lunedì 26 febbraio 2018

Torna a Perugia il partigiano bambino Gildo Moncada

Sarà un’immersione nella storia, nell'intimo di chi mi ha messo al mondo e nelle profondità della mia famiglia. 
Già lo sento. 
Un’immersione totale, dove tutto è cominciato, dove un ragazzo di poco più di quindici anni decide in una terra allora per lui straniera, di lasciare i genitori, di lasciare ogni sicurezza, di abbandonare la dimensione della propria violata innocenza, e di aggregarsi ad altri, a tanti altri, sui monti, al freddo e al gelo, riscaldati da un anelito di speranza, da una comunione di ideali, da un unico grido: libertà!

Perugia. È ufficiale. Il libro Il partigiano bambino sarà presentato anche in Umbria, il 17 marzo. Non una data qualsiasi. A darne notizia, Gaetano Alessi, del gruppo editoriale di Ad Est che ha pubblicato il libro e da un anno lo promuove in giro per l’Italia e oltre, anche in Belgio: “Gildo Moncada torna nei luoghi dove ha combattuto per liberare l'Italia. Grazie all'Anpi per averci voluto. E il partigiano siciliano, capace di correre con una gamba sola, continua il suo cammino”.

A giorni avrò ulteriori dettagli.

Intanto, comincia il fermento interiore con i circuiti della memoria che si accendono, uno dopo l'altro. A Perugia, sono stato, ma tantissimo tempo fa. Ci ritorno dopo circa mezzo secolo. La prima volta ero un essere minuscolo, di tre-quattro anni. Allora non davo peso a niente. Tutto era una meraviglia e aveva lo stesso valore. Questa volta sarà diverso. Con pochi anni di vita, entrai nel capoluogo umbro, a bordo di una 500, con l’innocenza di un bambino e la curiosità di incontrare zii e cugini che in una parte lontana dell'Italia portavano il mio stesso cognome (un cugino anche il mio nome, il nome di nostro nonno). Adesso ci metterò piede (l'ho già fatto con la testa) con la maturità e il desiderio di un figlio che, per ricomporre la memoria di un padre, continua a cercare le schegge di una storia, di una vita, che proprio qui, nel centro del nostro Paese, venne segnata per sempre da una convinta scelta. Mio padre si ritrovò in Umbria da un giorno all’altro perché mio nonno, per mettere in salvo la famiglia dall’imminente guerra in casa, ad Agrigento, con l’annunciato sbarco degli Americani decisi a sradicare il nazifascismo dall'Europa, vendette tutto, per trasferirsi in un luogo che gli avevano assicurato essere sicuro. Ma così non fu. La guerra lo inseguì fino al 25 aprile 1945, a Brescia, a Calcinato, dove poi si rifugiò lasciando Perugia e un figlio, Gildo, che a sua insaputa, scelse di restare, per salire sui monti, entrando come volontario nella brigata partigiana “Leoni”. Due le immagini che lo legano a Perugia: i giorni della liberazione della città (19-20 giugno 1944) alla quale prese parte, e la conferenza con  il generale Harold Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia, al Teatro del Pavone (3 settembre 1944) dopo il gravissimo ferimento a Sansepolcro.

Il 17 marzo il mio ritorno a Perugia, da adulto, per parlare di mio padre, della sua storia, della sua scelta, della sua vita, nello stesso giorno in cui, nel 1944, il comandante della sua brigata, Mario Grecchi, medaglia d’oro della Resistenza, venne fucilato dai nazifascisti nel poligono di tiro. 

Avrò bisogno dell'aiuto di una forza superiore per reggere all'urto emotivo. 

Il partigiano bambino, dunque, riprende il suo cammino dopo essere stato presentato lo scorso gennaio nella biblioteca comunale "Aurelio Cassar" di Sciacca e nel liceo statale “Martin Luther King” di Favara. E dopo aver toccato nel 2017 Vignola (Modena), Ravenna, Licata, Ribera, Palma di Montechiaro, Reggio Emilia, Brisighella, Burgio, Riesi, Modena, Carpi, San Martino in Rio, Menfi, Agrigento (per ben tre volte), Roma (Camera dei Deputati), Bruxelles. 

Un'inarrestabile emozione, una memoria che continua a ricostruirsi. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it

venerdì 23 febbraio 2018

Nessuno scende più in piazza

Nessuno scende in piazza per il Sud, contro l’agonia di un pezzo d’Italia.  
Nessuno scende in piazza per il lavoro.
Nessuno scende in piazza per chi perde il lavoro.
Nessuno scende in piazza per i poveri che diventano sempre più poveri.
Nessuno scende in piazza per la difesa dei diritti calpestati.
Nessuno scende in piazza per chi muore di fame.
Nessuno scende in piazza per i dimenticati.
Nessuno scende in piazza per la fuga dei cervelli all’estero.
Nessuno scende in piazza per dire no alla guerra in Siria e ad altre mille guerre di cui non si parla.
Nessuno scende in piazza per le stragi di bambini.
Nessuno scende in piazza per le stragi occultate.
Nessuno scende in piazza per la pace, contro la guerra, contro il terrorismo.
Nessuno scende in piazza per il disarmo, contro la proliferazione nucleare.
Nessuno scende in piazza per la civiltà, contro le mafie, contro il femmincidio.
Nessuno scende in piazza per l’acqua che si riduce e che diventa più cara.
Nessuno scende in piazza per l’aria, contro l’inquinamento.
Nessuno scende in piazza per costruire il futuro per i nostri figli.
Nessuno scende in piazza per difendere le conquiste della storia.
Nessuno scende in piazza per le libertà minacciate, contro l’odio.
Nessuno scende in piazza per gli uomini, per le donne, per gli anziani.
Nessuno scende in piazza per me (e ci può stare!).

Nessuno scende in piazza neanche per vedermi, solo, in piazza, seduto su una panchina, sordo alle voci circostanti, cieco alle presenze del mondo, a digitare sul mio smartphone che nessuno scende più in piazza.  

Raimondo Moncada

giovedì 22 febbraio 2018

Una pensione agli accaniti accusatori digitali

Daranno la pensione a chi ha insultato per ore ore e ore, ossessivamente, Sciacca, la provincia di Agrigento, la Sicilia, il Sud, augurando le peggiori disgrazie: attacchi terroristici, terremoti, malattie letali, la cancellazione dalle cartine geografiche. Un violento, continuo, attacco sui social con ingiurie, invettive, minacce di morte, inviti a boicottare il territorio, a non metterci più piede (scarpato o scalzo), a zittire pure la voce di Siri e la voce dei suoi familiari che sulle loquaci mappe interattive parlano troppo continuando colpevolmente a indicare Sciacca e la Sicilia quali mete turistiche da visitare.
Dichiarazioni a mitraglia che non si contano più, battute e ribattute sui social attraverso la tastiera di computer e smartphone. Un’azione fisica, usurante che sta coinvolgendo migliaia e migliaia di utenti da tutt’Italia, accaniti, inferociti, di cui la mia turbata immaginazione ha visto il luccichio negli sviluppati denti canini.
Un incubo!
Utenti che da giorni e giorni, hanno scritto, e scrivono ancora, abusando dei delicati polpastrelli nell’inarrestabile foga diffamante.
Ci vorranno i certificati medici. Ma possiamo già fare un quadro immaginifico: c’è chi accusa reumatismo e chi artrosi; chi microfratture alle falangi, falangine e falangette; chi paralisi ai piccoli muscoli delle dita digitanti; c’è chi, addirittura, ha avuta cancellata l’intera impronta digitale divenendo per la polizia anonimo, senza volto; c’è chi si è ritrovato senza dita, cadute a quanto pare per l’iperproduzione di tossine velenose nel sangue.
Per loro, così impegnati, così instancabili, così generalizzanti, si proporrà una legge ad hoc per l’ottenimento - da parte di un apposito istituto previdenziale - di una pensione di invalidità. Verrebbe così riconosciuta per la prima volta l’indennità da attività usurante agli accusatori accaniti che invece di accusare il mostro di Firenze dei delitti commessi accusano l’intera Firenze di essere mostruosamente responsabile. Quello che sta avvenendo dalle mie parti: l’intera Sciacca viene accusata della mostruosa mattanza di animali opera di uno o più crudeli squilibrati (come per il mostro di Firenze) da individuare e sottoporre a severa pena dopo civile processo nelle apposite aule di tribunale della democratica Repubblica Italiana. 
Ci sono ottime possibilità che la proposta venga accolta e diventi legge dello Stato e che venga pure copiata para para in altre parti del mondo. 
Intanto, vengono segnalate polpette avvelenate in tutto il territorio nazionale e non da ora. Ma non è la stessa cosa di quanto avviene al sud, in Sicilia, a Sciacca, a casa mia, su cui si continua a riversare veleno...

Queste potrebbero pure essere le mie ultime, dolci, parole. Addio (anche se, prima di lasciare, meriterei pure io la pensione accusando ossessivamente gli accusatori ossessivi)!

Raimondo Moncada

lunedì 19 febbraio 2018

Strage di animali, cittadini e buonsenso

Uno squilibrato senza umanità fa strage di animali e si scatena l’inferno contro la città dove è avvenuto l’episodio, contro il suo sindaco, contro tutti gli amministratori, contro tutti i cittadini, contro tutta la regione, contro tutta l’area geografica che include la mia Sicilia. 
Per placare gli animi inferociti, non bastano le condanne del crudele gesto, non basta ripetere le espressioni di condanna all’infinito, non basta chiedere pene esemplari per il mostro, non basta esprimere sentimenti di sconcerto, di indignazione, di sdegno, per la barbara e inaudita azione perpetrata contro animali innocenti e indifesi. Non basta spiegare l’attività svolta. Non basta esprimere vicinanza e ammirazione a un mondo di volontari che con tanto amore, sacrificio, svolgono una meritoria attività a favore degli animali e per il loro benessere.
Si è innescato in pochissimo tempo un meccanismo che ha spinto un numero imprecisato di persone, via social, via email, via telefono, via altri canali, ad accusare e infamare tutto e tutti, buttando una sorta di bomba atomica sul luogo dell’efferato delitto: il Sud, la Sicilia, Sciacca.
Perché tutto questo? Perché prendersela con una collettività e non col singolo responsabile?
È mostruoso.   
Uno fuori di testa si macchia di un esecrabile reato e la conseguenza immediata è questa: una città, una provincia, una regione vengono messi alla pubblica gogna con tanto di interventi di alto livello, con personaggi conosciuti a buttare benzina sul fuoco che divampa e che distrugge. 
Non ho mai visto una cosa del genere. È terribile. Un’ondata di merda che si è sollevata e che sembra inarrestabile, incontrollabile. Hanno minacciato di morte il sindaco, i suoi familiari; hanno augurato alla città di essere triturata da un terribile terremoto, di essere annientata dalla peste, e ai suoi cittadini di essere uccisi lentamente dal cancro; c’è chi ha minacciato azioni eclatanti al limite del terrorismo; c’è chi è arrivato a ipotizzare un’azione deliberata, ordinata dall’alto, per far passare il Giro d’Italia senza la disturbante visione di randagi in circolazione; hanno accusato un territorio e un’intera regione di arretratezza, di ignoranza, di miseria, di medioevo, di terzo mondo (“cosa c’è da aspettarsi da gente che scioglie nell’acido i bambini?”); hanno proposto campagne per boicottare la città e l’intera Sicilia, per ammazzare la già precaria economia, parlandone male, invitando tutti a parlarne male e a non mettere più piede in questo “luogo di abominio”. C’è chi si vergogna di essere siciliano, di essere nato in questa terra, di essere mio conterraneo. 
Uno uccide e tutti diventiamo assassini.
Uno è pazzo e tutti diventiamo pazzi.
Uno non ama gli animali e tutti veniamo additati di essere odiatori di animali come se l’avessimo nel Dna.
Anche le rabbiose generalizzazioni sono un brutale assassinio. Uccidono un’intera comunità.
Mi chiedo: ma in altri paesi non meridionali, avviene lo stesso?
Se lo stesso crudele, ingiustificabile, episodio fosse accaduto nella civile Milano, nella civile Bolzano, nella civile Verona, nella civile Venezia, nella civile Cogne, nella civile Macerata, si sarebbe sollevata una uguale ondata di ingiurie, di offese, di minacce, di razzismo come quella che in questi giorni si è alzata contro tutti i saccensi, i siciliani e i meridionali? E sempre in questo caso, si sarebbero usate parole come: ignoranti, arretrati, mafiosi, assassini, criminali, gente senza cuore che merita di sparire dalla carta geografica o di stare nella fogna, persone che non meritano nulla?
Ma in che Italia vivo?
Quello che è accaduto, lo ripeto, lo ripeto, lo ripeto, è di inaudita barbarie e il responsabile deve essere trovato al più presto, indagato, processato e assicurato alle patrie galere.
Ma non si può accusare un intero popolo, una città, una regione intera, di un reato commesso da uno, uno soltanto. E allora, ogni volta che accade un efferato delitto a Milano, per stupido automatismo, dovremmo accusare indistintamente tutti i milanesi, compresi i bambini, di essere violenti? Se un genitore a Perugia dà uno schiaffo a un figlio, per associazione etnica dovremmo considerate maneschi tutti i perugini?
Nella rinascimentale e pacifica Toscana, dopo numerosi ed efferati delitti, si è solo parlato di “mostro di Firenze” e non di “Firenze mostro”. Noi, invece, figli della Sicilia, siamo sempre e comunque dei mostri, in quanto figli di una terra mostruosa a cui far scontare una condanna senza appello con ulteriore isolamento, con ulteriore emarginazione.
Stiamo attraversando una fase di barbarie con folli criminali che fanno strage di cani indifesi, e folli scatenati che fanno strage di uomini e donne innocenti, scossi e addolorati da quanto accaduto nel proprio territorio per mano di un ignoto, un ignoto mostro senza cervello su cui si sta indagando.
Chi ci difende da questi letali meccanismi spara fango?
Nessuno è in grado di restituire la vita ai poveri cani. Così come nessuno potrà ripagare l’assassinio di una città.
In attesa di risposte, attenderò il terremoto o le malattie mortali o altro di nocivo effetto, per ritrovarmi non soccorso tra le vittime della strage di uomini, donne, e anche animali, così tanto agognata con esemplare bestiale pietà.
Grazie per l'umana comprensione, ci vediamo nell'altro mondo. 

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...