sabato 29 giugno 2019

Padre coraggio all’esame della figlia



Nel giorno dell’esame di maturità di mia figlia mi sono dimostrato un padre maturo, coraggioso, freddo, lucido, incoraggiante. 

Mi sono sorpreso di me stesso: un gladiatore!

Nel penultimo giorno dell’esame delle tre buste, lei è stata la prima a sedersi su quella sedia - spalle ai genitori, faccia ai professori - che ti fa sentire come di fronte a un plotone d’esecuzione. 

Una sensazione che ho provato al mio esame di trentaquattro anni fa, al liceo scientifico. Ma gli esami non finiscono mai e l’ho riprovata agli esami, al liceo classico, di chi ho messo al mondo. 

Quando ti siedi, poi cambia tutto: pensieri, aspettative, paure. 

Dopo la prova scritta, con tracce di temi che hanno positivamente sorpreso in tanti, ecco le tre buste di un esame tutto nuovo a cui manca solo Mike Bongiorno. 

Il presidente le posiziona sul tavolo. Ti può uscire di tutto.  Dalla pesca dipende il tuo esame, il contenuto di quella busta te lo condizionerà in bene o in male. 

L’inizio è fondamentale, per lo stato emotivo. 

Speri ti esca qualcosa di attinente al tuo percorso di studi, alle tue letture, ai tuoi libri, ai tuoi autori, ai tuoi desideri, alle tue prospettive per dimostrare quanto vali e soprattutto quanto sei matura al di là del nozionismo superato da internet. 

Ecco la scelta: la busta centrale! Da lì partire per fare collegamenti con le correnti letterarie, con i principali autori, con la storia, con la filosofia, con la tua reale esperienza di alternanza scuola-lavoro. 

Il presidente apre la busta. I cuori di figlia, madre, padre, sono un cuore unico. Si amplificano i battiti. 

Dalla busta esce un foglio bianco e una scritta che non è una scritta, non ci sono parole, anche se ci sono consonanti dell’alfabeto mischiate a dei numeri, a dei meno, a dei più ... Da una delle tre buste esce una funzione matematica. Scritta bene, non c’è che dire. 

La statua di Tommaso Fazello, a pochi metri, storce naso e bocca e comincia a liquefarsi sotto i 40 gradi del caldo reale e gli 80 di quello percepito. 

Nella classe c’è un attimo di silenzio. Il presidente passa una bottiglietta d’acqua alla candidata. Un bel gesto. Anche io vorrei bere, a cannolo. 

Approfitto di quel silenzio e di quell’attesa eterna di pochi secondi per uscire dalla classe, e passeggiare nei corridoi della scuola, del liceo classico Tommaso Fazello, come quando mi sono messo a passeggiare nei corridoi dell’ospedale in attesa che mia figlia, la candidata, uscisse al mondo per poi affrontare al liceo classico, diciotto anni dopo, il suo esame di matematica. 

Grande prova di coraggio paterno. Ancora mi faccio i complimenti. 

Nella mia testa si aggrovigliano mille pensieri. Uno lo scrivo su Facebook, per scaricarmi, per utilizzare quelle parole che spero escano dalla bocca della candidata che non sento più perché mi sono allontanato di metri e metri fino in fondo al corridoio, lontano pure da Tommaso Fazello che nel frattempo si è messo a piangere: “Quando al liceo classico, al liceo classico (liceo classico!), ti esce matematica, e poi dalla matematica passi alla fisica, la poetica del sistema solare e delle funzioni trigonometriche, con i viaggi interstellari dell’uomo, raggiunge (parlo sempre della classica poetica) il massimo dei picchi celesti e sei felice perché, non cadendo come un pero, hai dimostrato di essere maturo”.

Ritrovo audacia. Mi avvicino alla porta. C’è la mamma della candidata attenta e apparentemente serena e fiera. Faccio dei cenni: come va?

E lei mi tranquillizza: tutto ok!

Avvicino timidamente l’orecchio, ascolto, va come un treno, troppo. Sento per la prima volta mia figlia interrogata, argomentare con sicurezza e contenuti, e con la sua testa collegare quell’iniziale “limite” algebrico a tutte le materie e ad autori della classicità e al muro dell’Infinito di Leopardi e al naso storto di Uno nessuno e centomila e alle libertà negate dai totalitarismi e a tanto altro detto pure in inglese e mi dico: per me, che sono suo padre, mia figlia è matura. 

Anche se non ha parlato di Joe Pitrusino, non fa niente. In queste situazioni di ansia estrema, qualche errore si può commettere e si deve perdonare. Siamo umani. 


Raimondo Moncada 






lunedì 24 giugno 2019

Sei uno zero, non vali niente


Numeri. Vogliono farci credere che siamo dei numeri. 

Non siamo numeri. Uno zero può valere più di un dieci. E un dieci può non valere niente. Ma c’è la legge dei numeri con tanto su esperti di numeri. E tutto lo fanno dipendere da un numero. E il numero ti condiziona: “Sei quel numero!”, e tu quasi ci credi, ti convinci e ti comporti da numero. 

Ti giudicano, nella vita ti giudicano, non sapendo che vali dieci, cento, mille, ma per i giudici sei uno zero e te lo segnano in un atto ufficiale, per ricordartelo, per farlo sapere a tutti: “Sei uno zero!”. 

Quanti zeri si sono dimostrati degli errori madornali! E quanti dieci hanno errato facendosi male!

Ma, intanto, è scritto, con inchiostro indelebile: una macchia che stravolge la brillantezza dei colori. I giudici hanno giudicato e il giudizio è inappellabile. 

La seduta è sciolta! 

L’unico appello rimane la vita, la tua vita.


Raimondo Moncada

mercoledì 19 giugno 2019

Il giorno degli esami con tanta Sicilia e tanti siciliani


C’è tanta Sicilia nelle tracce dei temi proposti all’esame di maturità 2019. C’è Leonardo Sciascia, scrittore agrigentino di Racalmuto, col suo celebre romanzo Il giorno della civetta che prende le mosse dall’omicidio del sindacalista della Camera del Lavoro di Sciacca Accursio Miraglia, avvenuto il 4 gennaio 1947.
C’è il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (“Martire dello Stato”) ucciso a Palermo, il 3 settembre 1982, in un agguato mafioso assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo. 
C’è Corrado Stajano, cremonese, giornalista, scrittore, docente universitario, con le sue Eredità del Novecento. Ha scritto opere in cui ha parlato della nostra terra. Nel libro La Stanza dei fantasmi, dedica alla nostra terra il capitolo dal titolo Sicilia mia.
C’è, tra sport e storia, Gino Bartali, fiorentino, leggenda del ciclismo mondiale e campione di umanità (fu nominato “Giusto tra le nazioni” per aver salvato numerosi ebrei), corse anche nella nostra terra. Riporta l’enciclopedia Treccani: “Si rodò per la stagione 1940 in alcune gare in Libia e in Sicilia, per poi dominare, per il secondo anno consecutivo, sia la Milano-Sanremo sia il Giro di Toscana”. 
Ci sono poi le Istruzioni per l’uso del futuro di Tommaso Montanari, i Risvegli (da Il porto sepolto) di Giuseppe Ungaretti e L’illusione della conoscenza di Steven Sloman e Philip Fernbach che come argomenti inglobano anche l’isola siciliana.
Prima che uscissero le tracce dai canali secretati del Ministero della Pubblica Istruzione, nel toto-tema impazzavano i nomi di altri scrittori siciliani, da Giovanni Verga a Luigi Pirandello, uno catanese e l’altro sempre agrigentino.

Ricordo a questo proposito il mio esame di maturità e l’attesa. Siamo alla fine degli anni Ottanta al liceo scientifico statale “Leonardo” di Agrigento. Non c’era internet, non c’erano gli smartphone. C’erano solo gli aeroplani di carta. Il cuore del mio tema è stato un quadro, con raffigurato un sole che si fa spazio nella nebbia. L’autore non è siciliano, ma francese. È Claude Monet, pittore impressionista tanto amato da mio padre Gildo. L’ansia di settimane e settimane, di un cuore ormai malandato, si è come diradata d’improvviso quando ho cominciato a scrivere, non pensando più a nient’altro, non guardando più le finestre spalancate e gli aeroplani di carta svolazzanti. Ogni frase una pennellata, ero dentro Monet, dentro il suo quadro, dentro la mia scrittura. Al liceo amavo scrivere a tema libero, mi dava più libertà. Nel buio mi spuntava il sole.

Raimondo Moncada  

martedì 18 giugno 2019

Chiamatemi Valentina


“Chiamatemi Valentina”. Immagino Andrea Camilleri, tutto intubato in Rianimazione, superare l’immobilità di questo suo ricovero all’ospedale Santo Spirito di Roma trovando il modo di dettare il suo ultimo romanzo. E non a una persona qualsiasi. 

Non è facile per uno scrittore come lui rimanere fermo. Non può. Nel vulcano sempre ribollente della sua testa gli sarà salita una nuova storia che ora ha urgenza di mettere su carta. E lo deve fare. 

“Il commissario cadde ma si rialzò ancora...”

Nel suo lettino, Andrea Camilleri avrà già acceso i fari del suo “teatrino visivo mentale”. Per i medici oculisti è cieco. Ma lui vede lo stesso, con altri occhi, quelli che guardano non fuori ma dentro. Ha imparato a usarli dopo lo spavento del buio improvviso di qualche anno fa. 

“E ora ci vedo più chiaramente”. 

Lo scolaro Camilleri, ultra novantenne, ha imparato anche a fare altro. 

“Non ho mai alzato bandiera bianca”.

Non potendo più usare le mani, ha imparato a scrivere con la bocca. Chiama così Valentina, la sua inseparabile collaboratrice, che da circa vent’anni lavora con lui alla correzione delle bozze, e detta le sue storie in vigatese che Valentina conosce bene pur essendo abruzzese. È stata lei, Valentina, a proporglielo sedendosi davanti al suo computer e a incitarlo. 

“Dai, provaci Andrè!”

Il primo romanzo da cieco lo ha pubblicato nel 2017 ed è La rete di protezione. 

“Ci tengo molto”.

Persa per sempre la sua abituale tecnica e abilità di scrittura, Camilleri non si è perso d’animo: si è inventato un nuovo metodo per scrivere e per togliersi le storie dalla testa, troppo affollamento: si costruisce un suo teatrino mentale e lì dentro fa muovere e parlare i suoi personaggi. 

“Montalbano sono!”

“Cu?”

Ora, immobile, col respiratore artificiale, sul suo lettino, circondato da medici e dai suoi affetti più cari, in ansia per il contenuto di nuovi bollettini, immagino l’immaginazione di un uomo, di un artista, che a 93 anni stava non solo scrivendo ma anche imparando a memoria un altro monologo per portare in scena, dopo il cieco Tiresia, il presunto cattivo Caino il 15 luglio alle Terme di Caracalla. Una forza della natura! E lo immagino in movimento, in attività, mettere a punto un’altra tecnica per continuare a fare quello che ha sempre fatto. Più di prima, meglio di prima. Lo vedo così ripassare la parte di Caino non caino; e lo vedo nelle pause del suo amato teatro provare pure le scene del suo nuovo romanzo, dopo aver trovato finalmente un nuovo modo per bypassare quell’armatura medica della Rianimazione e dettare all’amica collaboratrice le sue storie.

“Chiamatemi Valentina!”

“Sono qui, Maestro...”


Raimondo Moncada

domenica 16 giugno 2019

Palma meglio di Roma per top model


“Trinità dei Monti? Meglio!” ma molto, molto meglio. Il paragone è tra Trinità dei Monti e la chiesa Madre di Palma di Montechiaro con tutto il suo contesto. A fare il confronto, che non regge (perché l’area della chiesa Madre è un capolavoro di bellezza), è Giuseppe Marino, da me chiamato Pino, perché amico e perché mio mezzo compaesano. Lui è palmese, come è palmese mia mamma e come erano di Palma mio nonno Peppe e mia nonna Carmela (se vogliamo essere precisi mia nonna è originaria di Naro, ma ha vissuto una vita intera nella “Città del Gattopardo” che ispirò Giuseppe Tomasi di Lampedusa, non mia nonna ma il paese); e come sono palmesi altri parenti, a Palma e in giro per il mondo.

Giuseppe Marino, non è una persona qualsiasi conosciuta su Facebook, un contatto insomma. È amico nella vita reale e questo l’ho già detto sopra e lo ripeto sotto per i distratti. Per chi non lo conoscesse, ha rivestito ruoli prestigiosi nella pubblica amministrazione. L’ultimo incarico è stato quello di commissario straordinario dell’ex Provincia Regionale di Agrigento dopo avere diretto l’Agenzia provinciale delle Entrate. Adesso si gode la pensione, vivendo e facendo vivere la bellezza della nostra terra e del nostro mare (è un conoscitore dei suoi fondali e dei suoi mezzi fondali e anche della sua superficie). 


Fatta questa doverosa premessa, come non condividere la sua pubblica riflessione su Palma ora che a Palma di Montechiaro, così come ad Agrigento e a Sciacca, si accenderanno i riflettori di due stilisti di fama planetaria come Dolce e Gabbana. Due siciliani che, scegliendoci, ci stanno dicendo: dopo di noi, accendeteli pure voi i riflettori sulle meraviglie della nostra e vostra terra ma che state aspettando? Fatevi promotori di bellezza e non di bruttezza, ognuno nel suo piccolo, ognuno nel proprio proprio profilo Facebook. E nel proprio profilo social Pino Marino ci illustra: 

“La chiesa Madre di Palma di Montechiaro è una delle opere più significative del barocco siciliano. Suggestiva la posizione, in cima ad una scalinata scenografica, visibile da lontano, anche di passaggio dalla statale, sembra un paesaggio fatato, grazie ai due campanili laterali dalla sommità rotondeggianti, con due banderuole a forma di antico vessillo, circondata da palazzi nobiliari dello stesso periodo, si affaccia sul mare Mediterraneo come un palcoscenico di Hollywood e, certamente, renderà incantevole come un set di moda a cielo aperto, l’evento mondiale della sfilata di moda di Dolce e Gabbana del 4 Luglio che porterà Palma di Montechiaro con i suoi monumenti al centro del mondo”.

Io già mi immagino, sfilare nella scalinata della chiesa Madre, con le più belle top model del pianeta e con me Pino Marino. E in ogni parte del mondo, guardando la tv, a farci i complimenti e ad applaudire: “Finalmente la Sicilia promuove la vera bellezza”. 

Raimondo Moncada 

sabato 15 giugno 2019

Camilleri e la luce del buio


Solo voce e orecchie, suoni e ascolto. “Gli altri occhi di Camilleri” nella sede provinciale di Agrigento dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti è stato un momento per raccontare l’altra vita del padre del commissario Montalbano, quella di uomo e scrittore non vedente, che è un esempio per quanti ci lamentiamo della sfortuna di non avere qualcosa per fare qualcos’altro. 

A novant’anni, anche a cento, si può ricominciare, si può ripartire, si può vivere e continuare a fare arte anche senza arti, anche senza mani, braccia e occhi. 


Un incontro che ha preso l’avvio da un “si, la, la, sol...” col flauto, strumento che mi ha insegnato a suonare ad orecchio, alla scuola media “Pirandello”, il mio prof di musica Alfonso Milioto, cieco. 


Grazie al presidente provinciale dell’Unione Ciechi   Giuseppe Vitello per l’invito e la testimonianza sull’importanza della cultura, dell’istruzione, dei libri e della lettura. E grazie a Stefano Turturici per la sua forza, la sua caparbietà, la sua volontà a organizzare l’incontro e le sue parole, non semplici suoni, ma affetto. 

Un momento di luce viva, a occhi chiusi, che non dimenticherò.

Raimondo Moncada

venerdì 14 giugno 2019

Gli altri occhi di Camilleri


Gli altri occhi di Camilleri. È il titolo di un incontro con Raimondo Moncada che si svolgerà sabato 15 giugno 2019, alle ore 10, nella sede di Agrigento, in Via Imera, dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti. A promuovere l’iniziativa è la stessa associazione.

Raimondo Moncada darà voce a un testo che ha scritto appositamente per questa occasione, proprio per l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti.

È dedicato allo scrittore empedoclino Andrea Camilleri, padre del commissario Montalbano e protagonista lo scorso anno dello spettacolo Conversazione su Tiresia nel teatro greco di Siracusa.

L’iniziativa di Agrigento nasce durante la recente edizione del Letterando in Fest di Sciacca, quando venne annullata la presentazione d dell’audiolibro Joe Pitrusino, uno sbirro per caso, evento organizzato con l’adesione dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti.

L’Unione si è fatta poi promotrice, nella propria sede provinciale, di quest'altro nuovo momento.

“Dalla prima presentazione purtroppo saltata di Joe Pitrusino - dice Raimondo Moncada - mi era rimasto un debito di gratitudine. Il 15 giugno, ad Agrigento, la mia città, leggerò un testo che da quel giorno ho scritto proprio per l’associazione dal titolo Gli altri occhi di Camilleri.

In una versione ridottissima, doveva essere solo l’inizio della presentazione dell’audiolibro al Letterando, con letture al buio. L’annullamento dell’evento ha fatto nascere l’idea di un nuovo incontro che, nella sua preparazione, mi ha già insegnato tanto. Pensi di vedere tutto con i tuoi occhi e invece vedi meno rispetto a chi occhi non ne ha. Camilleri non a caso dice: da quando sono cieco vedo più chiaramente”.


lunedì 3 giugno 2019

Sul filo della memoria, concorso letterario Raccontami o Musa 2019


Il tema non lo potrete dimenticare: “Sul filo della memoria”. Così come non potrò dimenticare la mia partecipazione da presidente di giuria, eletto all’unanimità e a mia insaputa dal comitato organizzatore. Perché succede anche questo, in amicizia.  
“Sul filo della memoria”, è il tema della quarta edizione del concorso letterario nazionale "Raccontami, o Musa" promosso dall’associazione culturale “Musamusìa” di Licata, presieduta da Lorenzo Alario, con direttrice artistica la poetessa Angela Mancuso. Un tema a me caro, non perché io abbia una buona memoria ma per l’esercizio del ricordare, del recuperare fette di passato prima dell’oblio; del mettere in luce, dell’ordinare, del trovare una chiave, del ricostruire; del rievocare un viaggio, un bacio, un dolore; del dipingere un quadro su una tela bianca o offuscata dal tempo o da operazioni di rimozione.
Il bando 2019 del concorso “Raccontami, o Musa” si presenta con alcune novità. La prima è la citazione di Jorge Luis Borges: “Noi siamo la nostra memoria, noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti”.
La seconda novità è il raddoppio delle sezioni, non una ma ben due. Oltre a quella riservata a scrittori “adulti”, è stata aggiunta la sezione “junior” riservata agli studenti.
La terza novità è la mia nomina a presidente di giuria che in passato avevo rifiutato. A cosa fatta ho inviato ai votanti il seguente messaggio: “Leggermi presidente di una giuria di un concorso letterario, non lo nascondo, mi fa un certo effetto. Mi avete voluto, mi avete imposto, mi avete costretto, mi avete estorto un sì, nonostante le mie paurose riserve. E avete fatto bene, benissimo: onorato, grato ed emozionato (tutto in “ato”, col rimario baciato)!”
Ho accettato, anche se la distanza da Licata mi avrebbe consigliato di acquistare prima un bel paio di ali. Ma le ali mi sono spuntate vedendo per il quarto anno consecutivo persone (poeti, scrittori, musicisti, artisti, docenti di lettere ecc.) che nella loro terra, nella mia terra, non si arrendono, non si scoraggiano; e insistono e insistono sforzandosi di rialzarsi, di superare ogni ostacolo, ogni amarezza. 

Per la cronaca, si partecipa al concorso con un solo racconto in lingua italiana la cui lunghezza non dovrà superare le 10.000 battute (spazi inclusi). Gli autori potranno presentare racconti di qualsiasi genere: noir, umoristico, fantastico, realistico, ecc… ricordandosi sempre il tema “Sul filo della memoria”.

Il bando lo trovate sul sito internet dell’associazione www.musamusia.it o sulla pagina Facebook  www.facebook.com/Concorso-Letterario-Raccontami-o-Musa
Per finire, un dettaglio di poco conto. Lo scrivo anche se non interesserà a nessuno: sono previsti premi in denaro.

Raimondo Moncada

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