sabato 31 gennaio 2015

Dissi lu sceccu a lu mulu... tradotto il labiale dopo millenni

“A chi sì sceccu!?”
Ci sono delle volte in cui mi sento proprio così: asino, somaro. Non un animale, anche se appartengo alla stessa specie (animal sapiens). Non una bestia. Ma ignorante, un pozzo vuoto di conoscenze.

C’è tanto da sapere e il non sapere abbastanza mi crea disagio. E il disagio aumenta quando entro in una libreria, quando entro in una biblioteca. Ho la sensazione di essere schiacciato dalla montagna cartacea con i caratteri delle parole che mi mangiano dentro come i vermi.

Mi piacerebbe contenere tutto il contenuto di quei libri (un imbuto non andrebbe bene?). Ma non si può. Impossibile. Ci vorrebbero non so quante vite e io di vita ne ho solo una (forse nel prossimo futuro, con una scarica elettrica mi potrei trasmettere il contenuto di tutti i libri elettronici).  

Ogni anno, solo in Italia, si pubblicano circa 60 mila volumi (con una media di 250 pagine a volume, sono 15 milioni di pagine comprensive delle pagine dei libri che portano anche la mia firma). Ai 60 mila volumi, bisogna quindi aggiungere i libri stampati in altre nazioni e i libri già pubblicati nei secoli dei secoli fa, compresi i papiri egiziani e le scritte rupestri dei primi ominidi. Per non parlare delle informazioni contenute in miliardi di pagine di Internet.  
Meglio non pensarci perché se ci pensi lo “scecco” che c’è in me comincia a ragliare.

Ma perché lo scecco ha un significato negativo? Me lo sono sempre chiesto. L’ignorante, l’impreparato, lo svogliato, chi non studia, chi non ne vuole “mancu cu lu mutu” (neanche con l'imbuto!), chi piange di fronte alla pagina scritta, viene additato con frasi che non lasciano scampo: “Sì tuttu sceccu”, “Sì sceccu tunnu”: sei un asino, un somaro in modo integrale. Una volta, mi raccontano i più anziani, chi non studiava, chi sbagliava i compiti, era destinato a una terribile punizione: doveva indossare una maschera che raffigurava la testa di un asino e, da scecco, mostrarsi prima ai compagni di classe e poi seguire il resto della lezione dietro la lavagna.

L’asino, poverino, non è solo scecco, nel senso di ignorante, ma anche cretino, stupido, incapace, rozzo, testardo. Al femminile "sceccu" ha altri significati.     

“A chi sì sceccu!?”

L’asino è così sfortunato che non può neanche vantarsi di essere somaro. La saggezza sicula è emblematica. In siciliano si dice “sceccu ca s’avanta nun vali mancu un sordu”, asino che si vanta non vale neanche un centesimo di euro (il meno scecco di tutti è stato Socrate: "So di non sapere"). E si dice anche “megliu lu sceccu priatu ca lu sceccu a priari”, meglio un asino vanitoso ma allegro che un somaro stupido che vuole essere pregato per il potere che crede di avere. Ma l’asino è sinonimo anche di operosità, tanto utile all’uomo. Il significato è tutto in una proverbiale frase rubata al labiale di un somaro: “Dissi lu sceccu a lu mulu: semu dati pi dari lu culu”. 

La traduzione, a prova di contestazione, è tutta nell’onomatopeica saggezza. Il sapere costa fatica, ma sorride. 

Raimondo Moncada

venerdì 30 gennaio 2015

Il cuore agonizzante di Agrigento, gli ultimi battiti del '91

Un quarto di secolo. Cos’è cambiato in un quarto di secolo nel centro storico di Agrigento? Il suo cuore pulsa ancora in un corpo che perde un pezzo al giorno?

Me lo chiedo ritrovandomi per caso tra le mani il settimanale “La Tribuna” del 2 febbraio 1991, saltato fuori da un armadio della mamma. In quel numero è uscito il mio primo articolo su un giornale cartaceo. L'ho scritto all'età di 24 anni alla fine del mese di gennaio di 24 anni fa, dopo un tuffo nel luogo che mi ha visto nascere e muovere i primi passi in un miniappartamento di 45 metri quadrati di Vicolo Seminario, sotto la protezione della Cattedrale di San Gerlando. 
Ho l’onore di avere corredato il pezzo con grafici di mio padre, Gildo Moncada, che a quelle pietre ha legato la sua vita di uomo e di artista. Il servizio ha per titolo “Viaggio sentimentale nel cuore della vecchia Girgenti”. Ne ripropongo il testo per riflettere su quanto è cambiato da allora, dal 1991, da quando ho scritto il mio primo viaggio in un italiano dettato dal cuore.


Sono seduto su una panchina tricolore, linea terminale di una scritta a terra “forza italia”. Non c’è nessuno. Mi chiedo se veramente sono nel mio centro storico. Mi chiedo se realmente sono a San Giullà.

Piazza Don Minzoni è completamente congelata da un vento che fa vibrare perfino le antenne saldate della vicina radio diocesana. Non c’è anima viva. Ricordo il vociare festante di noi bambini serpeggiare con i nostri carrettini per quella discesa Duomo, ora completamente deserta. Solo una scolaresca riempie le gradinate della cattedrale, disperdendosi frettolosamente nei meandri di un cuore al quale è stata tolta l’anima. Un vecchio, riparato da uno scialle riccamente adornato, è appena uscito per riscaldarsi a quella insolita presenza. La moglie lo avverte di rientrare “altrimenti il latte si raffredda”.

È una fredda giornata di gennaio. Si ode solo il vento tra quelle pietre esanimi, sbattere qualche finestra lasciata aperta da chissà quanto tempo. Mi chiedo se è l’unica testimonianza vivente in tutta questa arida desolazione.

Scendendo per la scalinata di Via Raccomandata mi ricordo dell’allegra bottega di generi alimentari dove tutti noi bambini, prima di andare all’asilo dalle suore di Sant’Antonio, che non c’è più da qualche settimana, venivamo a farci il panino con la nutella che la signora Spirio attingeva da un coloratissimo contenitore di plastica.
Ora una porta scolorita, un muro dipinto da chiazze di muschio e da tremanti fili d’erba, un pezzo di tavola, con arrugginite targhette nelle quali resistono coraggiosamente quasi con orgoglio scritte “olio d’oliva”, “formaggio fresco”.
A dei passanti di colore chiedo se si trovano bene in un’architettura a loro familiare. Mi rispondono che hanno solo un tetto dove dormire e che poi non hanno modo di entrare in contatto con le poche persone rimaste.
Sempre davanti allo spazio della bottega, una volta riempito dal caldo profumo del pane del vicino forno, alla fine del tunnel dell’Arco di Spoto, completamente violentato da una maschera di intonaco, un’esile casina addossata pericolosamente a un edificio di due piani con evidenti segni di cedimento, richiama la mia attenzione.
Vi abita la zia Pina, della quale mi colpiscono le mani, rosse dalla malattia. Assiste suo marito gravemente ammalato, tenuto in vita dagli ultimi impulsi di un cuore profondamente legato, come fosse un’unica cosa, al cuore di quelle pietre.
Facendomi strada tra case abbandonate, porte sbarrate, cancelli incatenati, lucchetti arrugginiti, vengo disturbato dalla macchia sgargiante e stonata di una nuova “affacciata” che non ha nulla a che vedere con l’ancora dignitosa presenza delle circostanti case “vecchie”, parte integrante dell’antico tessuto cittadino.
Dopo avere attraversato, indisturbato, lo stretto corridoio di via Madonna della Neve, due ingressi aperti mi riportano a quella che era una volta questa parte di quartiere, riccamente adornato da profumatissime piante ai balconi, da trecce d’aglio, da tendine ricamate a mano, e da quella magica vitalità spontanea che rappresentava il soffio vitale di un quartiere abbandonato pure dall’illuminazione serale.
Salendo per la Via Santa Maria dei Greci, tra un “Si vende”, una falegnameria chiusa, balconi con vasi secchi, vengo nuovamente rivitalizzato dalla massiccia presenza di una scolaresca fermatasi davanti all’unica bottega di generi alimentari.
“Per noi ogni volta è una riscoperta”, afferma una delle insegnanti della scuola media “Quasimodo” di Monserrato, “però non possiamo pensare di recuperare un centro storico morto risanando la fatiscenza, ma cercando di aiutare quelle poche persone, per lo più anziani, o famiglie in attesa di nuova collocazione, rimaste isolate”.
“Con lo svuotamento umano del centro storico, abbiamo tolto l’anima al cuore di Agrigento, il cui tessuto può essere recuperato fisicamente, ma non avrà mai quella identità atavica se non porteremo le persone alle loro radici” incalza con tono rassegnato un volto emaciato di un vecchio passante chiuso dal freddo in una coppola nera e dentro una giacca evidentemente varie volte rammendate.
Sono gli ultimi suoni di una gelida mattinata di gennaio nel centro storico di Agrigento, profondamente provato e lasciato in balia di sofisticatissime macchine fotografiche ai cui comandi sono turisti dal biondo crine, tornati inconsapevolmente tra le mura della loro città. I normanni, gli arabi, gli spagnoli, vivono ancora qui. Per difendere un passato che può essere ancora il nostro futuro.

Raimondo Moncada

Pubblicato sul settimanale “La Tribuna” – 2 febbraio 1991, Anno 1, numero 13 
Direttore responsabile Gerlando Gandolfo 
Prezzo di copertina Lire 1.000 

www.raimondomoncada.blogspot.it 



giovedì 22 gennaio 2015

Per le figlie e per le spose, Zambito commuove e fa sorridere

La sua Siculiana. Poi Alia, Montedoro. Adesso Sciacca. Sono alcune tappe del tour di presentazioni del libro Per le figlie e per le Spose, opera dello scrittore Peppe Zambito edita da Armando Siciliano. Il libro viene presentato a Sciacca venerdì 23 gennaio 2015, con inizio alle ore 18, al Circolo di Cultura di Sciacca. A presentare l'opera e a conversare con l’autore, sarà la scrittrice Anna Burgio che ha curato la prefazione. In programma gli interventi dello scrittore Raimondo Moncada, della poetessa Evelina Maffey. Leggeranno brani del libro Agnese Sinagra, Anita Lorefice e Raimondo Moncada.

Con Per le figlie e per le spose lo scrittore siculianese Peppe Zambito lancia un nuovo genere letterario: il “raccomanzo”. Romanzo e racconto si saldano in una narrazione unica, con tante storie e tanti personaggi che le attraversano uniti da un filo conduttore comune e un luogo: Torre Salsa, la riserva naturale che si estende tra Siculiana e Eraclea Minoa.

Dentro c’è la Sicilia, con le sue meraviglie, le sue contraddizioni, le sue altezze e i suoi precipizi. Con i suoi sentimenti forti, con l’incanto dei suoi paesaggi. L’autore è abile a dipingere i personaggi e a farli vivere dentro quadri ora drammatici ora grotteschi.  


“Peppe Zambito – scrive Anna Burgio nella prefazione all’opera – mescola realtà e fantasia, illusione e disillusione, con lo stile accattivante e coinvolgente che gli è proprio. Ci mette di fronte alle contraddizioni dell’esistenza e alle difficoltà che spesso incontriamo nell’attraversarla tutta, e il sorriso che ci strappa spesso ha il sapore amaro, come alcune piante di Torre Salsa”.

Il contagio dei camminatori, con un popolo in fuga

Mogli che lasciano i mariti. Mariti che si separano dalle consorti. Genitori che abbandonano i figli a casa. Per ritornare migliori. Uniti e solidali, come in guerra, dalla stessa parte. Convinti di vincere la battaglia quotidiana, con la pace dentro. Si vince e si rientra a casa, nella normalità. Scarichi, ma arricchiti. 
Succede a Sciacca, la città dalle miracolose acque termali. Da un anno monta sempre di più il fenomeno dei cosiddetti “camminatori”. Ha preso piede quasi all'inizio dello scorso anno, intorno a febbraio 2014, quando un ristrettissimo gruppo di amici ha pensato bene di lanciarsi in questa nuova e rivoluzionaria avventura, in fuga dalla schiacciante routine. Persone normali, appesantite dalla sedentarietà, che un bel giorno hanno aperto gli armadi e recuperato impolverate tute e scarpette da ginnastica, hanno spento la tv e si sono messe a camminare ad andatura sempre più veloce.
Da allora, di giorno in giorno, di mese in mese, con un contagioso passaparola, quel gruppetto di amici è diventato un esercito agguerrito. Che marcia, per stare bene con se stessi e con gli altri: è questo il trofeo. A Sciacca c’è ora un popolo di camminatori che si dà appuntamento la sera alle 20,45 nel nuovo quartiere di contrada Perriera per poi incamminarsi, a passo sempre sostenuto, lungo percorsi improvvisati ma suggestivi, decisi sul momento, illuminati dalle luci artificiali dei Led.
Due sere a settimana, il martedì e il giovedì, a cui si è aggiunto da qualche settimana anche un terzo appuntamento: la domenica mattina per camminate fuori porta.

“Siamo in tanti”, mi dice un amico aggregatosi da poco ed entusiasta dell’esperienza. “Impiegati, casalinghe, professori, operai, commercialisti, muratori, addetti di supermercato… Di tutto, di più. Di qualsiasi età e di qualsiasi posizione professionale e sociale. Ci unisce la passione, il piacere di una salutare passeggiata, che fa bene al corpo e fa bene alla mente. Scarichiamo le tossine che ci avvelenano, consumiamo calorie di troppo che ci fanno ingrassare.
Sudiamo, ci divertiamo, saldiamo amicizie, riscopriamo le meraviglie della nostra città. Tutto questo a piedi e non in macchina, in un tempo che si rallenta come qualche decennio fa, senza la distrazione dei cellulari, in contatto con la nuda terra e le antiche mura”. 
Il martedì e il giovedì sera si sceglie un percorso urbano, dentro la città. Si preferisce il centro storico perché si presta con i suoi saliscendi, le sue scalinate, i suoi stretti vicoli, le sue piazze, i suoi paesaggi sempre cangianti: San Michele, il castello Luna, Corso Vittorio Emanuele, Piazza Scandaliato, Viale delle Terme, la Marina…
C’è gente che aspetta il nostro passaggio affacciata alle finestre e ai balconi. È diventato uno spettacolo vedere passare negli stretti vicoli un centinaio di persone in marcia, che camminano a passo veloce, apparentemente senza un perché, squarciando il silenzio della notte”.
In base ai saliscendi, alle difficoltà del tracciato, alle riserve di fiato, all’età dei partecipanti, si coprono fino a 12 chilometri in un’ora e mezza. Di giorno in giorno, le prestazioni migliorano. Ma non è questo che conta.   
La domenica mattina sono di meno. La partecipazione si dimezza. E si decide, se il tempo permette, di uscire fuori città. L’ultima escursione ha avuto come destinazione la località balneare di San Giorgio, non per comode strade asfaltate, ma attraverso itinerari accidentati di campagna, a riempirsi i polmoni con i profumi dell’azzurro mare. 
I camminatori col tempo si sono pure organizzati. Hanno una pagina e un gruppo chiuso su Facebook “Camminare per passione” e hanno anche un gruppo chiuso su WhatsApp per comunicazioni veloci. Condividono pure iniziative di solidarietà, come è successo lo scorso Natale. 

Un popolo in marcia, per ritrovarsi e riempirsi di vita, di salute, di storia, di natura, di umanità.

lunedì 19 gennaio 2015

Pirandello e la libertà dell'uccello di Liolà


"Un sugnu oceddu di gaggia. Oceddu di volu sugnu: oj ccà, dumani ddà; a lu suli, all'acqua, a lu ventu - cantu e mi 'mmriacu; e nun sacciu si mi 'mmriaca cchiù lu cantu o cchiù lu suli..."


Luigi Pirandello (da Liolà)
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