domenica 26 marzo 2017

Ora mi susu! Ora mi susu!

"Ora mi susu! Ora mi susu!" C'è tutta una filosofia dietro l'ora mi susu, che non bisogna confondere né con l'ora legale, scattata legalmente proprio oggi, né con l'ora solare che ritroveremo dopo l'estate quando il sole comincerà a ritirarsi nell'altra parte del mondo. 

"Ora mi susu" è un importante meccanismo psicologico che ci permette di prendere il giusto tempo e nello stesso istante di avere il necessario incoraggiamento a svolgere l'azione che più si desidera.  

Per farlo capire a tutta l'Italia, lo traduco questo nella lingua nazionale. Questo modo di dire significa letteralmente "ora mi alzo!". 
Tutto qui? Dirà, deluso, qualcuno. Perché trovi sempre qualcuno che ha da ridire.  
La traduzione letterale non rende. Nello spostamento linguistico del significato, si perde l'efficacia religiosa della profondità della frase. L'ora mi susu è un mantra che affonda le sue radici nel siciliano più antico, arrivando alle prime sicule popolazioni che abitarono la Sicilia, nel cuore del loquace e filosofico Mediterraneo. 
Per trarre il massimo dalla sua mantrica efficacia, è fondamentale stare a letto e starci in un giorno di vacanza o anche di pomeriggio in un momento di vacatio. Va bene pure quando sei libero da impegni o quando decidi di darti alla salutare lagnusia. E stai lì, coricato, con la schiena ben distesa e il collo ben poggiato sul morbido cuscino a guardare la consistenza delle pennellate di colore stese sul soffitto . E non pensi a niente, non ti sforzi neanche di pensare. Lasci libero il cervello di fare quello che vuole. Lo metti in ferie. E se, dopo ore di questa sacra postura, arrivi alla scadenza o al punto in cui ti eri ripromesso di fare qualcosa di urgente (studiare per l'interrogazione dell'indomani, pulire casa perché non puoi più camminare tra cumuli di rifiuti, fare la spesa perché il frigo piange, andare in bagno perché la vescica ti sta esplodendo...), basta ripetere mentalmente il mantra una, due, tre volte e più. Dopo la ripetizione mantrica, mentale o anche orale, ecco la magia: continui a stare a letto fino a quando non senti le piaghe da decubito e tutt'attorno un profumo che ti ricorda la puzza di muffa. L'effetto mantrico resiste anche se ti chiama a viva voce tua moglie o tuo marito: "Alzati che la farmacia chiude e non possiamo di certo sostituire il tuo farmaco salvavita con un seme di girasole che pure ti è finito". 
In questo caso, il mantra "ora mi susu" non ti rilassa più. Senti un fremito di nervosismo attraversare il corpo. Ma sei così ipnotizzato che alla fine rimani a letto, paralizzato, fino all'indomani. E non puoi gridare a tua moglie a tuo marito o a chi sta con te: "Aiutami! Non mi posso alzare. Soccorrimi!".
Dall'altra parte della casa o del telefono, dopo ore e ore di snervante attesa, ti risponderanno: "Ora mi susu, ora mi susu".

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogslot.it

giovedì 23 marzo 2017

La follia del silenzio


Mi prendono per folle. Per una passeggiata, in silenzio.
“Ti ho visto, ieri sera. Ero in macchina. Ti ho salutato, ma eri troppo preso. Che facevi tutto solo?”.   
“Ho visto passarmi accanto una macchina, come tante altre. Dentro ho poi riconosciuto un volto che ti poteva somigliare. Scusami se non ti ho salutato. Ma la mia mente ha elaborato troppo tardi. Ero troppo immerso, troppo distratto dal silenzio della notte. Scusami davvero”.

La normalità agli occhi degli altri si trasforma in anormalità. È anormale vedere un uomo solo, a tarda sera, passeggiare lungo una scogliera, a pochi centimetri dal mare, magari non rendendosi conto di parlare di tanto in tanto per dare sonorità ai pensieri.  

Chi ti vede per prima cosa pensa al male, a uno squilibrio, a cattive intenzioni. Qualcuno potrebbe anche pensare a un bizzarro passeggiatore o a uno che ha un brutto mal di stomaco e cerca, col movimento fisico, di aiutare la digestione. È molto difficile prendere in considerazione e l’ipotesi di avere dinnanzi un cercatore di silenzi, di solitudini, di pace, che abbia soltanto voglia di stare lontano dai rumori, lontano dai disturbi, lontano dai meccanismi delle routine quotidiane. È davvero molto difficile, me ne rendo conto, pensare a una persona che abbia soltanto desiderio di stare per alcuni attimi solo con la natura, solo col cielo stellato, solo col suono del mare, solo con se stesso, solo con il mistero, solo a cercare profondità che in altri contesti non cogli. Attimi che si possono anche cogliere, e spesse volte meglio, in compagnia di chi ami e di chi ti ama.   

L’uomo è un animale sociale! Così hanno decretato. L’uomo ha bisogno di stare con gli altri, è nella sua natura. Ma di tanto in tanto questo animale sociale ha bisogno qualche volta di stare con se stesso: per stare bene con se stesso e per stare bene con gli altri. 
Anche questo è stato detto e pure scritto. 
Le estremizzazioni dall'una e dall'altra parte non fanno bene. Ci vuole la socialità, ci vuole la sonorità, ci vuole staccare la spina. 
 
Ma se ti incontrano mentre sei solo per strada, ti prendono per un uomo che ha qualche problema serio, specialmente se ti vedono in un’area non urbana e deserta e a una certa ora quando, invece, dovresti essere a casa con tua moglie, i tuoi figli, a guardare la tv e a smanettare col cellulare disteso sul letto.  

Non tutti, per la verità, vedono i bulloni fuori posto. Perché poi ti capita di raccontare degli sguardi allatmati e di ricevere confidenze del genere:
“Ti capisco. Anche io lo faccio. Ma vado in montagna, in luoghi impervi, quasi irraggiungibili. Da solo. La scorsa domenica sono andato a raccogliere asparagi. Io e la natura. Io e l’aria. Io e il silenzio. Sono ritornato a casa un’altra persona, rigenerato. Dovrebbe essere la normalità, ma ci facciamo frenare dalle abitudini e dai condizionamenti”. 

Prima di uscire di casa ti capita di azionare il freno a mano. C’è il solito pensiero che nasce e che ti dice:
“Se ti dovessero vedere le persone che ti conoscono (ma anche quelle che non sanno chi sei) che idea si faranno di te? Rimani a casa che è meglio.”

Se ne avvertiamo la necessità, allontaniamoci dal consueto e avviciniamoci al desueto. Lasciamo che gli altri ci prendano per folli. Se follia è stare di tanto in tanto con se stessi e di tanto in tanto in silenzio e di tanto in tanto in luoghi deserti: ben venga la follia! 

Certo, se nel buio momento di solitudine, di ricerca di silenzio, mi dovessi trovare sopra uno scoglio solitario, con in mano uno smartphone guasto e alle orecchie delle cuffiette non funzionanti, tutto diventerebbe normale agli occhi di chi ti osserva anche se dovessi parlare al vento. 

Il silenzio, comunque, non è una malattia. E, sempre comunque, non sono normale. 

Raimondo Moncada

mercoledì 22 marzo 2017

I 21 motivi per scegliermi

Si elencano di seguito i 21 provvisori “motivi per scegliermi”, che potranno essere utilizzati (previa richiesta scritta e all’uopo autorizzata dall’interessato), come contenuto di un eventuale cartello di una trasmissione di approfondimento televisivo:

1 - Sono un giovanissimo cinquantenne (traguardo tagliato alle idi di marzo);
2 - Parlo discretamente due lingue: il siciliano e l’italiano. Le altre lingue a me straniere le parlo molto bene a gesti #maperò;
3 - Buon uso del computer, della macchina da scrivere, della carta e della penna, del cancellino;
4 - Sono guardabile e riguardabile (l’aspetto, mi dice chi mi ha ben guardato e riguardato, non fa poi così pena);
5 - Sono militesente e non ho mai fatto la guerra (ho solo litigato giocando con le figurine Panini);
6 - Sono mite come la mia Sicilia: terra di miti;
7 - Sono nativo di Agrigento e ivi (leggasi ivi) sono cresciuto fino alla maturità liceale scientifica sperimentale artistica (non riuscendo a pronunciarlo con un unico fiato, ho rischiato la bocciatura); 
8 - Sono del Sud Europa e più precisamente del Sud Italia e ancora più nel dettaglio del sud della Trinacria;
9 - Sono settentrionale per gli amici africani, sono orientale per i parenti spagnoli;
10 - Batto tra i battiti del cuore del Mediterraneo;
11 - Ho nella mia pelle la salsedine portatami dai venti del sud, dell’est, dell’ovest e del nord;
12 - Ho dentro di me le anime di decine di civiltà (anche con punte di inciviltà);
13 - Sono conterraneo di Pirandello, Martoglio, Sciascia, Camilleri, Quasimodo, Fava, Buttitta…
14 - Mi lavo quando me lo ricordo;
15 - La barba la rado di rado, circa una volta a settimana;
16 - Non ho peli superflui, considerando ogni escrescenza epidermica fondamentale alla mia estetica complessiva;
17 - Ho la maggior parte dei capelli ancora al loro posto (quelli di dietro hanno una velocità di crescita doppia rispetto a quelli di davanti); 
18 - Ci sento bene da un orecchio, mentre con l’altro sento di volta in volta a seconda dell'interesse;
19 - Sono privo dei denti del giudizio e spero anche del pregiudizio;
20 - Da quando mi sono assestato, sono alto 1 metro e 67 centimetri (ci sono pure i millimetri, ma ve li risparmio); 
21 - La mia nobile altezza – lo dimostrano le nuove ricerche neuroscientifiche – mi rende amabile dalle donne di qualsiasi latitudine e, cosa più importante, mi ha permesso di essere amato da una donna dell'Est americano del Sud europero del Nord africano dell’Ovest asiatico che, fimmina geneticamente siciliana, è diventata la donna della mia vita.

Raimondo Moncada

domenica 19 marzo 2017

Quando sarai padre capirai

Non è facile essere padri. Così come non è facile essere madri. Ruoli che non si imparano. Non c'è l'obbligo di andare a scuola per diventare genitore, per essere il miglior padre al mondo. Non c'è nessuna pagella da portare a casa trionfanti per tutti i nove nelle materie del programma ministeriale e i dieci in condotta. 
Certo, esistono padri modello, padri affettuosi, padri premurosi, padri sempre presenti, padri maestri di vita, padri da imitare, padri che ti commuovono, padri insomma da promuovere; ed esistono padri cattivi, padri assenti, padri maneschi, padri da bocciare o da rimandare per un esame di riparazione. 
Per un figlio, è una fortuna avere un genitore da fiaba e di cui andare fieri. Perché i genitori né si scelgono né si cambiano. Sono loro che decidono di metterti al mondo. E così farai anche tu.

È la natura che hai dentro che ti fa diventare padre, che ti dota degli strumenti e delle qualità per esserlo. E quando succede, quando assisti allo spettacolo della nascita e hai nelle mani una creatura che è anche opera tua, entri comunque impreparato nella scuola della vita, a superare esami sempre nuovi e che non finiscono mai. 


La paternità è un pacco dono che ti danno alla nascita: nasci già padre. Nel pacco c'è anche l'essenza di tuo padre, dei tuoi nonni e dei loro padri. La loro paternità è stata trasmessa a te: è il genio dei geni. 
E nel tuo essere padre c'è anche il tuo essere stato figlio, figlio di un padre e di una madre. E io da padre, che è stato anche figlio, e adolescente complicato, nel giorno di San Giuseppe ho pensato e l'ho pensato in siciliano: "Ma me pà comu ci cummattì cu mia?"

Questo per dire che i Padri sono anche santi, votati al sacrificio. Ma da figli, a volte, non vediamo l'aureola: diventiamo ciechi. La cogliamo da grandi vivendo l'antica profezia dei nostri genitori: "Quando sarai padre capirai!"

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 

giovedì 16 marzo 2017

Mogol: Un ponte fra di noi è l'aria

Togliamoci dalle scatole il ponte "Morandi", il viadotto che collega Agrigento a Porto Empedocle e alla strada statale 115, e dedichiamo alla coppia "Mogol - Gianni Bella" il suggestivo spazio aereo che sorvola antiche costruzioni e ci apre a un panorama unico al mondo, con la visione della Valle dei Templi dichiarata proprio in questi giorni miglior paesaggio d'Italia.
Perché? Semplice: come riconoscimento. Un premio all'arte di due grandi. Mogol e Gianni Bella sono gli autori della canzone "Il ponte" e in particolare del passaggio del testo canoro: "Il ponte tra di noi è l'aria". 
Magnifico! Pura poesia. 
L'idea è venuta fuori per caso, conversando su Facebook con alcuni amici come Maria Rita Venezia e Giuseppe Piscopo. Una discussione serissima, dai toni fin troppo austeri, nata dal seguente post: "Dopo la chiusura, dedichiamogli un altro ponte. Noi possiamo camminare a piedi, ma Morandi non può stare senza ponte". 
Una frase buttata così, senza riflettere sull'importanza di quella che alla fine si è rivelata una proposta straordinaria. In poche ore ho registrato ben sette, dico sette, like. E sette sono rimasti per le ore successive. 
Si può fare! 
Si potrebbe, se necessario, avviare una petizione con raccolta reale di firme o una raccolta virtuale di "mi piace". 
Vedremo. Le modalità le decideremo strada facendo. Intanto partiamo, per una questione di principio. 
A Morandi ci sarà però da trovare un altro viadotto. Anche perché il suo lo hanno chiuso per la seconda volta. Morandi non ci può stare senza ponte. O ne costruiamo uno nuovo da dedicare a lui personalmente (ed è la strada più percorribile) oppure ne troviamo uno senza nome o con un nome non adatto del tipo: "Viadotto delle sette sottane" o "Viadotto delle mille e ventisette cannucce". 
Può essere un ponte di pietra, di solida epoca ellenistica, o anche un ponte a noi coevo, in cemento armato, ma con il calcestruzzo e l'armatura in acciaio assicurato, che non facciano lamentare nessuno in un periodo storico in cui ci sono ponti che decidono di cadere senza preavviso e fanno danno. Non dobbiamo dar modo di far parlare neanche a chi lo dedichiamo. Morandi deve cantare, e cantare bene, come sa fare, felice del suo nuovo ponte, senza lamentarsi. 

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 



martedì 14 marzo 2017

E poi ti scorrono tutte le immagini della vita


E poi ti scorrono sullo schermo della mente tutte le immagini. Scorre la tua vita, dalla prima emersione al mondo fino al punto in cui sei arrivato. 
Anni su anni, mesi su mesi, giorni su giorni. Istanti che si susseguono e che vivi e che archivi. Alcuni così carichi di emozioni che rimangono sempre in superficie a fluttuare con le increspature dell’acqua del fiume vitale. 
Ti fermi, fermi per un attimo il tempo e ti chiedi:
Cosa ho fatto?
Cosa è successo?
Come ho vissuto?
Quali gli eventi e quali le persone che hanno tracciato l'alveo del destino?
Cosa e chi ha reso l’acqua del fiume ora torbida ora luccicante ora tumultuosa ora calma?

Domande su domande che, come spilli, sprofondano in ogni area del cervello e nella capricciosa memoria che sollecito sfogliando album di foto messi per anni da parte. Lo faccio alla vigilia di uno storico traguardo, quello dei cinquant’anni.  
Mezzo secolo! 
Ancora deve entrare, ma il pensiero anticipa e ti stordisce. Quasi non ci credi. Non è possibile! Guardi la foto di quando avevi un anno e ti confronti allo specchio con quello che sei adesso.
Sei sempre tu, cresciuto. Sei sempre tu: quel desiderio di famiglia divenuto respiro in una creatura nuova. 
C'è più peso. Ci sono le rughe. Ci sono i capelli bianchi. Il soffio atomico però è lo stesso. Così almeno credo.

Gli eventi cambiano e cambia il modo in cui negli anni l’affronti: ora con innocenza, ora con spensieratezza, ora con confusione, ora con inquietudine, ora con serietà, ora con responsabilità, ora con matura elaborazione, ora con ironia.

Respiri ancora. Il respiro va da solo, anche senza i pensieri. 
E, mettendo assieme quello che è successo, che hai alle spalle, ti accorgi che è una storia, che potresti pure raccontare. Come ha una storia ogni uomo. 
Unica. 
Ogni vita è una storia a sé, con le sue fasi, le sue gioie, le sue sofferenze, le sue scelte, i suoi bivi e gli immancabili errori che a volte commetti senza far danni e altre volte, invece, ne subisci le conseguenze e sei travolto fino a essere trascinato negli abissi più bui dell’esistenza. Ma ci sono per fortuna anche le luci a tracciare percorsi su cui ti incammini, superando timidezze e paure, e ritrovando antichi entusiasmi e sicurezze. 

Eccoci ancora qua, nel teatro dell'umana esistenza, persona e personaggio, tra persone e personaggi, a vivere la vita e la sua proiezione. 

Raimondo Moncada

martedì 7 marzo 2017

E se io, uomo, fossi una donna?



Da uomo mi sono posto una domanda: e se fossi una donna?
Dico, si fussi fimmina per dirla in siciliano. O fimminuni per indicare una donna con gli attributi, non maschili, che quelli la deformerebbero.
Se fossi donna, allora?
Un bel quesito. Di quelli da seduta psichiatrica perenne, per far fronte, da uomo, a una crisi di identità, di genere, che ti sconvolge come un terremoto nel profondo, in quella minuscola, irraggiungibile ultima parte che costituisce il primo mattone della nostra complessa sostanza di essere umani, distinti in uomini e donne. Distinti non da noi, certo.

È sempre stato così: uomini e donne, non quelli però di Maria De Filippi. Ma noi, maschi e femmine,  distinti ma non distanti, diversi, ma di quella diversità che si arricchisce, si completa, si fonde.     

Fin dal concepimento, la scintilla ha già il suo sesso, con due cromosomi uguali contrassegnati da “XX” se donna; con due diversi cromosomi se uomo: ne abbiamo uno “Y” accoppiato al cromosoma femminile “X”.
A occhio nudo si vede che sono un uomo (anche con una parrucca e le calze a rete). L’apparenza non inganna o, almeno, non dovrebbe ingannare.

Si vede dal corpo che sono uomo. Già da come sono vestito e non da come sono spogliato. Dal timbro della voce. Da come cammino, senza eccedere in ancheggiamenti. Se mi mettessi ad ancheggiare, susciterei subito qualche dubbio e in qualcuno anche qualche risatina.
L’uomo si nota per la sua virilità, quel carattere che fa gonfiare il petto ma non il seno che è esclusiva delle donne. Noi uomini ci teniamo molto alla virilità. Cresciamo con il mito della virilità: dimostrare alle donne di essere veri uomini, di essere i loro uomini, gli uomini che hanno sempre sognato, con gesti e attenzioni e non con un messaggino su WhatsApp o l’immagine di un bacio su Facebook con frasi poetiche prese a prestito.

Tra uomini e donne, c’erano anche altri segni distintivi che il tempo ha cancellato, ammorbidito o addirittura invertito.

Per gli uomini: i capelli corti, ad esempio. Poi neanche quelli: la testa pelata, senza peli nei bulbi piliferi, è una nostra esclusiva. Per non parlare dei pantaloni, dei cosiddetti lavori pesanti. Le guerre sono state combattute da eserciti di uomini. I duelli, anche per vendicare col sangue uno sgarro fatto alla nostra donna, hanno visto protagoniste spade e pistole maschili.

Le donne, dopo la foglia di fico, sono state da sempre identificate per la gonna (non lo dite agli uomini scozzesi perché vi tirerebbero in testa con le cornamuse).  

Le donne – sempre nell’immaginario maschile e maschilista – dovevano stare a casa, a cucinare, a fare le pulizie, a badare ai figli, alla famiglia, a fare le massaie, le madri, le mogli. Tutte, comunque, intente a curare il proprio aspetto, a lisciarsi i lunghi capelli, a sentirsi belle per se stesse e per il proprio amato. Impegnate a profumare la vita dell’uomo. Essenza, dolcezza, ristoro, della sua esistenza.

Grandi e piccole differenze che non rendono l’uno sesso forte e l’altro sesso debole. La donna che piange non è debole. L’uomo che non piange non è forte. La donna che scoppia di muscoli non è più donna. L’uomo che si depila, si profuma, si trucca, non è più uomo.
Così la vedo io, da uomo.   
Ma se fossi una donna?  
Non so. Ho un’altra sensibilità. Gli uomini ragionano spesso con i testosteroni che pompano forza, irruenza, fanno alzare la voce e, purtroppo, in alcuni anche le mani, fino alla cieca violenza dentro le quattro mura domestiche. 
L’omu è omu! Dicevano un tempo dalle nostre parti, giustificando il delitto d’onore.

So com’è una donna. Ci sono nato e ci sono cresciuto. Ho avuto una donna per mamma. Per nove mesi mi ha portato in grembo. Dopo avermi dato la vita, mi ha allattato al seno, dandomi il suo latte come lo ha dato a mia sorella e ai miei fratelli. Mia mamma - che ancora mi cerca come se fossi sempre un ragazzino -, appartiene a quella generazione di donne che ha generato tanti figli.
Altri tempi.

Io e mia moglie abbiamo dato la vita a una creatura. Ci è venuta femmina.
Le donne, un mio destino.
E se lo fossi io? dico, completamente donna?
Sarei felice di esserlo. Come sono felice di essere uomo e di avere un bisogno vitale di una donna, moglie, compagna, amante, amica, spalla anche su cui piangere, mamma di mia figlia, perché i figli hanno bisogno dell’affetto di una famiglia e di una mamma. L’amore di una mamma lo può dare solo una donna, se è mamma.
  
Lo dico da uomo, da padre, da figlio.
Le donne hanno qualcosa di diverso da noi. Di distinto. Di speciale: in creatività, intelligenza, forza, sensibilità, delicatezza, tenerezza, bellezza, felicità (tutte parole declinate al femminile).
Sarà la magia di quelle due xx.
Un dono di Madre Natura (anche lei donna!).

Raimondo Moncada

domenica 5 marzo 2017

Una poesia e un racconto per Alessio


È uno dei premi più longevi della Sicilia ed è dedicato al grande poeta, scrittore e drammaturgo della Valplatani: Alessio Di Giovanni. Ad organizzarlo è l'Accademia Teatrale di Sicilia, con la presidenza di Tonina Rampello e la direzione artistica di Enzo Alessi. Stiamo parlando del Premio Nazionale di Letteratura “Alessio di Giovanni”, giunto quest’anno alla ventesima edizione. Un traguardo importante, da premio, raggiunto grazie alla passione e alla tenacia degli organizzatori e alla partecipazione sempre numerosa di apprezzati autori. 

L’Accademia Teatrale di Sicilia ha emesso il bando di concorso per il 2017, l'anno del ventennale. Il premio è rivolto a poeti e scrittori di tutt'Italia e non solo. Ogni anno, infatti, partecipano artisti da oltre il confine nazionale. L'Alessio Di Giovanni si distingue per le sue sezioni che danno la possibilità agli autori di esprimersi sia in lingua italiana sia in lingua siciliana. Si valorizza in questo modo l'idioma scelto dal poeta, scrittore e drammaturgo di Cianciana per dare vita alle proprie opere. 

Andando nel dettaglio, il premio letterario “Alessio Di Giovanni” si articola nelle seguenti sezioni:

- Poesia in Lingua Siciliana;

- Poesia in Lingua Italiana;

- Racconti in Siciliano;

- Racconti in Italiano.

Alle sezioni si partecipa concorrendo secondo le modalità previste nel bando, consultabile sul sito internet del premio: www.alessiodigiovanni.blogspot.com

Le poesie e i racconti vanno inviati entro il 31 maggio 2017

Le opere celebreranno il ventennale del premio e il grande Alessio Di Giovanni, amichevolmente Alessio. 

www.raimondomoncada.blogspot.it


sabato 4 marzo 2017

In festa col "Mandorlo in Fiore", ma non è più la mia "Sagra"

Inizia la "Sagra", ma non è più la mia "Sagra". Parlo di anagrafica. Solo di anagrafica, ma di quella affettiva.
Da quest'anno la "Sagra" è solo "Mandorlo in fiore". Così leggo sul depliant ufficiale della festa del folclore internazionale di Agrigento che ho tra le mani, nelle sue dieci facciate.

Ne avevo sentito parlare qualche settimana addietro, ma non ci credevo, non ci volevo credere. Ora debbo ricredermi e, dunque, crederci. È scritto nero su bianco, con inchiostro indelebile: “Settantesimo Mandorlo in fiore: Agrigento, 4-12 marzo 2017”.  
Fatemelo comunque dire, ugualmente: "Non ci posso credere!", nel senso che per me, ormai giovane-vecchio, risulta difficile accettare tale inattesa e improvvisa scelta. 

Per me rimarrà sempre "Sagra". E dentro di me la “Sagra” non cambierà mai. Parlandone pure lontano da Agrigento, ho esaltato la festa invitando tutti ad andare a vedere la "Sagra" di Agrigento. 


La "Sagra" l''ho vissuta nel doppio ruolo: da spettatore e da protagonista, quando, ventenne, ho cominciato a ballare (ero molto scarso) e poi a cantare (già me la cavavo meglio) o a soffiare nel “bummulo” con i gruppi folkloristici "La Vallata" prima e "Gergent" poi, diretto dal compianto Claudio Criscenzo che ricordo sempre con grande emozione (che esperienze!). 
Fin dalla mia nascita, avvenuta per la cronaca alle idi di marzo di cinquant'anni fa in quel di Girgenti (il mio cinquantesimo anniversario scoccherà al termine della festa), la "Sagra del Mandorlo in Fiore" è sempre stata affettuosamente chiamata dagli agrigentini (sono uno di loro) con il diminutivo "Sagra", così come la festa di "San Calogero" si chiama "San Calò" ("chi facemu? Amunì a San Calò!").
Rivoluzionando ora tutto, e chiamando la "Sagra" solo "Mandorlo in fiore", la mia memoria, il mio vocabolario mentale, il mio stato d'animo, si sentono frastornati. 
Nel sommovimento interiore mi sovvengono tante domande e mi chiedo pure: ma per caso, e ripeto per caso, mi debbo macari aspettare che pure la festa del santo nero tanto venerato dagli agrigentini muti la sua antica e radicata denominazione? Mi spiego meglio: c'è il rischio che la festa di "San Calò" venga, con un taglio, ribattezzata con un'unica parola e cioè "Calò", senza santo senza festa senza niente ("Chi facemu? Amunì ne Calò!")?

Sono un agrigentino confuso.


Per la mia salute, chiedo pertanto - se è possibile tornare un passettino indietro - il ripristino dell'originario appellativo "Sagra": bello, sintetico, dignitoso, identitario e segno di appartenenza a una ormai storica tradizione. 


E, comunque, al di là dei nomi e dello sfogo, lasciamo per un attimo l'annebbiamento nostalgico e guardiamo ai contenuti, all'anima, ai significati, agli appuntamenti (sono tanti e di valore, complimenti agli organizzatori). Invito tutti a partecipare a un evento che anche quest'anno rivive ad Agrigento e nella sua infiorata e profumata e magica e mitica Valle dei Templi con il rinnovo dell'amicizia tra popoli di tutto il modo. 
Evviva la "Sagra del..." no, volevo dire: Evviva il "Mandorlo in fiore!". 
Mi debbo abituare. Ma è così difficile. Mi sforzerò. Prometto. 

Raimondo Moncada

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