venerdì 23 dicembre 2016

Difficile vivere senza Facebook: a Natale è impossibile



Un mese senza Facebook, il social dei social. Trenta giorni senza la nuova vita che il web mi ha dato. Sono stato una cavia di un esperimento non voluto, nato per caso dopo sette anni che sto su Facebook.
Da impazzire!
Come si fa oggi a stare senza Facebook? Come si fa oggi a vivere una esistenza non connessa?  Come si fa oggi a vivere senza sapere quello che pensano o fanno gli altri e senza far sapere quello che pensiamo e facciamo noi?
Non si può. Oggi non si può (ma come facevo quando, a tempi antichi, non c’era ancora Facebook?).
È da pazzi, da incoscienti, oggi come oggi, non stare su Facebook.

Non esserci è come essere antichi, primordiali, ignoranti, asociali. Non esserci è come non essere collegati al mondo, alla società, all’umanità, alla vita che vive, alla rete globale dove tutto si condivide in una sorta di social comunismo: notizie, emozioni, quotidianità, gioie, malattie, ospedali, dolori, morti, complimenti, sfregi, auguri, accuse, condanne, terrore, risate, opinioni, affetti, amori, odi, rabbie, difese, offese, gogne, fogne, prugne, cotogni…  

Su Facebook c’è tutto e quasi tutti. Solo gli arretrati non ci stanno (arretrati non nel senso dei soldi che avanziamo). Su Facebook ci sta pure chi non ci sta, chi non ha tempo e voglia di starci. Ci sta affidando a qualcun altro o a un’agenzia specializzata la propria vita social: aprono un account a tuo nome, una pagina a tuo nome, e cominciano a postare foto a tuo nome, considerazioni a tuo nome, messaggi a tuo nome, risposte a tuo nome. E tutto sembra vero. Sembra vero anche se tu stesso posti a nome tuo personale cose che nella vita reale non ti sogneresti di fare o di dire.

Se già sei su Facebook, ma non posti più nulla, i tuoi contatti o i contatti dei tuoi contatti cominciano a porsi mille domande: “Da postatore si è trasformato in guardone?”, “Ha avuto una paralisi alle mani?”, “È morto?”. E ti cercano con tutti i mezzi, fuori e dentro Facebook.   

Ti cercano col tuo nome o col nomignolo o con la ‘ngiuria o con il probabile pseudonimo, attraverso il motore di ricerca interno al social. Se non ti trovano, ti marchiano all’istante: “Non è su Facebook? Ma come si fa oggi come oggi a non stare su Facebook! Gente asocial. Mah!”.

Con Facebook sei in contatto con i tuoi familiari e gli amici sparsi in tutto il mondo, riducendo così le distanze anche con persone che non conosci. Fai nuove amicizie. Rompi di brutto con le amicizie moleste. Le cancelli con un messaggio per niente amichevole. Esprimi la tua opinione su tutto quello che succede e sulle opinioni di altri. Partecipi alle varie discussioni. Aderisci alle iniziative. Segui le persone che più stimi e che più ami. Ammiri anche le persone che ti sorprendono per quello che dicono di essere, per quello che dicono di dire. Facebook ti aiuta anche nelle gioie e nei dolori. Esprimi pubbliche condoglianze in caso di lutti, esprimi le felicitazioni in caso di nascite o di traguardi raggiunti. Se non ti prepari a dovere, in occasione del compleanno, del matrimonio, della laurea, del primo dentino cariato rimosso, di un dispiacere rischi di essere sepolto di messaggi. Per il compleanno degli amici (su Facebook siamo tutti amici anche se non lo siamo), ti avverte automaticamente Facebook (ogni giorno hai l’ansioso pensiero di controllare la lista di chi fa il compleanno per fare gli auguri, pensiero che diventa angoscioso quando sei impedito di entrare sul social).
Per le festività, dovresti andare a memoria ma è meglio che il robot di Facebook te lo ricordi sempre. Per un lutto, ti avverte anche lo stesso amico o l’amico dell’amico con un messaggio in bacheca o con un nastro nero in sostituzione della foto di profilo.  
Molto è stato automatizzato. Esistono anche link da linkare e messaggi già confezionati da inviare, senza sforzare il cervello. 

È da un mese che non posto più nulla. La casella “A cosa stai pensando” è vuota dal 24 novembre. Non un pensiero. Non una foto. Niente. La tentazione, non lo nascondo, è stata forte. Facebook procura dipendenza. Siamo diventati social drogati. Ho ceduto solo qualche volta, per rispondere ad alcuni messaggi e non apparire vastaso o fuori dal mondo. Ma poi niente. O quasi. Confesso: di tanto in tanto ho fatto il guardone. La dipendenza c’è, la provo nella mia testa, nel mio corpo. La sento come quando sono davanti a un panettone artigianale siciliano infarcito di dolce crema di pistacchio. E che fai? Che fai? Ti limiti a guardarlo anche se sei a dieta ferrea? Siamo tutti bravi a giudicare, tutti bravi a guardare la mollica di panettone negli occhi degli altri e a non accorgersi delle fette di panettone con crema al pistacchio colante nei nostri occhi.

Non ti rendi conto della dipendenza e dei passi che ti fa fare, specialmente se hai l’app sul cellulare. Basta sfiorare lo schermo col polpastrello del dito indice ed è fatta. Apri così Facebook e dai una innocente scorsa veloce alla timeline. L’ho fatto. Lo riconfesso. Ma niente di più. Solo aperture fuggevoli, senza impegno. Degli assaggi di panettone. Delle leccatine alla crema di pistacchio. Non nascondo l’impeto di scrivere qualcosa, di rispondere a qualcuno. Sono stato sull’orlo di farlo. Lo sono ancora. Ma poi mi blocco alla sola intenzione. L’ingranaggio si è incrostato e fa fatica a riprendersi.  

Senza Facebook, comunque, ho trovato più tempo per fare altro. È una verità. Il social ti prende e ti risucchia: mente, anima, corpo. Perché alla fine ti prometti solennemente che ci stai solo cinque minuti e poi ci trascorri intere giornate. All’inizio non sapevo cosa fare. Gironzolavo per casa fischiettando, cacciando le zanzare di stagione, dandomi schiaffi per distrarmi. È brutta la solitudine, ritrovarsi d’un tratto solo con se stessi. Poi lentamente subentra la forza dell’adattamento.
Ma è troppo difficile resistere. Non so quanto ancora potrò. Sono al limite. Ora c’è Natale che mi mette in crisi e poi c’è Santo Stefano e poi il Capodanno e poi l’Epifania e poi... Non posso mica affacciarmi al balcone e mettermi a gridare per far giungere gli auguri ai familiari, agli amici, alle zie e agli zii e ai cugini, sparsi in diverse parti del mondo! Con Facebook è diverso. All’istante fai gli auguri a tutti. Certo, siamo d’accordo, sono digitali e il digitale non ha il calore di un abbraccio corpo a corpo o di una classica telefonata voce a voce.

Colgo l’occasione, per scusarmi con l’algoritmo di Facebook che ho messo in seria difficoltà. Non postando nulla, non ho fornito utili informazioni sulla mia cangiante persona, sui miei gusti e disgusti, sui miei umori del momento. Dati che consentono al sistema di inviarti pubblicità performante o una selezione su misura delle centinaia di migliaia di post degli amici. 

Se non dovessi rientrare in tempo su Facebook, affido a questa bottiglia navigante i miei personali, sinceri, affettuosi auguri: che sia un Natale Sereno per tutti, dentro e fuori Facebook, ma soprattutto dentro di noi, dentro ogni atomo perché dentro ogni nostro atomo c’è l’universo e il suo infinito mistero.

Raimondo Moncada

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