lunedì 22 agosto 2016

Effetto Gangi: scopa ed è felice!

Scopa ed è felice. È un piacere vederlo all'opera. Non si stanca. Ed è umanamente comprensibile. Quando svolgi un'attività con trasporto non ti puoi mai affaticare. Vorresti, anzi, continuare all'infinito. È come una passione: non pensi alla fatica e se arriva la superi con l'entusiasmo, con la voglia di arrivare alla fine per completare l'opera. 
Lo osservi quando si presenta davanti ai tuoi occhi. E ti ritorna una splendida impressione. Vorresti anche tu trovarti al suo posto, dentro il suo irradiante stato d'animo così preso nel dare vita a gesti semplici, elementari, antichi, necessari, pure ripetitivi ma mai noiosi. 
Mi sto riferendo a una persona, sui sessant'anni, che non conosco. Un uomo che ho ammirato una sera d'agosto a Gangi, città d'arte arroccata sulle Madonie elevata qualche anno fa a "borgo più bello d'Italia". Mi è rimasto così impresso che a distanza di qualche giorno quello che ho visto mi ha spinto a dare voce al ricordo. In questo modo lascio una traccia di memoria su un aspetto che a prima vista potrebbe sembrare di per sé insignificante specialmente se legato a un paese che ti offre arte, cultura, sapori, paesaggi, aria di qualità. 
Ricordo... L'uomo aveva in mano una ramazza e una paletta e scopava continuamente le strade e le piazze del centro storico, senza mai staccare. Lo faceva con cura, attenzione, scrupolo, sorridendo. Salutava le persone che gli rivolgevano la parola, continuando a guardare il pavimento del proprio paese alla ricerca di piccoli rifiuti da rimuovere. 
E quindi? 
Le strade e le piazze, chiuse alle auto, non le ho trovate pulite ma pulitissime, pure il meraviglioso  spiazzo del belvedere, ai piedi della gotica Torre dei Ventimiglia, aperto ai venti delle ampie vallate (dentro una ricostruzione di vita contadina, assisti allo spettacolo di un anziano in costume d'epoca, tra paglia svolazzante, intrecciare vimini per realizzare ceste, anche a richiesta). 
E allora? dirà qualcuno, cosa c'è di così speciale da meritarsi tanta considerazione?
Facendo un giro a piedi nel "percorso turistico" di Gangi suggerito da cartelli, non ho incontrato a terra una cicca, una lattina o una bottiglia vuota, un fazzoletto usato, l'incarto di un gelato o di un panino divorato. Niente! Proprio niente! Solo lucido selciato e i colori e il profumo di piante lasciate crescere davanti all'uscio di antiche case. 
Anche questa è estate: uscire dal proprio guscio per scoprire altri luoghi, altre usanze, altri volti e altri sorrisi di Sicilia, la mia, la nostra terra. 

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 

domenica 21 agosto 2016

Vivere l'esperienza di pre-morte virtuale

Pur restando in vita possiamo morire. E, pur restando sempre in vita, possiamo essere pianti per morti, da familiari, amici e conoscenti. Succede con la morte digitale. 
Se sei ogni giorno vivo e presente su un social, con riflessioni, scherzi, interazioni con i tuoi contatti a qualsiasi ora del giorno... insomma, se in ogni momento della giornata fai sentire il tuo fiato, mancare di colpo senza preavviso è come non avere più vitale respiro. E scateni reazioni a catena come quando perdi d'improvviso le tracce di un bambino in spiaggia o di un sub al mare. Prima ti preoccupi, ti chiedi dove possano essere andati, poi cominci a provare un sentimento di angoscia, quindi metti in campo ogni utile azione per cercare il disperso. 
"Perché Raimondo non scrive più su Facebook? Perché è assente da due ore... dieci ore... ventiquattro ore... un giorno... due giorni? Ora è troppo! Sarà successo qualcosa". 
Ti poni mille domande. Non pensi ad altro che al male: "Gli sarà successo qualcosa di grave! Non è possibile! È da quarantacinque ore che non dà segni di vita". 

Ritornando agli esempi di prima, non è contemplabile la possibilità che la bambina si sia allontanata dall'ombrellone dei genitori per andare a giocare con una compagna di asilo vista in lontananza o che il sub si sia fermato a contemplare il paradiso di una grotta sotterranea. 

Il social è diventato come la vita. Se ti vedo, sei vivo; se non ti vedo, sarà successo qualcosa di inspiegabile o di irreparabile. Perché il social ti dà un corpo e un'anima. Ti dà un'identità che può corrispondere come non corrispondere con quella reale. Nella vita reale, infatti, puoi essere un musone solitario, mentre nella dimensione digitale puoi apparire come un modello di simpatia; così come nella vita reale puoi essere un delinquente mentre nella sfera social un santo. 

In questi giorni di silenzioso agosto ho deciso di mettermi in vacanza per un po' dai diversi mondi social frequentati da anni per svago, per babbio, per esercizio, per confronto, per ridurre le distanze ecc. Non è stato facile resistere alla tentazione di accedere a Facebook o a Instagram, resistere alla tentazione di pubblicare un pensiero o una fotografia o un link, di rispondere alla sollecitazione di un amico o di un'amica. Il digiuno digitale, a tempo determinato, è stata una scelta premeditata. È un'esperienza da fare di tanto in tanto per le innegabili conseguenze benefiche sulla psiche e sul corpo (reali). Staccare per un po' è come andare in ritiro spirituale: ti rigeneri, per poi rientrare in vita più vivo che mai. 
Bisogna però tener presente l'effetto collaterale di tale scelta radicale che non tutti comprendono. L'assenza momentanea dal social può essere vissuta come un'esperienza di pre-morte digitale: non essendoci, non esisti. 

Pur non accedendo ai social, ho sentito dentro di me le voci preoccupate degli amici: "Ma Raimondo? Dov'è? Sei fuggito? Stai male? Stai bene? Stai così così? Se ci sei batti un colpo? Se non ci sei battine due?" 
E così di questo passo. 

La preoccupazione nasce dalla mancanza di preavviso. Non ho avvertito nessuno del mio momentaneo ritiro. Avrei dovuto scrivere un post pubblico: "Da giorno 19 agosto siamo in ferie. Il negozio riaprirà il 21 dopo l'alba, al risveglio. Non bussate, perché non vi sarà aperto. Non chiamate, perché non vi sarà risposto".

Mi chiedo: non averlo fatto sarà stato segno di mancanza di rispetto? di maleducazione?

Il social ha ristretto così i confini tra pubblico e privato che ci sentiamo tutti strettamente legati. Una deviazione alla routine non è consentita. Devi essere informato su tutto quello che succede, su tutto quello che fanno gli amici che segui con estremo piacere. 
Non puoi permetterti, dunque, di staccare un giorno che subito si accendono le sirene e partono le ambulanze. Da un lato, diciamocelo, ti fa un enorme piacere sapere che non sei solo in questo mondo, che ci sono persone in carne, cuore e ossa che stanno in pensiero, che si preoccupano di te e della tua salute: ti dimostrano di tenere molto a te e o a quello che di te su Facebook rappresenti. Dall'altro lato ti dimostra che la vita social è ormai una realtà che sta superando o ha superato la realtà fisica e non puoi permetterti di assentarti oltre un certo limite di tempo. Faresti vivere alla tua corporeità virtuale l'esperienza dell'assenza angosciante o della morte, con le conseguenze del caso uguali a quelle della vita reale. 
Alla morte corporale, comunque, non c'è rimedio. A quella virtuale sì. Da morto digitale puoi sempre resuscitare e vivere pure una nuova vita, diversa dalla prima, con una nuova identità e nuove idee. 

Grazie di cuore a quanti mi hanno pensato: sono ancora vivo, nella vita reale e in quella virtuale. Questa pagina di diario intimo-personale ne è la dimostrazione lampante anche se qualcuno potrebbe a questo punto obiettare: ma lo ha scritto il Raimondo Moncada con cui finora ho interagito o un'altra entità che si spaccia per Raimondo Moncada? E in quest'ultimo caso, il vero Raimondo Moncada dov'è?

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 


sabato 20 agosto 2016

Il silenzio rispettoso dei porci


Anche il silenzio stordisce se non ci sei abituato. Ma non fa male. Anzi. È consigliato dai migliori scienziati (quelli veri) perché fa bene alla salute. 
Il silenzio non è tutto uguale. C'è silenzio e silenzio. È difficile trovarlo dentro di sé, ancora più difficile trovarlo fuori. Dentro sei disturbato dal traffico sempre più rumoroso dei pensieri che si avvicendano e si riproducono all'infinito. Fuori sei raggiunto dai rumori della quotidianità urbana: le auto, le moto, gli squilli dei cellulari, i televisori accesi, le radio a tutto volume, gli aerei che ti passano sopra la testa, la gente che incurante della quiete altrui urla all'aria aperta, dentro le vibranti mura domestiche e pure sui social, di notte e di giorno, dove non distingui più il finto dal vero e il vero dal finto. Iperconnessi col mondo reale e la dimensione virtuale, con un concerto perenne di rumori che ci diventa molto familiare e ci corrode dentro. 
Non hai scampo! Sei inseguito pure dentro una chiesa dove il sacro silenzio dovrebbe essere la dimensione di partenza. 
Il silenzio è uno stato di pace, senza rumori, senza disturbi, senza distrazioni. È difficile trovarlo o crearlo nel nostro ambiente abituale, quello urbanizzato dove anche la nera notte è offuscata dalla luce dei lampioni e dalla musica che da qualche luogo lontano ti arriva alle orecchie penetrando ogni minuto anfratto del tuo cervello. 
Per un giorno ho rifatto, dopo non so quanti anni, esperienza full-immersion del silenzio. Quello vero. Quello puro. All'inizio è frastornante. Ti disturba pure come un brusio di fondo, e non ti senti a tuo agio. 
Poi succede qualcosa. 
È accaduto in montagna, sulle Madonie, nel cuore della Sicilia, in una fattoria sperduta in territorio di Gangi: niente rumori di auto, niente musica, niente tv, niente internet, niente telefonate, con le voci umane ridotte all'essenziale. Solo natura a perdita d'occhio, lontano dai nuclei urbanizzati, immerso nel verde dei boschi, tra vallate gialle col grano già mietuto dove vivi solo con mucche, cavalli, pecore, corvi, falchi e maiali neri dal grugnito pronunciato.
Di tanto in tanto qualche vecchio casale a interrompere la visione immacolata della natura. 
Non senti più il rumore della tua consueta quotidianità. Niente notizie di guerre, di olimpiadi. In ritiro, spegni pure la luce del bagno collegata alla rumorosa ventola dell'aspira odori. Senti solo muggiti, belati, latrati, ragli, grugniti, il suono dei campanacci. Senti il battere dei tuoi passi sul selciato. Senti il suono dell'aria cristallina entrare e uscire dalle tue narici intossicate da anni di invisibile e puzzolente smog. 
E quando cala la sera, col sole che si nasconde dietro le vette dopo averti regalato un tramonto violaceo, senti le cicale fare il verso alle stelle. 
I maiali neri si spengono. Come si spegne ogni altra forma di vita. Cala la notte e cala il silenzio assoluto. È diverso, molto diverso, dal silenzio del tuo mare. Ha un'altra pasta. Te lo gusti tutto, così come l'aria, così come i profumi, così come tutto, in una notte insolita, colma d'essenza di vita, dove fino all'alba dura pure il silenzio rispettoso dei porci. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it



sabato 13 agosto 2016

Bloccato un carico di sosizza diretto a Rio: "È doping!"


Già si era sentito penetrante l'odore per le sicule contrade. Il Pil si era di colpo impennato con grande beneficio per tutta l'economia italiana, da nord a sud. Ora l'inaspettato blitz olfattivo che mette in ansia il popolo ferragostano, dall'Italia al Brasile. 

L'aumento sproporzionato di sosizza, anche se a ridosso del Ferragosto, ha insospettito gli esperti che combattono lo spaccio e l'uso di sostanze atte a modificare le prestazioni psicofisiche umane. 

"Cosa si nasconde dietro così tanti caddrozzi quando, per questo Ferragosto, i fuochi saranno vietati in spiaggia comprese, forse, le grigliate a legna?"

È stata questa la domanda che ha spinto gli esperti ad allungare il naso e a potenziare i controlli in tutta la catena di produzione: dalla carne al capuliato, dal budello al caddrozzo. E, in un'annusata a sorpresa, si è scoperta una catena di Tir carichi fino al portapacchi di sasizza (una variante meno raffinata di sosizza). 
L'odore di carne fresca e del finocchietto selvatico ha subito insospettito a chilometri di distanza i fini annusatori che, al volo, sul posto e su due piedi, si sono messi ad assaggiare a random un caddrozzo di sosizza per cassetta. Hanno quindi deciso di far fare altri test come la prova falò con grigliata notturna in spiaggia per verificare l'effetto strammamento sui bagnanti. 
Si è arrivati così alla decisione di trattenere tutti i Tir, soprattutto tutto il carico. Il sospetto più grande è quello che i pesanti automezzi, tipo anfibio, fossero in partenza via mare per Rio, in Brasile, dove sono in corso di svolgimento le Olimpiadi. 
La sosizza col finocchietto selvatico, se assunta in particolari contesti, come ad esempio un falò di Ferragosto in uno stadio olimpico, potrebbe alterare, con un buon bicchiere di vino, lo stato emotivo-sentimentale degli atleti migliorandone l'umore. Un atleta felice e con la panza piena di sosizza potrebbe far fare malafigura ad atleti infelici e senza sosizza. 
Stando così le cose, la sosizza, con capuliato suino, pepe, sale e finocchietto selvatico, è da considerarsi doping a tutti gli effetti e va assunta lontano mesi e mesi da competizioni ufficiali. Un record di sosizza non sarebbe accettato. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 

P.S. Racconti di ironica fantasia sotto il sole. 

giovedì 4 agosto 2016

“No internet zone” per guarire in luoghi protetti

La NiZo, la “No internet Zone”, fra non molto farà la differenza. E la differenza sarà sostanziale, così sostanziale da spalancare le porte a un business nuovo, con guadagni a tot zeri.
Internet ha invaso le nostre vite. Siamo stati occupati in pochi anni. È entrato nelle nostre famiglie e anche nelle nostre teste. Ovunque ormai è internet. Ti fai una passeggiata e stai con lo smartphone in mano collegato a internet. Ti siedi in un locale vista mare e hai internet. Vai sul Tibet e internet ti insegue fin nei silenziosi monasteri buddisti. Internet si mette pure di mezzo tra te e la tua compagna, prima dopo e durante. Si pensa con internet, si parla con internet, si copia da internet. Non si può fare niente senza internet. C’è chi non si rivolge più al medico, allo psicologo. Perché con internet ti senti cardiologo, psichiatra, scrittore, solutore.  
La genetica sta studiando come, durante la gravidanza, dotare il feto di un cellulare di prossima generazione così da non farlo trovare spiazzato al momento della nascita. Avrà già internet nel Dna.
Internet sta creando così tanto rumore da creare l’esigenza opposta: l’assenza di internet. Assenza di internet, assenza del tutto a portata di mano, per riconquistare momenti di silenzio perduto, di interrelazioni umane allentate, di connessioni col proprio cervello stravolte. Siamo diventati degli zombi mutati anche fisicamente nell’uso dei nuovi strumenti di accesso a internet: occhi bassi, schiena curva, palo in fronte. E non si salva nessuno: bimbi, grandi, anziani, colti, incolti, scienziati. Tutti a controllare compulsivamente l’email, l’aggiornamento sui social, la risposta, la reazione, le ultime notizie, il messaggino. Viviamo ormai di notifiche. E stiamo continuamente in allerta, anche di notte, anche nei momenti conviviali, anche nei momenti intimi. E se ti inseriscono nei gruppi di Facebbok o di WhatsApp sei perduto. Le notifiche a mitraglia non ti fanno più vivere. Moriremo di notifiche.
Ecco allora la necessità della salvezza. Già esistono in commercio software che, programmandoli quando hai un briciolo di lucidità, ti staccano internet non dandoti più la possibilità di riconnetterti. Ma potrebbero nascere dispositivi per autodistruggere i cellulari dopo un uso smodato. Potrebbero trovare lavoro sorveglianti della quiete: quando ti vedono con un cellulare in mano, col display acceso, con la suoneria accesa, o rispondere a voce alta come se nulla fosse mentre sei a teatro o al cinema o in chiesa, ti prendono di peso e ti scaricano in una discarica di cellulari urlanti. Potrebbero ricominciare a riempirsi di clienti bar, ristoranti, pizzerie, pub, biblioteche, privi non solo di wi-fi free ma con schermature e strumentazione messe a punto per impedire l’attivazione di internet. 
Riconquistiamo i nostri spazi di pace offline occupati dalla Rete, salvando con saggezza anche internet e l'inarrestabile evoluzione umana.  

Raimondo Moncada

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