lunedì 31 ottobre 2016

Kaos, tanti comuni si contendono il festival dopo il successo di Racalmuto

Conteso! Dopo il successo di Racalmuto, Kaos è richiesto da più parti: “Fatelo da me!”, “No, fatelo da me”!
Richiesto a gran voce non per il suo significato letterale, ma per la sua carica di energia letteraria, artistica, emotiva, di coinvolgimento.
Il paese natio di Leonardo Sciascia, si è ritrovato al centro di tre giorni intensi di Cultura. Ha ospitato quest’anno il festival dell’editoria, della legalità e dell’identità siciliana, Kaos appunto, nei suggestivi e accoglienti locali del Castello Chiaramonte.
Racalmuto è stata raggiunta dalla carovana “caotica” dopo Montallegro e Alessandria della Rocca. Soddisfatti gli amministratori locali che si sono fatti avanti prenotandosi anche per il prossimo anno; ammirati amministratori di altri comuni che, nel manifestare il proprio apprezzamento, si sono candidati a ospitare la prossima edizione nel proprio paese.
Come andrà a finire? Staremo a vedere.  

Il festival è frutto di un eccezionale lavoro di squadra coordinato dal direttore artistico Peppe Zambito che si avvale per mesi del contributo, volontario e appassionato, di tante intelligenze e sensibilità provenienti da diversi comuni della Sicilia: scrittori, giornalisti, insegnanti, cantanti, musicisti. Una “squadra” che è riuscita a creare coinvolgimento attorno a un progetto di qualità,
con i concorsi dedicati alla poesia, ai racconti e ai libri; con la fiera dell’editoria; con le incursioni musicali; con la “Strada degli scrittori”; con le mostre d’arte; con la presenza di scrittori e altri ospiti illustri; con i momenti dedicati alla dramma del centro Italia; con il tour nell’universo sciasciano; con l’esaltazione delle eccellenze locali.  Un’occasione di incontro, di riflessione, di valorizzazione, di emozione e di promozione. Una festa della creatività che ha ricevuto i complimenti di importanti operatori, sia durante che dopo il festival con messaggi anche notturni.

Ecco perché Kaos è conteso. Perché è un grande valore, perché muove e fa muovere scrittori, editori, poeti, musicisti, cantanti, pittori, uomini e donne di cultura, piccoli e grandi, legati dall’appartenenza alla stessa terra, da obiettivi e aspirazioni comuni.

Nei tre giorni di Kaos, c’è stato spazio per tutto e per tutti. Sono stati affrontati piccoli e grandi temi, con serietà e leggerezza, con incursioni e presenze di artisti di rilievo: ieri la partecipazione musicale di Nonò Salomone (premio Identità Siciliana), Libero Reina, Piera Lo Leggio, Paolo Alongi e Vincenzo Di Leo. Nei giorni precedenti altre apprezzate performance artistiche, come quella di Lucia Alessi in un monologo sulla violenza alle donne.  
Ci sono state così tante iniziative, così tanti spunti, così tanti ospiti, che è pure difficile sintetizzare, citare, e non fare torto a qualcuno.
Non si è trascurato nulla, neanche il gustoso aspetto dell’enogastronomia, con i prodotti locali in bella vista (insuperabili  i tarallucci al limone!) e con i primi, i secondi, i terzi piatti preparati dagli allievi e dai professori dell’istituto alberghiero “Ambrosini” di Favara che hanno chiuso la terza e ultima giornata, ubriacando di profumi i presenti: dal delicato macco di fave, all’esagerato cannolo di ricotta, al prelibato passito di Pantelleria (scusate l’istintiva e difficilmente censurabile divagazione: ancora penso a quello che non sono riuscito a mangiare).

Kaos si è chiuso col buon gusto dopo tre intense giornate di gran gusto (il mio potrebbe essere un giudizio di parte essendo stato coinvolto in quest’avventura, ma corro volentieri questo rischio in questo promemoria per il futuro). Limitiamoci all’ultima, giornata, quella domenicale che ci ha lasciato un intenso e piacevole retrogusto. Si è aperta con una visita nei luoghi di Sciascia: dalla fondazione alla scuola dello scrittore fino al Circolo Unione. Poi tutti al Castello dove all’ingresso i ragazzi del liceo artistico “Catalano” di Favara si sono messi a fare quadri sul selciato con i gessetti, come moderni “madunnara”. Nel pomeriggio le cerimonia di consegna dei Premi Kaos, a partire da quello intitolato al compianto editore Salvatore Coppola, ricordato dagli amici Ezio Noto e Piero Carbone, col riconoscimento andato al romanzo Malae Spinae di Maria Letizia Balsamo e Daniele Catalano. Il Premio Kaos intitolato a Rita Atria è stato consegnato alla preside del liceo palermitano “Ninni Cassarà” Daniela Crimi e agli animatori del progetto SOS Scuola Paolo Bianchini e Paola Rota. Il premio “Gesti e parole di legalità” è stato assegnato al giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni e al magistrato Alfonso Giordano. A consegnare il premio, il giornalista Felice Cavallaro chiamato a condurre lo spazio dedicato alla Strada degli Scrittori con contributi video di Andrea Camilleri (“Chi lo ha detto che con la cultura non si mangia?”).

Momenti di umana solidarietà, poi, in una giornata drammatica apertasi con una violentissima scossa di terremoto in centro Italia. Francesco Pira ha intervistato le dirigenti scolastiche di Amatrice a cui è arrivato forte l’abbraccio della Sicilia, di Racalmuto e di tutta l’organizzazione del festival. Presente il sottosegretario del Ministero della Pubblica Istruzione Davide Faraone che ha consegnato il  Premio Kaos Solidale a Maria Vincenza Bussi, ex dirigente dell’Istituto “Romolo Capranica” di Amatrice. Il dirigente dell’Ufficio Scolastico provinciale Raffaele Zarbo ha consegnato il premio a Maria Rita Pitoni, dirigente dell’istituto comprensivo di Amatrice. La presidente dell’istituto comprensivo di Racalmuto “Leonardo Sciascia” Rosa Pia Raimondi ha consegnato il premio alla responsabile del comprensorio scolastico di Acquasanta Patrizia Palanca.
Il sottosegretario Faraone ha infine premiato la dirigente dell’istituto alberghiero “Ambrosini” Milena Siracusa per l’attività svolta nel territorio.
C’è stato uno spazio per ricordare il pittore racalmutese Giovanni Domenico Marchese a cui è stato dedicato un premio assegnato a Salvino Marrale.

L’edizione 2016 di Kaos si è chiusa con l’assegnazione del Premio Narrativa. Cinque le donne finaliste. L’ha spuntata Cetta Brancato. La scrittrice palermitana ha vinto con l’opera Zahara. Il riconoscimento le è stato consegnato dal sindaco Emilio Messana, dopo l’assegnazione del premio della giuria popolare andato a Marilena Monti per Isola Emozione.  

Nel ringraziare il sindaco Emilio Messana, l’assessore alla Cultura Salvatore Picone, tutta la città di Racalmuto per l’ospitalità, il sostegno e il calore, il direttore artistico Peppe Zambito ha nominato uno per uno i componenti dell’organizzazione, chiamandoli sul palco per l’applauso finale del pubblico: Angela Indelicato, Anna Burgio, Piera Lo Leggio, Daniela Gambino, Giuseppe Mallia, Enza Pecorelli, Patrizia Iacono, Stella vella, Alfonsa Butticè, Giuseppe Dinolfo, Claudia Accurso Tagano, Vincenzo Di Leo, Salvatore Terranova, Calogero Giglia, Giuseppe Dimora, Giovanni Zambito.  

“Anche quest’anno – ha detto Peppe Zambito – una straordinaria mescolanza di emozioni, di parole, di suoni, di immagini per un racconto corale della Sicilia, terra di forti passioni e di bellezze che spesso rimangono sottotraccia.  Racalmuto ci ha accolti con incredibile affetto, aprendoci i suoi itinerari culturali” .
Appuntamento all’edizione 2017, dunque, anche se non si sa dove. Si riparte come sempre dal caos, tra il fioccare di autocandidature in tutta la provincia di Agrigento, comuni che vorrebbero avere l’onore di ospitare Kaos. Ci sarà tempo per decidere, ma non tanto. Un periodo di riposo per poi  riprendere, con gli amici “caotici” che da più punti della Sicilia si ritrovano sulla chat di un social e ritrovano le motivazioni per far ripartire su un progetto condiviso la gioiosa carovana itinerante di Kaos.

Raimondo Moncada

lunedì 24 ottobre 2016

Premio Nobel, anche io lo rifiuterei o sarei muto come Dylan

Se un giorno, non so quando, non so dove, non so perché, non so come, dovessero assegnarmi il Premio Nobel per la Letteratura, farei come il mio idolo Bob Dylan che ho sempre amato per i suoi capolavori: non risponderei all’Accademia di Svezia.

Anzi farei di più: staccherei il cellulare; mi farei tagliare il telefono; rottamerei il fax; non aprirei più le email; uscirei da WhatsApp; mi sospenderei da Facebook, Twitter, LinkedIn, Google Plus, Instagram e altri social; chiuderei le finestre con spessi sipari per non farmi captare da binocoli e monocoli o farmi raggiungere dai segnali di fumo; sprangherei porte e balconi per non fare entrare i vigili del fuoco; staccherei il contatore per disattivare il citofono; non aprirei agli amici che, preoccupati, busserebbero con i pugni alla porta assieme ai giornalisti che vorrebbero carpirmi una dichiarazione o un semplice gesto di commento.

Se possibile cambierei residenza, muterei identità, mi darei all’anonimato. Se possibile, andrei in una giungla con gli animali selvaggi o fuggirei su un’isola deserta, sconosciuta alle mappe ufficiali, non riconosciuta dai navigatori, e opportunamente schermata per non essere trovata e controllata dai satelliti spia, dove vivrei ignudo e rasato per non rischiare di essere intercettato dalle moderne diavolerie tecnologiche a causa dei vestiti e dei peli superflui.  

Rifiuterei il premio come già fatto da alcuni o farei scena muta come Dylan, inseguito senza successo dai sudati membri dell'Accademia di Stoccolma. Non posso essere messo sullo stesso piano di Luigi Pirandello, Ernest Hemingway, Pablo Neruda, Giosuè Carducci, Eugenio Montale, Henri Bergson, Thomas Mann, Rabindranath Tagore, Grazia Deledda, George Bernard Show, Thomas Stearns Eliot, William Faulkner, Hermann Hesse, Boris Leonidovich Pasternak, Salvatore Quasimodo, Samuel Beckett, Jean-Paul Sartre, Gabriel García Márquez, Dario Fo, Mario Vargas Llosa, Orhan Pamuk, José Saramago ecc.

Mi accontento dei miei personali e sentiti e prestigiosi e unici Self Award, autopremi di rilevanza internazionale (si veda la storica foto della prima consegna). L'Accademia di Stoccolma non busserà mai alla mia porta, neanche per sbaglio, neanche fra cent'anni quando, immagino, tenterà di rintracciare, con l'infallibile sistema porta a porta, Bob Dylan, il cantautore con cui sono cresciuto al liceo.  



Raimondo Moncada


P.S. Se l'Accademia del Nobel volesse contattarmi, me lo faccia in qualche modo sapere. Prendo il primo aereo e vengo, senza fare perdere tempo prezioso.  E se non posso con l'aereo, vengo a piedi, pure scalzo, 'mpiduni. Arriverò prima o poi. Pago io le spese, pure l'artigiano del premio. Prima scherzavo. Vi prego. Attendo... 

mercoledì 12 ottobre 2016

Da cicciottello a cuzzuluni, cosa non dire per non essere licenziati

Se sei cicciottello non te lo debbono dire. 
Se sei obeso non debbono permettersi di ingrossarsi la bocca e sputare sentenze.
Se hai la panza, possono solo dire che “hai una bella tartaruga”.    
Se sei ignorante rimarcarlo sarebbe un atto di insensibilità.
Se sei brutto fartelo sapere sarebbe mostruoso.
Se sei cretino dirtelo non lo capiresti neanche.
Se sei psicopatico non c’è alcun problema: nessuno avrebbe il coraggio di avvicinarsi per dirtelo.
Se sei lagnuso (perditempo) dirtelo non ti smuoverebbe.
Se sei cuzzuluni (calvo) ti si rizzerebbero i capelli.
Se sei basso di statura dall’incazzatura ti farebbero allungare con la conseguenza di guardarli dall’alto verso il basso.
Se sei disabile sarebbe scorretto chiamarti anche diversamente abile: diverso da chi?  
Se sei un perdente dirtelo ti farebbe vincere?
Se sei un fallito rimarcarlo di farebbe sprofondare nell’abisso.
Se sei sfortunato dirtelo potrebbe portare più iella per tutti.
Se sei malato ne potresti morire.

Se sei bello dirtelo ti rendere più luminoso.
Se sei slanciato dirtelo ti farà diventare una pertica e non passeresti sotto le porte (come i cornuti che non debbono sapere di avere le corna).
Se sei muscoloso dirtelo ti gonfierebbe ancora di più (ma il doping verbale è consentito?).
Se sei elegante dirtelo sarebbe segno di raffinatezza.
Se sei intelligente capiresti già al volo l’intenzione nascosta del complimento.
Se sei sperto (furbo) apprezzeresti la spirtizza.
Se sei colto avidenziarlo farà cultura.
Se sei fortunato te lo possono dire anche a gesti.

Se sei vivo te lo possono dire perché rende più vivi.  
Se sei deceduto non te lo possono più dire e dirtelo non ti renderebbe più morto .

Dire o non dire? Ed eventualmente dirlo con quali parole? In che momento? In quale contesto?
Questo è il problema!

Le parole prive di un contenuto condiviso diventano alla fine dei gusci vuoti. Sono inoffensive, te le fai scivolare addosso e ci ridi pure sopra. Al contrario, se le carichiamo di contenuti da ambo le parti (parolaio e bersaglio), diventano armi d’offesa. 


Raimondo Moncada

La croce del referendum costituzionale


Si dovrebbe fare un referendum sul referendum, sulla comprensione del quesito referendario. Può anche succedere che il contenuto non si capisca o che la gente non lo voglia capire o non si interessi. Questo potrebbe portare all’astensione, a votare solo sul momento a occhi chiusi sperando di far bene. Oppure a votare in massa seguendo l’indicazione della propria formazione politica o del proprio leader senza sapere per cosa si stia votando. Oppure a seguire semplicemente la corrente: mi esprimo come si esprimono gli altri. In questi ultimi casi è fondamentale la comunicazione, a sostegno delle ragioni del sì o delle ragioni del no, con argomentazioni serie, chiare, efficaci, ficcanti. Lo scopo è convincere l’opinione pubblica così come in una veloce pubblicità.
Non è la stessa cosa, lo so, ma ci andiamo vicini.
Se mi convinci che una caramella è buona e non fa male allo stomaco e ai denti, allora compro la caramella anche cara e amara. Se, al contrario, mi convinci che la stessa caramella fa schifo e fa male, allora non la compro per paura di ritrovarmi seduto in bagno per sfogare la diarrea o sulla sedia del dentista per farmi tirare i denti tutti neri, cariati e doloranti.
Non basta, però, solo la ficcante comunicazione. È essenziale saperla esporre attraverso tutti i mezzi possibili, da internet alla televisione. Assistiamo, così, al bombardamento di messaggi per il no o per il sì: sui social, sui muri delle città, durante la visione di un film al cinema, mentre di notte stiamo sognando. E assistiamo a talk show televisivi dove quello che conta è bucare lo schermo (senza che nessuno te lo ripaghi) e vincere l'epica battaglia con l’avversario di turno. In questo caso, i contenuti possono anche essere relativi. La cosa più importante è solo abbattere il competitor sul piano della telegenia, della bellezza espositiva, della presentabilità, della credibilità, della sicurezza, della dialettica, dell’abbigliamento, del trucco, del taglio di capelli, dello sguardo, della gestualità. Chi è più bravo a parlare in tv e ad apparire affascinante e convincente riuscirà anche a spostare voti su voti, palate di croci sul no o sul sì, anche senza contenuti. È il metaforico pugno nell’occhio che fa effetto, mettere ko il contendente anche se il contendente ha ragioni da vendere ma, purtroppo per lui e per i suoi sostenitori, ha la sfortuna di non sapere "vendere" la propria "mercanzia" e rimane steso sul tappetto in attesa del gong finale del conduttore.
E sui social, il popolo tifa per l’uno o per l’altro a colpi di post, di commenti e di commenti su commenti: "Non c’è stata partita!", "Lo ha annientato!", "Il maestro è stato troppo forte!", "Non gli ha dato spazio!", "Si è fatto frantumare!", "Con la rivincita sarà tutta un'altra storia e già se la starà facendo addosso!". 
In questi giorni, sia in America che in Italia, ci sono stati dei duelli in tv molto seguiti. In America per l’elezione del nuovo presidente. In Italia in preparazione del nuovo referendum sulla riforma costituzionale. E tutti a chiedere dopo la sigla finale della trasmissione: "Chi ha vinto?"
Ma chi ha vinto cosa? 

C'è gente che non capisce, che non sta capendo, che ancora non ha letto o ascoltato. Vorrei, allora, che si indicesse un referendum per conoscere con esattezza il grado di conoscenza e il livello di consapevolezza del cittadino sul contenuto dell’italico referendum: Cosa ne sa? Ha letto il testo della riforma? Sa a cosa si va incontro se vince il sì o se si afferma il no? Gli interessa? 

Non è un quesito da poco. Come non è un quesito da poco quello a cui siamo chiamati a rispondere il 4 dicembre chiudendoci soli in una cabina un metro per un metro, con una matita e una scheda in mano. 
Andare a votare è un impegno non da poco. Pensiamoci. Pensiamo a quel giorno... Sarà domenica. Ci faremo la doccia, ci vestiremo con l'abito buono, le donne si truccheranno pure, usciremo di casa, prenderemo la macchina, percorreremo non so quanti chilometri per giungere al seggio, salutare gli amici e conoscenti. Attenderemo pazienti il nostro turno dietro una fila di altri elettori pensando già al da farsi e poi entreremo in cabina per tracciare una croce su un solo monosillabo: o Sì o No. La casella "Forse" non l'hanno contemplata. 
È una fatica, che merita la fatica. Ogni voto sarà importante, perché si sommerà ad altri Sì o ad altri No decidendo il futuro del proprio Stato, del nostro Stato. Chissà come avrebbe votato mio padre, Gildo Moncada, che combatté sui monti dell’Umbria nel secondo conflitto mondiale tra i partigiani ritornando a casa mutilato, a sedici anni, durante la seconda guerra mondiale da cui scaturì  la vigente Costituzione?

È un quesito che mi pongo e che mi responsabilizza ancor di più, che mi impegna a capire fino in fondo tutte le ragioni in campo e a mettere una croce, quella per me giusta, con coscienza. 
Buon voto a tutti. 

Raimondo Moncada

Il marchio di fabbrica di essere siciliani che ci fa sbattere contro imuri


Il marchio di fabbrica. Essere nati in Sicilia ti dà una denominazione di origine controllata. Ma non come il vino.  L’enologico marchio Doc è sinonimo di qualità, è ricercato ed ha pure un costo elevato.
Essere nati in un’isola all’estremo sud dell’Europa e dell’Italia e al nord dell’Africa, ti contrassegna a fuoco con un bollo di infamia, disonore, vergogna: “Sei siciliano!” che è diverso dall’essere italiano.   
Due notizie provenienti dalla civilissima Gran Bretagna mi hanno provocato un brivido in tutto il corpo. Oggi ho letto di un questionario rivolto a studenti di alcune scuole. Per indicare la propria geografica provenienza, ed essere così meglio classificati non si sa bene a che scopo, gli italici studenti (o rispettive famiglie) sono stati invitati a scegliere tra quattro sigle: “Ita” (Italian), ovvero italiano; “Itaa” – Italian (Any Other) ovvero altri italiani; “Itan” – Italian (Napoletan) per dire napoletani di nascita; e “Itas” – Italian (Sicilian) per dichiararsi esplicitamente siciliani senza possibilità di errore. 
La richiesta della inusuale schedatura (che ha suscitato le ufficiali proteste dell’Ambasciata Italiana: “Siamo uniti dal 1861!”), si aggiunge alla notizia choc uscita una settimana fa. Un esponente del governo parlò di lista di lavoratori stranieri da far compilare alle aziende. Idea, al momento, pare messa da parte.  

Ma cosa sta succedendo in Inghilterra, presa da sempre come esempio di ospitalità, di pacifica convivenza multietnica? Solo effetto collaterale della Brexit?

I due episodi si incasellano in un quadro di diffuse reazioni alle ondate migratorie. Un fenomeno che pure ci riguarda da vicino e sotto tanti aspetti. Ci sono italiani che, in Italia, si lamentano dell’emigrazione proveniente dal continente africano (non parlo di quella meridionale e di quella dei paesi dell'est). Ci sono inglesi che si lamentano delle migrazioni provenienti dal sud del mondo, compresa la Sicilia.
Un fenomeno che, stiamo vedendo, non dà segni di arretramento. Che sembra, anzi, essere ripreso con più forza, soprattutto nel sud. Tanti giovani decidono di lasciare, anche da noi, la propria città, le proprie famiglie, le proprie amicizie, le proprie radici, per andare a cercare fortuna all’estero. E in un momento di crisi economica globalizzata, questo viene visto come un furto: “Ci rubano il lavoro!”.

La Sicilia vive tante dimensioni: terra di approdo per migranti di terre straniere; terra di accoglienza di gente senza più terra; terra di nascita di nuovi migranti in cerca di altre fortunate terre.

L’isola, nel secolo passato, ricordiamocelo, è stata smembrata dalle forzate migrazioni in America, in Belgio, in Germania, in Inghilterra, dove sono ancora vive e numerose le comunità di italiani. Quanta fatica, quanto dolore, prima di trovare un lavoro, di essere accettati, di integrarsi.
È storia: di Sicilia, della provincia di Agrigento. Anche della mia famiglia.

Ora ci sono i figli della crisi, i figli della globalizzazione, i figli di nonni e bisnonni invecchiati all’estero, che si armano di buona volontà, che riempiono zaini di lauree e master, e cercano di raggiungere luoghi di cui si è sentito parlare, di cui si è letto su internet.
Nuove città, nuove miniere. Così si spera. 
Si parte e poi si vede.
Ma l’atmosfera non sembra delle più favorevoli. Ed essere siciliano diventa pure un’aggravante all’essere migrante. Ed i confini mentali, con rigurgiti di pregiudizi duri a morire, si aggiungono a quelli fisici dove pure si innalzano muri sempre più alti, sempre più spessi.
Solo il vino Doc siciliano non conosce confini: passa senza passaporto, richiesto anche in quei paesi dove si registrano casi di manifesta o latente discriminazione.
Buona fortuna, mondo.

Raimondo Moncada
(nativo siciliano)

martedì 11 ottobre 2016

Ad Agrigento c’è un altro teatro da scoprire


Il palcoscenico del teatro di Taormina

La speranza di un nuovo antico teatro ha risvegliato a festa Agrigento, dimentica però di un nuovo moderno teatro rimasto sempre nuovo e moderno ma mai utilizzato.
Misteri di un tempo che fu e di un tempo che è, tra Akragas, Agrigentum, Kerkent, Girgenti, Agrigento e chissà quale altra denominazione.   
Da un lato, o meglio a valle della città, c’è una cavea che vibra sottoterra e spinge per prendere aria, per riscaldare la propria anima arenaria al siculo sole e rivivere. Dall’altro lato, o meglio in cima alla città ferita, c’è una cavea sopra terra, sola e già assolata, che agogna d’essere scoperta e finalmente vivere di teatrale dignità.  

Nel primo caso, ci riferiamo al teatro antico, che sarebbe stato scoperto nella collina che guarda i dolci templi greci e il mare aspro africano e per il quale in pompa magna è iniziata la campagna di scavi. Nel secondo caso ci riferiamo, invece, al teatro costruito nel Parco Icori e non degnato al momento di pompe magne attenzioni, e non da ora ma dalla sua fondazione avvenuta non in periodo a.C. (avanti Cristo) ma in periodo successivo, più vicino a noi viventi. Trattasi di cavea in cemento armato, ben fatta, ricavata nella roccia tufacea a trattenere in basso il quartiere dell’antico Rabato venuto giù come sabbia nella frana di cinquant’anni fa (Era il 1966, un anno prima della mia nascita e nell'anno, dunque, del mio glorioso concepimento: dolore e gioia si sono legati. Quante coincidenze! Il Rabato è il luogo dove sono nati e cresciuti mio padre, i miei nonni, i miei bisnonni, i miei trisnonni, zii, prozii e cugini. In questa terra è, insomma, ci sono le radici del mio albero genealogico).

Il palcoscenico del teatro Icori
Dopo la frana, altri eventi: lo spopolamento delle vecchie case, il trasferimento dei residenti in altre dimensioni, i lavori per il consolidamento e la rinascita del sito con la realizzazione di un parco, di verde, di spazi per far giocare i bambini, di percorsi per far passeggiare le famiglie, di "agnuniate" per far abbracciare gli innamorati, di un grande teatro dove emozionare gli spettatori già con un belvedere che da solo è uno spettacolo.

La cavea, prendendo a prestito il toponimo del quartiere, è diventata col tempo “addolorata”. Il motivo è il senso di perenne abbandono: costruita e non più considerata. Non ho traccia nella memoria di manifestazioni e di gente seduta sui grigi gradoni (vista l’età non più giovane, potrei anche ricordare male). Gli unici spettatori di cui ho tangibile certezza sono i fantasmi dei miei avi. Ne ho avvertito la plaudente presenza il 12 settembre 2012, quando ci ho messo piede (le impronte lasciate ne sono viva testimonianza. Calzo il numero 42 di scarpa: si può verificare sul campo con una campagna di ricerca). 
Di “addolorata” però non si parla. C’è da sempre un’opera di rimozione (anche di rifiuti, visto che qualcuno utilizza  un'area esterna anche come discarica). 
In questi giorni si parla, invece, tantissimo del teatro antico, di quello che potrebbe rappresentare una volta recuperata all’umana visione la sua grandiosità (speriamo che la campagna di scavi iniziata ieri lo faccia emergere: io sto con gli archeologi, con gli studiosi che da tempo sono sulle sue tracce: tifo per il mio teatro d'Akragas. Ho fiducia!).

Proiettiamoci adesso, con un esercizio di immaginazione in avanti nel tempo, a scavi ultimati. Proviamo a rappresentarci nella mente, in una visione idilliaca, quello che sarà il day after. Diamo, dunque, per scontato che tutto vada come auspicato.  
Come sarà questo teatro? Somiglierà a quello di Taormina? Ne avrà di quello di Selinunte? Si avvicinerà a quello di Eraclea Minoa? Che nome avrà? E soprattutto: cosa diventerà? Sarà semplicemente luogo di visita turistica, monumento per riempire gli occhi di meraviglia come per i templi dorici? Oppure sarà utilizzato anche per gli scopi originari e cioè per rappresentazioni di tragedie e commedie e, perché no, pure per classico cabaret?

Dopo cotanta riflessione e fuga in avanti, prendiamo per i capelli l’immaginazione e fermiamoci un attimo. Anzi più di un attimo. Prima che tutto diventi concretezza, prima che il teatro antico riviva nel suo splendore, facciamo un passo indietro e non più d’immaginazione. Scaviamo questa volta dentro la nostra coscienza di agrigentini e troviamo gli strumenti necessari per recuperare il teatro moderno, per renderlo agibile, per aprirlo alla libera fruizione, per riempirlo di eventi, per affiancare ai fantasmi altri spettatori veri da far accomodare nei millecinquecento posti a sedere.  
Trasformiamo la cavea “addolorata” in un allegro e vivo teatro come è accaduto al teatro dedicato alla memoria di “Luigi Pirandello”: prima esaltato, poi abbandonato, quindi restaurato e restituito a nuova vita.
L'euforia per il teatro antico non ci faccia dimenticare l'esistenza del teatro moderno. Accendiamo dunque i fari pure sul parco Icori. Facciamo riemergere la sua cavea dal dimenticatoio. Riportiamo così la vita nel quartiere dei miei avi in attesa da mezzo secolo di applaudire il primo spettacolo dal vivo. 

Raimondo Moncada



P.S. IL VIDEO DEI FANTASMI PLAUDENTI

sabato 8 ottobre 2016

Il teatro antico di Agrigento e la battaglia di fango e pietre

Il teatro antico ad Agrigento e la battaglia di fango e di pietre che si scatenerà alla fine della campagna di scavi.  Non si parla d'altro da qualche settimana, dopo lo scoop sul Corriere della Sera del giornalista Giovanni Taglialavoro. 
Sono tutti in attesa dell'esito delle picconate, al via dal 10 ottobre con la benedizione di San Nicola: l'opinione pubblica, il mondo scientifico, il mondo accademico, il mondo degli storici, il mondo dei curiosi, degli ansiosi, dei fastidiosi, degli accidiosi, dei sediziosi. 

Attendono armati e con i denti digrignanti soprattutto due categorie di "attenditori": i convinti e gli scettici. E attendono ragionando su due ipotesi scientificamente ragionate: 

1) Se dovesse emergere la tanto ricercata cavea, nel suo palpitante e maestoso splendore circolare, più bella dell'affascinante teatro di Taormina, confermando così ogni ipotesi scientifica, i convinti esulteranno con fuochi d'artificio e feste di Persefone sbattendo la prova (una greca poltroncina in pietra?) in faccia agli avversari scettici; 

2) Se, al contrario, dovesse emergere solo un solenne buco nell'umida campagna giurgintana, più profondi di un buco nell'acqua, tra gli imperterriti ulivi saraceni e le circostanti mennole amare, gli scettici si divertiranno a  tirare fango a palate ai convinti delusi;

Gli eserciti, molto rumorosi, sono già schierati e, sferragliando, si ingrossano ogni giorno di più. 
Qualcuno in questa virtuale arena greco-romana vincerà facendo inghiottire la polvere dell'augustea opera di ricerca (pala e picu) all'umiliato e sconsolato perdente. 
Io tifo per il teatro d'Akragas. E non sto recitando. Incrociamo le dita, senza 'mpiduglialli. 


Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot 

mercoledì 5 ottobre 2016

Elena Ferrante sono io!



Lo confesso una volta per tutte: Elena Ferrante sono io. Proprio così. Io! Un compaesano di Luigi Pirandello. 
Mi assumo ogni responsabilità di ciò che ho scritto. Ogni pagina, ogni libro, è frutto della spremitura della mia immaginazione, mosto compreso. 
Tutti i successi editoriali sono miei. Così come sono miei tutti i complimenti e i riconoscimenti conquistati, modestamente con merito, in ogni angolo del pianeta.
Mi prendo sulle spalle, dunque, il peso della popolarità.
Chiudiamola finalmente qui! E basta con le ricerche e con i rifiuti dei presunti riconosciuti. 
Se nessuna Elena Ferrante si è fatta avanti, confermando in tal modo ricostruzioni, supposizioni, illazioni, visure catastali, qualcuno prima o poi lo doveva fare.
Non ne potevo più di sentire:
-         Abbiamo trovato la vera Elena Ferrante, è lei!
-         No, si sbaglia di grosso, non sono io!
-         Non dica sciocchezze, Elena Ferrante è lei.
-         Sta prendendo un abbaglio. È davvero fuori strada e rischia seriamente di andare a sbattere contro il palo dell'abbaglio.
-         No, è lei.
-         No, non sono io.  

Bene, ora che mi sono ufficialmente fatto avanti, a faccia tosta, con questa pubblica confessione, spero che si chiuda definitivamente un mistero decennale che ha dato origine addirittura a una indagine internazionale per scoprire il volto dell’autrice dell’Amore molesto, I giorni dell’abbandono, La frantumaglia, La figlia oscura, La spiaggia di notte, l’Amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta.

Che si fermi, dunque, la caccia all'uomo... anzi alla donna... insomma al celebre pseudonimo! Condividendo l’appello degli editori di E/O, auspico che si smetta di assediare l’Elena Ferrante di turno, trattata come una criminale.

Mi rivolgo direttamente ai ricercatori di identità. È inutile che cerchiate ancora per scoprire chi si nasconda dietro Elena Ferrante. Credetemi: mi sono letteralmente e letterariamente stancato di tanti anni di anonimato. E soprattutto di fuggire, come una preda braccata. 
Si è oltrepassato ogni limite. Questo lo debbo dire. Non bastavano le supposizioni, i nomi buttati lì a casaccio. Si è finito per indagare su tutto, su ogni presunta traccia. È mancato solo l’esame del Dna sul sudore versato in quelle pagine che in Italia e nel mondo hanno appassionato milioni di lettori.
Certo, dirà qualcuno, considerato che sei di provato sesso maschile potevi orientarti a scegliere lo pseudonimo di un uomo. Rispondo subito: Eleno Ferrante mi suonava cacofonico. Sileno Ferrante non mi piaceva. E non mi si addicevano Ferrato, Ferramenta e Chicchessia. Con Elena Ferrante ho avuto ragione. È entrato subito nelle hit e nei cuori della gente, di chi ama leggere, di chi apprezza la buona scrittura e le belle storie. 
Chissà ora che ho svelato l'arcano, se sarà la stessa cosa. Come la prenderà il mio lettore tipo? Continuerò a essere il suo tipo?
Vedremo. Col mistero, è vero, c’è più eccitazione. Leggi e fai a gara:
-         Questo lo ha scritto di sicuro una donna.
-         No ti sbagli. Questa è scrittura femminile.

C’è un guaio. Ora che mi sono svelato, la Casa Editrice dovrà ristampare tutti i libri inserendo il vero nome dell’autore, dando così il de profundis a Elena Ferrante. 
Mi viene da piangere. Alla fine mi ci sono affezionato. Ho pure la carta di identità e la patente con la foto di Elena Ferrante. Ti ferma la polizia... almeno mi faccio trovare con i documenti in regola. Questo ho pensato. 
Da non credere. Lo so. 

Se i vari Fabrizia Ramondino, Goffredo Fofi, Mario Martone, Domenico Starnone, Anita Raja, e altri scrittori tirati in ballo negli anni, hanno rifiutato di riconoscersi in Elena Ferrante, questa croce da oggi in poi, la porto io. Solo così, spero, non si parlerà più di una Elena Ferrante da svelare a tutti i costi, violando la scelta  di tutelare la propria vita privata e la propria fantasia, proteggendola anche dal peso della popolarità.

COMUNICAZIONE CRITTOGRAFATA, DUNQUE SEGRETA, INDIRIZZATA SOLO ALLA VERA ELENA FERRANTE: Per confondere le acque, ti suggerisco di prendere il mio nome come tuo nuovo pseudonimo. Io sarò Elena e tu Raimondo. E così, dopo avere dato alle stampe Storia del nuovo cognome, potrai scrivere liberamente Storia del mio nuovo nome.
Le nostre vite, con un tocco di fantasia, diventano pura invenzione. Lo sai meglio di me. Le possiamo narrare come vogliamo.
Vediamo cosa succede. Ci aggiorniamo. 
 

Raimondo Moncada

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...