero alunni. Lo racconta Andrea Camilleri in diverse occasioni, come nel libro La linea della Palma di Saverio Lodato, (Rizzoli Editore), e Ora dimmi di te - Lettera a Matilda (Bompiani Editore).  Libri da leggere. 


Siamo nell’ottobre 1949. Andrea Camilleri parte da solo, col treno, da Porto Empedocle, con pochi soldi in tasca. Il resto l’avrebbe dovuto guadagnare superando l’esame di ammissione e guadagnando la borsa di studio. Arriva nella capitale e si presenta al Teatro Duse. Prima prova l’ingresso in accademia come allievo attore. Ma non lo supera. Camilleri racconta che non si è preparato per la prova di recitazione, così come previsto nel bando. Ma gli danno un po’ di tempo per preparare una scena al volo con partner un ex allievo che assiste agli esami: Vittorio Gassman. La prova va malissimo. “Ha fatto bene a non recitare, lei è un cane” gli dice Silvio D’Amico, direttore della scuola. Per la verità Camilleri aveva già messo le mani avanti: “Penso che il regista non debba saper recitare…” 

Il candidato viene così invitato a fare l’esame di regia: “Vedo per la prima volta seduto al tavolo degli esami un signore elegantissimo, con un cravattino, ma dall’aspetto gelido… Era Orazio Costa, un mostro sacro dell’arte italiana”.

Costa prende uno scritto di Camilleri, una tesi sull’opera teatrale Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello. E gli contesta ripetutamente alcuni contenuti: “Se prendiamo pagina 3, non sono d’accordo”. E per un’ora e mezzo – ricorda Camilleri – non è d’accordo su nulla. Ma Camilleri per tutto il tempo difende il proprio lavoro: “E io invece sono d’accordo con quello che ho scritto”.  

L’esame (“una specie di interrogazione presso il tribunale dell’Inquisizione”) si conclude e Camilleri lascia il teatro “con la certezza di non avercela fatta”. Gironzola così per Roma per qualche giorno prima di scendere a casa. Per risparmiare i denari dell’albergo, va da un cugino a Ostia. Il giorno prima di prendere il treno passa dall’albergo dove aveva alloggiato all’arrivo e trova tre telegrammi disperati del padre che gli comunica di presentarsi con urgenza in accademia perché l’hanno preso e ha vinto la borsa di studio. Camilleri si precipita così a scuola. Le lezioni sono iniziate da quattro giorni e lui risulta assente e disperso. Chiede a un bidello come raggiungere l’aula di Orazio Costa. E il bidello, dopo averlo rimproverato per l’assenza, gli dice che Costa non c’è per mancanza d’allievi. Andrea Camilleri era risultato l’unico promosso su trenta candidati. Quando l’insegnante si presenta, Camilleri si scusa: “Mi ero persuaso che lei non era d’accordo, che non condivideva nessuna mia idea e quindi ne ho tratto la logica conseguenza...”

E il maestro Costa: “Non significa niente non essere d’accordo. Tu ti difendevi benissimo. Io non ero d’accordo, e non sono d’accordo, ma le tue idee le hai motivate benissimo. Non condividere le idee di una persona, quando esse sono acute e intelligenti, non significa affatto rifiutarle, anzi”.

E fu così che Orazio Costa divenne il suo solo e unico maestro, “non solo un maestro di regia ma un maestro di vita”. 

Raimondo Moncada 

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