domenica 14 luglio 2019

Il rapimento del mare


A mari semu! È un modo di dire siciliano che, nel suo principale utilizzo, ha un significato preciso. Il significato non è nella sua traduzione letterale, “siamo a mare”, ma nella sua metaforica rappresentazione mentale: “Siamo in alto mare, nella più totale confusione, in difficoltà, e non riusciamo a vedere una direzione per salvarci”. 

A questo pensa subito la nostra mente, con un suo automatismo, quando sentiamo dire o noi stessi diciamo: “A mari semu!”.

Ma oggi facciamo uno sforzo e costringiamo la nostra mente a bloccare per una volta l’automatismo e ad accettare il significato letterale: “Siamo a mare!” o, come farebbe dire Andrea Camilleri al suo celebre commissario Salvo Montalbano: “A mare siamo!”. 

In Sicilia, dove ti giri ti giri, non vedi altro o non cerchi altro. Il mare diventa come una calamita e le sue spiagge si affollano all’inverosimile, ma d’estate, col caldo. 

D’inverno è altra cosa. D’inverno se scendi a mare è per avere un momento tutto tuo, di silenzio, di meditazione, di preghiera, di solitudine o di dialogo con il mare che ti parla o ti risponde attraverso le sue onde. Certo, scendi a mare anche per altre ragioni. Per stare, lontano dal mondo, solo con chi ami. Anche solo per guardarsi negli occhi; anche solo per una passeggiata mano nella mano, danzando sull’arenile, per perdersi nei suoni di una notte di stelle, raggiungendo passo dopo passo altri mondi. 

A mari semu, semu a mari. Come è a mare chi si ferma semplicemente al di qua di un’inferriata, di primo mattino, lontano dalle spiagge affollate, lontano da tutto e da tutti, solo, a rimirare semplicemente il proprio infinito. 


Raimondo Moncada 





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