giovedì 21 marzo 2019

Tina Costa: “Portare la voce di Gildo dappertutto”



“Portare la voce di Gildo, giovanissimo partigiano, dappertutto. Soprattutto tra le nuove generazioni. Mai più l’essere umano deve soffrire quello che abbiamo sofferto noi. Ma ci vuole l’impegno di tutti”. Furono le parole di Tina Costa, staffetta partigiana, esponente di rilievo  dell’Anpi, scomparsa da qualche giorno, pronunciate a Roma durante il suo appassionato intervento alla presentazione, alla Camera dei Deputati, del libro Il partigiano bambino - la storia di Gildo Moncada, Ad Est edizioni. 


Era il 17 novembre 2017 ed eravamo nella Sala “Aldo Moro” di Palazzo Montecitorio. Ricordo ancora ciò che mi disse dopo la presentazione, mentre le firmavo con la mano tremolante una copia del libro: “Sono ancora incazzata! Ed è questo che mi dà la forza alla mia età”  a dare ancora testimonianza, “dappertutto”, di quel che ha vissuto prima e durante la seconda guerra mondiale, sollecitando l’impegno contro le prevaricazioni, la privazione della libertà, le violenze. 

Nata nel 1925, ricorda l'Anpi, è "stata combattente contro le ingiustizie fin dalla più tenera età e lo è rimasta fino all'ultimo respiro".


Alla Camera dei Deputati, sono stato circondato da tanto affetto. In questa importante Istituzione e confortato dalla presenza di tantissimi amici, ho raccontato la storia di mio padre, Gildo Moncada, e di una famiglia, quella di mio nonno Raimondo, sconvolta dalla guerra. 

Un ricordo vibrante, indelebile, che rimarrà scolpito nella mia memoria e nella memoria di quanti mi hanno preso per mano in questa mia personale e non facile immersione in questa traumatica storia di famiglia, ricostruita lacrima dopo lacrima. 

Un omaggio alla Costituzione (nel settantesimo anniversario della sua promulgazione) e a quanti, uomini e donne, l’hanno scritta col sangue. Grazie a chi ieri è intervenuto: Tina Costa; Carlo Caponi, della sezione “Marisa Musu e Teresa Regard” dell’Anpi di Roma; Massimo Manzoli dell’associazione “Gruppo dello Zuccherificio” e Cinzia Paolillo, presidente dell’associazione “Da Sud” promotrice dell’iniziativa. 

Grazie di cuore agli amici arrivati da ogni dove che mi hanno onorato, sostenuto e abbracciato con la loro presenza. E grazie all’editore, Gaetano Alessi che, seduto tra il pubblico, si è emozionato con me e la mia (nostra) famiglia.


Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it 

martedì 19 marzo 2019

Non avere un padre né in cielo né in terra



Ci sono ricorrenze che non sono per tutti. Nella Festa del Papà ho pensato a quel bambino che non ha potuto festeggiarlo, né in cielo né in terra; quel bambino che sta crescendo senza l’affetto, la vicinanza, il calore, la figura presente di un padre. 

Oggi in tanti ricordiamo il nostro, chi ci ha messo al mondo, chi ci ha concepiti e cresciuti con nostra madre, che celebreremo a maggio. Tiriamo fuori la memoria di quello che sono stati, di quello che hanno fatto per noi, dei sacrifici silenziosi che magari abbiamo apprezzato solo in seguito quando siamo cresciuti, quando siamo diventati noi stessi genitori (“quando sarai grande capirai”), quando non ci sono stati più ed è scaduto il tempo per fargli sentire il nostro ringraziamento. Ma ci sono bambini che un padre oggi non se lo ritrovano da poter festeggiare, abbracciare, baciare, guardare. 

Sono stati messi al mondo ma poi, per svariate ragioni, non se lo sono più ritrovati accanto, non se lo sono ritrovati nel giorno del compleanno a scattargli la foto in quel momento in cui siamo chiamati a sorridere e a spegnere le candeline della torta; non se lo sono ritrovati all’uscita della scuola per consegnargli la letterina che la maestra ha fatto scrivere ai propri alunni come sorpresa da consegnare al proprio babbo. 

E noti, lo noti, questo. Perché l’assenza di un genitore la leggi subito negli occhi. È evidente. Perché gli occhi parlano, anzi gridano dolore. Un bambino ha il diritto dell’affetto di un padre, come dell’affetto di una madre, naturali o adottivi e comunque amorosi e tutto per i figli, vicini, vicinissimi, anche se distanti. 

Io un padre oggi lo festeggio, a modo mio, in cielo e in quella essenza del mio essere in cui lui continua a vivere. Ma non so perché questa mattina, nel giorno di San Giuseppe, mi sono svegliato pensando a quel bambino senza padre e alla lettera che gli è rimasta in mano. 


Raimondo Moncada 

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giovedì 14 marzo 2019

Facebook down e il panico compleanno

Ad Agrigento, a un anno, nella casa di Vicolo Seminario

“Il compleanno! E ora come faccio?”
Mezzo mondo nel panico per il blocco, strano, davvero strano, di Facebook e non per “qualche minuto di manutenzione” ma per ore e ore, dal pomeriggio a notte di mercoledì 13 marzo, data che entrerà nella storia ormai non più recente dei social.
Un panico che ha coinvolto tutti, me compreso, dall’America, all’Italia, alla Sicilia, ad Agrigento, a casa mia. I convincitori non hanno più saputo chi convincere. Gli odiatori si sono messi a odiare se stessi. I postatori si sono messi a scrivere sui muri. Ma c’è anche una numerosissima categoria di umani che maledice il proprio atteggiamento di procrastinare, di rinviare a dopo (“perché tanto c’è tempo!”) ciò che invece va fatto subito. È la categoria di chi, per amore, amicizia, affetto, conoscenza, rispetto, fa gli auguri a tutti quei contatti per i quali Facebook ti ricorda, con un’apposita funzione e icona, che quel giorno compiono gli auguri Tizio, Caio, Martino e Sempronio. E tu, a uno a uno, vai sul profilo del festeggiato e scrivi: “AUGURI”. E questo, tutto questo, nel giorno del Facebook Down non è stato possibile e c’è un numero imprecisato di utenti che sta trascorrendo una brutta giornata per i sensi di colpa perché ha deciso di rinviare al pomeriggio gli auguri ai propri fratelli, sorelle, padri, madri, amici, potenziali datori di lavoro... Ma ciò non è stato possibile. E non puoi, specialmente con determinate persone, permetterti di fare gli auguri il giorno dopo. IMPERDONABILE! 
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A Parigi, a 18 anni, nella gita di quinto liceo
Il compleanno si festeggia, ormai da tempo e alla grande, con gli amici di Facebook, sommerso per un intero giorno dagli auguri. Non ci vuole niente per essere festeggiati: basta inserire la propria data di nascita (oltre al sesso se ci tieni e alla città di provenienza se non ti vergogni) nella schermata dei dati personali ed è fatta! Alla faccia della privacy! 
Tutti gli amici (o meglio un’altissima percentuale) quel giorno si premureranno a inviarti su ogni canale un pensiero: sulla tua bacheca, ma anche sulla bacheca di un altro amico in comune se quest’altro ti ha formulato gli auguri sulla propria pagina e non sulla tua, confondendosi.
È come quando uno ti pubblica la notizia di una persona defunta (che magari non conosce) e tutti a esprimere le proprie condoglianze alla famiglia proprio sotto la notizia linkata e che la famiglia non leggerà mai (e meno male! Perché sotto il messaggio di annuncio morte c’è pure tanto di “mi piace”).

Diciamocelo comunque FORTE FORTE: è bello sentirsi ricordati, considerati, abbracciati, sommersi da una montagna di affetto anche attraverso una semplice parola: AUGURI! Dalla mattina del giorno del tuo compleanno fino a notte, anche prima e anche dopo il giorno, ti arrivano sul tuo profilo Facebook centinaia e centinaia di messaggi a cui vai poi dietro per ringraziare. Un tempo ringraziavo uno a uno trascorrendo il giorno del mio compleanno su Facebook a scrivere grazie a ognuno, per amicizia, per educazione, non facendo nient’altro e mi arrabbiavo quando mi chiamavano per spegnere le candeline. 
Con Facebook è diventato tutto facile. C’è fin dall’inizio quel meccanismo che ti ricorda il compleanno dei tuoi tremila, quattromila, cinquemila amici, e non devi fare altro che fare gli auguri ogni giorno, anche a chi non conosci anche se ti è amico su Facebook, con la conseguenza però che vieni assalito dall’ansia quando per cause non dipendenti dalla tua volontà non apri Facebook (per un viaggio, per mancanza di segnale, per manutenzioni in corso o per il Giorno del Mistero) e stai intere giornate a pensare al parente o all’amico che avrà fatto dinsicuro il compleanno e ci sarà rimasto male malissimo – togliendoti subito l’amicizia – perché tra i cinquemila messaggi di auguri non ha trovato giusto quello tuo (perché i “mi piace” li controlla uno a uno, trascrivendoli pure su un quaderno di carta a futura memoria).
Prima dell’avvento del memo-automatismo di Facebook, i primi a festeggiarti il compleanno erano di buon mattino i tuoi genitori e i tuoi fratelli o sorelle (o anche dopo la mezzanotte del giorno precedente). Poi ti arrivavano le telefonate della nonna, del nonno e di altri parenti stretti. Poi i vicini di casa. Poi a scuola, i tuoi compagni di classe che col tempo diventavano i tuoi amici e con i quali si organizzavano pure serate con le pizze del panificio e balli sia con canzoni disco sia con le canzoni di Baglioni e Cocciante che ti facevano scegliere la compagna o il compagno (o i loro amici fino a quel momento sconosciuti) con cui condividere il lento romantico, corpo a corpo, con la mano destra che prendeva sempre più coraggio nell’abbraccio, e con il mento e la mano sinistra sempre più poggiati sulla spalla in avvicinamento al collo. Il soffio sulle allora poche candeline e il taglio della torta concludevano una serata memorabile che poi si ripercorreva dopo qualche settimana quando ti arrivava lo sviluppo su carta delle fotografie, quelle scattate con le prime macchine cick-ciack (stavi a pregare per giorni, con il terrore che venissero bruciate).
Gli auguri erano fisici, solo fisici, di contatto, limitati, gestibili, in giornate che diventavano occasione per incontrarsi ed essere festeggiati di presenza, guardandoci negli occhi e sentendo i cuori pulsare, non solo quando ci si avvinghiava durante “Questo piccolo grande amore” o “Margherita” o “Victims” o “Careless Whisper”.
Oggi è tutto diverso. C’è così tanto, così troppo, così in sovrabbondanza, che rimpiango il gli auguri, la telefonata, il calore muto di un abbraccio di una volta. Ed è anche per questo che qualche anno fa ho deciso di cancellare da Facebook la mia data di nascita (il 15 marzo) e, dunque, affrancarmi dalla dittatura dell’automatismo social che ricorda a tutti il mio compleanno; così come ho deciso di non andare più a guardare l’icona che mi ricorda i compleanni quotidiani degli altri per non vivere d’ansia la mia già ansiosa quotidianità.
Sono ritornato antico, in un mondo che sta correndo troppo in direzione del medievale futuro, travolgendoci anche negli affetti. 
Grazie infinite per gli auguri. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it

martedì 5 marzo 2019

Troppe chiacchiere, fermato un pasticciere


Non si può! Non si può entrare in una pasticceria e aspettare un tempo interminabile prima di ordinare quanto desiderato e richiesto da mia moglie e a cui non ti puoi sottrarre perché quando lei ordina deve essere esaudito e subito: “Oggi ho voglia di dolci! Per Carnevale me li merito”.

Se li merita e non solo per Carnevale. Cosi giusti! Ma giungere in pasticceria di primo mattino e non riuscire ad arrivare a casa in orario, per come promesso, prima di pranzo, ti rovina la giornata e anche il rapporto di quel giorno col tuo amore: musi lunghi, pasta scotta e letti separati.

Che cosa è successo? Avete l’ardire e l’insistenza di chiedermi: che cosa è successo? 


Ritorno su quanto accaduto solo per voi perché ritornare su un evento che ti provoca un trauma non è normale. Di solito si evita, si rimuove, si oblia. 

Mi avvicino alla vetrina della pasticceria e individuo il dolce richiesto da mia moglie, bello! buono! tutto imbiancato. Davanti a me c’è solo una persona che parla parla parla. Non fa altro che parlare. E io penso: ma che ha da parlare? E attendo, paziente, il mio turno col biglietto numero due in mano, che ogni tanto sventolo, mentre dentro friggo come una patata destinata alla frittura. Attendo, ostentando educazione, un’ora, due ore, quattro ore... oltrepasso l’orario del pranzo, trascorro tutto il pomeriggio in pasticceria in piedi e con le ginocchia gonfie e arrivo a pochi minuti dalla cena. Poi mi decido. Non si può attendere oltre: è inumano. Mia moglie si impossessa di ogni mio ossessivo pensiero che con le ore si sono moltiplicati e mi trapano il cervello. 

Deciso: parlo pure io! Anche se nessuno smette di parlare. Mi sovrappongo al cliente della pasticceria e allo stesso barman dietro il bancone. Divento maleducato. Alzo la voce. Anche gli altri due alzano la voce. Dentro la pasticceria non si capisce più niente. Tutte le voci alzate di volume rimbombano e non si capisce più niente. Il titolare del locale si infastidisce e chiama le forze dell’ordine. Intervengono. Dopo pochi minuti fanno irruzione: mani in alto!

Io sventolo il biglietto. 

Ci interrogano: che succede? 

E noi, io, il cliente e l’addetto alla pasticceria, senza metterci d’accordo, in coro, all’unisono: “Niente, solo chiacchiere di Carnevale! Se non ora, quando?”

Gli agenti, in tenuta antisommossa, capiscono e si aggregano a noi, arrestando alla fine il titolare della pasticceria per non avere accettato le chiacchiere degli altri. Un fermo di polizia di 24 ore, senza più chiacchiere, dentro il laboratorio di dolci, per tutto il martedì grasso. 

Rilasciato dopo poche ore, il titolare della pasticceria promette: “Almeno per un anno, niente più chiacchiere”. 


Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it 


P.S. Lo diciamo a beneficio di chi ha preso tutto per vero quanto sopra scritto, soffermandosi magari sul titolo ingannatore e linkandolo e commentandolo sui social: è tutto uno scherzo o meglio un racconto palesemente inventato, ludico, scritto in omaggio all’ultimo giorno di Carnevale. Si può mai parlare per ore ed ore con la bocca piena di chiacchiere? C’è comunque chi lo fa non facendo capire nulla, trasformando il dolce in amaro. Sono di quelle persone per le quali il codice penale dovrebbe prevedere l’arresto al primo tentativo di chiacchiera per tutte le incomprensioni che sono capaci di far nascere. 

domenica 3 marzo 2019

Non ci sono più gli scecchi volanti di una volta



“Cridiri o sceccu chi vola!”. Così si dice dalle mie parti, in Sicilia, nella colorita lingua siciliana: “Credere all’asino che vola!”. Qualcuno ha sempre creduto agli scecchi volanti, ancor prima dell’avvento di internet, dei social, e delle famigerate fake news. Ora sembra esserci un’invasione nei cieli viola di tutto il mondo. Quel qualcuno sembra avere la compagnia di moltitudini di credenti che condividono a manetta ogni scecco che spunta da un angolo di Facebook o di Twitter o di un sito internet dal nome fantasioso che lancia nei cieli verdi scecchi volanti da far condividere secondo le proprie convinzioni (condividiamo ciò che conferma le nostre idee). 

Io ne ho visto uno plastico, artistico, tra i carri allegorici del Carnevale di Sciacca e ne do testimonianza, condividendolo, per il trionfo della verità. Perché la verità non è più la verità per come l’abbiamo sempre conosciuta. Siamo ormai al post. E ognuno si crea la propria e crede a quella degli altri anche se non ha alcun collante con la realtà: verità di cartapesta. Insomma, non ci sono più gli scecchi volanti di una volta, quelli della mia infanzia quando trionfava l’innocente, pura, non aggressiva, fantasia. Ma in tanti non ci fanno più caso. Il troppo di Internet (con i nuovi e troppo sperti padroni) ci sta rendendo ciechi (per non dire scecchi).


Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it 


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