martedì 31 dicembre 2019

La guerra degli auguri


Negli ultimi anni, l’ultimo giorno dell’ultimo mese, cerchi di difenderti da ogni attacco augurale chiudendoti dentro un bunker. 

Non è una guerra, ma quasi. 

La situazione è completamente mutata rispetto a prima dell’avvento dei social. Allora, nel pre social, si usciva, si andava dalla vicina, si chiamava dal telefono fisso, si scriveva una cartolina; ora si sta tutti a casa seduti in poltrona o seduti in bagno a digitare. 

Se la situazione è peggiorata o migliorata questo dipende dalle difese psicologiche e dalla sensibilità di ognuno. Su Facebook, su Twitter, su Messenger, su LinkedIn, su Instagram, su Whatsapp, su Telegram è un continuo bombardamento (niente più email e sms, sanno di antico, di età della pietra). Non ti arrivano proiettili, ma notifiche sonore o visive di video, di animazioni, di messaggi scritti rivolti a te e alla tua famiglia: non viene risparmiato nessuno dei tuoi cari.

Non sono intimidazioni. Sono messaggi di auguri, ancora auguri dopo quelli già ricevuti l’altro giorno a Natale e a cui stai ancora rispondendo. Perché devi rispondere a tutti, perché altrimenti ci rimangono male, personalizzando il messaggio, trovando un altro video, un’altra animazione, un altro messaggio scritto, un film intero che si adatti alla persona a cui rispondi. 

Non è facile, perché sono a migliaia e perché a ognuno va inviato il suo messaggio, con i colori adatti agli abiti che indossa e le colonne sonore che più piacciono. Non puoi, ad esempio, mandare la stessa rosa che hai mandato a tua moglie, che ti sta accanto, anche alla vicina di casa che la notte di Natale ti ha lasciato la spazzatura davanti la porta con dentro il pesce dell’anno prima dimenticato in magazzino. Alla vicina devi inviare il tuo sacchetto della spazzatura con dentro la carne che è rimasta quando ti sei sposato. 

E allora anche tu stai lì, con il cellulare in mano, come tua moglie, come i tuoi figli, i tuoi genitori, i tuoi suoceri, tutti gli amici e i parenti invitati a casa tua per il cenone della vigilia di Capodanno che tutti dimenticheranno perché troppo impegnati a scrivere messaggi di auguri a destra e a manca, parando i colpi dei vari gruppi a cui sei pure iscritto o ti hanno iscritto a tua insaputa. Perché la stessa persona è capace di inviarti un messaggio di Buon Anno nella tua personale casella privata di Messenger e poi ritrovarti lo stesso messaggio sul gruppo del condominio, su quello degli interisti che ce l’hanno sempre con la Juventus, su quello degli amici dell’asilo, delle scuole elementari, delle medie, del liceo e dei trombati all’università; su quello “Il silenzio è farmaco contro lo stress quotidiano”. Che poi è lo stesso amico, parente, collega, che hai salutato con un abbraccio e un bacio e tanto di auguri cinque minuti prima in ufficio, al supermercato, in piazza: “Buon inizio e buona fine!”, come se fosse una minaccia di morte. 

Alla fine ci pensi e ti dici: ma meglio un augurio (quando è sincero ha un effetto magico!) che un malaugurio o niente. Perché c’è chi non viene degnato di attenzioni e c’è chi augura pure il male degli altri e prova piacere.  E c’è infine chi ti ha cercato, trovato, abbracciato, baciato, inondato di auguri anche per posta cartacea alla vigilia del Capodanno e il giorno dopo neanche ti considera: ti vede, ti incrocia per strada e ti evita: “Cu sì?”. 

Dunque, auguri a tutti, indistintamente, senza distinzione di razza, religione, distanza, cultura, colore dei capelli. E che questi miei auguri di un 2020 favoloso vi raggiunga in ogni dove attraverso tutti i canali con cui sono arrivati a me, anche a dorso dei cammelli dei Re Magi in viaggio, al freddo e al gelo, attaccati alla loro e nostra stella donando a voi, alla vostra famiglia, a tutti noi, oro, incenso e mirra (mirra, mi raccomando, non birra!).


Raimondo Moncada 


P.S Auguri a te e famiglia. 


Il mio 2019 con quattro volte Joe


Una parte del mio 2019 ha diversi ingredienti: creatività, scrittura, lettura, registrazione. Un anno in cui sono nate quattro storie, quattro audiolibri, quattro ebook, con un nuovo personaggio: Joe Pitrusino, uno sbirro per caso ma poliziotto masculuni.  

Una nuova avventura nel mondo del libro parlato, scrivendo con la penna e con le corde vocali, avendo pure dato voce alla propria creatura.

Grazie a Max Damiani, coautore dei testi; grazie a Francesco Barbata e a Disco33 Recording Studio per le registrazioni audio; grazie a GOODMood per le pubblicazioni degli audiolibri ed ebook Il baro destino, La macchinetta del fumo, Il nero di Vazzappa Il presepe sparito: uno straordinario, appassionato e divertente  lavoro di squadra.

E grazie a chi finora ci ha seguito e sostenuto, leggendoci e ascoltandoci e recensendoci.

Che il 2020 porti tanti altri volumi e che ci faccia dire ancora: “Che storia!”

Le passioni allungano e allargano la vita: appassionatevi, e per le cose belle che non fanno male a nessuno.

Buon anno nuovo, nuovo di zecca. 

Raimondo Moncada 


giovedì 26 dicembre 2019

Il dottore Macaluso guarisce con Risate in corsia



Risate in Corsia? è il libro umoristico-terapeutico del medico Mimmo Macaluso, chirurgo e responsabile del Servizio di Endoscopia  Digestiva dell’Ospedale “Fratelli Parlapiano” di Ribera con la passione per le ricerche subacquee (è scopritore del vulcano sottomarino Empedocle). L’opera sarà presentata venerdì 27 dicembre alle ore 17,30 nei locali del Centro di Aggregazione Giovanile di Ribera, in via libertà  5. Tre giornalisti (non medici, ma umoristici) solleciteranno e solleticheranno l’autore: Raimondo Moncada, Totò Castelli ed Enzo Minio, alla scoperta dei fondali di una pubblicazione che è una sorta di invito a cogliere gli attimi più divertenti e illuminanti della vita quotidiana anche in uno stato di salute non ottimale proprio per renderla ottimale. Risate in corsia chiarisce con notazioni convincenti e “scientifiche” quali possano essere  gli effetti positivi del buonumore, anche in un campo, quello sanitario, dove Macaluso opera da circa trent’anni da medico, che tra una visita e un interventonon ha rinunciato a registrare pazientemente battute e situazioni paradossali colte e raccolte nelle corsie degli ospedali. 

I protagonisti sono medici, pazienti ed infermieri che rileggendosi a distanza di tempo se la ridono!

Ne viene fuori una pubblicazione briosa, “un presidio terapeutico” utile in alcuni passaggi a sdrammatizzare ed esorcizzare le malattie  nelle loro varie manifestazioni. E aiuta, diciamolo col conforto della scienza e di ricerche di laboratorio, a guarire mente e corpo: perché ridere fa bene, è la migliore medicina. 

Il medico deve ridere e rapportarsi col proprio paziente sorridendo e facendolo sorridere. 

L'ingresso è libero come il sorriso. 




La meraviglia del presepe vivente di Sutera


Le meraviglie esistono. Sono opere d’arte, dell’uomo o della natura, che ti sgranano gli occhi lasciandoti a bocca aperta e senza parole. 

Tra le meraviglie, per mano e cuore dell’uomo, è da annoverare il Presepe vivente di Sutera. 

Si anima con la sua magia proprio il giorno di Santo Stefano, il 26 dicembre, per essere poi rappresentato altri cinque giorni il 28 e 29 dicembre e il 4, 5 e 6 gennaio 2020 con l’arrivo dei Re Magi. 


Vivente perché vive e ti fa vivere le atmosfere del sacro presepe con i personaggi in carne e ossa che sono gli stessi abitanti di Sutera (qualche infiltrato dei paesi vicini c’è!). Per sei giorni indossano i costumi della civiltà contadina siciliana dei primi del ‘900 rievocando nelle case, vie e piazze dell’antico Rabato di Sutera la vita di un secolo fa, vivendola e interagendo con chi arriva dall’esterno. Il quartiere di una volta prende così vita con le voci di “pananari, viddani, pastura, conzapiatta, tessitrici...” e con le mani e i sorrisi di chi prepara sul posto, e offre gratuitamente ai passanti, “ciciri, pani cunzatu, ricotta, minnulicchi...” e altri gustosi piatti tipici del paese (che te ne ritorni a casa con la pancia piena di bontà e di calore). 

È un evento artistico, religioso, umano, dunque, da vedere e da vivere, e non ne puoi far a meno di viverlo con tutti i sensi vivamente sollecitati dalla meraviglia: entrandoci fai già parte, personaggio tra i personaggi, del presepe di Sutera, non a caso iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia come il cantastorie suterese, altro protagonista della rappresentazione, Nonò Salamone. 


Ne parlo convintamente perché l’ho visitato e vissuto una decina d’anni fa; e ne parlo per altri due motivi. Uno perché ho ricevuto un invito personale dal presidente dell’associazione “Kamicos”, amico Paolino Scibetta che da ben 22 anni - con la collaborazione di tantissimi amici e parenti - lo organizza, con il patrocinio del Comune di Sutera e della Regione Siciliana, con straordinario amore facendone un gioiello e un’attrazione e richiamando l’attenzione, più volte, delle Tv nazionali (Michele Guardì gli ha dedicato più di una diretta!). Due perché quella partecipazione di dieci anni fa è stata così intensa da ispirare dopo tanto tempo la storia di Natale di Joe Pitrusino, scritta assieme a Max Damiani, con l’audiolibro Il Presepe sparito, storia di grande meraviglia e di umana solidarietà dedicata ai suteresi, agli artisti e a chi ogni giorno è al servizio di chi ha bisogno. 


Raimondo Moncada 

lunedì 23 dicembre 2019

Il semaforo degli auguri


Non imprechi più se incontri un semaforo rosso. Ti arrabbi ormai per altro.
Mi capita sempre più spesso stare dietro una lunga fila per poi scoprire la causa di così tante macchine davanti a quella mia, nel massimo e religioso silenzio.
Ogni tanto, per la verità, senti qualche risata giungere da un’auto dove però c’è solo il conducente. Parla da solo?
Ultimamente mi succede in un tratto della strada statale 115 (l’unico tratto non autostradale della Sicilia che collega Agrigento, Sciacca e Trapani), dove sono aperti dei cantieri per dei lavori di manutenzione, di messa in sicurezza dell’arteria. Per tali opere, si chiudono le corsie e per disciplinare il traffico si piazzano dei semafori che bloccano le auto da una parte se dall’altra passano. E tu arrivi e apprezzi il silenzio e il vento che si fa largo attraverso i fili d’erba e il canto degli uccellini che si riscaldano la gola e lo sciabordio delle onde di un mare che vedi in lontananza. Di notte senti pure le cicale e le vibrazioni delle stelle. Ti guardi intorno, avanti e dietro, ed entri con gli occhi nell’abitacolo delle auto ferme dove i conducenti (e se ci sono anche i passeggeri), stanno col capo chino, senza parlare.
Nessuno più a romperti i timpani a colpi di clacson quando spunta il verde e tu che stai davanti non te ne accorgi e perdi quella frazione di secondo che nell’urbana quotidianità è fondamentale così come lo è in Formula Uno per mantenere la pole position o per sorpassare col ciao ciao chi ti stava davanti.
Ma cos’è accaduto?
D’un colpo la civiltà?
La verità è sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo solo dire grazie ai fabbricatori dei moderni smartphone e a chi ancor prima ha inventato internet e poi i social network. Fanno parte della nostra vita, sono la nostra vita. Senza moriremmo. Non riusciamo più a farne a meno. Provate ad uscire di casa e a dimenticare il cellulare: una tragedia! 
Abbiamo bisogno continuamente di collegarci, andare sui social, vedere se l’amico (o l’amica) ci ha risposto; abbiamo necessità di contare quanti consensi sta riscuotendo il post o la fotografia che ci ritrae a Natale in una calda spiaggia delle Hawaii a sorseggiare l’aperitivo con una bella donna (o con un bell’uomo) mentre gli altri stanno battendo e ribattendo i denti dal freddo (che poi non è altro che un fotomontaggio, ma che nessuno capisce perché sui social non si capisce più ciò che è vero e ciò che è falso).
Scegli allora tutti i percorsi dove ci sono i semafori, dove hai un’alta possibilità di fermarti con la macchina, fare una pausa, riprendere in mano lo smartphone e controllare gli ultimi aggiornamenti con le ultime notifiche e rispondere, rispondere prendendoti tutto il tempo che ci vuole. Imprechi solo se scatta il verde e tu devi ancora finire di scrivere la risposta, di postare la foto senza pancia o l’immagine con le tette rialzate e a coppa di champagne. Per fortuna, dietro, nessuno ti fa fretta e perdi qualche minuto per finire quello che hai iniziato qualche oretta prima sempre in fila con la macchina. E se arriva di nuovo il rosso, dopo il verde, nessuno se ne accorge.
Tranquillo. 
Se il giorno di Natale, o nella notte del Capodanno, incontrate lunghe file di auto e di moto e di camper e di camion per le strade urbane, extraurbane, statali, provinciali, rurali, regie trazzere ecc. altro non sono che uomini donne e bambini, intere famiglie che, nella calma di un semaforo acceso, inviano a pioggia messaggi di auguri ad amici e parenti con lo smartphone, con il tablet o con il vecchio computer. 
Per risparmiare carta, per risparmiare tempo, per risparmiare vita.
Buon Natale e Felice Anno Nuovo a tutti, in fila come voi dal semaforo sotto casa.  

Raimondo Moncada

mercoledì 18 dicembre 2019

Joe Pitrusino e il caso del nero di Vazzappa

Il caso del Nero di Vazzappa: arriva la terza storia di Joe Pitrusino, il “poliziotto masculuni” nato dalla fantasia degli scrittori Raimondo Moncada e Max Damiani. 
Il Nero di Vazzappa è un personaggio virale diventato celebre, di condivisione in condivisione, in un noto social per una sua incredibile caratteristica. Pur avendolo ricevuto sul proprio smartphone tantissime volte, ridendone, nessuno conosce la sua storia. La svela Joe Pitrusino in questo racconto della sua serie Uno sbirro per caso, in audiolibro e ebook. 

Due sono i protagonisti: il nero di Vazzappa e la pornostar Cetty Ladovunque. Joe Pitrusino entra mani e piedi, e tutto il resto del corpo, nel mondo a luci rosse mettendosi in seri guai. 
Come finirà? 
Una storia di apparenze, di sfruttamenti, di drammi vissuti da chi si sente gigante nel virtuale e nella vita reale si ritrova meno di un nano. 

Il nero di Vazzappa si aggiunge agli altri due episodi della serie di Joe Pitrusino Uno sbirro per casoIl baro destino La macchinetta del fumo. La serie è pubblicata dalla casa editrice GOODmood e registrata con il supporto tecnico di Francesco Barbata presso Disco33 Recording Studio di Sciacca. Gli audiliobri e gli ebook sono reperibili nelle librerie online specializzate come Audible, Storytel, Google Play, Macrolibrarsi, Il Narratore, Apple Libri ecc. 

domenica 15 dicembre 2019

La Brexit favorisce il siciliano


Gli inglesi rinunciano all’inglese estero. Hanno deciso di lasciarci, lasciare noi forzati d’inglese, a forza di voti. Vogliono abbandonare l’Unione Europea e stare da soli, autodeterminarsi. Sono isola, come la Sicilia, la mia terra. Siamo uguali in questo, come siamo uguali nella bella lingua: gli inglesi hanno l’inglese, i siciliani il siciliano. L’unica grande differenza è che loro non hanno mai fatto lo sforzo di capirci, di venirci incontro con la lingua insegnando e imparando il siciliano; noi siciliani abbiamo invece fatto il doppio sforzo di imparare l’italiano per comprendere tutti gli altri connazionali e imparare a scuola, o cercare di imparare nella vita, la lingua inglese per farci capire da chi parla britannico. 

Ora hanno deciso: FUORI DALL’EUROPA. NON NE VOGLIANO PIÙ SAPERE. CE NE ANDIAMO: BYE BYE! 


Mi chiedo: se gli inglesi ci lasciano veramente, siamo ancora obbligati a imparare la camurrìa di inglese che, non parlandolo e non capendolo, quando vado in un altro paese europeo mi sento un limitato, un cretino? 

E allora, se loro, gli inglesi, hanno deciso di togliere il disturbo, mi decido pure io: mi libero dall’ossessione di imparare l’inglese. E non solo! Decido pure e macari di ripulire la mia lingua quotidiana da tutti quegli inglesismi che hanno inquinato la mia cara lingua nazionale che merita un grande rispetto e che non si finisce mai di apprezzare e di imparare. 

Da non inglese, appoggio pure io la Brexit linguistica, mandando al loro paese le parole di quel paese. Non dirò più al siminzaro: “mi faccia un coppo all inclusive con nocciolina e simenza”, ma “mi faccia un coppo con tutto quello che ha senza esclusione di coppi”; non dirò più: “faccio un coffee-break che sono stanco”, ma “faccio una pausa per il caffè, il the, con cappuccino e biscotti a tinchitè ca sbracavu”; non dirò più: “sono stato aggredito da una baby gang”, ma “mi ficiru a facci a muffulettu da una banda di neonati; non dirò più “bye-bye”, ma semplicemente “ciao ciao”; non dirò più “city-car” ma “machinedda”; non dirò più: “mi hai stressato” ma “m’abbuttasti”; non dirò più: “sono un influencer e ho centomila follower e non mi alzo per 80 mila euro per fare la guest star alla kermesse clicca sul link e condividi”, ma “sono nessuno e mi piacerebbe avere centomila tifosi che fanno quello che io dico, anche parlare finalmente il siciliano per come merita, del tutto free, ovvero gratuitamente, liberamente, senza camurrie”. 

Il siciliano potrebbe sostituire benissimo l’inglese come lingua universale. I siciliani, che da emigrati, hanno raggiunto ogni continente, potrebbero facilitare il raggiungimento di questo obiettivo. Invece di parlare inglese, americano, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, australiano, potrebbero parlare la lingua dei loro genitori e nonni. 

Forza picciotti! Ci la putemu fari. Facciamoli noi madrelingua i corsi di siciliano agli inglesi e a tutti gli altri europei con omaggio un bel viaggio di istruzione in Sicilia. Capemuni. 


Raimondo Moncada 

giovedì 12 dicembre 2019

Fa bene o fa male?


Fa bene o fa male? Decidetevi! Decidiamoci. Regna da secoli, direi da millenni, da quando l’uomo e la donna hanno cominciato a passeggiare sfogliando il mondo, la più totale confusione. 

Prendiamo il caffè: fa bene o fa male alla salute? C’è chi dice che fa bene e c’è chi dice che fa male. E c’è anche chi dice che entro un certo limite fa bene ed entro un altro certo limite fa male.

Prendiamo pure lo zucchero: c’è chi dice che è puro veleno e c’è chi dice che senza non si può vivere (ditemi: come si fa a mangiare i cannoli, i panettoni, i bignè senza l’aggiunta di zucchero nella pasta e nella crema? Come? Che Natale sarebbe senza zucchero?).

E così per altri cibi, per altre abitudini, per tutto. Anche per le medicine, messe a punto dall’uomo per guarire, per stare bene, per farsi belli e per allungarsi la vita, vale lo stesso ragionamento. Stai per decenni ad assumere un farmaco perché i più alti luminari della scienza te lo hanno indicato come un salvavita - e tu in effetti stai bene - e poi piomba una ricerca scientifica e ti ordina: ALT! SPUTALO! VOMITALO! FATTI FARE SUBITO LA LAVANDA GASTRICA E PREGA. 

La nuova ricerca, con le nuove conoscenze e la nuova strumentazione al laser digitale, ha verificato che sì il farmaco ti guarisce il mal di denti nel giro di un giorno ma che nel giro di altri due giorni lo stesso farmaco ti danneggia tutto l’apparato digerente, tutto l’apparato respiratorio, tutte le articolazioni, tutto il cuoio capelluto, tutti i sensi, fino a ucciderti se già non ti hanno ucciso i materiali e i macchinari usati per conservare o cucinare alimenti che prima erano buoni e poi si è scoperto essere altamente cancerogeni. 


Mi succede spesso leggere o ascoltare notizie del genere e mi confondo e mi preoccupo anche, con una massaggia dose di ansia. A volte non ci penso e prendo due, tre caffè perché c’è una ricerca che mi assicura che fa bene al cuore, al sistema cardiovascolare, all’intelligenza, alla memoria… E poi, ascoltando un’altra ricerca contrastante, mi paralizzo, mi innervosisco, divento cretino, dimentico tutto, non esco di casa, provo a riprendermi con una terapia per sanare le ferite della mia psiche ma perdo la psiche e non so più chi sono. 


In tutto questo si inserisce la millenaria storia degli ultimi saranno i primi. Ma poi, a mente serena, lucida, razionale, penso che nessuno prega per diventare ultimo. Uno si sforza sempre per diventare il migliore di quello che può essere, di quello che ha scritto dentro nel proprio potenziale: il migliore papà, la migliore mamma, il migliore artista, il migliore artigiano, il migliore professionista, il miglior nullafacente, il miglior benefattore... Senza arroganza, ma con l’umiltà e la coscienza di potere dare sempre di più di quello che abbiamo già dato. 


E ora mi chiedo: per la scienza fa bene o male fare di questi ragionamenti? E se fa male: che mi prendo?


Raimondo Moncada

domenica 8 dicembre 2019

Corde tese e passi, Gulino conquista Palermo



Ponti di colori, di forme, per un cammino verso la bellezza. Franco Accursio Gulino ha inaugurato la sua nuova mostra in Sicilia, a Palermo, a Palazzo Belmonte Riso, in Corso Emanuele 365. 

Dopo Montecarlo e tante altre sedi nel mondo dove ha esposto, Gulino riapproda nella sua Sicilia con una esposizione che raccoglie la sua recente produzione dal titolo Corde tese e passi. 

A organizzarla, come un regalo di Natale agli amanti dell’arte provenienti da ogni dove, due prestigiosi enti: la Fondazione Orestiadi di Gibellina e il Museo regionale d’arte moderna e contemporanea di Palermo. La mostra, aperta fino al 12 gennaio 2020, ha come curatori Valentina Di Miceli ed Enzo Fiammetta. 


Presenti all’inaugurazione, a rendere omaggio all’artista, importanti personalità del mondo dell’arte, della cultura, di varie istituzioni, di Palermo, della provincia di Agrigento e di Sciacca, la sua città, il luogo nel quale ogni notte si ritira in punta di piedi dal mondo degli umani per creare. Gli altri chiudono gli occhi mente lui li apre. Perché Franco Accursio Gulino crea di notte, quando il mondo fa silenzio, quando il mondo non lo disturba, quando il mondo spegne tutto e si sente solo la vibrazione dell’aria. 


Lui, solo nel suo studio, con i suoi pennelli, i suoi colori, le sue tele, attraversa la dura parete e va al di là, come un sacerdote dotato di poteri magici accolto nell’atelier della Divinità dell’Arte, tra i pochi ammessi e ben voluti. Perché non dipinge col senno da uomo e nella limitatezza spaziale e temporale dell’uomo. Altrimenti non sarebbe continuamente all’opera, continuamente attivo, continuamente ispirato, continuamente nuovo, continuamente diverso rispetto a tutti noi comuni mortali (guardandolo in volto, noti un qualcosa che gli altri non hanno). È una potenza della natura, una energia che ogni notte esplode. 


Un vulcano è stato definito, accostandolo a Ferdinandea: un vulcano che non si lascia dominare e condizionare dagli uomini, che emerge quando vuole e che continua a essere in attività per i fatti suoi, sotto la terra degli uomini, lontano da occhi indiscreti, libero. C’è, ma non c’è. 

Franco Accursio Gulino c’è, come ci sono le sue vulcaniche creature, magma divino che devi far sciogliere dentro di te e capire con un altro animo, con un altro corpo, con un’altra testa, non sicuramente umani. 

Basta un niente per ritrovarsi in un mondo tutto nuovo, tutto da scoprire, da decifrare, da accogliere. È l’arte! Sono gli artisti che viaggiano senza alcun biglietto, senza alcuna prenotazione, senza alcuna fila, e noi viaggiamo con loro, senza aereo, approdando in mondi sconosciuti e meravigliandoci: “Ma dove sono finito?”

Franco Accursio Gulino, con la sua Arte, ci ha sorpreso ancora. 


Raimondo Moncada


martedì 3 dicembre 2019

Leonardo Sciascia e il suo editore di Sciacca


Leonardo Sciascia è legato alla città di Sciacca. A Sciacca ha preso le mosse il suo celebre romanzo Il giorno della civetta; a Sciacca ha dato alle stampe un suo scritto. Su com’è nato il Giorno della Civetta, Sciascia riferisce a Marcelle Padovanì nel libro intervista La Sicilia come metafora: “Mi è stato ispirato dall’assassinio ad opera della mafia, a Sciacca, del sindacalista comunista Miraglia”. Del suo editore saccense sento parlare nel corso della registrazione al multisala Badia Grande di una puntata di Vesper al cinema, condotta su Tele Radio Monte Kronio dal direttore Massimo D’Antoni. La puntata è dedicata a Leonardo Sciascia, con ospiti in studio il sindacalista Pippo Di Falco, il giornalista Salvatore Picone, il critico d’arte Tanino Bonifacio, lo scrittore Enzo Randazzo, il fotografo Angelo Pitrone. Sono in collegamento telefonico i giornalisti Felice Cavallaro e Gaetano Savatteri.

Dell’editore saccense parla Pippo Di Falco, intellettuale di Racalmuto alla ribalta negli ultimi mesi per la sua decisione di acquistare l’appartamento dove Leonardo Sciascia visse i suoi primi quarant’anni, per renderlao fruibile al pubblico come casa museo, centro studi e luogo di lettura. Pippo Di Falco cita Nuccio Galluzzo suscitando l’applauso del pubblico presente alla Badia Grande: 

“Voglio ricordare una persona, e non solo perché siamo a Sciacca. Una persona forse un po’ dimenticata. Uno dei libri originali di Sciascia, piccolino, ha avuto come editore Nuccio Galluzzo: Il mito del Vespro. Un libro bellissimo. L’ho avuto allora in regalo proprio da Nuccio Galluzzo. E lo voglio ricordare perché è stata una persona straordinaria. Il mito del Vespro è tra l’altro introvabile. Ho altri libri di Nuccio Galluzzo. Ma quello di Sciascia è una pubblicazione importante. Lo scritto gliel’affidò proprio Sciascia”. 

“Un personaggio, un editore, un uomo di cultura, e anche un artista”, conferma Massimo D’Antoni nel rievocare la figura nella sua complessità, conosciuto da chi ha una certa età e non dalle nuove generazioni (in sala siedono diverse scolaresche). 

A Nuccio Galluzzo, nel giugno del 2013, è stato dedicato un momento di ricordo nel corso della quarta edizione del LetterandoinFest. Ne trovo traccia nel catalogo della rassegna. Nella scheda di presentazione (da cui prendo la foto, in composizione artistica) si parla di “omaggio alla  poliedrica figura dell’intellettuale saccense che, a cavallo degli anni '60/'70, diede il via a diverse iniziative culturali nella città termale. Editore, poeta, musicologo, critico d’arte, gallerista, Nuccio Galluzzo coltivava il sogno di una Sciacca colta, capace di riscattarsi attraverso la cultura, il sapere, il fluire delle idee”. Un incontro con Franco Lo Bue, Nello Bongiorno e Primo Veneroso “alla riscoperta della figura e del contributo che Nuccio Galluzzo ha saputo dare all’intero territorio con il suo pensiero, le sue idee, le sue poesie e con la sua ‘editoria minima’, con la quale pubblicò, in numero limitato, piccoli volumi di opere ormai fuori commercio”.

Cerco la pubblicazione con autore Leonardo Sciascia  al Comune di Sciacca, ente presso il quale Nuccio Galluzzo ha lavorato per tanti anni ricoprendo incarichi importanti e dove i colleghi lo ricordano ancora con affetto esaltandone l’impegno, la competenza, le doti umane, la cultura, i contatti con grandi personalità. Il mito del Vespro è custodito nella biblioteca comunale di Sciacca “Aurelio Cassar”. Nella copertina, senza alcuna immagine, con solo titolo e nome dell’autore, è stampato in basso il logo e il nome dell’editore: Nuccio Galluzzo. Nella prima pagina scritta viene spiegato di cosa si tratta: “Questo saggio sul Vespro che ripubblichiamo, ricorrendone quest’anno il settimo centenario, Leonardo Sciascia lesse al Convegno di Studi Verdiani nel 1973, a Torino, per l’inaugurazione del nuovo Teatro Regio. Inaugurazione che si ebbe sotto il segno di Verdi e dei suoi Vespri Siciliani”. Nell’ultima pagina, viene aggiunto che “Il mito del Vespro di Leonardo Sciascia è stato stampato in edizione fuori commercio da Vito Quartana tipografo in Sciacca in centoquindici copie il 2 settembre 1982”.

Un libro da leggere per approfondire una pagina di storia che ci appartiene, tra mito e verità. Leonardo Sciascia scrive tra l’altro: “Quelli che fecero il Vespro, che si mossero a gridar ‘Mora, mora!’ contro lo straniero, contro l’oppressore, in nome della loro fame e della loro passione, non seppero se servivano la rivoluzione o la controrivoluzione, né se le generazioni a venire avrebbero avuto sotto la Spagna un destino tanto più opaco e triste di quello che avrebbero potuto avere sotto la Francia. Fecero, con una rapidità e una violenza mai più vista, un grande tentativo di mutare la loro sorte, di restituirsi alla dignità. E questo seppero cogliere, 'inventando il vero', Michele Amari e Giuseppe Verdi".

Una città, Sciacca, che può dunque vantarsi di un editore che ha pubblicato Leonardo Sciascia, aggiungendosi così alla lista dei suoi più blasonati editori quali Einaudi, Bompiani, Sellerio e Adelphi. 

Raimondo Moncada

venerdì 29 novembre 2019

L’arte come atto terroristico


Il gesto artistico, l’opera d’arte, la bellezza, come atti terroristici contro le multinazionali dell’uniformità, dell’appiattimento, dell’emigrazione, dello svuotamento delle nostre città; contro il lavaggio del cervello dei giovani; contro la dittatura dell’ignoranza e dei like; contro la colonizzazione della bruttezza; contro l’aggressiva evanescenza dei social; contro il predominio dei social influencer; contro chi trama per chiudere i licei classici e le scuole d’arte. 
Incontro con Antonio Presti, creatore di Fiumara d’arte, che ha conversato con Giacomo Bonagiuso, a Sciacca, al Circolo di Cultura, in una iniziativa pensata dalla Fidapa e dal suo presidente Anna Maria Picone. 
Una rivoluzionaria lezione di cittadinanza e di protagonismo.
Ripartiamo dalla luce di una candela per ritrovare le nostre origini e il nostro spirito. 

Raimondo Moncada 

sabato 16 novembre 2019

Don Gerlando Lentini, prete soltanto prete

“È morto don Gerlando Lentini”. È il titolo di un articolo del giornale Ripost, a firma del direttore Enzo Minio, che mi arriva come messaggio su WhatsApp. Me lo invia in mattinata il collega giornalista Salvatore Castelli, lo stesso che nel 2017 mi ha consentito di far visita a padre Lentini, tanto conosciuto, per il suo sacerdozio, per le sue idee, per la sua attività editoriale. Era direttore del giornale La Via, con cui raggiungeva mezzo mondo via email e autore di diversi saggi. Dopo il nostro incontro, cominciò ad arrivare pure a me, in formato digitale. Negli ultimi mesi, a causa delle sue condizioni di salute, non mi è più arrivato. 
Ricordo il giorno del nostro incontro. Era la prima volta che ci conoscevamo. Mi ha aperto la porta, mi ha fatto accomodare, ci siamo messi a parlare, ma mi ha chiesto non solo di non fargli alcuna foto ma anche di non pubblicare alcuna sua foto a corredo di quello che avrei scritto. Promessa mantenuta, allora. Oggi però, per un omaggio a lui, la foto l’abbiamo chiesta a Salvatore Castelli che l’ha pescata nel suo sconfinato archivio personale. Salvatore mi invia anche un editoriale di don Gerlando Lentini dal titolo “Prete soltanto prete” in cui si dice tra l’altro: “Non ci siamo fatti preti, né il Vescovo ci ha consacrati, per essere dei semplici burocrati della grazia di Dio, ma per tendere continuamente e sempre più perfettamente alla sequela di Cristo, sempre e dovunque, in qualsiasi momento e in tutte le circostanze della nostra vita”.  

Apro nel pomeriggio la posta elettronica e mi accorgo che alle 13,45 mi è arrivata una email dalla redazione del Giornale La Via: “Gentile lettore, oggi 16 novembre 2019 alle ore 4:00 il Signore ha chiamato a séil Sacerdote don GERLANDO LENTINI. Preghiamo il Signore affinché lo accolga nella sua dimora di luce e di pace. La camera ardente sarà allestita da giorno 17 novembre dalle ore 16:00 alle ore 19:00 presso la Chiesa di San Giuseppe. I funerali si terranno presso la Chiesa Madre di Ribera giorno 18 novembre alle ore 15:00”.


Ecco di seguito riproposto l’incontro di Ribera, pubblicato su Malgrado Tutto il 2 febbraio 2017.   


Ha oltrepassato il traguardo del mezzo secolo di vita. Un record per un giornale di frontiera. Il primo numero è uscito nell’agosto del 1966. Da allora non si è fermato, mantenendo la forza, il carattere, l’identità, lo scopo originale. Negli anni, ha aumentato il numero dei lettori e la diffusione. Viene spedito in tutto il mondo con posta tradizionale e con innovativa email, rispettando il format iniziale: il foglio ciclostile. Stiamo parlando de “La Via”, con sede a Ribera.
Me ne parlato a telefono, per la prima volta,il direttore di Malgrado Tutto Egidio Terrana, a cui da anni puntualmente arriva ogni mese. Incuriosito mi metto sulle tracce del direttore responsabile, Gerlando Lentini.Il cognome mi richiama Favara, ma lui è nato ed abita a Ribera. Chiedo aiuto all’amico e collega Salvatore Castelli. Mi dice di conoscerlo e si ricorda pure a memoria il numero di telefono. Decidiamo di andarci. Non telefoniamo prima per annunciare la nostra visita. Bussiamo, a metà mattinata, al citofono di casa. Ci apre e ci fa entrare in una stanza-studio traboccante di immagini e testi sacri. Ci sono anche monografie su personaggi religiosi, e non solo, di cui è autore lo stesso Gerlando Lentini. Ci riceve in abito talare. È un prete. Dopo il seminario ad Agrigento, è stato ordinato “sacerdote diocesano” nel 1941, all’età di 22 anni. Ora ne ha 87. Ci fa accomodare. Stava scrivendo, su un computer portatile dove imposta e prepara La Via. Prima li scriveva su una vecchia macchina da scrivere, una Lettera 22, e li stampava con un ciclostile. Poi è arrivata la modernizzazione, e ha fatto ricorso alle rotative di una tipografia, ma rispettando sempre il formato: fogli A4 spillati in un angolo.
Il cognome Lentini – ho conferma – è di Favara.L’intuizione era giusta. La sua famiglia è di Favara. Il padre di don Gerlando, Raimondo, era scultore, scalpellino, artista, poeta, “che studiò letteratura e architettura”, e che giovanissimo venne chiamato a Ribera per realizzare il campanile della Chiesa Madre. Poi ha messo radici, chiamato a Ribera e in tutto il circondario per altri apprezzati lavori.
Don Gerlando Lentini è nato nella terra di adozione del papà. Qui cresce fino alla vocazione: “Ho voluto farmi prete per celebrare messa, per l’Eucarestia”.  Si fa prete, insegna al seminario, ma ha sempre avuto la passione per la scrittura, per la ricerca, per la saggistica, per la storia. È autore, mi dice, di una settantina di pubblicazioni che non ha mai presentato in pubbliche occasioni perché non ama la visibilità, non ama apparire. Ed è per tale ragione che tengo da parte la macchina fotografica.
Me ne fa vedere una, un libro pubblicato con l’editore Gribaudi.È un saggio sulla vita di don Lorenzo Milani“Servo di Dio e di nessun altro”.  Mi parla della genesi dell’opera, degli incontri a Firenze con la mamma di don Milani. Ne esalta la figura, di un prete vero
E “Prete” è il titolo dell’editoriale in prima pagina a sua firmache apre l’ultimo numero de “La Via”, il primo del 2017. Me ne fa dono, assieme agli ultimi numeri del 2016 e a tutta la collezione del giornale, raccolta in digitale in un Cd Rom. In copertina il nome della testata e la specificazione “Mensile di Cultura”. Il periodico non nasce a Ribera ma a Favara. Scopro l’origine cliccando sul primo file del Cd-Rom. Aprendo il primo numero, uscito nell’agosto del 1966, si legge: “Redazione presso Collegio di Maria – Favara (Agrigento)”. Nasce – apprendo poi –dagli ambienti di Azione Cattolica e viene firmato da un gruppo di insegnanti. Sempre sulla prima pagina del primo numero si legge anche a chi è rivolto “Ai professionisti di Favara”. Accanto alla testata i nomi dei primi collaboratori: “A cura di: Lillo Arancio, Totò Capodici, Anna Contino, Gerlando Lentini, Carmela Salamone e Lia Sorce”.  In prima pagina la “Presentazione” del giornale con espresso “lo scopo di questi fogli ciclostilati: vincere le tenebre del male con l’aiuto reciproco, esortandoci vicendevolmente, illuminandoci gli uni gli altri sui problemi dello spirito”. E poi continua: “Chi scriverà la Via? La collaborazione è aperta a tutti, a chiunque ha qualcosa da dire ad edificazione dei fratelli. Accoglierà anche articoli di critica? Certo; ma a una sola condizione: che la critica non demolisca per fare il deserto, ma per costruire qualcosa di più bello. Quali argomenti? Tutti quelli che possano contribuire a un potenziamento dei valori dello spirito”.

Da quei quattro fogli ciclostilati del 1966(non ero ancora nato), si è passati ai dieci dell’ultimo numero, ben curato, e sempre a più firme. Il giornale si apre con l’editoriale di padre Gerlando Lentini che cura anche la seguitissima rubrica di “Lettere al Direttore”, con lettori che scrivono da più parti: Roma, Partanna, Milano, Palermo, Agrigento.
L’iniziativa editoriale, è riportato a piè dell’ultima pagina“non ha alcuno scopo economico, ma solo quello di fare disinteressatamente un servizio culturale a tutti quelli che l’accettano”. A Ribera sono in 500 a riceverne copia, nel resto dei Comuni siciliani se ne distribuiscono altre 500 copie. Poi oltrepassiamo lo Stretto di Messina, con “La Via” che prende la strada dei cinque continenti. Arriviamo a quota 2.000 copie stampate. Da tanti paesi arrivano offerte libere, di cuore, a sostegno del giornale. Nel bilancio consuntivo 2016, pubblicato nel primo numero del 2017, si leggono i nomi dei recenti sostenitori e la loro provenienza: Mondrone, Okara, Sciacca, Ribera, Garbagnate, Favara, Palma di Montechiaro, Partanna, Agrigento, Naro, Trapani, Campobello di Licata, Torino, Realmonte, San Cataldo, Palermo, Milano, Aragona, Birmingham, Cagliari, Marsala.
Don Gerlando Lentini ne è stato sempre alla direzione.Un giornale che rispecchia, coerentemente, il suo modo di intendere la missione del prete, la sua visione della vita, il ruolo della Chiesa Cattolica, l’essere e il vivere da veri e buoni cristiani.
Gli chiedo come è nata questa sua vocazione per la scrittura?Mi risponde in modo chiaro e deciso: “Faccio il prete, e siccome la Parola si fa scrivere la scrivo”.

giovedì 14 novembre 2019

Il cacciatore di sviste


Errare humanum est, ma se c’è a controllarti il perseverante e diabolico Totò Castelli finisci a malafigura. I detti antichi e anche quelli moderni nati su dolorose esperienze non sbagliano mai e mettono in allerta. Ti dicono: presta la  massima attenzione o altrimenti ti può finire male. E il male di oggi non è l’errore in sé ma la segnalazione di Salvatore Castelli, meglio conosciuto come Totò dai tanti, tantissimi amici. E io sono tra questi, tra gli amici e tra i segnalati. Perché a Totò non sfugge nulla, neanche un refuso innocente, perdonabile, su cui si potrebbe benissimo sorvolare. 

Lui invece lo nota, lui lo legge, lui lo evidenzia, lui lo fotografa, lui lo incornicia, lui te lo manda per Whatsapp col titolo “la svista quotidiana” e prima ti fai una bella risata con lui e poi, quando ti accorgi che l’autore della svista sei tu, diventi rosso come l’unico lumino acceso al cimitero: ti notano tutti, in terra e nell’aldilà e non hai dove nasconderti. 

Il giornalista vive allora nel terrore di sbagliare. E sbaglia. Perché l’ansia da prestazione lo fa sbagliare. E sbaglia perché sbagliare è normale quando si scrive (la figura del correttore di bozze è nata per questa ragione, anche se negli ultimi tempi è colpevolmente sparita; così come esiste nel mondo dei libri la figura dell’editor che guarda anche altro). Ed è normale errare quando si scrive al computer o con lo smartphone (come sto scrivendo adesso io  questo pezzo e sono terrorizzato all’idea di un nuovo erroraccio). Diceva il maestro Andrea Camilleri: “io prima scrivo al computer ma poi stampo su carta, perché il computer nasconde gli errori”. 

Un bel consiglio, per tutti, altro che digitalizzazione ed eliminazione della carta!

Ci vuole quindi bravura a scovare gli errori su antichi supporti cartacei ed eccellenza a scovarli sugli innovativi display e schermi di pc dove comunque la lettura non è profonda, ma superficiale e stancante.

Ma come caspita fa dunque Salvatore Totò Castelli? In un mondo accelerato, nevrotico, frettoloso, ansiogeno, affaticato, appesantito da miliardi di notizie, lui legge tutto e con calma Zen: titoli, sottotitoli, sommari, didascalie e articoli di quotidiani condominiali, zonali, cittadini, provinciali, regionali, nazionali e internazionali (anche testate illustri). Ogni giorno si informa su tutto e ti trova l’errore. Perché un errore c’è sempre. Sei tu a non vederlo. È il lettore comune a non notarlo nella fretta e nella superficialità della lettura. Ma un lettore attento, attentissimo, divoratore di giornali, lo nota. 

Un “grande anno” può così trasformarsi in un “grande nano”, un “antidroga” in “antidrogra”, un “trova” in “torva” giusto per citare solo gli ultimi errori scovati. 

Siamo in tanti ad essere stati segnalati da Salvatore Castelli, che alla fine si diverte e ci diverte in quello che è un gioco scherzoso, ironico, com’è sempre stato nel suo carattere. Salvatore Castelli, non dimentichiamolo, è stato direttore del periodico satirico “Ribera, città del riso” e continua a scrivere note pungenti sul settimanale “Momenti”. Giornalista e funzionario in pensione del Comune di Ribera, è conosciuto e apprezzato come storico corrispondente del Giornale di Sicilia (mezzo secolo di militanza). Una firma, una garanzia di serietà, professionalità, puntualità, moralità, tutto casualmente con l’accento sulla “a” (non è un errore). E non solo gli piace scrivere, ama anche fotografare. Il suo collo ha sempre indossato una macchina fotografica, come una cravatta (se gli sposti il colletto della camicia noti il segno). Ed ecco allora immagini su immagini immortalate le anomalie nei quartieri, le stranezze sui muri, le meraviglie della natura: come la scritta sgrammaticata su una saracinesca, come un segnale stradale che non segnala nulla, come un frutto che si presenta a una pia cliente con le inequivocabili sembianze di un genitale (ne ha anche fatto un libro). 

Qualcosa di strano lo notiamo anche in lui, come quello di gestire due profili Facebook: uno come Salvatore Castelli e uno come Totò Castelli. E poi è un uomo che non si ferma mai. Oltre a essere uno spietato cacciatore di sviste giornalistiche, è anche uno straordinario musicista-cantante (ama esibirsi proponendo il repertorio di Rosa Balistreri), un infaticabile operatore culturale (è tra i dirigenti dell’Auser e tra i promotori del premio letterario “Ganduscio”), un amico sempre disponibile. 

Salvatore Castelli - diciamolo pure - è ora sotto quotidiana attenzione di tanti amici colleghi che non aspettano altro che una sua virgola fuori posto, per fargliela timidamente notare con tanto di avviso pubblico, manifesti, murales, autogestiti televisivi, interrogazioni parlamentari, intervento a reti unificate del presidente della Repubblica. 


Lui, il cacciatore di sviste, non si può dunque permettere di sbagliare. È condannato a fare sempre bene. 

Nella speranza di avere scritto questa noticina senza alcun errore (ho già l’ansia! perché è certo che ci sia almeno un refuso), colgo l’occasione per inviare un personale e affettuoso abbraccio al caro e ineguagliabile amico Tatò. 


Raimondo Moncada 


domenica 3 novembre 2019

Il potere del like


C’è chi conta, si conta, ti conta i like sui social che contano: Facebook, Twitter, Instagram... Ed è bellissimo. Perché tutto ormai si misura col like, anche il piacere, anche l’amore, anche la fede, anche la leadership, anche il valore di quello che sei, di quello che dici, di quello che esprimi, di quello che fai. Senza like, ormai, non sei più nulla anche se sei qualcuno: un Pirandello, un Camilleri, uno Sciascia senza like sui loro personali profili social, chi ci rappresenterebbero oggi? 

Non sarebbero la stessa cosa. Sarebbero squalificati. 

Chi ha i like, tanti like, così come tanti follower, tanti amici, tanti contatti (anche a pagamento), è invece - per psicologica conseguenza - un grande campione, un grande pensatore, un grande scrittore, un grande artista, un grande uomo, anche se non sa calciare, non sa pensare, non sa scrivere, non sa fare niente. Sa prendere i like, ed è questo che oggi conta. E se ha tanti like, anche se non sa fare nulla, viene pure ricercato per fare qualcosa da poter vendere, perché promossi influencer che influenzano le azioni, i pensieri, le scelte di milioni di loro seguaci. E se non sanno fare nulla non importa. E chi dice che non sanno fare nulla? Sono riusciti ad attirare un numero spropositato di adoranti follower e a farsi mettere un numero spropositato di “mi piace” a qualsiasi post, foto, video, belli o brutti. 

Il messaggio che passa, chiaro, penetrante è: fate di tutto per avere più like! concentratevi solo sui like e lasciate stare il pensiero, il ragionamento, lo studio, l’esercizio, la scrittura, la creatività, l’impegno, la spensieratezza, la libertà, una semplice passeggiata, una giornata off di non like. 


In un mondo di like, più o meno veri, più o meno spontanei, la tentazione è però forte, irresistibile. Per questo si parla di dipendenza. Si potrebbe provare per gioco a sentirsi schiavo del like. Provare l’ebbrezza della sua ossessione. Stare in attesa del click e accumulare tutti quei punti che d’un colpo ti danno l’attenzione globale e l’attestazione che sei un grande per acclamazione virtuale. 


E ora ti prego: metti un bel like a questo post. Comincerò a contarti e a contare per provare a contare.

Se ti senti stordito o preso in giro, non mettere niente. Leggi e vai avanti. Non è successo niente. E non sono nessuno.


Raimondo Moncada

giovedì 31 ottobre 2019

I morti in Sicilia sono vivi


I morti in Sicilia sono vivi. A inizio novembre i cari defunti ritornano non facendosi vedere ma sentire, percepire, con una presenza vera e non risparmiandosi a donare cannistri su cannistri, ceste di dolci assortiti, e giocattoli. I morti, dalle mie parti, sono molto generosi, soprattutto i nonni, tanto attesi in questi giorni dai piccoli nipoti.
Io sono stato piccolo e sono stato un nipote esigente e viziato e posso dare viva e commossa testimonianza dell’arrivo e della presenza dei miei cari defunti. Bambino, stavo giorni ad attendere con ansia i miei nonni che, proprio nel giorno dei morti, si facevano vivi. Non si dimenticavano mai di me, dei miei fratelli e di mia sorella. Ritornavano sia i nonni che avevo conosciuto in vita sia i nonni che non avevo mai visto di presenza perché morti tanti anni prima della mia nascita, come il nonno di cui porto il nome morto nel giorno dei morti del 1948 dopo l’incubo della seconda guerra mondiale. E arrivavano di notte, approfittando del sonno dei nipoti, facendoci trovare tavolate di pupi di zucchero, taralli, frutta martorana, bambole, biciclette e pistole giocattolo. Trovavamo tutto quello che confidavamo ai nostri genitori che giorni prima ci interrogavano:
“Cosa avete chiesto ai morti?”
E noi a rivelare i nostri desideri, anche le cose più costose, anche le cose non alla portata delle finanze di allora. Ma lo chiedevamo comunque perché i nonni sono generosi e accontentano sempre i nipoti. Ricordo una volta una richiesta azzardata: la pista elettrica con le macchine da corsa. L’avevo vista a casa di un altro bambino e la desideravo pure io. Non riuscendola ad avere in altri giorni normali dai genitori mi arrivò dal cielo, da un altro mondo, dai nonni. Perché ai nonni si può chiedere di tutto anche le cose che i genitori non si possono in quel momento permettere.
Anche se defunti per gli altri, per noi vivevano, ritornavano a vivere. Aprivamo gli occhi nel giorno dei morti ed era festa per noi bambini. I cari defunti erano tra noi. Ce lo certificavano mamma e papà:
“Questo te lo porta nonno Raimondo, questo nonna Rosina, questo nonno Peppe, questo nonna Carmela.”
Lo ricordo ancora, nella mia prima casetta di Vicolo Seminario, nel vecchio quartiere di San Gerlando, ad Agrigento. Ogni anno si ripeteva questa meravigliosa tradizione, ed è durata fino a quando la curiosità non ci ha portati a scoprire la lunga mano di mamma e papà, complici dei loro genitori. Peccato. È crollato di colpo tutta quella magia. La curiosità, mossa dal sospetto di un’età sempre meno infantile, ha fatto morire la meraviglia della tradizione dei morti che negli ultimi anni sembra pure essere scemata.
Nelle pasticcerie, nei bar, vedo che resiste ancora la frutta martorana e resistono anche i taralli e quei dolci che si chiamano ossa di morto che per masticarli ti devi far prestare una dentiera d’acciaio. Io ricordo anche i riccetti di mandorla, che mi arrivavano da Palma di Montechiaro, paese dei nonni materni.
Dalla lamentela di un nonno, registro oggi che non tutti continuano l’usanza come quella ad esempio di preparare i pupi di zucchero. Nonno che però non si rassegna e che mette un mondo sottosopra per accontentare le richieste di nipoti ormai cresciuti ma legati sempre a una tradizione che alla fine è solo un legame di amore tra generazioni, tra le radici di una famiglia e le sue nuove infiorescenze.
Come mi piacerebbe svegliarmi nel giorno dei morti e ricevere ancora una volta un pensiero dai miei cari nonni: Raimondo, Rosina, Giuseppe e Carmela!
In ogni caso, con un fiore in mano, con l’odore di un fresco tarallo, di un dolcissimo riccetto di mandorla, chiuderò gli occhi per sentire la fragranza della loro presenza in compagnia di figli, diventati a loro volta nonni, che da tempo sono andati via da questa terra, rimanendo però vivi dentro di me.

Raimondo Moncada  

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