venerdì 18 novembre 2016

Vincere da bruti un concorso di gentilezza



Puoi vincere un concorso di bellezza anche se sei brutto. Puoi vincere un concorso di pittura anche se dipingi uno sgorbio. Puoi vincere un concorso di gentilezza anche se sei un bruto. Puoi vincere il Paradiso anche se sei un diavolo. 
Come? Troppa curiosità. Ma vi svelo il segreto. Tenetevi.... Eccolo: bisogna partecipare ai concorsi a premi che prevedano la votazione online, meglio ancora la votazione sui social. Se vali o ci sai fare diventi un fenomeno. Vinci a colpi di “Mi piace”.
Io l’ho fatto e ho perso. Fenomenale! 
Ma andiamo con ordine. 

Ci sono enti, associazioni, aziende o affini, che organizzano concorsi a premi. Ce ne sono per tutti i gusti. Puoi vincere una coppa, una targa, un assegno, una cassetta di patate. Puoi vincere la pubblicazione di un libro. Puoi vincere solo la soddisfazione di essere arrivato primo tra mille, perché uno su mille ce la fa e gli altri novecentonovantanove stanno a guardare mentre arrivi primo a tagliare con le forbici il traguardo. Ed è importante farcela e non farsela addosso magari dalla eccessiva soddisfazione o dalla rabbia. 
Le modalità per decretare il vincitore possono riprendere metodi tradizionali, con l’ingrato compito affidato a una giuria fisica di uomini e donne. Oppure sfruttare  le ben più innovative tecnologie: il televoto con telefonate, citofonate o sms; la votazione online con la preferenza espressa spuntando un apposito quadratino o cerchietto; il cliccamento di un bel “Mi piace” sui social: su Facebook, su Twitter o anche su Instagram. 

Vince chi ottiene più punti o più “Mi piace” (attenzione a non digitare "A me mi piace"). È dunque fondamentale far partire, sparata, la macchina della promozione o dell’auto promozione. Macchina che quando parte non si ferma così facilmente. Vediamo così gli stessi candidati, ma anche i familiari dei candidati, gli amici dei candidati, i familiari degli amici dei candidati, gli amici dei familiari dei candidati, gente estranea agli stessi candidati (“Ma chi sono?”), che ti raggiungono con ogni mezzo: per sms, per email, per messaggio privato, per cartolina, per lettera, per pizzino, per strizzatina d’occhio: 

“Vedi che partecipo al concorso di bellezza. Non ti spaventare. Ho già fatto la plastica facciale e cambiato immagine di profilo. Non mi riconoscerai. Chiudi gli occhi. Votami e fammi votare a manetta!” 
“Vedi che mio nonno partecipa al concorso ‘Giovani talenti’. Ti prego: è la sua ultima occasione”. 
“Vedi che la mia piccolina partecipa al concorso ‘Gemiti di neonato'. Ascoltala, piangi e votala". 
E non puoi nasconderti. C’è chi riesce a beccarti nel covo segreto con il localizzatore del cellulare o chi ti insegue in bici mentre stai scappando in Ferrari. 

Diciamocelo con estrema sincerità: se ti arriva il messaggio di un familiare, di un amico, di un conoscente, sei in grossa difficoltà: "Votami!" "Votalo! Ti prego". 
Che ti costa poi? Dieci secondi della tua vita: vai sulla pagina del concorso, cerchi il tuo candidato preferito e lo voti non guardando neanche il volto deformato. Non c’è bisogno. Lo fai per affetto, per amicizia. La vera bellezza è quella interiore, ti ripetono da una vita replicando filosofie esistenziali. 
Voti e fai bella figura: per te non è mancato. Voti anche a scatola chiusa. In fiducia, non entrando nel merito, non giudicando la qualità. Chi sei tu per giudicare? Puoi votare così un capolavoro così come puoi votare spazzatura (con l’opportuna e normata differenziazione). Primi in classifica possono piazzarsi o tutti capolavori o sola spazzatura o un mix di capolavori e spazzatura. Ma non è colpa tua: tu solo un voto hai espresso. 

Anche io ho fatto esperienza di concorsi social, sia come votante sia come candidato. Ora è da tempo che non mi interesso. E chiedo scusa a parenti e amici se in questi ultimi anni non hanno trovato traccia di mie presenze e preferenze. Chiedo umilmente scusa a persone che riconosco come immensi artisti. 
Non escludo, comunque, un ritorno. Sono fatto di carne e di cuore. Magari parteciperò io stesso a un nuovo concorso o ne organizzerò uno tutto mio. Chi lo può escludere!? Chi me lo può impedire?
Ricordo ancora la mia prima esperienza di candidato... La condivido. Ecco... Decido di inviare un mio scritto a un concorso per racconti, con grande eccitazione e speranza. Partecipo con un racconto breve. La scelta dei migliori si decide anche sul web. Il bando affida al voto social un buon peso nella votazione complessiva. Il voto social è comunque decisivo per superare la prima fase di scrematura. Dopo qualche giorno, vedo gli incipit dei racconti partecipanti pubblicati su Facebook. Sono tutti in forma anonima. C'è solo il titolo e una decina di righe. 

Trovo il mio racconto. Lo conosco a memoria, ma lo rileggo. Mi emoziono. Sono in gara! Posso vincere o arrivare tra i primi o al massimo a ridosso dei migliori. Sono sempre più eccitato.  
Leggendo quelle poche righe l’utente social è chiamato a decretare il migliore o il peggiore. 

Non lo nascondo: tanta è stata la tentazione a pubblicizzare tra i miei amici il concorso (se nessuno lo sa come potranno mai votare?). E tanta è stata la tentazione a far sapere che c’era anche il mio racconto tra i numerosi pubblicati, tanti di ottima fattura. 
Non ci dormo la notte. Sempre con la luce del comodino accesa e non per paura dei fantasmi. L’Enel mi ringrazia per le bollette. Sono davvero tentato, ma mi trattengo. Mi faccio legare come Ulisse quando decise di farsi legare a un palo per resistere al canto delle Sirene. C’è una clausola del bando: ogni partecipante, partecipando, si impegna a non parlare del concorso e della propria partecipazione. Si rischia la squalifica. 

Alla scadenza, ci sono racconti che su Facebook oltrepassano i trecento “Mi piace”, incassando commenti di compiacimento e anche decine di condivisioni. Ci sono racconti che, al contrario, totalizzano zero (z-e-r-o) “Mi piace”. Il mio racconto si piazza buon ultimo, assieme ad altri, con nessuna (n-e-s-s-u-n-a) preferenza.

Lo ricordo postumo, per parlare del valore psicologico dell'autostima. Durante le operazioni di selezione online delle migliori creazioni, non mi sono apprezzato neanche io, neanche con uno pseudonimo o con un fake che oggi vanno tanto di moda. 
L'aspetto positivo è la presa di coscienza. Un verdetto inappellabile ai tempi dell'impazzimento digitale e, non avendo il necessario seguito o capacità di riscontro social, un invito al ritiro silenzioso dalle arti. 

Raimondo Moncada 

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