domenica 29 aprile 2018

Un disperato ritardo



“Ritardo! C’è un ritardo!”

La notizia può farti urlare, saltellare dalla gioia. O, al contrario, può gettarti nella disperazione: “Come un ritardo?”

Tutto dipende da come quel ritardo lo vivi. Ma dipende anche dal luogo in cui lo vivi. Perché anche il luogo è importante. Specialmente se è popolato, pieno di gente, rumoroso, strepitante. Sono luoghi in cui, magari, non senti neanche quello che ti dicono e il tono in cui te lo dicono. Anche il tono è importante. Non basta il contenuto di un messaggio. Il contenuto spesse volte non dice niente. È il tono con cui lo dici, l’enfasi che gli dai, la sottolineatura, che riempiono il messaggio del suo valore, della sua efficacia. 

“A che punto siamo?” 

“Il ritardo aumenta, si accumula...”

E cosa devi fare? Come reagire di fronte a uno stillicidio del genere di ritardo in ritardo. Per non disturbarti con la notizia del ritardone vero e definitivo, ti danno le notizie poco alla volta. Lo fanno per abituarti, per tenerti buono buono. Questo pensi. E intanto rimani solo come tanti altri. Intanto si fa il deserto con tante solitudini. 

Non c’è la confusione di prima. Le saracinesche si sono tutte abbassate. Non vedi più aggirarsi per i lunghi e larghi corridoi illuminati personale in divisa. E tu sei seduto. Rimani seduto. Dopo che hai mangiato una piadina emiliana. Almeno questo. Te l’offrono con una bottiglietta di acqua minerale per riempirti lo stomaco, per cortesia, perché forse ti spetta, per non farti parlare, per farti attendere incollato alla sedia col cellulare in mano. Non sai cosa pensare per riempire il tempo. Meno male che c’è internet! che ti fa passare il tempo, che diluisce l’impazienza, che annacqua l’incazzatura del ritardo. 

Non hai più le forze. C’è quasi rassegnazione. Si attende con encomiabile civiltà. Sono orgoglioso della mia civiltà. Addirittura si scherza. Sento proprio persone che ci scherzano sopra. 

Siamo un centinaio, sparsi per le sale d’aspetto, seduti, come spettatori al cinema,  incollati allo schermo che ci aggiorna sul ritardo: inizialmente venti minuti, poi due ore e un quarto, poi quasi tre ore. Si attende. Arriverà. Si farà notte. Il ritardo non ti fa più né caldo né freddo: tre ore, quattro ore, cinque ore... Che importanza ha? Prima o poi l’aereo, il mio aereo, arriverà all’aeroporto Bologna, da chissà dove, per condurci a Palermo, in Sicilia, nella mia Sicilia. 

Che bello! Ascolto le persone che mettono da parte tablet e cellulari e socializzano in uno scalo deserto. Ci siamo solo noi. C’è chi ha già avvertito giù, in Sicilia, il marito autista costretto ad aspettare anche lui in macchina il ritardo. Meno male che c’è la radio, che c’è la radiocronaca con l’ultima partita della giornata di campionato e meno male che ci sono pure i grandi commentatori per i commenti finali sulla sconfitta del Napoli con la Fiorentina e la sempre contestata vittoria della Juventus. 

Non siamo più arbitri del nostro destino. Dipendiamo dalla Compagnia Aerea che non è italiana. È lei l’arbitro della nostra partita aeroportuale in cui in campo ci sono la Santa e Umana Pazienza umana e l’Impazienza Disumana e per niente Santa di chi domani mattina presto, senza alcun ritardo, deve presentarsi sull’attenti chi a scuola, chi a lavoro, chi semplicemente in famiglia, chi davanti a un giudice, chi davanti a una professoressa per le ultimissime interrogazioni che non ammetterà alcune giustificazioni per l’ennesima assenza. Intanto, ogni tot di minuti, sempre puntuale, ma mi scoccia cronometrarla, la voce gentile di una signorina in filo diffusione ci tiene compagnia: 

“Si informano i signori passeggeri che per motivi di sicurezza è assolutamente vietato lasciare i propri bagagli incustoditi”. La stessa voce te lo ripete in inglese, ma questa volta mi rifiuto di seguirla: non ci capisco niente. Preferisco stare accanto alla mia valigia con le rotelle fuori posto. 


Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it 

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