lunedì 21 novembre 2016

Mi merito il Nobel. Le mie ragioni in dieci punti



Esimi componenti dell'Accademia di Stoccolma. 
Peccando di umiltà, mi permetto indirizzarvi questa lettera aperta per attrarre la vostra solenne attenzione. Per rendere più aperta questa lettera aperta, ho spalancato nella mia dimora domestica porte e finestre rischiando di far morire assiderato dal rigoroso freddo invernale la mia umilissima persona.

Non so se avete sentito parlare di me. Non in Svezia, dove non ho mai messo piede, ma nel mondo. No? Sono un concittadino vostro, sapete, nel senso che abito come voialtri in Europa.
Mi avete riconosciuto? Ancora no? 

Aggiungo, allora, che sono compaesano di un grand'uomo che ottant'anni fa ricevette dalle vostre baciate mani il riconoscimento più alto che nel piccolo pianeta si possa ricevere: il Premio Nobel per la Letteratura. Ed è per tal ragione che, senza ragione, vi scrivo affidando questo scritto alle onde oceaniche del World Wide Web non trovando sul sito ufficiale del Premio un contatto email.

È da tanti anni che un italiano, un siciliano, un agrigentino non riceve la vostra augusta considerazione. L’ultimo grande è stato Dario Fo, nel 1997. Prima di lui Giosuè Carducci, Grazia Deledda, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale e, nel 1936, il mio caotico compaesano Luigi Pirandello. Proprio così: compaesano. Anche io sono nativo di Girgenti, lontano dal pino del Caos, però. 

Speravo che il 2016 potesse essere l'anno perfetto per rimediare, proprio per celebrare degnamente l'ottantesimo anniversario dell'assegnazione del Nobel a Luigi. Magari ne avete parlato in gran segreto. Magari vi siete accapigliati tra il mio nome e quello di Bob. Non voglio sapere.
Ormai quello che è fatto è fatto. 

Con la presente mi permetto di prenotarmi un posto per le prossime edizioni. E vi scrivo pure le motivazioni per cui mi merito le vostre eccelse preferenze per un premio che sono convinto di meritare. Eccoli i miei meriti, riassunti in dieci ragionate ragioni:
 
1.    Verrei di corsa a ritirarlo, con impegno;
2.    Verrei anche a piedi, ‘mpiduni;
3.    Verrei pagando io le spese di viaggio, vitto e alloggio;
4.    Verrei cancellando ogni impegno precedentemente preso e ogni impegno ancora da prendere; 
5.    Verrei comprando io stesso l’oro (o metallo similare, più economico) per la medaglia, io stesso la carta per il diploma e io stesso il carnet per staccare l’aulico assegno;
6.    Verrei facendo anche uno sconto mai visto sulla terra sul premio in denaro;
7.    Verrei uscendoli io stesso i soldi per il premio in denaro (lo ridurrei a una cifra simbolica e mi farei una cambiale); 
8.    Verrei consegnandomelo io stesso il premio se Sua Maestà il Re fosse quel giorno impegnato o se ci fossero impegnati tutti i  delegati;
9.    Verrei anche da spettatore, ad applaudire in sala, anche non premiato o non riconosciuto: anonimo;
10.  Verrei pure a bussare con le mie gracili nocche alla egregia porta accademica per entrare nella sala dei conferimenti ed avere così l'onore di essere buttato fuori a calci nel sedere dalla sorveglianza reale del Premio Nobel.

In attesa di gradito riscontro, e tenendo il telefono sempre attivo anche di notte, porgo in ginocchio deferenti saluti. 

Raimondo Moncada

sabato 19 novembre 2016

Ornella e la pazzia di aprire una libreria

Le librerie non chiudono, aprono. E aprono in un edificio in pietra, non su internet, con giovani che investono sui libri cartacei, sulla lettura, sulla cultura, sul contatto umano. 
Qualcuno si domanderà, ne sono sicuro: ma è una follia ai tempi del digitale, ai tempi del passatempo sui social, ai tempi delle letture gratis sul web, ai tempi di una crisi economica che non sembra avere fine! 
Pura follia? 
Può essere. Come può essere che esistano in questa strana epoca librai illuminati, capaci, lungimiranti, dotati di acuta e lunga vista. 
Vedere non è da tutti, così come non è da tutti accorgersi delle opportunità in apparenti deserti. 

Prendiamo comunque per buona la tesi della follia. Esistono a questo mondo librai pazzi e, ancora più pazzi, librai di giovane età che decidono di avviare un'attività di servizi culturali basati prevalentemente su supporti storici messi in crisi dalle veloci e volatili nuove tecnologie. 

La pazzia esiste. E aiuta, come la fede. Ho colto un segnale in controtendenza a Sciacca, dove da anni opera, per non dire "resiste", in Via Garibaldi, nel centro storico della città, la libreria Mondadori, ben fornita, accogliente e pure ben frequentata, con personale preparato e molto disponibile. 
Dico "resiste" perché in centro storico fino a un paio d'anni fa c'era un'altra libreria, la Verba Volant, gestita da un ragazzo in gamba, che ha abbassato la saracinesca. Altre attività librarie resistono all'interno di cartolibrerie, specializzate molto sullo scolastico, ed edicole.
Da pochi giorni ha aperto i battenti una nuova libreria in centro. Si sente il profumo come quello del pane caldo caldo appena sfornato. 

Quando me l'hanno detto, ho fatto fatica a crederci dopo aver letto di continuo, ossessivamente, notizie di chiusure di storiche librerie, da nord a sud dell'Italia; e dopo avere visto io stesso chiudere ad Agrigento, la mia città, importanti librerie; e ancora dopo aver raccolto io stesso il disagio di amici librai indecisi sul da farsi. 

Ecco perché sorprende e credo faccia notizia l'apertura di una nuova libreria nel sud Italia, in Sicilia, in provincia di Agrigento, dove pure le percentuali di lettura e di acquisto di volumi cartacei non faranno impazzire gli istituti di statistica. 
La nuova libreria è stata aperta col sistema del franchising da una giovane donna, in Via Licata, sempre nel centro storico di Sciacca. È una libreria della catena Ubik, così come esistono le catene di altre blasonate librerie di Mondadori, Feltrinelli, Giunti ecc.

Decido di andarci. La curiosità è troppo forte. Entro. La libreria è piena di libri (vuota non poteva essere!), ordinati in varie sezioni. E mi fa una bella impressione. Avverto l'odore del nuovo e scirgo le copertine dei volumi di una lucentezza intonsa. Noto un viso familiare. Dà consigli di lettura. Si gira. Riconosco l'identità. Ha lavorato per alcuni anni alla Mondadori di Via Garibaldi. È lei la titolare. Si chiama Ornella Gulino, ha 31 anni, è sposata e mamma di una bimba a cui ha dato il nome Lara "in onore del dottor Zivago", il romanzo di Boris Pasternak. 

"La letteratura è il mio destino - mi dice -. Anche il mio nome è legato a un letterato: a Gabriele D'Annunzio. Ornella è il nome che diede a un personaggio della Figlia di Jorio". 
Un destino. Ci mettiamo a parlare. Le chiedo informazioni che non mi ero mai permesso di chiedere prima. Ornella è nata e cresciuta con la passione dei libri. È laureata in Letteratura. Ha poi preso la specializzazione in filologia moderna lavorando part-time alla Mondadori, impiego che ha lasciato per seguire il sogno di sempre: avere una libreria tutta sua. 

"Qui dentro - mi dice con orgoglio e sorridendo - mi trovo a mio agio e mi sento come una bambina in un negozio di caramelle. Non sono tempi felicissimi, ne sono cosciente. Spero di trasmettere agli altri l'amore per la letteratura e di riuscire a fare appassionare le persone alla lettura dei libri". 

Ornella mi chiede un parere sulla sua creatura. Le faccio i complimenti per quello che è riuscita a fare. Chi crede ai sogni, li segue e si lascia trasportare oltre le nuvole, va lontano. 

Ornella non si limiterà al punto vendita. Promuoverà anche incontri e presentazioni di libri con i loro autori, sia dentro la libreria sia in spazi all'aperto che utilizzerà nei mesi caldi e non piovosi. La libreria non è un'attività qualsiasi: è il terminale di una catena in cui troviamo scrittori, editori e numerose altre professionalità dell'universo creativo e culturale. 
Prima di lasciarci, Ornella mi dà un segnalibro. In una facciata ci sono tutti i contatti della libreria. Nell'altra facciata ci sono i primi incontri con scrittori in carne e ossa. Due in uno stesso giorno: sabato 26 novembre 2016, alle 16,30, c'è Simonetta Agnello Hornby che presenta Caffè amaro; alle 18,30 c'è Craig Warwick con Il libro delle risposte degli angeli. 

Ornella è animata da contagioso entusiasmo. Che bello! L'entusiasmo mette le ali ai piedi e ti fa diventare pure sordo alle voci pessimistiche e alla rassegnazione. Viva la sana pazzia! 
Vado via, non prima d'aver comprato, per augurio, un libro. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 


venerdì 18 novembre 2016

Vincere da bruti un concorso di gentilezza



Puoi vincere un concorso di bellezza anche se sei brutto. Puoi vincere un concorso di pittura anche se dipingi uno sgorbio. Puoi vincere un concorso di gentilezza anche se sei un bruto. Puoi vincere il Paradiso anche se sei un diavolo. 
Come? Troppa curiosità. Ma vi svelo il segreto. Tenetevi.... Eccolo: bisogna partecipare ai concorsi a premi che prevedano la votazione online, meglio ancora la votazione sui social. Se vali o ci sai fare diventi un fenomeno. Vinci a colpi di “Mi piace”.
Io l’ho fatto e ho perso. Fenomenale! 
Ma andiamo con ordine. 

Ci sono enti, associazioni, aziende o affini, che organizzano concorsi a premi. Ce ne sono per tutti i gusti. Puoi vincere una coppa, una targa, un assegno, una cassetta di patate. Puoi vincere la pubblicazione di un libro. Puoi vincere solo la soddisfazione di essere arrivato primo tra mille, perché uno su mille ce la fa e gli altri novecentonovantanove stanno a guardare mentre arrivi primo a tagliare con le forbici il traguardo. Ed è importante farcela e non farsela addosso magari dalla eccessiva soddisfazione o dalla rabbia. 
Le modalità per decretare il vincitore possono riprendere metodi tradizionali, con l’ingrato compito affidato a una giuria fisica di uomini e donne. Oppure sfruttare  le ben più innovative tecnologie: il televoto con telefonate, citofonate o sms; la votazione online con la preferenza espressa spuntando un apposito quadratino o cerchietto; il cliccamento di un bel “Mi piace” sui social: su Facebook, su Twitter o anche su Instagram. 

Vince chi ottiene più punti o più “Mi piace” (attenzione a non digitare "A me mi piace"). È dunque fondamentale far partire, sparata, la macchina della promozione o dell’auto promozione. Macchina che quando parte non si ferma così facilmente. Vediamo così gli stessi candidati, ma anche i familiari dei candidati, gli amici dei candidati, i familiari degli amici dei candidati, gli amici dei familiari dei candidati, gente estranea agli stessi candidati (“Ma chi sono?”), che ti raggiungono con ogni mezzo: per sms, per email, per messaggio privato, per cartolina, per lettera, per pizzino, per strizzatina d’occhio: 

“Vedi che partecipo al concorso di bellezza. Non ti spaventare. Ho già fatto la plastica facciale e cambiato immagine di profilo. Non mi riconoscerai. Chiudi gli occhi. Votami e fammi votare a manetta!” 
“Vedi che mio nonno partecipa al concorso ‘Giovani talenti’. Ti prego: è la sua ultima occasione”. 
“Vedi che la mia piccolina partecipa al concorso ‘Gemiti di neonato'. Ascoltala, piangi e votala". 
E non puoi nasconderti. C’è chi riesce a beccarti nel covo segreto con il localizzatore del cellulare o chi ti insegue in bici mentre stai scappando in Ferrari. 

Diciamocelo con estrema sincerità: se ti arriva il messaggio di un familiare, di un amico, di un conoscente, sei in grossa difficoltà: "Votami!" "Votalo! Ti prego". 
Che ti costa poi? Dieci secondi della tua vita: vai sulla pagina del concorso, cerchi il tuo candidato preferito e lo voti non guardando neanche il volto deformato. Non c’è bisogno. Lo fai per affetto, per amicizia. La vera bellezza è quella interiore, ti ripetono da una vita replicando filosofie esistenziali. 
Voti e fai bella figura: per te non è mancato. Voti anche a scatola chiusa. In fiducia, non entrando nel merito, non giudicando la qualità. Chi sei tu per giudicare? Puoi votare così un capolavoro così come puoi votare spazzatura (con l’opportuna e normata differenziazione). Primi in classifica possono piazzarsi o tutti capolavori o sola spazzatura o un mix di capolavori e spazzatura. Ma non è colpa tua: tu solo un voto hai espresso. 

Anche io ho fatto esperienza di concorsi social, sia come votante sia come candidato. Ora è da tempo che non mi interesso. E chiedo scusa a parenti e amici se in questi ultimi anni non hanno trovato traccia di mie presenze e preferenze. Chiedo umilmente scusa a persone che riconosco come immensi artisti. 
Non escludo, comunque, un ritorno. Sono fatto di carne e di cuore. Magari parteciperò io stesso a un nuovo concorso o ne organizzerò uno tutto mio. Chi lo può escludere!? Chi me lo può impedire?
Ricordo ancora la mia prima esperienza di candidato... La condivido. Ecco... Decido di inviare un mio scritto a un concorso per racconti, con grande eccitazione e speranza. Partecipo con un racconto breve. La scelta dei migliori si decide anche sul web. Il bando affida al voto social un buon peso nella votazione complessiva. Il voto social è comunque decisivo per superare la prima fase di scrematura. Dopo qualche giorno, vedo gli incipit dei racconti partecipanti pubblicati su Facebook. Sono tutti in forma anonima. C'è solo il titolo e una decina di righe. 

Trovo il mio racconto. Lo conosco a memoria, ma lo rileggo. Mi emoziono. Sono in gara! Posso vincere o arrivare tra i primi o al massimo a ridosso dei migliori. Sono sempre più eccitato.  
Leggendo quelle poche righe l’utente social è chiamato a decretare il migliore o il peggiore. 

Non lo nascondo: tanta è stata la tentazione a pubblicizzare tra i miei amici il concorso (se nessuno lo sa come potranno mai votare?). E tanta è stata la tentazione a far sapere che c’era anche il mio racconto tra i numerosi pubblicati, tanti di ottima fattura. 
Non ci dormo la notte. Sempre con la luce del comodino accesa e non per paura dei fantasmi. L’Enel mi ringrazia per le bollette. Sono davvero tentato, ma mi trattengo. Mi faccio legare come Ulisse quando decise di farsi legare a un palo per resistere al canto delle Sirene. C’è una clausola del bando: ogni partecipante, partecipando, si impegna a non parlare del concorso e della propria partecipazione. Si rischia la squalifica. 

Alla scadenza, ci sono racconti che su Facebook oltrepassano i trecento “Mi piace”, incassando commenti di compiacimento e anche decine di condivisioni. Ci sono racconti che, al contrario, totalizzano zero (z-e-r-o) “Mi piace”. Il mio racconto si piazza buon ultimo, assieme ad altri, con nessuna (n-e-s-s-u-n-a) preferenza.

Lo ricordo postumo, per parlare del valore psicologico dell'autostima. Durante le operazioni di selezione online delle migliori creazioni, non mi sono apprezzato neanche io, neanche con uno pseudonimo o con un fake che oggi vanno tanto di moda. 
L'aspetto positivo è la presa di coscienza. Un verdetto inappellabile ai tempi dell'impazzimento digitale e, non avendo il necessario seguito o capacità di riscontro social, un invito al ritiro silenzioso dalle arti. 

Raimondo Moncada 

giovedì 17 novembre 2016

Pirandello e il Nobel non schifiato




Luigi Pirandello non rifiutò il Premio Nobel per la Letteratura né si permise di non andare in Svezia. Partì da casa sua, da Via Antonio Bosio 15, a Roma, per ritirarlo personalmente di persona, senza rinviare, senza nascondersi dopo l’iniziale incredulità alla notizia dell’assegnazione: “Pagliacciate! Pagliacciate! 

Ci andò, ma il mio grande compaesano avrebbe potuto benissimo dire: "Talè! Talè! Talè! Giusto giusto il giorno del conferimento ho impegni, mi dispiace. Vediamo più avanti. Fatemi prima guardare l'agenda di quest'anno e quella che uscirà, nuova nuova, fra qualche settimana. Non mi mettete prescia". 

Non lo fece. Pirandello, che è Pirandello, il giorno della consegna del Nobel si presentò, puntuale. Rischiò, però, di non essere personalmente presente alla cerimonia, come leggo in una nota di Aldo Sarullo su Live Sicilia: “Si perse nei meandri del maestoso palazzo di Stoccolma dove avviene, come ancora oggi, la cerimonia di consegna dei Nobel”.   

Alla fine - apprendo - riuscì a non essere vittima di una trappola tutta pirandelliana, a imboccare il corridoio giusto e ad aprirsi la via per ritirare il riconoscimento. Glielo consegnò il re Gustavo V nel corso della cerimonia che si svolse alla Concert Hall di Stoccolma il 10 dicembre 1934, esattamente due anni prima della morte di Pirandello.

Lo scrittore ne scrive in una lettera a Marta Abba, la sua musa, due giorni dopo, il 12 dicembre: "Ho ricevuto il Premio dalle mani del Re nella seduta solenne, che ha veramente una grandiosità impressionante, con tutta la Corte e la folla degli invitati in tutto lo splendore delle decorazioni, Accademici, Ministri Generali e, sul palco, i candidati coi loro padrini. Te ne parlerò meglio a voce, e Ti mostrerò lo splendido diploma e la grande medaglia d'oro". Questa rievocazione è tratta dal libro Pirandello, lettere a Marta Abba, a cura di Benito Ortolani ed edito da Mondadori. 


Nel discorso al banchetto che seguì la cerimonia solenne di conferimento – così come riportato da siti dedicati al Maestro –, Luigi Pirandello espresse la sua “più viva gratitudine per il caloroso benvenuto” che gli è stato riservato e per “l’onore incomparabile di ricevere il premio Nobel per la letteratura dalle auguste mani di Sua Maestà il Re”.
Il drammaturgo espresse il suo “profondo rispetto” e la sua “sincera gratitudine all’Illustre Accademia Reale di Svezia per il suo illuminato giudizio, che corona la mia lunga carriera letteraria” durante la quale dovette “frequentare la scuola della vita, l’unica cosa che può aiutare una mente come la mia: attenta, concentrata, paziente, inizialmente del tutto simile a quella di un bambino”. 

Luigi Pirandello manifestò “gratitudine infinita, gioia, orgoglio” al pensiero che la sua creazione “sia stata ritenuta degna del premio prestigioso con il quale mi onorate”.


Raimondo Moncada

lunedì 7 novembre 2016

La scoperta del teatro e i dubbi sul topos del Putthanone di Akragas

E se il tanto ricercato teatro ellenico non fosse altro che il topos del Putthanone d'Akràgas? 
Un dubbio, a questo punto, si insinua tra le cautelate certezze degli storici. Un dubbio (dal latino dubita) che mette in dubita anche altre indubite certezze ricostruttive. E se Raimondo Moncada avesse preso un granchio? E se il loco di perdurante amore della mitica e apprezzata dea Giumenta fosse non tra le sempre erette colonne del denominato tempio di Giunone ma proprio nell'area ove gli archeologi scavanti pensano di aver trovato il teatro perduto della greca città? 
Se fosse così, la historica scoperta farebbe crollare le ironiche ricostruzioni contenute nell'ormai celeberrimo saggio "Dal Partenone d'Atene al Putthanone d'Akràgas" di cui è autore indiscusso proprio Moncada. 

Per gli archeologi scavanti i resti che maestosamente stanno emergendo sopra la dorica Valle dei Templi sono chiari elementi di un teatro di epoca ellenica. È stato ormai affermato urbi et orbi e sentito uti et oti. La cavea si estenderebbe a semicerchio con un diametro di 100 metri, con i gradini degli spettatori paganti e portoghesi rivolti verso il mare senza granchi a guardare le onde luccicare e le genti di ogni dove e di ogni quando che ivi sbarcavano con speranzoso diletto. 
Bellissimo! Emozionantissimo! 
Moncada però non si tira indietro sulle risultanze dei suoi leggiadri studi compendiati nel sopra citato storico saggio: "Sono felice del ritrovamento, da agrigentino. Complimenti a tutti, a chi ha studiato, a chi ci ha creduto, a chi ha insistito. È una scoperta straordinaria. Agrigento recupera un nuovo tesoro che si aggiunge ai suoi tanti altri tesori. Una domanda a questo punto si posa spontanea sulla punta della mia sicula lingua: e se il luogo ritrovato non fosse altro che il teatro delle divine fatiche del Putthanone, chiamata intimamente dai suoi innumerevoli fan 'tesoro'? Potrebbe essere, insomma, la prova delle sue ubique virtù". 

Moncada ora gira la frittata, prima che bruci, con un interessante, acuto, penetrante contributo che arricchisce un dibattito che va avanti da secoli seculorum, dal giorno in cui è stato coperta di terra l'antica cavea: "Cucù, il teatro non c'è più! Era qui, ora ritrovatelo..."
Ritirare il saggio libro dai piccanti contenuti sarebbe a questo punto un saggio gesto? 
"Mai!", batte i pugni Moncada, ancora con le unghia sporche di terra e di erba dopo aver scavato per anni con le nude mani per regalare alla gaudente umanità il suo nudo idolo, nel teatro più bello del mondo. 
Ne prendiamo atto con ellenica soddisfazione. 

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