sabato 31 dicembre 2016

Pazzi auguri per l'anno nuovo

Si ricomincia. Alla fine di dicembre e dopo il Natale, si prendono di nuovo in mano computer e cellulari per sparare gli ultimi botti carichi dei migliori auguri questa volta per l’anno che verrà. Se non ti proteggi, anche psicologicamente, rischi di rimanerci stecchito dalla raffica di sms, messaggi privati su messenger, messaggi pubblici su Facebook, video e foto su Whatsapp, il postino che bussa e ribussa tre volte. Come per il Natale: “Auguri a te e famiglia!”, “Ricambio con affetto, a te e famiglia”, “Che il 2017 sia per te e famiglia…”
Centinaia, migliaia, milioni di auguri viaggiano per ore ed ore, fino al giorno del Capodanno, intasando le linee telefoniche, bloccando internet, saturando le memorie dei cellulari.
Cosa ci si augura? E cosa ci si augura che non sia già stato augurato gli anni precedenti, tanto per cambiare, per essere originali e non ripetitivi?

Alla fine, quello che più conta - e lo sappiamo - non è il contenuto dell’augurio ma l’augurio in sé per sé.  Fare gli auguri significa legame, considerazione, rispetto, ricordo, affetto. Significa esserci per qualcun altro con una formula verbale, un abbraccio, una stretta di mano, una telefonata attesa o inattesa.  

Fioccano, comunque, in questo periodo le ricerche e i sondaggi. In cima sembra esserci la salute. Ci si augura di stare bene. Ma al di là delle statistiche ufficiali, ognuno di noi ha i propri personali auspici più o meno segreti, nuovi di zecca oppure ereditati dagli anni passati e che non dirà mai al sondaggista che ti aspetta fuori dalla porta. Possiamo anche indovinarli gli auguri, aiutandoci con le categorie, sostituendo il freddo sondaggio con la calda fantasia. 
Ecco di seguito un nostro mini sondaggio. Cosa hanno risposto gli italiani alla domanda “Cosa ti auguri per il 2017?”. 

L’obeso: di non mangiare più e comunque di cominciare a non mangiare dopo la Befana.

L’affamato: di mangiare e subito, anche la Befana.

Il povero: di diventare ricco, anche con un miracolo o con un colpo di c.

Il ricco: di diventare più ricco, anche per sbaglio.

Il disoccupato: di trovare finalmente un lavoro.

L’occupato: di staccare finalmente dal lavoro.

Il genitore: di vedere i figli sistemati.

I figli: di vedere i genitori sistemati.

Il brutto: di diventare bello.

Il bello: di non diventare brutto.

Il sordo: di sentire e da entrambe le orecchie. 

Il tirchio: di non sentire dall'uno e anche dall'altro orecchio. 

L’imprenditore: di intraprendere.

Il lagnuso: di non essere intrapreso.

Lo scrittore: di essere letto. 

Il dormiglione: pure. 

Il giovane: di diventare grande.

L’adulto: di ritornare giovane.

Il pessimista: non mi auguro nulla.

L’ottimista: pure io.

L’infelice: di ammalarmi di felicità. 

Il felice: di contagiare gli infelici. 

Il riservato asocial: sono c. miei! 

L'estroverso social: rispondo volentieri per augurare di cuore a tutti: pace, amore, serenità, ricchezza e tanti sorrisi, almeno uno prima, durante o dopo i pasti. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 


giovedì 29 dicembre 2016

U ricuttaru e l'umanità ricuttara

C’è anche uno spaccato della società civile (o incivile, dipende dai punti di vista e dall’umore del momento) nelle svariate ricostruzioni dei presepi, viventi e non viventi. Per la santa verità, c’è anche di più. Ogni figura è ben rappresentata, sia antica sia moderna. E così sia. 
Nelle rappresentazioni, storiche e di fantasia, non può mancare u ricuttaru, da pronunciare in stretto siciliano in segno di onorevole rispetto della sacra tradizione.
Proprio così. Anche il presepe contempla questa mitica figura che affonda nella memoria millenaria della tradizione secolare (millennaria? secolare? Boh!).
La Sicilia fa la sua dignitosa parte nella storia presepistica (o presepestica o prosopopestica… Boh! Chiediamo aiuto all’Accademia della Crusca) del Paese, senza alcuna fastidiosa prosopopea, ma con arte vera e con i suoi straordinari interpreti che plasmano i personaggi con la creta o li interpretano in carne ed ossa (attenzione ai cani affamati) su un palcoscenico reale (vedi i presepi viventi come quello dei miei amici di Sutera che mangiano, bevono e lavorano preparando per altri da mangiare e da bere per ore ed ore al freddo e al gelo).
Tanti i personaggi che non possono mancare: il pecoraio soprattutto. Un presepe senza pecorai che presepe è? Non ho mai visto un presepe (o presepio) senza pecore né senza un loro padrone. E se ci sono le pecore non possono mancare pure i cani, e di mannara per giunta, che controllano il gregge dall’ovile al pascolo e viceversa (il viceversa è fondamentale anche nell’immobilità del presepe o presepio).
In tutti i presepi ci sono le pecore e se ci sono le pecore ci sono anche le masserie dove le pecore si mungono e dove il latte si lavora o per lasciarlo latte o per trasformarlo e farne formaggio o ricotta o… boh!
E qui entrano in gioco altri personaggi che arricchiscono la tradizione del presepe o presepio. Chi prepara la ricotta? Chi vende la ricotta? Chi trasporta la ricotta? Chi desidera la ricotta? Chi mangia la ricotta? Chi parla di ricotta? Non certo i Re Magi così intenti a non perdere di vista la stella cometa e a non perdere per strada l’oro, l’incenso e la mirra. Non certo il birraio che porta la birra. Non certo il vinaio che porta la vina. Non certo il salsaio che porta la salsa. E non certo lo sbirro che porta la sbirra alla ricerca di chi in taluni fantasiosi presepi (plurale unico che vale per presepio e per presepe) mette elicotteri, fenicotteri e Maradona che non c’entrano nulla con la tradizione. Si assume una grande responsabilità chi si azzarda a inserire nei presepi personaggi di nuova generazione. Attenzione: il social manager non esisteva due millenni fa, così come non esistevano altri mestieri come l’ottimizzatore di siti internet, come il web influencer ecc. (ma con quali sembianze eventualmente modellarli nella creta?).
U ricuttaru invece c’era e nella sua duplice veste. Anzi triplice. C’era il preparatore e venditore di ricotta e c’era anche u ricuttaru nel suo senso lato, inequivocabile, che cogliamo quando indichiamo un soggetto dicendogli: “Sei tutto ricuttaro”.
U ricuttaru – mi sono informato con stretti familiari originari di un paese del siculo entroterra – designa anche chi si vanta assai assai di essere un conquistatore di donne (nel caso di donne che millantano di essere mangiatrici di uomini si dovrebbe parlare, Crusca insegnando, di ricuttara). 

Con questa definizione definiamo pure – ed è un’aulica sfumatura metaforica – quelle persone a cui piace essere omaggiate, di doni verbali e di doni materiali. C’è anche il caso, non raro, di un ricuttaru tuttu ricuttaru, un preparatore di ricotta a cui piace ricevere pure i regali, anche in ricotta.
Constatazione conclusiva. Considerato che a tutto il genere umano piace ricevere regali, soprattutto a Natale e sotto l’albero, ergo siamo tutti ricuttari.
Sereno Natale, con o senza ricotta.

Raimondo Moncada

domenica 25 dicembre 2016

Gli auguri di Natale più pazzi del mondo

Attesi, graditi, pazzi auguri. Gli auguri di Natale non possono mancare. Senza non sarebbe Natale. 
Una domanda alla Mike Bongiorno: "Quanti auguri sono stati scritti, detti, fotografati, filmati nell'universo in questi giorni?" 
Milioni, miliardi, petardi... Non si riuscirà mai a contarli. 
Tutti formulano auguri. A nessuno è vietato. Almeno nel mondo cristiano. Può, dunque, capitare di leggere o ascoltare auguri inaspettati fatti anche da insoliti personaggi. 
Di seguito una breve carrellata: 

Il terrorista: Un Natale di pace. 
L'egoista: Un Natale di solidarietà.  
Lo sdentato: Un dolce Natale.
Il depresso: Un felice Natale.
Il moribondo: Un Natale di rinascita.
Il calvo: Un Natale di ricrescita.
Lo tsunami: Un Natale sereno. 
Il fantasioso: Auguri a te e famiglia. 
Il logorroico: Ricambio. 
L'ipocrita: I miei più sinceri auguri.
Il confusionario: Buona Pasqua. 
La femminista: Buona Natala. 
La vigilia: A domani 
L'ateo: Buon Natale. 
L'appartenente ad altra religione: Buon per te. 
L'enigmista: Ubon Talena. 
L'asino: Non lo so. 
Vittorio Sgarbi: Capra! Capra! Capra! 
L'alieno: ?
L'ossessivo-compulsivo: Buon Natale! Buon Natale! Buon Natale! Buon Natale! Buon Natale! Buon Natale! Buon Natale! Buon Natale! Buon Natale! Buon Natale! etc. 
Il ripetente: Di nuovo auguri a te e famiglia. Buon Natale.  

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 



venerdì 23 dicembre 2016

Difficile vivere senza Facebook: a Natale è impossibile



Un mese senza Facebook, il social dei social. Trenta giorni senza la nuova vita che il web mi ha dato. Sono stato una cavia di un esperimento non voluto, nato per caso dopo sette anni che sto su Facebook.
Da impazzire!
Come si fa oggi a stare senza Facebook? Come si fa oggi a vivere una esistenza non connessa?  Come si fa oggi a vivere senza sapere quello che pensano o fanno gli altri e senza far sapere quello che pensiamo e facciamo noi?
Non si può. Oggi non si può (ma come facevo quando, a tempi antichi, non c’era ancora Facebook?).
È da pazzi, da incoscienti, oggi come oggi, non stare su Facebook.

Non esserci è come essere antichi, primordiali, ignoranti, asociali. Non esserci è come non essere collegati al mondo, alla società, all’umanità, alla vita che vive, alla rete globale dove tutto si condivide in una sorta di social comunismo: notizie, emozioni, quotidianità, gioie, malattie, ospedali, dolori, morti, complimenti, sfregi, auguri, accuse, condanne, terrore, risate, opinioni, affetti, amori, odi, rabbie, difese, offese, gogne, fogne, prugne, cotogni…  

Su Facebook c’è tutto e quasi tutti. Solo gli arretrati non ci stanno (arretrati non nel senso dei soldi che avanziamo). Su Facebook ci sta pure chi non ci sta, chi non ha tempo e voglia di starci. Ci sta affidando a qualcun altro o a un’agenzia specializzata la propria vita social: aprono un account a tuo nome, una pagina a tuo nome, e cominciano a postare foto a tuo nome, considerazioni a tuo nome, messaggi a tuo nome, risposte a tuo nome. E tutto sembra vero. Sembra vero anche se tu stesso posti a nome tuo personale cose che nella vita reale non ti sogneresti di fare o di dire.

Se già sei su Facebook, ma non posti più nulla, i tuoi contatti o i contatti dei tuoi contatti cominciano a porsi mille domande: “Da postatore si è trasformato in guardone?”, “Ha avuto una paralisi alle mani?”, “È morto?”. E ti cercano con tutti i mezzi, fuori e dentro Facebook.   

Ti cercano col tuo nome o col nomignolo o con la ‘ngiuria o con il probabile pseudonimo, attraverso il motore di ricerca interno al social. Se non ti trovano, ti marchiano all’istante: “Non è su Facebook? Ma come si fa oggi come oggi a non stare su Facebook! Gente asocial. Mah!”.

Con Facebook sei in contatto con i tuoi familiari e gli amici sparsi in tutto il mondo, riducendo così le distanze anche con persone che non conosci. Fai nuove amicizie. Rompi di brutto con le amicizie moleste. Le cancelli con un messaggio per niente amichevole. Esprimi la tua opinione su tutto quello che succede e sulle opinioni di altri. Partecipi alle varie discussioni. Aderisci alle iniziative. Segui le persone che più stimi e che più ami. Ammiri anche le persone che ti sorprendono per quello che dicono di essere, per quello che dicono di dire. Facebook ti aiuta anche nelle gioie e nei dolori. Esprimi pubbliche condoglianze in caso di lutti, esprimi le felicitazioni in caso di nascite o di traguardi raggiunti. Se non ti prepari a dovere, in occasione del compleanno, del matrimonio, della laurea, del primo dentino cariato rimosso, di un dispiacere rischi di essere sepolto di messaggi. Per il compleanno degli amici (su Facebook siamo tutti amici anche se non lo siamo), ti avverte automaticamente Facebook (ogni giorno hai l’ansioso pensiero di controllare la lista di chi fa il compleanno per fare gli auguri, pensiero che diventa angoscioso quando sei impedito di entrare sul social).
Per le festività, dovresti andare a memoria ma è meglio che il robot di Facebook te lo ricordi sempre. Per un lutto, ti avverte anche lo stesso amico o l’amico dell’amico con un messaggio in bacheca o con un nastro nero in sostituzione della foto di profilo.  
Molto è stato automatizzato. Esistono anche link da linkare e messaggi già confezionati da inviare, senza sforzare il cervello. 

È da un mese che non posto più nulla. La casella “A cosa stai pensando” è vuota dal 24 novembre. Non un pensiero. Non una foto. Niente. La tentazione, non lo nascondo, è stata forte. Facebook procura dipendenza. Siamo diventati social drogati. Ho ceduto solo qualche volta, per rispondere ad alcuni messaggi e non apparire vastaso o fuori dal mondo. Ma poi niente. O quasi. Confesso: di tanto in tanto ho fatto il guardone. La dipendenza c’è, la provo nella mia testa, nel mio corpo. La sento come quando sono davanti a un panettone artigianale siciliano infarcito di dolce crema di pistacchio. E che fai? Che fai? Ti limiti a guardarlo anche se sei a dieta ferrea? Siamo tutti bravi a giudicare, tutti bravi a guardare la mollica di panettone negli occhi degli altri e a non accorgersi delle fette di panettone con crema al pistacchio colante nei nostri occhi.

Non ti rendi conto della dipendenza e dei passi che ti fa fare, specialmente se hai l’app sul cellulare. Basta sfiorare lo schermo col polpastrello del dito indice ed è fatta. Apri così Facebook e dai una innocente scorsa veloce alla timeline. L’ho fatto. Lo riconfesso. Ma niente di più. Solo aperture fuggevoli, senza impegno. Degli assaggi di panettone. Delle leccatine alla crema di pistacchio. Non nascondo l’impeto di scrivere qualcosa, di rispondere a qualcuno. Sono stato sull’orlo di farlo. Lo sono ancora. Ma poi mi blocco alla sola intenzione. L’ingranaggio si è incrostato e fa fatica a riprendersi.  

Senza Facebook, comunque, ho trovato più tempo per fare altro. È una verità. Il social ti prende e ti risucchia: mente, anima, corpo. Perché alla fine ti prometti solennemente che ci stai solo cinque minuti e poi ci trascorri intere giornate. All’inizio non sapevo cosa fare. Gironzolavo per casa fischiettando, cacciando le zanzare di stagione, dandomi schiaffi per distrarmi. È brutta la solitudine, ritrovarsi d’un tratto solo con se stessi. Poi lentamente subentra la forza dell’adattamento.
Ma è troppo difficile resistere. Non so quanto ancora potrò. Sono al limite. Ora c’è Natale che mi mette in crisi e poi c’è Santo Stefano e poi il Capodanno e poi l’Epifania e poi... Non posso mica affacciarmi al balcone e mettermi a gridare per far giungere gli auguri ai familiari, agli amici, alle zie e agli zii e ai cugini, sparsi in diverse parti del mondo! Con Facebook è diverso. All’istante fai gli auguri a tutti. Certo, siamo d’accordo, sono digitali e il digitale non ha il calore di un abbraccio corpo a corpo o di una classica telefonata voce a voce.

Colgo l’occasione, per scusarmi con l’algoritmo di Facebook che ho messo in seria difficoltà. Non postando nulla, non ho fornito utili informazioni sulla mia cangiante persona, sui miei gusti e disgusti, sui miei umori del momento. Dati che consentono al sistema di inviarti pubblicità performante o una selezione su misura delle centinaia di migliaia di post degli amici. 

Se non dovessi rientrare in tempo su Facebook, affido a questa bottiglia navigante i miei personali, sinceri, affettuosi auguri: che sia un Natale Sereno per tutti, dentro e fuori Facebook, ma soprattutto dentro di noi, dentro ogni atomo perché dentro ogni nostro atomo c’è l’universo e il suo infinito mistero.

Raimondo Moncada

sabato 17 dicembre 2016

Fare successo con i like e mettere pignata

Con un like ora ci campi la famiglia. E, se sei bravo, puoi anche fare di più. 
Tutto gira ormai attorno ai like. Senza like non vai più da nessuna parte. Li puoi guadagnare col sudato lavoro, con la creatività e l'intelligenza. Ma li puoi pure comprare. Si può. Puoi piacere anche comprato. Almeno così promettono alcune App che vanno ormai tanto per la maggiore su smartphone e iPad. Più like ricevi e più importante pari nei diversi settori in cui vuoi emergere. Quel like significa che quello che dici, quello che pensi, quello che scrivi, quello che fotografi, quello che dipingi, quello che ti esce dalla materia ingrigita del cervello, ha un seguito. E se ha un seguito misurabile ha un suo valore intrinseco, estrinseco e centrinseco.

Anche se quello che esprimi fa abbaiare i cani, non ha alcuna importanza. I cani non capiscono l'umano sistema innovativo dei like su cui si reggono da qualche anno tutte le società del mondo, anche quelle del terzo mondo dove è finalmente sbarcata la rivoluzione di internet. Anche Tarzan ora ha il modo per connettersi al web di cui non si può fare a meno neanche nella giungla per comunicare con Jane. E se gli arriva un segnale disturbato, Tarzan ha la fortuna intrinseca di spostarsi velocemente con le liane facendo rimanere a bocca aperta gli invidiosi gorilla. Perché per ottenere i like bisogna avere prima di tutto una buona connessione. Dopo che sei connesso ti apri un account su un popolare social network e cominci a pubblicare foto di quello che fai, pensieri su quello che pensi, video su quello che filmi. Se riesci ad avere centinaia, migliaia, milioni di like hai fatto tredici. Diventi una star e se sei una star verrai pregato per pubblicare libri sui tuoi pensieri, per incidere dischi di urla, per fare mostre di quadri sui tuoi scarabocchi, per fare esposizioni di foto sui tuoi scatti di nervi. Più like hai e, per matematica statistica, più popolare diventi. E più popolare diventi, più vieni seguito. E più vieni seguito, più le persone sono disposte a comprare una liana da te, anche taroccata, anche di zucchero filato, per farsela un giorno autografare dall'amico Tarzan (aaaauuuuaaaaahhhhh!). 

Il like ha di fatto superato il dollaro e l'euro e anche l'oro e i diamanti. È il nuovo valore di scambio. Tutto si è convertito alla filosofia del like. Con i like si fanno carriere, si mette su la pignata (pentola), si calcano (con la elle) i palcoscenici di Broadway, si viene esposti al Louvre al posto della Gioconda, si muovono le masse, si viene osannati e totemizzati. 
Ti fai insomma un nome anche diverso da quello di nascita. 
Puoi nella vita reale essere un grande artista, un grande intellettuale, un grande pensatore, un grande scrittore, un grande fotografo, un grande musicista, un grande grande grande, ma rischi in vita di non essere riconosciuto come tale.  Se non riesci ad attirare like a sufficienza ti trasformi nel giro di qualche istante in un bluff, in un incompreso, in un incompetente, in un due di bastoni con briscola a coppe, in uno che in definitiva non vale niente di valore intronsico ed estronsico.
Ma come funziona questo successo che piace così tanto, senza distinzione di sesso, cultura e culturismo?
Semplice: ci sono gli osservatori dei like. Appena superi la soglia, gli osservatori osservanti ti segnalano a chi di dovere (che è pure un piacere!) come personaggio. Devi fare del tuo meglio e diventare il migliore dei migliori: il meglio assai (ho visto con i miei occhi adolescenti fare la fila per farsi un selfie con un altro adolescente innalzato agli onori del Like, ho letto sempre con i miei occhi di youtuber sommersi di Like contattati da imprese editoriali per pubblicare libri). 
Le moderne scienze neurobotiche che studiano il fenomeno consigliano di dimenticare quello che si è e quello che si è in grado di fare con la propria testa, con la propria voce, con le proprie mani. Bisogna, al contrario, fare quello che piace alla maggioranza dei potenziali likkisti e cercare di non contrariarli. Se i loro gusti coincidono con i nostri abbiamo fatto tombola e a Natale fare tombola vale quanto un tombolone. Sono i likkisti a determinare oggi come oggi il destino del mondo e dei suoi principali interpreti. Basta un non like e sei fregato! 
Gli ignorati sono i moderni vinti verghiani. Non hanno vie di scampo per scampare a questo ineluttabile destino. 

Mi auguro che questa mia spiacevole elucubrazione non piaccia a nessuno e che non prenda alcun like (lo dico tanto per farmi bello: vi prego, condividete in massa! E mettete un convinto "mi piace" che alla fine non costa nulla). 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 

martedì 13 dicembre 2016

Classifiche città, si sta meglio dove si sta peggio



Ultimi ma primi, e a fisarmonica. La classifica di fine anno per qualità della vita delle città italiane andrebbe letta al contrario. In questo modo, si vivrà meglio dove si vive peggio (stando almeno alla sommatoria degli indicatori degli studi statistici da cui si ricava la media matematica per stabilire le posizioni nello speciale campionato tra italiani di diverse collocazioni geografiche, ma anche economiche, sociali, culturali).  

C'è chi fugge e chi vorrebbe scappare per trovare altrove, oltre il Sud, condizioni di vita migliore. C’è, invece, chi ci invidia e vorrebbe vivere da noi, in Sicilia, per le qualità che loro non riconoscono avere nella loro terra. 
Meraviglioso! 
Il Sud diventa Nord e il Nord diventa Sud nella psiche umana, per sottili indicatori che sfuggono ai numeri delle matematiche statistiche.
Da non credere, lo so. Ma succede anche questo. Non ho numeri statistici da offrire. Sento spesso settentrionali innamorati della mia terra: “Ci vivrei, se potessi”. Alcuni hanno potuto. Ci sono casi di turisti diventati perpetui residenti perché innamorati perdutamente dell’isola o perché innamorati di un uomo o di una donna figli di questa terra.  

Vengono attirati dalla diversità: dal clima mite, dal sole che spunta dal cielo e riscalda, dalla manifesta umanità, dalla bellezza multirazziare della sua gente, dai resti della storia che fu, dai misteri non ancora svelati, dalle domande senza ancora una risposta, dai muti silenzi loquaci, dai luoghi dove per grazia divina sono nati  profumati poeti e fior di scrittori come Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri. Rimangono ammagati dal fascino di siti unici al mondo come la Valle dei Templi e la Scala dei Turchi (anche i turchi turisti sgranano i turchi occhi esprimendo, sempre in turco, il proprio sincero incanto).

La meraviglia ha l’occhio incantato dello straniero, di chi proviene da terre lontane dove può anche capitare che un monumento di cemento armato, avvolto nella nebbia e nascosto dallo smog, diventi l’unica attrazione turistica.
Certo, troviamo anche il visitatore che si sofferma sugli aspetti negativi (“Schifìo!”), gli stessi aspetti che noi nativi vediamo e viviamo ogni giorno con la speranza che qualcosa in futuro migliori e ci allinei a tutte quelle importanti città d’origine dei turisti che ci vengono a visitare.
Loro ammirano noi e noi ammiriamo loro e li invidiamo pure per tutta una serie di ragioni. Li consideriamo più fortunati perché vivono in aree geografiche non marginali e isolate, dove – è l’idea che ci facciamo – tutto funziona, dove ci sono i treni a grande velocità che non fai in tempo a salire che subito devi scendere perché sei già arrivato, dove ci sono i grandi concerti dei grandi cantanti, dove non trovi l’immondizia per strada perché chi l'ha buttata è stato arrestato, dove c’è un’altra mentalità, dove parlano l’italiano che è italiano, dove il lavoro lo trovi con facilità, dove ognuno si fa gli affari suoi anche quando cadi, ma dove magari arrivi e vuoi subito ritornare indietro perché cominci a sentirti soffocato dall’aria con le targhe alterne, dai prezzi alle stelle forse per la troppa qualità della vita e dei servizi che funzionano troppo bene, dalla nostalgia della tua terra che scopri di amare, pur con i suoi mille difetti e i suoi aridi deserti.

E la classifica della qualità della vita di colpo si inverte. La tua città, ufficialmente ultima, diventa clamorosamente prima per affetto e per quelle virtù che si rivelano con la lontananza, quando riacquisti gli occhi incantati del turista e risenti il pulsare del cuore.

Purtroppo, e ne prendiamo atto, non siamo ultimi in classifica. E non essendo ultimi non possiamo proverbialmente essere i primi con l'inversione sperta della classifica. Ogni fine anno – è diventata ormai una tradizione – escono le graduatorie delle città dove si sta meglio per qualità della vita. Le classifiche sono stilate da importanti testate economiche come Italia Oggi e Il Sole 24 Ore. Dopo la pubblicazione, è tutto un discutere, un prendersi i meriti, un accusare tutti gli altri per le colpe, un rimpiangere per quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto.

La prima classifica l’ha stilata Italia Oggi, in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma. Agrigento, come provincia, è stata collocata in quart’ultima posizione: 107ma su 110 città in Italia: un disastro! Rispetto allo scorso anno, Agrigento ha perso una posizione. Ha retto in qualche modo l'urto della crisi. Peggio hanno fatto Napoli, Siracusa e Crotone. In tanti a evidenziare inevitabilmente i mali atavici: povertà, mancanza di lavoro, ripresa dell’emigrazione giovanile, marginalità, servizi insufficienti, tasse alle stelle…    
Rispetto a un Sud che piange, c’è un Nord che continua ad affermarsi in vetta, da campione assoluto, con i territori lustrati a lucido e gaudenti di Mantova, Trento, Belluno, Pordenone, Siena.
In pochissimi giorni, però, miracolosamente e con fierezza, la stessa Agrigento, sempre come provincia, è risalita di diverse posizioni, non nella stessa classifica ma in un’altra, in quella stilata dal Sole 24 Ore. In quest’ultima classifica, Agrigento è collocata al 90mo posto, guadagnando ben 17 (diciassette!) posizioni rispetto alla prima graduatoria. In vetta troviamo sempre il Settentrione ma con altre città: Aosta, Milano, Trento, Belluno, Sondrio. Nel fondo, Crotone, Napoli, Caserta, Reggio Calabria, Vibo Valentia.
Classifiche a fisarmonica, che in una notte ci deprimono di incubi e in un’altra ci fanno sognare.

Raimondo Moncada
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