venerdì 30 settembre 2016

Misteri in libreria

Mi è successo in libreria. Un inatteso mistero prende subito le sembianze di un'innocente creatura. Entra una ragazzina, accompagnata dalla mamma, e si fa il giro tra gli scaffali in questi giorni rigonfi di novità. Cerca e cerca. Io guardo incuriosito. Si ferma davanti allo scaffale dove c'è anche una mia opera e libri di amici scrittori. Lei è ferma lì. Parlo sempre della ragazzina. La mia curiosità ribolle quando scorre col dito tutti i volumi. Il dito, l'indice, tocca pure la mia creatura. Poi va alla cassa. Continuo a seguirla, sempre con gli occhi allungati e ora anche con le orecchie dilatate. La ragazzina, con dietro sempre la mamma, chiede alla cassiera: l'ultimo libro di Harry Potter? 
Fine del mistero. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 

mercoledì 28 settembre 2016

Ponte sullo Stretto, Andrea Camilleri: "Come la penso"

Il ponte divide. Non unisce. L’opinione pubblica ogni volta si spacca. E le due parti, i favorevoli e i contrari, si allontanano, così come si allontanano la Sicilia e il Continente, il resto dell’Italia di cui arriva, seguendo i venti, una lontana aria.
In questi giorni si riparla di nuovo di Ponte sullo Stretto di Messina. Se ne parla, per la verità, da tempo immemore. Forse da quando la Sicilia è diventata isola, i siciliani isolani e i residenti sempre più isolati. Sull’infrastruttura si sono espressi in tanti, tantissimi, ognuno a sostenere con valide argomentazioni le ragioni del sì e le ragioni del no: “Sordi persi!”, “Un utile investimento”, “Prima pensiamo ad aggiustare le strade interne e mettere in sicurezza i viadotti crollati”, “Il ponte porterebbe lavoro e sviluppo”, “Come si fa a costruire un ponte in una zona sismica?”, “Le nuove tecnologie risolveranno ogni problema”.  
Navigando sui social, ho notato l’accumularsi e il solidificarsi di nette prese di posizione. Tante opinioni, come sempre, una diversa dall’altra, che mi hanno dato l’impressione di una contrarietà generalizzata alla realizzazione dell’infrastruttura.
Per caso, mi sono imbattuto nell’opinione di un illustre e celebre siciliano, empedoclino di nascita, cittadino agrigentino per onori acquisiti, “scrittore italiano nato in Sicilia”: Andrea Camilleri. La Rivista di storia e scienze sociali “Meridiana”, in uno scritto di Leandra D’Antone, dal titolo “Il Ponte, il Mezzogiorno, l’Europa”, richiama le parole dello scrittore riportate su La Repubblica il 19 aprile 2001 (“Il mito tra le due sponde”) a favore dell’unione dell’isola alla terraferma: “Un ponte che renderà la Sicilia meno isola, meno orgogliosa e forse meno malinconica. Finalmente riusciremo ad eliminare quel senso di maledetta o benedetta sicilitudine: quel senso di isolamento e di solitudine nel quale molti di noi si sono trovati senza desiderarlo”.
Un successivo intervento del padre del commissario Montalbano è stato raccolto, sempre dal quotidiano La Repubblica, il 23 dicembre 2009. Andrea Camilleri, usando un modo di dire siciliano, afferma d’avere “un cori d’asinu e un cori di liuni”. Col cuore di leone, Camilleri dice: “Sono profondamente convinto che il Ponte potrebbe servire, e di molto, allo sviluppo economico della Sicilia. Non a farci diventare italiani, come è stato inopportunamente detto, perché quello, nel bene e nel male, lo siamo già”.
Col cuore d’asino, lo scrittore parla di un’opera non prioritaria in un momento in cui, dopo la crisi, la ripresa è difficile: “Siamo stati per secoli separati dal continente, possiamo ancora aspettare un po’”. Camilleri esprime poi un forte dubbio legato all’area (“ad altissimo rischio sismico”) e alle condizioni meteo (“Siamo certi che nei giorni di vento forte il transito a quell’altezza potrebbe continuare a svolgersi regolarmente?).
Lo scrittore parla, comunque, di “un’affascinante scommessa in sé” e chiede un referendum tra tutti i geologi e costruttori di ponti nel mondo per fugare ogni dubbio  “in maniera di sapere in anticipo da che piano si casca”.
Il 28 dicembre 2015, in una intervista di Tano Gullo, ancora su Repubblica, lo scrittore novantenne risponde a una domanda sul dissesto ambientale in Sicilia e sul crollo di ponti, fenomeno che ha funestato lo scorso anno: “In quello sulla strada per Agrigento ci sono transitato l’ultima volta che sono venuto in Sicilia. Il paradosso è che mentre ci sono i crolli qualche buontempone tira fuori la balzana idea del ponte sullo Stretto”.  

Raimondo Moncada


giovedì 22 settembre 2016

Una mattinata da incubo nel primo “Fertility day”

Questa mattina mi sono svegliato madido di sudore, come uscito dalla doccia, tutto tremante, spaventato, con gli stessi sintomi da DPTS, disturbo post traumatico da stress. Ho le orecchie impazzite, con i padiglioni auricolari uguali a una caverna rintronante di ogni sorta di rumori, di ogni sorta di voci, con lingue dai significati incomprensibili.
Stordito, mi alza di colpo, facendo leva sui provati muscoli addominali per alzare la schiena e sforzarmi, in posizione semi eretta, di rendermi conto della situazione quasi da film horror. Le stesse atmosfere. Le stesse palpitazioni. Lo stesso senso di smarrimento e paura. Occhi sgranati e orecchie spalancate, per capire, per prendere coscienza di uno stato simile al dormiveglia, una condizione che ti può prendere in giro e fare apparire una realtà non reale, una verità non vera, un significato non significante.
Intontito, completamente intontito dai decibel che martellano il mio sensibile apparato acustico di ricezione, provo a tappare le orecchie con le mani.
Ahi! Che botta!
Ci potrei mettere anche i piedi, ma non ci riesco. Lo yoga l’ho abbandonato dopo qualche mese di complicate posture e intrappolanti contorsioni. Le orecchie, tappate con i soli palmi delle mani, non sono, purtroppo, a tenuta stagna. Non riescono a insonorizzarle del tutto. La colpa è dell’intero corpo che, in ogni sua parte, amplifica straordinariamente ogni suono esterno facendolo arrivare, con una fitta, nell’area del cervello specializzata a ricevere ed elaborare gli input sonori. 
Fa tutto il corpo.
Cerco di isolarmi, cerco di crearmi attorno come una campana di vetro per trovare il mio naturale e indisturbato stato di pace. Ma non riesco. I rumori cominciano a svelarsi, così come le voci. Tutto intorno è come un’orchestra. Suona tutto: reti cigolanti, materassi battenti contro le pareti... Sento pure mani prendere a pugni i muri perimetrali. I pilastri vibrano. Vibra tutto il cemento armato. L’intonaco del soffitto si scrolla la polvere del tempo. I lampadari si muovono come se reagissero a scosse telluriche. Odo pure presenze umane. Sempre crescenti. Sono urla, maschili e femminili, intercalate da esclamazioni affermative, ripetute con ossessione e con ritmo musicale: “Sì! Sì!”.
Ore e ore così. Sì! Si!
Accendo il televisore e alzo il volume al massimo. È un espediente per contrastare le fonti stressanti. Inizia il telegiornale. Si parla del 22 settembre, giornata eletta come “Fertility day”. Si spiega che è stata promossa dal Ministero della Salute “per aumentare soprattutto nei giovani la conoscenza sulla propria salute riproduttiva e fornire strumenti utili per tutelare la fertilità attraverso la prevenzione, la diagnosi precoce e la cura della malattie che possono comprometterla e le tecniche di Procreazione medicalmente assistita”.
Una giornata, dunque, di sensibilizzazione e non di pratica e gridata mobilitazione.
Lanciano un primo servizio. Intervistano delle persone, di ambo i sessi. Le telecamere entrano nei loro appartamenti. Si intrufolano fin dentro le camere da letto. I vestiti sono sparpagliati ovunque, pure sui chiodi appendiquadri. I soggetti intervistati sono sotto le lenzuola. Per pudore. Le facce sono pixellate. Il timbro delle voci tradisce però i pixel. Riesco a risalire alla loro identità: sono i miei vicini di casa! Sono affaticati e sudati, nonostante i quattro maxi ventilatori sistemati ai quattro angoli del letto e i quattro condizionatori d’aria regolati con temperature glaciali.
Spiegano in movimento, e nei dettagli, come stanno celebrando la giornata. Ne danno visiva dimostrazione. Si lancia un secondo servizio, a supporto del primo. È ambientato in ospedale, nei i reparti nascite e pediatria. Vengono intervistati neo mamme e neo papà che un anno fa hanno festeggiato la ricorrenza, per la cronaca non ancora istituzionalizzata, ma anticipata per sperimentarne l’efficacia. Un terzo servizio, di supporto al servizio di supporto, parla di statistiche. Dice che nel corso di un anno, da quando informalmente è stato introdotto il “Fertility day”, la popolazione è triplicata e che ora ci sono in Italia più bambini che adulti dopo un lungo e preoccupante periodo di nascite con percentuali vicine allo zero. Questo vorrà dire che ci saranno più ciucci, più pannolini, più culle, più pappine, più notti insonni e meno tempo per i genitori da dedicare al “Fertility night”. Questo vorrà dire anche che i bambini, molto ma molto presto, prenderanno il potere introducendo a loro volta la ricorrenza del “Fantasy day”.
Il mio apparente incubo si trasforma così in sogno. Ma dormo ancora, per troppo sonno arretrato: Dormo ora beatamente, sognando l’amore in italiano e in tutte le altre lingue. 
I am the dream!

   
Raimondo Moncada

lunedì 12 settembre 2016

E se non ci fosse alcun teatro antico ad Agrigento?

E se ad Agrigento non ci fosse alcun teatro antico?
È una domanda che mi si è formulata, da sola, in autonomia, come ogni pensiero vagante nel cervello, leggendo in questi giorni alcune prese di posizione alla notizia di una clamorosa scoperta, pubblicata sul Corriere della Sera, a firma di Giovanni Taglialavoro. Il prestigioso giornale di Via Solferino ha dato grandissimo rilievo alla notizia del prossimo avvio degli scavi per fare emergere finalmente il teatro greco-romano dal sito dove si troverebbe sepolto.  
Una svolta archeologica, che risolverebbe un mistero che dura da troppo tempo e su cui si sono arrovellati per secoli importanti storici:
“È qui!”
“No, è qui!”
“Vi sbagliate, è dove dico io!”

Il sito dove gli attori dell’antica Akragas, e anche delle frazioni limitrofe, sarebbero andati a recitare le loro tragedie, sarebbe stato localizzato nei pressi della Chiesa di San Nicola e degli attigui uffici della Sovrintendenza ai Beni Culturali e Ambientali. Dopo la pubblicazione della notizia, ripresa alla velocità della luce, dai media locali, nazionali e internazionali, e linkata a più non posso sui social, ho letto di archeologi, di studiosi, di appassionati che hanno rivendicato la paternità dell’individuazione del sito. Purtroppo, a questi studi e alle intuizioni passate – si lamenta – non si sarebbe dato subito seguito per mancanza di fondi da destinare alla campagna di scavi. Così come, alle stesse archeologiche conclusioni, non sarebbe stata data la stessa straordinaria risonanza che in questi giorni sta avendo l'avvio degli scavi nel sito indicato dal Corriere della Sera. 
“Il teatro l’ho scoperto io!”, si direbbe, semplificando le rivendicazioni, espresse con certezza scientifica, pur non avendo ancora sotto gli occhi la splendida e agognata creatura in carne e ossa, o meglio, in scolpito e colorato tufo arenario giurgintano.  

Letti i commenti, e i commenti sui commenti, che ormai su ogni evento, anche minimo, proliferano sui social, e lette anche le rivendicazioni, dalla mia testa è uscita ironicamente e a voce alta l’iniziale e già posta domanda: E se Akragas, a differenza di altre poleis greche, non avesse avuto alcun teatro? Magari solo un bar, una pizzeria, un pub, un luogo di ritrovo organizzato con un palchetto improvvisato per i recitanti autoctoni e sedie di dura pietra per gli indigeni spettatori?
Una sorta, insomma, di eccezione che conferma la regola.
Ma la soprastante domanda, non è stata l’unica ad essere uscita a voce alta dalla rumorosa testa. Altri alternativi quesiti sono stati formulati dal mai domo cervello, come la seguente: E se il teatro antico di Akragas, così tanto ricercato “a guglia persa”, non fosse nel sito individuato ma altrove? Non so… sotto le tombe del cimitero di Bonamorone ad esempio, custodito dai nostri cari defunti. Oppure annegato a mare, a San Leone, e costruito in spiaggia perché così alla fine di ogni rappresentazione pubblico e attori si sarebbero potuti bagnare corpo e spirito nelle purificatrici, limpide e pennellate acque azzurre dell’aspro mare africano!?
Se fosse veramente così, se l’ironia dubitativa desse ragione ai miei strampalati ragionamenti… beh, metto fin d’ora le mani avanti, così da ricevere più in là nel tempo imperituro degni attestati di laude e lapidi murarie di gioia con incise le mie teatrali sembianze.
In attesa che si sveli sotto gli obiettivi e increduli bulbi oculari il mistero del teatro, sepolto ad Agrigento da oltre duemila anni (ma perché sepolto? Sepolto da chi o da quale evento?), sdrammatizziamo un po’.
Scherziamoci pure sopra, stemperiamo le tensioni, rassereniamo l’atmosfera da grande attesa. Ridiamoci pure, anche se magari per qualcuno non ci sarebbe nulla da ridere. Ridiamone, invece, così come ci hanno insegnato gli stessi antichi greci - comici e tragidiatura - con le loro eterne commedie che hanno rappresentato vizi e virtù e babbiu universali (cercando negli archivi storici, si potrebbe trovare pure una commedia in cui si potrebbe parlare, perché no?, anche del mistero del teatro della fu Akragas che non sarà svelato mai: meglio il nebuloso mistero che la chiara verità!)
Attendo con ansia gli scavi. E l’annuncio ufficiale ubi et orbi: “Ccà semu!”   

Raimondo Moncada

venerdì 9 settembre 2016

La prima campanella, le prime liti per un banco a scuola

Oggi ho sentito la mia prima campanella della scuola, quella del liceo. È risuonata dentro di me quando di buon mattino, alle 7,30, nel giorno d'inizio del nuovo anno scolastico, ho visto una quindicina di studenti spingersi per aggiudicarsi le migliori posizioni sulla scalinata del portone, ancora chiuso, di un istituto superiore.
Si sono alzati presto per battere sul tempo gli altri compagni e varcare, così,  per primi la soglia della scuola. Obiettivo: arrivare primi in classe. Un primato che varrà il banco migliore.
Chi arriva prima meglio alloggia!
Ho notato che si erano dati appuntamento a gruppi, dopo le vacanze estive. Segno di studenti non di primo pelo, cioè di primo anno, ma di anni successivi, ormai veterani e sicuri e divertiti di azioni premeditate da giorni, sulla scorta delle esperienze passate.
Oggi non si eredita il banco dell’anno precedente, specialmente se ti sistemano in una nuova aula. Te lo devi conquistare sacrificando mezz’ora del tuo sonno, facendo anche a gomitate con i coetanei e correndo per scale e corridoi per battere sul tempo la concorrenza. Qualcuno si sarà pure allenato con un prof privato di educazione fisica, materia che fa bene alla salute e fa bene ai “cento metri ostacoli” del primo giorno di scuola.

Il banco è importante. È strategico. Te lo porti in dotazione per otto mesi. Essere al primo banco, a un metro dal respiro del prof o della prof, ti espone troppo alle interrogazioni. E non ti puoi permettere, durante le spiegazioni dell’insegnante, di distrarti un attimo per elaborare l’insegnamento o anche per sbadigliare o grattarti la testa. Ti puoi pure scordare di rispondere furtivamente a un messaggino al cellulare, perennemente acceso e da cui fai fatica a staccarti perché ti connette col mondo. Hai gli occhi del docente sempre addosso, pronti a fulminarti e a stecchirti come una zanzara. Le seconde file sono quelle migliori per chi vuole stare attento alla didattica e prendersi qualche nascosto momento da dedicare interamente a se stesso dopo ore di attenzione prolungata. Nelle ultime file hai la maggiore protezione. Sei come dentro a un bunker. Gli occhi dell’insegnante debbono fare più fatica per raggiungerti e sotto il banco puoi anche giocare alla Play Station (che pagherai poi nelle interrogazioni con un paterno due o con un più materno tre).

Nel Berretto a Sonagli, con la compagnia del Liceo "Leonardo"
Anche ai miei tempi si cercavano i banchi migliori. E sempre per lo stesso motivo. Non c’erano però le Play Station e i distraenti smartphone. C’erano i bigliardini e i flipper ma, per l’ingombro e il peso, non li portavi dietro per nasconderli sotto il banco (cominciavano a farsi strada i primi computer e i Commodore 64 che però in pochi avevano e in pochi sapevano usare).

Ricordi… 

Basta la vista o l’ascolto di qualcosa, come un vociante gruppo di studenti, che ritorni indietro di 35 anni, al tuo primo giorno di scuola. Ti rivedi dietro la folla di ragazzi già da tempo posti a presidiare il primo plesso del Liceo Scientifico Statale “Leonardo” di Agrigento, quello che ospitava gli indirizzi sperimentali (posizionato proprio sotto l’ospedale psichiatrico). Io, dopo i tre anni alla media “Luigi Pirandello” di Via Acrone  mi ero iscritto allo sperimentale artistico.
Volevo diventare artista, come mio padre.
A Parigi, dentro un vespasiano, in gita d'ultimo anno
Ricordo l’emozione di quel giorno che mi avrebbe portato a fare tante straordinarie esperienze artistiche e anche teatrali, fino alla gita a Parigi col mio primo volo in aereo e al primo selfie dentro un vespasiano. Centinaia di ragazzi davanti a me che già si conoscevano e che sapevano dove andare e che ci guardavano dall’alto verso il basso considerandoci pivellini. C'erano anche altri ragazzi della mia età che sarebbero poi diventati miei compagni di classe e amici per la vita. 

Ecco farsi avanti un insegnante inviato in avanscoperta dal preside (allora era l’ultimo anno di Vincenzo Sambito a cui poi è subentrato Salvatore Di Vincenzo). Ha diversi fogli in mano. Ci guarda e comincia e chiamare i nuovi arrivati uno ad uno, in ordine alfabetico, specificando la destinazione della classe. I battiti del cuore aumentano all’avvicinarsi della lettera con l'iniziale tuo cognome. In attesa del tuo turno, hai il tempo per osservare i colleghi pivellini e fare la prima battuta per una combinazione molto insolita di un nome e di un cognome, con conseguente rossore della ragazza chiamata, che guadagna la porta facendosi largo tra sorrisini. Arriva pure il mio turno.
Uno dei miei primissimi disegni a china del liceo "Leonardo" del 1983
L’insegnante chiama pubblicamente il mio nome che non sento perché stordito dal rumore del cuore che batte all’impazzata. 

Vai! 
Cerco a fatica la classe che mi assegnano, senza alcun ausilio di mappe tecnologiche. Entro con timidezza nell’aula e siedo nel banco trovato libero, col compagno delle scuole medie che intraprende il mio stesso cammino. 
Mi sistemo senza fare discussioni. Nelle prime classi c’è ancora il silenzio della prima volta. Ci vorrà ancora tempo per conoscersi, familiarizzare e far sbocciare autentiche amicizie. Nelle classi superiori, invece, è tutt’altra musica. Si arriva anche alla lite per un banco o per un amore conteso.
Ed eccola la prima campanella!
Il suono riecheggia ancora dentro di me e si riaccende ogni anno quando inizia (per gli altri) la scuola.

Raimondo Moncada

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