giovedì 22 settembre 2016

Una mattinata da incubo nel primo “Fertility day”

Questa mattina mi sono svegliato madido di sudore, come uscito dalla doccia, tutto tremante, spaventato, con gli stessi sintomi da DPTS, disturbo post traumatico da stress. Ho le orecchie impazzite, con i padiglioni auricolari uguali a una caverna rintronante di ogni sorta di rumori, di ogni sorta di voci, con lingue dai significati incomprensibili.
Stordito, mi alza di colpo, facendo leva sui provati muscoli addominali per alzare la schiena e sforzarmi, in posizione semi eretta, di rendermi conto della situazione quasi da film horror. Le stesse atmosfere. Le stesse palpitazioni. Lo stesso senso di smarrimento e paura. Occhi sgranati e orecchie spalancate, per capire, per prendere coscienza di uno stato simile al dormiveglia, una condizione che ti può prendere in giro e fare apparire una realtà non reale, una verità non vera, un significato non significante.
Intontito, completamente intontito dai decibel che martellano il mio sensibile apparato acustico di ricezione, provo a tappare le orecchie con le mani.
Ahi! Che botta!
Ci potrei mettere anche i piedi, ma non ci riesco. Lo yoga l’ho abbandonato dopo qualche mese di complicate posture e intrappolanti contorsioni. Le orecchie, tappate con i soli palmi delle mani, non sono, purtroppo, a tenuta stagna. Non riescono a insonorizzarle del tutto. La colpa è dell’intero corpo che, in ogni sua parte, amplifica straordinariamente ogni suono esterno facendolo arrivare, con una fitta, nell’area del cervello specializzata a ricevere ed elaborare gli input sonori. 
Fa tutto il corpo.
Cerco di isolarmi, cerco di crearmi attorno come una campana di vetro per trovare il mio naturale e indisturbato stato di pace. Ma non riesco. I rumori cominciano a svelarsi, così come le voci. Tutto intorno è come un’orchestra. Suona tutto: reti cigolanti, materassi battenti contro le pareti... Sento pure mani prendere a pugni i muri perimetrali. I pilastri vibrano. Vibra tutto il cemento armato. L’intonaco del soffitto si scrolla la polvere del tempo. I lampadari si muovono come se reagissero a scosse telluriche. Odo pure presenze umane. Sempre crescenti. Sono urla, maschili e femminili, intercalate da esclamazioni affermative, ripetute con ossessione e con ritmo musicale: “Sì! Sì!”.
Ore e ore così. Sì! Si!
Accendo il televisore e alzo il volume al massimo. È un espediente per contrastare le fonti stressanti. Inizia il telegiornale. Si parla del 22 settembre, giornata eletta come “Fertility day”. Si spiega che è stata promossa dal Ministero della Salute “per aumentare soprattutto nei giovani la conoscenza sulla propria salute riproduttiva e fornire strumenti utili per tutelare la fertilità attraverso la prevenzione, la diagnosi precoce e la cura della malattie che possono comprometterla e le tecniche di Procreazione medicalmente assistita”.
Una giornata, dunque, di sensibilizzazione e non di pratica e gridata mobilitazione.
Lanciano un primo servizio. Intervistano delle persone, di ambo i sessi. Le telecamere entrano nei loro appartamenti. Si intrufolano fin dentro le camere da letto. I vestiti sono sparpagliati ovunque, pure sui chiodi appendiquadri. I soggetti intervistati sono sotto le lenzuola. Per pudore. Le facce sono pixellate. Il timbro delle voci tradisce però i pixel. Riesco a risalire alla loro identità: sono i miei vicini di casa! Sono affaticati e sudati, nonostante i quattro maxi ventilatori sistemati ai quattro angoli del letto e i quattro condizionatori d’aria regolati con temperature glaciali.
Spiegano in movimento, e nei dettagli, come stanno celebrando la giornata. Ne danno visiva dimostrazione. Si lancia un secondo servizio, a supporto del primo. È ambientato in ospedale, nei i reparti nascite e pediatria. Vengono intervistati neo mamme e neo papà che un anno fa hanno festeggiato la ricorrenza, per la cronaca non ancora istituzionalizzata, ma anticipata per sperimentarne l’efficacia. Un terzo servizio, di supporto al servizio di supporto, parla di statistiche. Dice che nel corso di un anno, da quando informalmente è stato introdotto il “Fertility day”, la popolazione è triplicata e che ora ci sono in Italia più bambini che adulti dopo un lungo e preoccupante periodo di nascite con percentuali vicine allo zero. Questo vorrà dire che ci saranno più ciucci, più pannolini, più culle, più pappine, più notti insonni e meno tempo per i genitori da dedicare al “Fertility night”. Questo vorrà dire anche che i bambini, molto ma molto presto, prenderanno il potere introducendo a loro volta la ricorrenza del “Fantasy day”.
Il mio apparente incubo si trasforma così in sogno. Ma dormo ancora, per troppo sonno arretrato: Dormo ora beatamente, sognando l’amore in italiano e in tutte le altre lingue. 
I am the dream!

   
Raimondo Moncada

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