mercoledì 29 agosto 2018

Il prete con l’asino che fermò le bombe



Don Michele Arena rivive, nei suoi luoghi, nel cuore della sua città. Rivive? Molto probabilmente padre Arena non è mai andato via da questo lembo di terra che lo stesso sacerdote ha aiutato in ogni istante della sua vita. Lo ha dimostrato il numero di repliche e l’affluenza da tutto esaurito dello spettacolo Dixmude di Salvatore Monte, autore e regista della rappresentazione che per un mese è andata in scena dentro e fuori il complesso monumentale delle Giummare. 
Una “favola musicale” che ha visto coinvolte quaranta persone, tra ballerini, cantanti, attori. Con alcuni di loro ho pure recitato qualche anno fa nel Gruppo Teatro 13 nella commedia Niente sesso siamo inglesi. Un divertimento!
Di tutt’altro tenore e spirito lo spettacolo su Padre Arena, un omaggio nei confronti di un personaggio ancora molto amato a Sciacca, rimasto nella memoria collettiva, nella storia di una comunità che è accorsa in massa a vedere, ad assistere, a partecipare, ad applaudire e, in simbiosi con la rappresentazione, a ringraziare un uomo, un sacerdote che tanto bene ha fatto a Sciacca, in Sicilia, in Italia e anche in Francia. Perché la figura di Padre Arena è legata alla sua attività pastorale in favore degli ultimi, dei poveri, degli orfanelli (girava per le vie di Sciacca con un asino di nome Giummarello per raccogliere aiuti materiali da destinare ai bisognosi). Ma la sua persona è intimamente legata anche alla tragedia del dirigibile francese, il Dixmude, che precipitò a largo del mare di Sciacca nel dicembre del 1923 causando una strage: morto il comandante  Du Plessis e morti gli uomini dell’equipaggio. 
Lo spettacolo rievoca quei momenti, l’azione di Padre Arena nelle operazioni di recupero e di commemorazione delle vittime, la gratitudine del governo francese che volle tributargli la Legion d’Onore. 

Intensi momenti di storia rivissuti a quadri, in più dimensioni, tra Francia e Italia, sfruttando luoghi reali diventati per l’occasione vivi palcoscenici: l’atrio Valverde, la chiesa e gli interni del complesso Monumentale delle Giummare aperti per la prima volta al pubblico dalle suore del convento di Santa Chiara (anche loro dentro le scene, protagoniste). 

Ho potuto così visitare un mondo mai visto, un tempio dello spirito, un luogo di preghiera, di riflessione e di azione di uno straordinario religioso. Ho raggiunto lo spazio privato dentro il quale padre Arena si raccoglieva; ho girato attorno alla sua scrivania su cui poggia il plastico della colonna votiva che fece erigere al Viale delle Terme con in vetta Notre Dame de Fourviere; ho visto da vicino le cose a lui più care, i suoi libri, i suoi quadri, e i tre attestati di riconoscimento  provenienti da quella Francia diventata a tal punto amica di Sciacca che durante il secondo conflitto mondiale - rievoca lo spettacolo - non sganciò una sola bomba sulla città. 
È un viaggio per narrazioni e suggestioni che ha visto, tra gli altri, sulle scene: Riccardo Plaia, Domenico Vernagallo, Luigi Ciaccio, Consuelo Ciaccio, Samanta Misuraca, Patrizia Di Fede, Giovanni Giglio, Silvana Bono, Alessandro Bonacasa, Emanuela Bacchi, Aleandro Rizzuto, Gabriele Fazio, Vittoria Casandra. Voglio poi ricordare Luigi Sclafani che ho visto per la prima volta nelle vesti di attore e Vincenzo Raso che da piccolo recitò nel film Sedotta e abbandonata di Pietro Germi. 
L’ultima replica del Dixmude, programmata a grande richiesta e alla quale ho assistito, si è chiusa con la recita di una  preghiera di ringraziamento a padre Arena scritta all’epoca da un orfanello e recitata da uno dei bambini attori. E poi, forse perché in un periodo di vacanza-studio dedicato a un personale viaggio nelle radici della città (puoi provare a conoscere un luogo avventurandoti nella trama della sua scrittura!), mi è anche rimasto dentro un invito dell’amato sacerdote interpretato dal maestro Riccardo Plaia e a cui, nel mio personale racconto, dedicherò lo spazio che merita: 

Non dimenticate mai la storia della vostra città. Abbiatene cura. È un bagaglio troppo prezioso per essere perduto”. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 

mercoledì 22 agosto 2018

Il cuore di Napoli nel cuore della Sicilia



Il cuore di Napoli con i “Cattivo costume” nel cuore della Sicilia, nel teatro Andromeda, nel cielo di Santo Stefano Quisquina dove tocchi le nuvole con un dito. Echi del Regno delle Due Sicilie, tra musica, teatro e altro ancora che solo uno spettacolo dal vivo, vissuto con la sensibilità dei cinque sensi, riesce a restituirti. 

Tante cose in comune con Napoli, a cominciare dal comune sentire. Sotto la pioggia e i fulmini di uno strano agosto, mi sono incamminato per assistere ancora una volta a uno spettacolo multiforme, tipo di spettacolo che ne contiene tanti altri. Per la prima volta ho respirato il soffio di Andromeda, teatro scolpito tra cielo e terra da Lorenzo Reina. Per la prima volta ho assistito anche a un intera rappresentazione degli amici napoletani dei “Cattivo costume”, un duo composto dagli straordinari Marco Milone e Roberta Izzo, che da qualche anno apprezzo nelle loro partecipazioni musicali a Dedalo Festival e a concerti assieme al comune amico e artista Ezio Noto. 


Un duo che vale un’orchestra. Perché in due suonano più strumenti; in due cantano, recitano, mimano, suscitano emozioni con un semplice effetto vocale o una corda di chitarra pizzicata. E ad Andromeda hanno portato in scena un’opera che ha fatto vibrare in me corde lontane che un tempo suonavano con uguale intensità a Napoli e nella mia terra, quando non c’erano distanze, quando non c’erano divisioni territoriali. I Cattivo costume hanno proposto ad Andromeda “La leggendaria storia di Giovanni Senzaterra”, primo atto della serie ‘O cunto e ‘a ‘mbasciata (è anche un libro è un disco). Una narrazione tra cunto, musica e teatro sulla condizione sociale di oggi e la natura dell’uomo. L’opera è in tournée da un paio d’anni in diverse regioni d’Italia. È il frutto di un’appassionata ricerca e un argento studio sui cantastorie e i cuntastorie dell’Italia meridionale. Alla fine dell’applaudita esibizione (tra il pubblico anche spettatori provenienti da Pompei!), ho espresso a Marco e a Roberta le mie sensazioni. Le vibrazioni che ho sentito hanno così trovato una risposta non solo in quella terra che ai tempi del Regno delle due Sicilie è stata humus comune anche nell’arte. Ho trovato risposta nelle ispirazioni di Marco Milone, autore dei testi. Marco è partito dal profondo sud, leggendo e assimilando il canto di Ignazio Buttitta e Ciccio Busacca per poi proseguire una ricerca da cui è riuscito a distillare un’opera originale che arriva nel profondo, con la parola, con i gesti, con gli sguardi, con le maschere e soprattutto con la sincera passione di due artisti che fanno arte plasmando energie invisibili. 


Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it 


P.S. Per saperne di più visita il sito dei Cattivo Costume

www.cattivocostume.wordpress.com

martedì 21 agosto 2018

Il pastore che recita Shakespeare e cerca la sua Giulietta

Risate piene, inattese, ma amare, di quelle che poi ti spingono alla riflessione e ti toccano il cuore e ti rimproverano pure: perché ridi?
Mi sveglio con questa considerazione dopo aver visto, nella stellata arena del Multisala Badia Grande di Sciacca, Polifemo’s dream, la nuova opera del regista saccense Paolo Santangelo. Per me una sorpresa: sia per il contenuto sia per la forma del racconto. Mi aspettavo un film e invece è stato presentato all’inizio come un docufilm, ovvero un film documentario.
Ma non è neanche un docufilm. È qualcosa di diverso.
Vieni travolto dall’esplosione di un’umanità, di una voglia di vivere con gli altri e come gli altri, per troppo tempo soffocata, mortificata, presa in giro, di un pastore ora quarantenne, Gaspare Vitabile, che Paolo Santangelo coglie e segue con grande sensibilità con la sua macchina da presa.
Nella pellicola c’è la rivelazione della sofferenza di un bambino pastore, figlio di pastore, che dalla campagna, dal suo mondo, si sposta in città a frequentare la scuola, elementare e poi media, e scopre e vive la propria diversità che non è ricchezza ma povertà, disagio, vergogna. E vive questa diversità (“u picuraru”) per il comportamento e le parole dei compagni, per le parole e il comportamento degli insegnanti. Vive l’emarginazione, si sente come un extracomunitario nella propria terra, con la sua faccia perennemente bruciata dal sole e dunque in inverno segno distintivo, con le scarpe che lasciano sul pavimento della classe la creta della sua provenienza. A tratti è spiazzante. A tratti è poetico. A tratti è commovente. A tratti è surreale. A tratti è volutamente silenzioso, lungo nel pascolo perché il tempo di un pastore è dilatato e senza tempo (e questo, non essendo il tuo tempo, ti infastidisce, mette angoscia). A tratti è scoppiettante con scene pittoriche in cui si inseriscono personaggi da sogno provenienti dall’altra società (riconosco gli attori Pippo Graffeo, Simona Bruccoleri, Lillo Sutera, Lillo Sarullo e Rosaria Fisco ecc.) quel sogno che è una costante nel film perché il suo protagonista, vero, in carne e ossa, sogna di cambiare la propria vita dopo avere cercato inutilmente l’amore con un colpo di fortuna. A tratti ti guardi con chi ti siede accanto sconvolto perché ci sono momenti che non ti aspetti e che ti spingono al sorriso poi soffocato dalla coscienza di una vita che vuol prendere un’altra trazzera rispetto a quella segnata dal destino. Esci dalla visione frastornato perché alla fine hai visto un film che per il tuo cervello significa finzione. Ma finzione non è. È la realtà cruda di un ragazzo che è nostro compaesano, nostro vicino di casa, nato e cresciuto in campagna, dove vive, dove lavora, dove si è formato, dove si è istruito, leggendo, guardando la tv, smanettando col cellulare, chiedendo all’assistente vocale informazioni su un film. E scopri che un pastore, Gaspare Vitabile, a cui va il mio sentito applauso e il mio abbraccio, oltre a una disumana forza di volontà e resistenza, sa anche esprimersi bene in italiano, sa recitare con sorprendente espressività intere scene di film come un navigato cabarettista di Zelig o Colorado, sa recitare intere scene d’amore di William Shakespeare, impersonando quel Romeo che, nel suo caso, tanto avrebbe voluto (e vorrebbe ancora) trovare e amare la sua cara Giulietta (in lui, col tempo, si è incarnato un pregiudizio sulle donne che supererebbe, ne sono sicuro, alla prima sincera carezza).
Nel film ci sono tante verità che fanno pure male, che ti arrivano dirette dalle confessioni di Gaspare Vitabile e che leggi negli insistiti e ossessivi primissimi piani del suo volto dove è scritto un romanzo in corso, senza ancora il bel finale, che Paolo Santangelo ha tradotto in immagini delicate, empatiche, eloquenti.

A corredo di questa nota personale vorrei menzionare gli attori di tutto il cast: Pippo Graffeo, Lillo Sutera, Simona Bruccoleri, Lillo Sarullo, Simona Fisco, Vincenzo Segreto, Antonino Maniscalco, Davide Santangelo, Ignazia Piazza, Giusi Bongiovì, Salvatore Viviani, Gaetano Maniscalco, Sebastiano Vitabile, Salvatore Amplo, Luciano Maniscalco, Gino Alba, Riccardo Santangelo, Vincenzo Abbene, Vincenzo Genuardi.


Raimondo Moncada

lunedì 20 agosto 2018

Fuoco d’arte divampa a Selinunte



Per noi siciliani, lo straordinario dovrebbe diventare ordinario pur rimanendo straordinario perché di cosa straordinaria si tratta. Ma non riusciamo a “sfruttare”, nel senso migliore del termine, le nostre miniere d’oro. Una riflessione fatta con Piero Carbone domenica mattina, spettatori ancora presi di uno spettacolo, anzi di più spettacoli contemporaneamente all’interno dell’immenso parco archeologico di Selinunte, meraviglia incorniciata da un azzurrissimo mare e da un cielo che ti regala ogni giorno autentici quadri. Al di là dello spettacolo della natura, di quello divino dei Templi, sto parlando di Napordu che, ai piedi del tempio di Hera, ha aperto il Festival della luce con direzione artistica di Giacomo Bonagiuso. Uno spettacolo di musica e di teatro iniziato prima dell’alba, al buio, e proseguito tra mille sfumature di luce sulle colonne doriche e sull’Agamennone piangente di Salvatore Rizzuti, fino al pieno sorgere del sole. Lunghi applausi per un’opera corale che ha visto protagonisti: il cantautore Ezio Noto, l’attrice Lucia Alessi,  il Collettivo Urbano d’Arte di Castelvetrano diretti da Massimo Pastore, i Cattivo Costume (Marco Milone e Roberta Izzo), i Disìu e altri signori artisti: Pasquale Augello, Libero Reina, Pino Tortorici, Totò Randazzo, Marco Caterina, Valeria Cimò, Mauro Cottone, Nanni Cicatello, Vincenzo Scaturro. Scultore dei suoni Francesco Barbata.

All’alba! non avevo mai fatto l’alba per assistere e poi godere di uno spettacolo musicale e teatrale nello spettacolo dei templi greci e nello spettacolo del sole che spacca la notte: fuochi d’arte divina. Da siciliano scettico mi sono anche domandato: ma chi si alzerà nel cuore della notte per venire al buio a Selinunte? A quell’ora si dorme, si sogna, sotto la confortante calura del lenzuolo.  

Anche vedere gli spettatori entrare a piedi nel grande parco archeologico è stato uno spettacolo. 

C’è stata gente che, per spostarsi da paesi distanti ed essere a Selinunte alle 5 del mattino, si sarà svegliata qualche ora prima (qualcuno non ha neanche dormito). Ebbene, tutte le sedie riservate al pubblico si sono riempite una dopo l’altra, così come i ruderi di colonne che alla bisogna si sono trasformate in sedute di sacra pietra. Ho visto anche gente in piedi con maglioncino . E gente (siculi e anche turisti) che si godeva i molteplici spettacoli girando attorno a quel teatro e vedendolo da ogni angolazione possibile. 

Straordinario! Che rimane tale se queste straordinarie iniziative rimangono isolate, se diventano solo appuntamenti estivi. Finita l’euforia dell’estate, è come se finisse tutto. Ci dimentichiamo e si dimenticano delle meraviglie del parco, ci dimentichiamo e si dimenticano dei palcoscenici naturali, ci dimentichiamo e si dimenticano degli artisti locali, ci dimentichiamo e si dimenticano di una terra che potrebbe vivere anche in inverno del suo straordinario patrimonio artistico (inteso come insieme smisurato di monumenti e come insieme di eccezionali risorse umane: musicisti, attori ecc.). Far diventare lo straordinario ordinario, continuo, ogni mese, ogni giorno, in estate, in autunno, in inverno, in primavera, col sole e con la pioggia, all’aperto e al chiuso, in ogni condizione. 

Di questo abbiamo parlato lungamente con Piero Carbone nel palcoscenico di Selinunte, con sincerità, non recitando. Lo abbiamo fatto senza pubblico che forse il pubblico per i fatti suoi faceva in privato le stesse considerazioni.

L’espressione dell’arte non ha tempo, non ha dimensioni, non ha luoghi. Ha solo bisogno di essere espressa  come si esprime il sole quando ogni mattino puntuale rompe la notte. Esprimiamola, comunque, la nostra arte, anche senza palcoscenico. Tenersela dentro ci fa ammalare. Non si può impedire al sole di fare luce. 


Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it 


martedì 7 agosto 2018

La strada della sorte: Palermo-Agrigento


Alla fine conviene fare il giro largo per arrivare prima. Ho misurato, di persona, metro per metro, con la mia macchina a quattro ruote. La strada “Palermo-Agrigento” non la percorrevo per intero, da punta a punta, da una vita, probabilmente dal mio periodo universitario, quindi da circa trent’anni. Allora viaggiavo pure in autobus o in treno che ti permettevano di leggere o dormire. Altra epoca, che mi fa sentire vecchio, ma non ancora in pensione: c’è tempo, molto tempo.  

Da allora la strada è cambiata. L’ho voluta ripercorrere più per un atto d’amore che per altro. Ma, facendola, ho compreso che ci vuole anche una buona dose di coraggio e anche di incoscienza. 

Trovandomi a Palermo, raggiunta da Sciacca attraverso la Fondovalle (poco più di un’ora di macchina, andando ad andatura zen), ho seguito l’impulso del cuore: vai ad Agrigento! vai ad Agrigento! 

Ho così deciso di andare nella mia natia città, dal percorso naturale, quello familiare, quello che avevo percorso in autobus non so quante volte, quello che facevo in macchina seduto accanto a mio padre quando andava a Palermo. Deciso: vado ad Agrigento! Apro così l’applicazione del navigatore sullo smartphone per farmi indicare la strada, la direzione che avrei ritrovato anche a intuito nei circuiti arrugginiti della mia memoria: uscire da Palermo e immettermi sulla statale che porta dritta ad Agrigento. Mi balza subito all’occhio la previsione sulla durata del percorso: 2 ore e mezzo, se mi va bene. 

Ricordavo di meno, molto meno: penso. Quasi non ci credo. Sicuramente l’App sarà sballata, il caldo le avrà modificato i circuiti, le connessioni neuronali. 

Non mi scoraggio e mi avvio, senza farmi la croce. Mi sarebbe servita. 

Non c’è traffico. Parto, nel primo pomeriggio. Lungo la strada incontro limiti di velocità che neanche a piedi si riesce a rispettare, e autovelox su autovelox, anche su lunghi rettifili, che è poi una sfortuna non riuscire a superare di 1 chilometro il limite imposto e opportunamente segnalato per chi sa guardare un’infinità di segnali. E quante deviazioni, quanti semafori, quante attese che comunque riempi considerandole oasi ristoratrici. Per chi ama la natura, la campagna, gli animali al pascolo, i paesaggi montani, l’aria buona, non ha impegni, è calmo di carattere, fa meditazione tibetana, è in buona salute, non è un paziente d’ambulanza con la sirena spietata, è una situazione ideale. 


Arrivo finalmente a destinazione. Il tragitto mi fa vivere dislivelli meteo da febbre: passo dal caldo afoso di Palermo, al freschetto e alla pioggia di Lercara Friddi, al ristoro del Motel San Pietro, al caldo di Agrigento. Giungo alla meta puntualmente dopo 2 ore e mezzo, minuto più minuto meno. All’arrivo chiedo scusa al navigatore dello smartphone. Gli faccio pure i complimenti per avere azzeccato la durata del mio viaggio-avventura, che mi ha molto ricordato i tempi del crollo del vecchio viadotto sul fiume Verdura quando fui (leggasi fui) costretto a fare il giro per le Alpi agrigentine per raggiungere il mio luogo di lavoro. 

Due ore e mezzo: Palermo-Agrigento! Da Guinness. Ma si può migliorare. In orari di punta, sicuramente si impiega di più. 

Conviene, certo che conviene, scendere (per modo di dire) da Palermo a Sciacca e poi dirigersi ad Agrigento. Fai un giro largo, ma arrivi prima. 

Scherzi a parte, la grande consolazione è, comunque, vedere tanti cantieri che stanno di fatto migliorando la sicurezza di lunghi tratti di una strada che, ricordo, avevano tanti anni fa battezzato come “la strada della morte” o la “strada delle croci”, tante, troppe croci. 

Ora è la strada della sorte: speriamo che non mi raggiunga a casa una contravvenzione per avere superato dello zero virgola il limite di velocità di 30 chilometri orari. 

Pazienza. Un giorno i cantieri saranno chiusi e, per scommessa, per togliermi il piacere, per raggiungere la mia Agrigento, mi partirò da Sciacca, raggiungerò Trapani, da Trapani andrò a Palermo, da Palermo a Messina, da Messina a Catania… scusate, ho sbagliato strada. 

Insomma, andrò appositamente da Sciacca a Palermo per rifare lo stesso percorso e godermi tutto il collegamento, dal capoluogo ad Agrigento con un’andatura e tempi di percorrenza decenti. Spero di sentirmi come al nord come mi sento al nord quando mi capita di percorrere la nuova super strada Agrigento-Caltanissetta. 

Alla fine mi sento di dire grazie a chi ha pensato, insistito, progettato, finanziato, eseguito gli interventi che serviranno a salvare sulle strade delle vite umane. Un po’ di pazienza, virtù che con i tempi che corrono sembra essere merce rara. 

 

Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it

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