domenica 30 aprile 2017

Invasi da trippa con leva straniera

“Mangiari di strata”. Ecco l'esatta traduzione di un evento culinario che sta avendo sempre più successo, richiamando gente da ogni dove e da tutti i ceti sociali, dall’infimo all’elevato. “Mangiari di strata” è però solo una traduzione personale, affettiva anche, di un fenomeno sempre più di massa e trasversale. Non è questo (“mangiari di strata”) il nome che in Sicilia, nella terra della lingua siciliana, si è dato alla popolare manifestazione mangereccia.

Ricordo, piccolino, a “Bibbirria”, ad Agrigento, ai piedi della Via Duomo, nel quartiere dove sono cresciuto, un tizio che si metteva con la propria macchina a vendere in strada frattaglie, o meglio “robba cotta”: sangunazzu, zirenu, trippa, pedi di porcu (riporto i nomi siculi per come li mangiavo con miei genitori e a casa di mia nonna Rosina, nella discesa Seminario, sotto la maestosa cattedrale). Nel portabagagli di una Fiat 850, il tizio teneva quattro pentoloni fumanti avvolti tra coperte di lana, con dentro ogni tipo di squisitezza, in bianco o condite con sugo e patate. Da leccarsi i baffi! Gesto che facevano pelosi adulti e glabri bambini. 

Non ricordo, persone in giacca e cravatta avvicinarsi al tizio per chiedere un pezzo di sangunazzo da mangiare al volo, scolanti, seduta stante. Magari passavano con la bava alla bocca davanti la macchina avvolta da una nuvola odorosa, ma non si avvicinavano. Io mi avvicinavo, così come mi avvicino alle “resistenti” putie fisse o ambulanti che vendono panini con meusa, stigghiola, salsiccia, panelle, crocchè, melanzane fritte, ma anche arancine e altre bontà.

Un tempo non si usavano inglesismi, americanismi, francesismi, terminologie incomprensibili prese a prestito da altri paesi stranieri, di cui si sconosceva (e si sconosce) il significato ma ti arriva la dolce musicalità. Oggi i forestierismi si usano per tutto, pure per mangiare e bere e fare i bisogni (ci chiudiamo nella toilette per fare un break e sfogarci). 

“Mangiare di strata” viene così tradotto con “Street food”, espressione molto più elegante, fine, raffinata, pulita, igienica, digeribile anche nonostante la frittura (da liceale scherzavo sempre con gli amici: più l'olio è fituso, usato, nero, simile a quello tolto da un vecchio camion in manutenzione, più è garanzia di squisitezza!). Trovo tabelle e insegne con la dicitura "street food" esposte sempre di più in attività a posto fisso (putie) o ambulanti (ci sono pure lape e laponi di "street food").

Con la leva straniera siamo così invasi da venditori di trippa nostrana e panini chi panelli in salsa siciliana, che fanno a gara a colpi di Sicily ketchup per ottenere un posto riservato in una fiera di "street food". Il successo è infatti garantito. Si è creato una sorta di turismo da "street food" (trippa per le nostre trippe!) per panze che rinviano il giorno di inizio della dieta. Soddisfazioni a tinchitè!


Lo stesso meccanismo si potrebbe usare per altro, per promuovere la cultura ("street library"), la socialità ("street community"), la sartoria ("street jeans" che non vuol dire "pantaloni stretti"!).

Il tizio della “Bibbirria”, modernizzato, usando l'espressione "street food" per la propria trippa, si sarebbe arricchito. Avrebbe chiesto al Comune il permesso per l’occupazione del suolo pubblico e occupare legalmente, con pentoloni di  interiora, il centro storico di Agrigento. Il mio natio quartiere, vivo, di robba cotta. 

 

Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it

giovedì 27 aprile 2017

Disponibile nella uccelliera del free books a Ribera

Ciao,volevo dirti che una copia del 'Partigiano bambino' che mi hai donato l'ho lasciata nella casetta free books in piazza”. La comunicazione mi arriva con una tag su Facebook. La firma Cristina Cortese, assessore alle Attività Culturali e Politiche Giovanili del Comune di Ribera.  
È la stessa Cristina Cortese che ha promosso la prima rassegna di libri “Una spremuta con l’autore” con la presentazione, in prossimità del 25 aprile, del libro Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada.

Ringrazio ancora una volta Cristina per l’attenzione, la stima, l’amicizia e lo stimolo a sapere. Perché la comunicazione mi ha portato ad approfondire e a tradurre iniziative denominate in una lingua non mia. 
Stiamo parlando di “little free library”, ovvero piccole biblioteche da strada a forma di uccelliere. Con questo semplicissimo stratagemma la cultura e la conoscenza hanno modi alternativi e gratuiti di divulgazione entrando in un circolo di condivisione libraria. Inseriti in queste piccole casette di legno, i libri si mettono a disposizione della collettività nel cuore dei quartieri. Ognuno è libero di attingervi, in uno scambio anonimo e gratuito. 

L’iniziativa, intuisco dalle interazioni sul social, è stata promossa a Ribera con l’associazione Tifeo (“un dono offerto alla comunità riberese che incoraggia lo scambio culturale e la partecipazione”). In una foto dell’associazione, Giulia Catalanotto spiega cosa sono le casette freebook: Sono casette di legno artigianali che contengono collezioni di libri in continuo cambiamento. I libri possono essere presi e depositati da chiunque. La regola fondamentale per far funzionare il tutto è ‘libro che prendi, libro che doni’ o, come piace a noi ‘prendi un libro, lascia un libro’. Il presupposto invece è che la comunità coinvolta partecipi”.
Il post di Cristina Cortese riceve subito il commento di Paolo Caternicchia, attivissimo operatore culturale, in prima fila alla presentazione del Partigiano bambino nella biblioteca “Antonio Gramsci” di Ribera: “Invito tutti a leggerlo: è un libro bellissimo”.

Emozioni su emozioni. Grazie, di cuore, a tutti.

Raimondo Moncada

giovedì 20 aprile 2017

Ribera, omaggio a Gildo Moncada: il partigiano bambino

Si presenta anche a Ribera il libro di Raimondo Moncada Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada, edito da Ad Est. L’appuntamento è per  venerdì 21 aprile 2017, con inizio alle ore 17, nella biblioteca comunale “Antonio Gramsci”, sita in Via Don Minzoni 13. Introduce l’incontro l’assessore alla Cultura Cristina Cortese, con l’intervento di Filippa Garuana che presenta l'autore e il libro. Modera il direttore di Ripost Enzo Minio che conversa con Raimondo Moncada.    

La presentazione de Il partigiano bambino chiude la prima rassegna di libri denominata “Una spremuta con l’autore” promossa dall’assessorato alla Cultura in collaborazione con il Consorzio di Tutela Arancia di Ribera DOP.

L’incontro riberese dedicato a Gildo Moncada cala il sipario sulla rassegna, aprendo le celebrazioni del 25 aprile, anniversario della Liberazione dell’Italia. Il libro di Raimondo Moncada è, infatti, un omaggio a quanti hanno dato il proprio contributo durante il secondo conflitto mondiale per il sogno di una Patria democratica, libera da dittature e sopraffazioni. Il partigiano bambino racconta la storia di un giovanissimo siciliano, di Agrigento, tra i protagonisti del la Resistenza in Umbria e Toscana dove a Sansepolcro (Arezzo) venne gravemente ferito.


Il libro è già stato presentato in prima nazionale in Emilia Romagna (Vignola e Ravenna), seguita da Licata e Agrigento. È adesso Ribera ad ospitare Raimondo Moncada, figlio di Gildo Moncada, il partigiano bambino. Altre presentazioni in programma: in nord Italia e in Belgio. 

lunedì 17 aprile 2017

In arrivo grandine di capuliato

Città incenerite, come Pompei ai tempi di Pompei. 

Una nuvola nera avvolge le stanche case, con un'odore petrolio che scivola, grasso, dai muri inumiditi da una giornata resa rovente dal sole, dalle scampagnate e dal fremito di uscire dal quotidiano e dal social passatempo. 

Nel silenzio stralunato della sera, in un interminabile lunedì di Pasquetta, con le strade ancora senza le gomme di auto in movimento, cogli e annusi. 

La campagna ha esondato ore e ore di barbecue fumante e chi è rimasto nella urbana solitudine è stato costretto a mangiare pur non mangiando, in lontananza, nuvole di carne arrostita (c'è anche quella tenera sacrificale degli agnellini?). 

Satolli di fumo condito! 

Tra poco pioverà. E non si annuncia nulla di buono. 

Gli esperti di meteo nostrano annunciano una tempesta di bistecche rivoltate sulle griglie ma rifiutate, continuamente rifiutate, per stomachevole saturazione. 

I cani attendono grati, agli angoli dei vicoli deserti e semibui, grandine di capuliato. 


Raimondo Moncada 

www.raimondomoncada.blogspot.it 

domenica 16 aprile 2017

Siamo come le banane maculate

E poi ti vedono, diverso, non vestito per l'occasione, come vestono tutti gli altri o tutte le altre che, sempre per l'occasione, sono truccate, con calze retate e capelli parruccherati. 

E ti giudicano con i radar oculari. Perché il dentro, alla fine della messa, viene giudicato dal fuori, dal vestito. 

È come quando vedi dall'ortolano la buccia marcia di una banana, inizialmente maculata e poi completamente incenerita. E scarti o butti il frutto, pensando che la banana sia marcia fuori e conseguentemente anche dentro. Poi, superando il pregiudizio iniziale e strutturale, togli la buccia e dentro ti ritrovi davanti agli increduli occhi la verità: puoi trovare l'atteso marcio così come puoi trovare la bontà che coincide con la perfetta maturità della banana: il frutto del frutto! 


Ma anche io sto giudicando, lo so. È un automatismo. La specie umana, per facilità, valuta per categorie. Abbiamo bisogno delle categorie per distinguere il bello dal brutto, per selezionare il buono dal cattivo, anche se le categorie non coincidono con la realtà. 


Buona Pasqua senza vestiti. Auguri alla nuda essenzialità delle persone. 


Raimondo Moncada 

www.raimondomoncada.blogspot.it 

lunedì 3 aprile 2017

Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada, prime presentazioniin Emilia Romagna

Una storia mai raccontata. Una storia partigiana. La storia di un ragazzino che dalla sua tranquilla Sicilia si ritrova in Umbria durante la seconda guerra mondiale e sceglie di salire in montagna per dare il proprio contributo alla Resistenza, alla lotta per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, rientrando a casa mutilato. È la storia di Gildo Moncada, partigiano, grafico, pittore, di Agrigento, che il figlio Raimondo è riuscito a ricostruire con grande trasporto emotivo nel libro Il partigiano bambino pubblicato da Ad Est, gruppo editoriale indipendente che fa dell’antimafia e dell’attività di resistenza la propria ragione di esistere.

È un omaggio al 25 Aprile e a quanti hanno combattuto, piccoli e grandi eroi, per il sogno di una Patria democratica, libera da dittature e sopraffazioni. Il libro esce nell’anno di due anniversari: i settant’anni dal varo della Costituzione della Repubblica Italiana, e i vent’anni dalla morte di uno di quei giovani che combatté per quella Carta con la brigata partigiana "Leoni": Gildo Moncada.

“Il libro – dice l’autore, Raimondo Moncada – è un debito, un atto di riconoscenza e di risarcimento, un omaggio nei confronti di un uomo, mio padre, eterno testimone di una tragedia e di un ideale,  che per tutta la vita ha inseguito un sogno, poi mutilato dal destino. Così come è stata mutilata la sua giovinezza”. 

Il partigiano bambino, fresco di stampa, si apre con la prefazione dello scrittore Giulio Cavalli e una nota di Gaetano Alessi, del gruppo di Ad Est. Giulio Cavalli parla di “regalo prezioso”. “La storia del partigiano bambino – dice Cavalli – è un onere e un onore: c’è da preservare quello stesso cuore pulito che non s’è fatto indurire dalle paure. E ogni volta che si legge la storia vera di un partigiano si intravede, in controluce, un articolo della nostra Costituzione”.

Presentazione in prima nazionale il 31 marzo 2017 a Vignola, in provincia di Modena, nel circolo La Ribalta. A seguire: l’1 aprile al circolo Dock61 di Ravenna, il 7 aprile a Licata (Sala “Rosa Balistreri”); l’8 aprile ad Agrigento, città di natale di Gildo Moncada, (centro culturale “Pier Paolo Pasolini”); il 21 aprile a Ribera (Biblioteca comunale). Altre presentazioni programmate: Reggio Emilia, Brisighella (Ravenna), Cogoleto (Genova), Caltabellotta.   

Mandorlo in Fiore, tra miracoli e petali calpestati


Si parla tanto di miracolo della natura, con tanto di foto, articoli, servizi televisivi. Ma il miracolo non sono i fiori di mandorlo. Sono altri i miracoli in una città che si divide su Sagra sì e Sagra no, su Sagra tradizionale e Sagra innovativa, sui soldi da investire e sui soldi da “sparagnare” (risparmiare), sul tipo di organizzazione, sui direttori artistici, sul senso e sul valore dell'evento. 
Intanto, ci siamo tolti un pensiero. Il problema Sagra non c'è più perché la parola “sagra” è stata cassata dalla denominazione complessiva (per un filone di pensiero: un’ottima cassata!). Non più Sagra del Mandorlo in Fiore ma da quest’anno solo “Mandorlo in fiore”.
Ma andiamo agli altri aspetti, come quello che anticipa la festa e poi l’accoglie tra i colori e i profumi di una natura che si risveglia ancor prima della primavera e ravviva la magia delle imperiture doriche colonne. 


Ogni anno si parla di miracolo che si rinnova nella Valle dei Templi con i rami degli alberi di mandorlo che, fregandosene del freddo invernale, ridono alla vita riscaldando i gelidi occhi umani con il tepore di splendidi fiori bianchi e rosa.
I fiori di mandorlo, ad Agrigento, si aprono prima di ogni altro fiore e prima della consacrata stagione primaverile. Una magia, che si ripete da sempre. In tanti, tantissimi gridano però al miracolo. Ma perché – mi permetto di appuntare – parlare di miracolo se, come il sangue di San Gennaro, avviene puntualmente ogni anno? I miracoli sono eventi straordinari, non di umano, ma comunque inaspettati, non scontati. Possono anche non verificarsi.
Punto uno, che è la premessa: la scenografia naturale dei mandorli in fiore, attorniante Agrigento, è una meraviglia, uno spettacolo che prepara gli animi alla festa.
I veri miracoli dell'ex Sagra, ora solo Mandorlo in fiore, sono da ricercare in altro. Vediamo. 



Un primo miracolo è il risveglio di un popolo che si ritrova unito e riunito come per San Calogero. Vie e Piazze si riempiono di persone che partecipano alle sfilate e alle esibizioni, per vedere chi c'è, per chiedere da quale parte del mondo vengono i gruppi folcloristici (lo chiedono anche in siciliano come lo chiedevo io), per ascoltare musiche strane suonate dal vivo, per farsi coinvolgere dai ritmi tribali di gruppi provenienti dal centro Africa (composti magari da medici, insegnanti, emigrati in Italia da tempo e che abitano o sono occupati in umili lavori a poche centinaia di metri da casa nostra).


Il grande, grandissimo miracolo è proprio la presenza del mondo ad Agrigento. E lo dico rievocando la meraviglia di quando ero bambino, un bambino che piangeva per andare il mercoledì alla fiaccolata: non la potevo perdere e ci dovevo andare anche vestito da carnevale quando il carnevale coincideva con la Sagra ma anche quando non coincideva. E confermo la stessa meraviglia anche da ragazzo, quando ventenne ho cominciato anche io a frequentare i gruppi folcloristici partecipando negli anni Novanta alla Sagra e ad altre simili feste in paesi stranieri vivendo sempre le stesse emozioni (ne ho girati tre: La Vallata, Gergent e il Città di Raffadali; ho iniziato come ballerino ma siccome ero troppo negato, per non dire scarso, mi sono buttato al canto non disdegnando il bummulu e il tamburo e lanciandomi anche nelle presentazioni e nella recitazione: una palestra, insomma, oltre che insostituibile momento di crescita, di socializzazione, di conoscenza, di creatività). 


È da anni che non rivivo l'evento Sagra o come si chiama adesso, né da protagonista né da spettatore. Ma ricordo la frenesia, da piccolino, di farmi largo tra la folla, infilarmi in un buco tra foreste di gambe e trovare la postazione ottimale per assistere allo spettacolo. Ricordo la felicità nel seguire a piedi i gruppi la domenica da Piazza Municipio fin giù nella Valle dei Templi. Ricordo le uscite anzitempo dalla scuola, prima dalla media “Pirandello” e poi dal liceo scientifico “Leonardo - per andare ad assistere alle esibizioni dei gruppi in piazza Cavour. Ricordo l'ebbrezza di essere protagonista tra centinaia di protagonisti e attraversare Via Atenea col bummulu tra le mani e una corona di cianciane al collo (ancora bocciato come ballerino!), con la suggestione delle torce e lo stordimento di applausi continui di una massa festosa e illuminata dagli occhi sgranati di bambini sulle spalle di genitori, occhi che mi ricordavano gli occhi del piccolino che sono stato.


E gli applausi! Quanti applausi, non a me, ma a quello che in quel momento rappresentavano i componenti di tutti i gruppi folk: popoli del mondo che mettono da parte ogni divisione e si riuniscono, ripetendo all’inizio un rito che mette i brividi per il suo significato: l’accensione del tripode dell'amicizia davanti al Tempio della Concordia, israeliani e palestinesi, russi e americani, cattolici e mussulmani, bianchi e neri. E poi via ai balli e ai canti in giro per la città, per i quartieri periferici, e con serate al chiuso di un palatenda o al palacongressi. Applausi scroscianti per artisti di eccezionale bravura, veri professionisti nella danza e nelle orchestrazioni.


Anche la più noiosa esibizione veniva applaudita. L’applauso andava non alla qualità dello spettacolo, ma al paese che rappresentava il mondo, le Nazioni Unite ad Agrigento. E, da spettatori, ci si appassionava pure all'uno o all'altro gruppo, amareggiandosi da tifosi se il proprio gruppo non vinceva alla fine della festa il tempio d'oro. 

Ecco la bellezza di un appuntamento che, con alti e bassi, tra critiche e difese, si ripropone ogni anno come per… miracolo! Con tentativi che, negli anni, hanno pure cercato di far alzare il livello spettacolare e di richiamo turistico della festa. Ricordo ancora – perché le ho seguite da giornalista in erba – le edizioni di David Zard e Gianni Minà, ricordo le rassegne con gruppi di musica rock al Caos e i gruppi gospel nella cattedrale o il concerto di Robbie Robertson e gli Indiani d'America al Palacongressi. 


La Sagra come appuntamento folcloristico e di incontro tra paesi diversi, a cui legare altre iniziative di attrattiva internazionale, con Agrigento e la Sicilia al centro di tutto: penso ancora sia la strada da continuare a percorrere, per rispettare la tradizione e per attrarre i popoli di tutto il mondo tra i sentieri profumati della Valle dei Templi dove stendere non tappeti di petali di rosa come si fa per le persone e gli eventi più importanti, ma lastricando ogni sentiero con petali di fiore di mandorli, da calpestare con umana delicatezza per raggiungere mano nella mano il Tempio della Concordia e accendere la fiaccola dell'amicizia.



Un appuntamento di pace e fratellanza, nel cuore del bellico Mediterraneo, dove rimarcare ogni anno che non ha importanza se sei giallo o rosso, extracomunitario o europeo, colto o ignorante, capellone o pelato. Per rimarcare che siamo uguali, anche senza peli in testa e nelle lingue, e che dobbiamo fare ogni sforzo per vivere in pace e solidali in un mondo che si è fatto e si fa sempre più piccolo (speriamo che non si riduca a condominio). Il Mandorlo in Fiore rimanga e continui a essere luogo di convegno dove ognuno rappresenti il mondo da fiero protagonista, con i colori del proprio paese. Tutti ad Agrigento per armarsi di buoni sentimenti e, soprattutto, buona volontà, far tacere i cannoni e difendere la pace, fragile come un petalo di fiore di mandorlo.
Preghiamo in tutte le lingue del pianeta per questo miracolo.

Raimondo Moncada

Il regalo più prezioso per i miei cinquant'anni


15 marzo 2017. 
È il regalo per me più prezioso. Non potevo ricevere di meglio, oggi, per il mio cinquantesimo compleanno.  
Mi è arrivato da Bologna. È la prima copia-prova che ho atteso con la stessa ansia di chi attende un figlio. 
È Il partigiano bambino - la storia di Gildo Moncada, mio padre. 
Non sarà un caso che il libro veda la luce a marzo e nel 2017. La tempistica non è stata voluta, decisa a tavolino. Ha fatto tutto il destino.  
Il 2017 è l'anno del mio cinquantesimo e anche l'anno di altri due anniversari. I venti anni trascorsi dalla morte di mio padre e i settanta dall'approvazione della Costituzione della Repubblica Italiana per la quale a sedici anni salì, da esule siciliano, sui monti umbri con la divisa da partigiano, armato dei suoi innocenti ideali, per dare il proprio contributo per il sogno di una Patria libera e democratica. 


Eccola, dunque, la prima copia, non ancora rilegata e rifilata, ma già libro, di carta. Quanta differenza con il pdf che hai guardato e riguardato mille volte al computer. Il libro di carta è un'altra cosa. È libro. C'è un abisso con il digitale. Il libro di carta pesa, senti la tua scrittura e tutto quello che ci sta dentro: sudore e lacrime. Hai una visione d'insieme tra le mani. E lo accogli con tutti i sensi. 

Un ottimo lavoro editoriale: Ok, si stampi!  

Il regalo mi è arrivato per posta prioritaria, più veloce che poteva, dall'Emilia Romagna, terra dove opera da alcuni anni il gruppo di Ad Est che ha voluto, fortissimamente voluto, con amore filiale, pubblicare il testo chiudendo così un cerchio aperto anni fa con la pubblicazione del libro dedicato a Vittoria Giunti, scritto da Gaetano Alessi e giunto non so a quante edizioni e a quante centinaia di presentazioni in tutta Italia. 
Il partigiano bambino è la storia di mio padre, partigiano, grafico, pittore. È la storia della famiglia di mio nonno Raimondo, delle mie zie. È la storia della mia famiglia. È la mia storia. Ci ho messo dentro tutto me stesso: il piccolo, l’adolescente, l’adulto, ricostruendo esistenze, seguendo ideali, rivivendo ferite. 

Ringrazio tutto il gruppo di Ad Est per avere voluto dare dignità editoriale a questa storia, soprattutto alla storia di un uomo che ha avuto segnato il destino da una scelta, partigiana. E in particolare Gaetano Alessi, Mariapia Cavani, Claudia Casamenti, Alberto Buffolino, per l'amorevole cura di ogni dettaglio: dall'editing alla grafica all'affetto e ad altro. Grazie allo scrittore e artista Giulio Cavalli per avere impreziosito l'opera vergando una prefazione che rende onore a mio padre. Grazie a chi, tra l'Emilia Romagna e la Sicilia ha voluto già organizzare dei momenti di incontro e di presentazione del libro (spero di trovare la forza per far muovere le corde vocali).
Gratitudine ai miei familiari sparsi in diverse parti d'Italia, e del mondo, per avermi regalato schegge di memoria rimaste incastrate nella carne viva, riaprendo ferite ancora dolorose.  
Grazie a tutti per il dono e per il sostegno (è stata un'impresa). Oggi è un giorno ancora più speciale. 

Raimondo Moncada 
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