giovedì 31 dicembre 2015

Pentole sotto pressione, ma niente botto: è vietato!


Prima o poi scoppiano. E noi scoppiamo con loro. Le pentole si sentono dentro troppa pressione: "Rischiamo di fare il botto, ma quest'anno è vietato. E al danno aggiungeremmo la beffa con una multa salata e si sa che il sale si butta pure per la pressione. Un circolo vizioso. È come il cane affamato che si mangia la coda e gira anche dopo mangiato". 
La protesta delle pentole si potrebbe allargare alle padelle e alle braci, incazzate nere come il carbone, ardente come la pasta romana. Ma si teme un ulteriore allargamento a macchia d'olio, prodotto fresco di stagione sempre col dubbio, però, dell'extravergine: chi controlla?
Al cuppino è già arrivato l'ordine: "Arriminati". 
Alle forchette l'invito a immischiarsi. 
Alle loquaci palette, il monito a girare la frittata che ormai è fatta. 
Alle pepiere di dare più pepe alle parole. 
Prima dello scavallamento al 2016, saranno ore roventi con l'impossibilità in tanti luoghi di augurare un nuovo anno col botto.  E in una terra ormai surriscaldata pure negli animi, gli unici a farne le spese non saranno le eterne massaie ma i gracili agnellini portati da snaturata madre natura al biblico sacrificio di essere mangiati come i porci dalla festeggiante umanità in tutti e quattro gli angoli del rotondo pianeta. 

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 

mercoledì 11 novembre 2015

Prendere a calci le statue degli scrittori

Un esame scolastico andato male? Odio nei confronti della sua opera letteraria tradotta in tutto il mondo? Allergia al bronzo? Cosa può spingere dei ragazzi a prendere a pedate la statua di un celebre scrittore conterraneo? 

Domande che si formulano da sole in testa dopo aver visto le immagini dell'assurda azione contro il monumento dedicato a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a Santa Margherita di Belice, paese che venera il grande scrittore siciliano, dedicandogli un premio in suo onore, mantenendo viva la magia dei luoghi del Gattopardo. 
Le immagini della video sorveglianza sono impressionanti. Lasciano il
segno. Inevitabilmente ti chiedi: perché? E te lo ripeti: perché? Perché puntare l'inerme statua di uno schivo letterato e prenderla a calci con la rincorsa, ad afferrargli il collo e a strattonarla quasi a volerla sradicare e magari pestare? 
La statua di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è piantata a terra, sul pavimento di una pubblica piazza, come quella di Racalmuto dedicata a Leonardo Sciascia o quella di Porto Empedocle dedicata al commissario Montalbano di Andrea Camilleri. 

Perché? È la domanda a cui potranno meglio rispondere i diretti interessati o, se non sanno rispondere, gli amici, i familiari, gli psicologi, i sociologi, gli assistenti sociali, gli avvocati difensori, gli esperti di social media. 

Un gesto che ti fa girare tanti pensieri e che ti portano alla solita questione giovanile, al vuoto generazionale, alla rabbia nei confronti della realtà e del mondo degli adulti. Ma che c'entra la statua del riservato autore del Gattopardo? Forse che si è letto il libro e non si è capita la storia? Forse che non si è condivisa la metafora? Forse che quella statua lì, in quel punto, non ci deve stare? Forse che la statua guarda troppo i passanti? Forse che gli scrittori danno fastidio perché scrivono troppo e non ci puoi stare dietro? 

Se è così, mi abbraccio a loro, delicatamente, e se c'è da prendere a calci i calciatori ci mettiamo a competere a calcio da persone vive e pensanti. Non prendiamocela con inermi e incolpevoli statue che hanno la sola colpa di farci vivere la grandezza dei personaggi che raffigurano. 
Abbracciamoli i monumenti, come se abbracciassimo idealmente, in segno di gratitudine, chi rappresentano. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 

martedì 10 novembre 2015

Giallo sul mio profilo social: sono io o sono un altro?


Giallo sul mio profilo social: sono io o non sono io a interagire con gli amici? C’è forse un altro tra me e me?

Mi autopongo una bella questione dopo aver letto, sui giornali, la notizia dedicata al profilo Facebook del cantante Gianni Morandi su cui è stato insinuato il sospetto di una gestione terza, da parte di un social media manager. Ovviamente non sappiamo come stiano le cose. Possiamo solo dire che abbiamo sempre amato l’artista Gianni Morandi, che lo consideriamo un assoluto mito e che non a caso i suoi post arrivino a totalizzare compiacimenti pazzeschi (una recente foto ha quasi raccolto 90 mila "mi piace").

A questo punto, però, pongo e mi pongo lancinanti dubbi:

- Sono io come io a gestire da me medesimo il mio personale profilo social?

- È forse il mio pseudonimo che coincide con la mia stessa persona a fingere a essere la mia stessa persona per aggiornare di nascosto la mia pagina Facebook?

- Sono per caso io stesso a farmi da social media manager per scrivere post, commenti, postare foto ecc. ?

- Ho contrattualizzato a mia insaputa un mio personal social media manager che mi cura l’immagine, mi sveglia la mattina, mi porta la colazione a letto, mi lava, mi fa la barba e lo shampoo, mi fotografa, legge nei miei pensieri e scrive ogni giorno contenuti originali sul mio profilo.

Non saprei. A Facebook ho sempre dato tanta credibilità. E ancora voglio continuare a dargliene. Mi sembra ancora tutto vero, genuino, dove ognuno scrive quel che pensa, con sincerità. Non voglio credere a pseudo profili; non voglio credere a gente che sta su Facebook solo per guardare e giudicare; non voglio credere a gente che scrive una cosa e poi si comporta in modo diverso; non voglio credere a gente che dice di non stare su Facebook e invece ci sta tutta l’intera giornata; non voglio credere a gente che dice di stare su Facebook e invece su Facebook non ha mai scritto una sola parola e non conosce nulla degli amici o dei contatti.

Mi piace credere che una star, un cantante famoso, un attore celebre, un mito siano sempre in collegamento su Facebook, 24 ore su 24, loro stessi, senza sostituti, per rispondere uno a uno, con accorati messaggi personalizzati, ai milioni di fan delle loro pagine personali.  
Ora sono confuso. Mi ritiro per deliberare.  

Raimondo Moncada

"Al tuo fianco contro la mafia", Università azzera tassa di "Kore"


“Siamo al tuo fianco contro la mafia”. Anche le Università siciliane fanno una precisa scelta di campo, a sostegno di studenti colpiti dalla criminalità organizzata. La “Kore” di Enna “azzera completamente la tassa di frequenza, quale segno di apprezzamento e di riconoscimento delle concrete azioni antimafia”. Lo leggo nella "Guida all'immatricolazione" nella versione cartacea in distribuzione nella segreteria dell’ateneo, in attesa dell’inizio di un evento formativo promosso dall’Ordine dei Giornalisti. È un beneficio di cui (mannaggia all’ignoranza!) non ero a conoscenza. Sono sicuro che anche altre istituzioni universitarie avranno lo stesso programma di riduzione delle tasse.


Per l’Università degli Studi “Kore” di Enna si tratta del “Programma 1” chiamato “Siamo al tuo fianco contro la mafia”. Possono fruire dell’esonero totale “gli studenti vittime della criminalità mafiosa o il cui nucleo familiare sia stato colpito dalla criminalità organizzata. È necessario, se immatricolati per la prima volta, il voto di maturità non inferiore a 75 su 100. Gli studenti iscritti ad anni successivi devono avere acquisito, al termine della sessione autunnale di esami, almeno il 75% dei crediti dell’anno in corso e tutti i crediti degli anni precedenti. Sono esclusi gli studenti fuori corso e i ripetenti”.

Vado a curiosare nei siti internet delle altre università siciliane. Scopro che è un beneficio previsto da precise norme e concesso con differenze da ateneo ad ateneo.

L’Università degli Studi di Palermo esonera dal pagamento della tassa di iscrizione e dei contributi “studenti figli di vittima della mafia, dichiarati tali secondo le norme di legge e studenti figli di vittime del racket, in condizioni in condizione economica disagiata appartenenti alle classi di contribuzione zero, 1, 2 e 3”.

L’Università degli Studi di Messina ha un “sistema di esenzione/rimborso delle tasse per gli studenti meritevoli, in base a un apposito bando che in parte sfrutta anche le risorse derivanti dalla Tassa Regionale Diritto allo Studio”. Il bando che troviamo è dell’anno accademico 2014-2015. Mette a concorso una serie di benefici: borse di studio, servizi abitativi, contributo affitto, premi vari ecc. All’articolo 2 “Modalità di compilazione domande” on-line viene richiesto di allegare la documentazione sulla base della categoria di appartenenza tra cui “attestazione rilasciata dalla Prefettura competente per gli studenti orfani per motivi di mafia”. All’articolo 4 “aventi diritto” si esplicita il beneficio: “Gli studenti orfani di vittime per motivi di mafia, con la riserva di un massimo di n. 2 borse di studio”. Altro beneficio previsto: la riserva di alloggi.  

L’Università degli Studi di Catania esonera dal pagamento della tassa regionale per il diritto allo studio “gli studenti e le studentesse che per l’anno accademico 2015-2016 siano titolari di assegno di studio erogato ai sensi della legge regionale 24 agosto 1993 n° 19”.

La legge citata detta “nuove norme in materia di solidarietà per i familiari delle vittime della mafia e della criminalità organizzata”. Prevede tre separati sostegni economici  sino al compimento della scuola d'obbligo, sino al compimento della scuola media superiore; sino al  compimento  di  un  corso  di  studi  universitari, anche nello ambito dei Paesi CEE.

Raimondo Moncada



mercoledì 4 novembre 2015

Facebook e i miei gas, condizioni per la policy anti palpity

ATTENZIONE! Attenzione a tutti!

Per la policy, la privacy, la publicy e l’antology, anche oggi sono costretto a condividere un messaggio che nella sua chiarezza legale ho avuto modo di postare su Facebook il 2 novembre 2015, per i vivi il giorno dei morti. Per ripubblicarlo c’è una ragione. Vedo che tantissimi profili, ancora una volta, condividono admuzzum messaggi rivolti a Facebook e agli enti ad esso associati aventi ad oggetto il permesso di usare le immagini, le  informazioni e le pubblicazioni, sia del passato, sia del futuro che – dico io – della vita post mortem. 
Per quanti si fossero allora messi in ascolto solo oggi, RIPETO, pubblicando il RIPETO anche sul mio storico blog personale la presente INEQUIVOCABILE DICHIARAZIONE:

Non consento – dicasi NON CONSENTO – che si pubblichino note che non capisco e che in tanti, moltiplicando, stanno pubblicando, proliferando, senza leggerne il contenuto. Tali note, suddette o anzidette, mi creano ansy (ansia), agity (agitazione), palpity (palpitazione), tremity (tremore), prurity (prurito), tensity (tensione), fino al deprimy (depressione) e al caso estremo dello sbattity (battere volontariamente la testa al muro più e più volte o, a scelta, contro un palo).  

Potrei citare il sistema per danny (danni). 

SIA CHIARO A TUTTI: (DUE PUNTI)

Sto su Facebook consapevole di essere su uno spazio privato a uso pubblico e che una mente centralizzata, informatizzata, diabolicacizzata, sfuggente, prima mi ha catturato e ora mi controlla tenendomi attivo sul social, prevedendo ogni mia reazione, leggendomi tra le righe dei pensieri, proponendomi notizie e prodotti a mia misura e somiglianza, analizzandomi le analisi del sangue, verificando la qualità dei miei scarichi gassosi, acquisendo pure le ramificazioni genealogiche e genetiche. Se ho desiderio di dolce, mi vedo spuntare foto di cannoli e cassate siciliane. Se ho desiderio di rilassamento, mi vedo all’interno di una Spa “Stoccamitutto” con massaggi orientali praticati con dolore di ultima generazione. Se ho bisogno di andare in bagno mi indica con una mappa per raggiungere il cesso più vicino nel giro di mille chilometri quadrati per non farmi pisciare addosso, spingendomi lungo un percorso guidato con rumorosi Bip Bip.  

Su Facebook sono osservato, seguito, raggiunto, verificato, certificato. E, quindi, in base a tutti gli articoli del Codice di Procedura Digitale, che qui richiamo e faccio con forza valere, dichiaro solennemente che sono controllato anche quando, fumando come un turco, vado di corsa in un bagno turco lontano dalla Turchia dove pur sono stato innocente, appena maggiorenne, a fare spettacoli di balli e musica siciliana. E, sapendolo, da non turco, odoro e mi faccio odorare, trasmettendo il mio olezzoso profumo al prossimo, a chi verrà e a chi mi chiederà l’amicizia, come un appestato puzzolente. 

Il mio profumo è anche di Facebook e lo appesta pure. Così come il profumo di Facebook appesta il mio. Ci appestiamo reciprocamente, con o senza mente. 

Letto, confermato, sottoscritto

Sicilia, Mar Mediterraneo, Longitudine, Latitudine, 4 Novembre 2015, 

Raimondo Moncada

martedì 3 novembre 2015

Se non hai nulla da dire non dire neanche...

- Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche: Se non hai nulla da dire, non dire neanche...
- OK! Ora ho capito. 

Raimondo Moncada

domenica 1 novembre 2015

Una fiera della patata per distruggere la mafia

Una fiera della patata per sconfiggere la mafia. Possibile? Certo! Possibilissimo se la fiera della patata è intesa come evento culturale, come rituale sociale. La cultura è un’arma di distruzione criminale. E l’Italia ne ha da vendere. Possiamo esportarla in tutto il mondo. Ma non ne abbiamo piena coscienza. 
 
È uno dei passaggi che più mi ha colpito dell’intervento del sociologo, saggista, professore all’Accademia di Belle Arti di Catania Gianpiero Vincenzo Ahmad, chiamato come relatore all’incontro formativo organizzato a Mazara del Vallo, dall’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, avente a tema “I ghetti urbani nell’era digitale: pluralismo etnico e religioso, razzismo e deontologia giornalistica”. L’incontro si è svolto sabato 31 ottobre 2015 all’interno della Sala La Bruna, nell’antico Collegio dei Gesuiti, alla presenza di tanti giornalisti e del sindaco Nicola Cristaldi che ha messo a disposizione lo spazio dell’incontro. 


I lavori, coordinati dalla giornalista e presidente dell’Associazione Ila Grazia Patellaro, sono stati conclusi dal sociologo Carmelo Bartolo Crisafulli, medaglia d’oro, vittima del terrorismo negli anni di piombo, orfano di vittima della mafia, stretto collaboratore di Falcone, Borsellino e Chinnici. Anche il professore Crisafulli ha sostenuto la tesi “la mafia si sconfigge con la cultura, affiancata da valori” come la famiglia e soprattutto il lavoro. 
 
Si è parlato di tante cose, della questione emigrazione, di terrorismo, di sicurezza sociale, di integrazione, di pacifica convivenza tra popoli, di diversità etnica vista come opportunità di crescita. Un incontro molto formativo, interessante e coinvolgente. 

Nel suo intervento appassionato e colto, Gianpiero Vincenzo ha spiegato la “forza della ritualizzazione”. La ritualità è un bisogno dell’uomo, delle società. Lo dimostrano anche i social. E le organizzazioni criminali non sono esenti. Sono società fondate, saldate, sulle ritualità. Un punto di forza e allo stesso tempo un punto di debolezza. 
 
“L’attività culturale – ha detto Gianpiero Vincenzo – è un enorme deterrente contro i simboli della criminalità organizzata” ma anche un’arma con un potenziale altamente distruttivo. Lo Stato deve, allora, non tagliare i fondi destinati alla cultura ma aumentarli: più fiere delle patate, quindi, più fiere del libro, più festival del cinema, più rassegne teatrali. La gente se ne fotte della mafia se va a vedere uno spettacolo, se legge un romanzo! Immagino poliziotti e carabinieri andare in giro, per le strade della città, armati di libri e a leggere poesie ai criminali.  
 
La cultura non distrugge solo la mafia, non stordisce solo i delinquenti, è un moltiplicatore di ricchezza: “Ogni cento euro investiti in cultura producono 300 euro di Pil”, il prodotto interno lordo di uno Stato. “La cultura è il nostro bene e il nostro lavoro. Un settore in controtendenza”, in una fase storica di profonda crisi economica che ha fatto arretrare altri importanti settori. 
 
E la Sicilia come è messa? Gianpiero Vincenzo ha esaltato “quel genio di Andrea Camilleri” grazie al quale l’isola sta vivendo un periodo culturale straordinario. Le opere di Camilleri – libri e film - veicolano in tutto il mondo un’immagine della Sicilia meravigliosa, con una comunicazione che fa passare messaggi positivi come “bellezza, calore, umanità, giustizia” a differenza di sceneggiati o gialli noiosi e deprimenti. “Ne dobbiamo approfittare in maniera significativa” ha detto Gianpiero Vincenzo, parlando di turisti che da tutta Europa sbarcano a frotte all’aeroporto di Catania e di siciliani che a Modica, nel ragusano,  comprano vecchi bagli e li trasformano in centri per ospitare numerose comitive di turisti: “Benvenuti nella splendida Sicilia”. 
 
“Approfittiamone!”, perché la cultura, la terra culturale (lo scorcio di un biondo paese barocco, le patate a forno con odorosa polvere di rosmarino, l’aria marina, il sole amico) è la nostra miniera. Gianpiero Vincenzi ha quindi proposto la costituzione da parte dell’Ordine di nuclei di giornalisti che si occupino di teatro, di cinema, di letteratura ecc. per mettersi in contatto con i produttori di cultura e comunicare la loro attività servendosi bene della Rete, moltiplicando la ricchezza e scongiurando - diciamo noi - la nascita di ghetti culturali: quanti geni, quanti artisti, rimangono incompresi, emarginati, spernacchiati e non adeguatamente riconosciuti e valorizzati?  
 
Raimondo Moncada

sabato 31 ottobre 2015

C'è una vita oltre i social, quella presocial

Sono stato un'intera notte e un'intera mattinata senza Facebook. 
È possibile, possibile fare altro. Sono uscito di casa, ho respirato aria di fuori, mi sono bagnato con la pioggia delle prime ore del giorno, ho raggiunto un paese che non conoscevo, ho partecipato a un convegno, mi sono lasciato coinvolgere dagli argomenti trattati, ho parlato dal vivo con persone in carne e ossa, ho osservato le espressioni dei loro volti mentre mi parlavano. E i loro volti parlavano, anche senza parlare, anche senza foto o post su Facebook che possono dire anche l'opposto del postatore. 
C'è un'altra vita oltre i social. Quella che c'è sempre stata. Ed è stata una bella scoperta che voglio condividere sui Social da dove oggi, in quest'epoca digitale, si parte e si fa sempre ritorno.

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 

giovedì 29 ottobre 2015

Carne rossa, protestano i cannibali: V.A.C. e A.C.A. si uniscono

Cannibali e animali non erbivori in stato di agitazione dopo le notizie sulla carne che tanto stanno facendo discutere il mondo carnivoro, onnivoro e ossimoro. Hanno fatto sentire la loro voce due sigle rappresentative che storicamente si sono sempre scannate tra loro: il V.A.C. (Volontari Animali per la Carne) e l'A.C.A. (Associazione Cannibali Autonomi). Per contare di più, le due sigle hanno deciso di fondersi. Unica condizione: mantenere la propria identità nella somma degli acronimi.
Il V.A.C. e l'A.C.A. si sono così riunite in un'unica sigla: V.A.C.A.C.A.
Tra le azioni di lotta annunciate quella di sfilare in corteo per le vie delle capitali, durante uno sciopero della fame ad oltranza, fino allo sfinimento, che sarà proclamato entro i prossimi giorni. La decisione sarà assunta, ovviamente, se i rappresentanti cannibali riusciranno a non mangiarsi tra loro. 

C’è chi non si rassegna, comunque, agli esiti degli studi e sta provando in tutti i modi di mettersi in contatto con gli esperti carnologi per sapere, per chiarire, per sovvertire. Si spera di salvare almeno il rollò, la sosizza (tipica salsiccia siciliana), le bistecche, le costine, le scaloppine, gli spiedini, gli involtini, lo spezzatino, le polpette, le polpettine, il polpettone, ma anche la pasta col ragù e le arancine col ragù (è già pronto a intervenire il commissario Montalbano: con le arancine non si babbìa!).

Raimondo Moncada

La foto è tratta da internet, dal sito movieplayer.it. Ritrae l'immenso Antonio De Curtis nel film "Totò truffa '62". L'immagine non c'entra assolutamente nulla - si sottolinea nulla - col contenuto del presente post. È stata inserita ironicamente solo per infinita stima, per simpatia, per sdrammatizzare e per sorridere su un argomento molto delicato e serio, che riguarda la salute di ogni singola persona e dell'umanità, nel rispetto del lavoro dei ricercatori e degli scienziati, impegnati a debellare malattie mortali e ad alleviare immani sofferenze.  

domenica 25 ottobre 2015

La Sicilia "babba" che stimola tenere intelligenze

E poi dicono che i bambini sono solo bambini, interessati solo ai giochi, agli svaghi e non ad ascoltare "pallose" letture. 
Può un bambino (età di circa dieci anni) leggere una dotta citazione di uno scrittore siciliano scritta su una vetrata del Caffè Letterario di Licata e ricordarsi di averla sentita? 

È successo. Mi è successo. È tra le belle cose accadute ieri sera al Caffè Letterario. Avere tra il pubblico bella gente, appassionati, siciliani, genitori e anche bambini dagli occhi illuminati, profondi, oceanici, a tenere in mano libri e ad ascoltare per un'ora e mezza la  presentazione di una raccolta di cunti dedicati alla Sicilia e alla sua antica lingua: Chi nicchi e nacchi. 

Alla fine della serata, baci e abbracci, scambi di affettuosità. Tra le persone che si avvicinano anche due giovani genitori con i due figli piccoli. Mentre parlo con loro, con gli adulti, uno dei due piccoli interrompe la nostra breve conversazione. Legge con gli occhi, alle mie spalle, una frase di Gesualdo Bufalino: "Vi è una Sicilia babba fino a sembrare stupida; una Sicilia sperta... una pigra... una frenetica..."
Parole che stimolano memorie tenere, ma sensibili, attente, educate. Il bambino chiede ai genitori, meravigliato della scoperta: "Io questa l'ho sentita!" 

Sono stupefatto. E mi complimento. Certo che l'ha sentita, esattamente un mese fa, nella villa comunale a Caltabellotta, ad apertura dello spettacolo "Terra" con Ezio Noto e la sua band. Un concerto-recital con musiche di Ezio, con citazioni di grandi autori siciliani e con brani tratti da Chi nicchi e nacchi. 

Ogni esperienza è sempre un arricchimento, umano, artistico. Chi nicchi e nacchi, nato come un regalo personale, continua a regalarmi piccole, inaspettate, emozioni. 
È difficile tradurle a parole, pare pare, così come non è facile rendere in italiano le profondità della lingua siciliana. Posso però dire che quella licatese, al Caffè Letterario, è stata ancora una volta bellissimamente bella. Come le due precedenti. 
Una serata di piaceri, in spirito, musica e parole (come gustare un cannolo siciliano scolpito da chi so io). Una serata di intense sensazioni e gradite presenze. Ti senti come a casa, circondato da puro affetto. Il calore ti arriva, lo senti. 

Grazie a chi ha permesso tutto ciò, a chi ha fortemente voluto, organizzato, condotto la presentazione con raffinata cultura e con la leggerezza di una amicizia che non chiede niente: all'associazione culturale Misamusìa; alla sua presidente, la psicologa Maria Alario; l'amica poetessa, scrittrice e prof Angela Mancuso. Grazie a chi l'ha impreziosita con arte, passione, sicilianità: alcantautore Felice Rindone, al musicista e compositore Lorenzo Alario, all'attrice Lucia Alessi. Grazie al pubblico, di Licata e, a sorpresa, anche di Agrigento (c'è chi ha preso la macchina e ha percorso un'ora di strada). Grazie a chi mi ha regalato un sorriso, una parola, una stretta di mano e a quel nonno che ha preso un libro per spedirlo alla cara nipotina che vive fuori dall'Italia: 
"Ci sono pure i monologhi che ha recitato?" 
"Sì!"

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 

venerdì 16 ottobre 2015

Licata, obbligo di legge Chi nicchi e nacchi

Licata è tappa obbligata. Gli amici, gli appassionati, gli studiosi, i lettori, i letterati, gli artisti, i poeti amici licatesi la rendono tale. Ogni pubblicazione di Raimondo Moncada ha la sua presentazione. Obbligo di legge (non scritta). E sempre al Caffè Letterario, al porticciolo turistico, dove entra l'odore del mare africano come quello del Caos. Uguale. 
Eccole in sequenza: 
Sabato 13 ottobre 2012 la presentazione del libro Dal Partenone di Athene al Putthanone di Akràgas;
Sabato 15 marzo 2014 la presentazione del libro Mafia ridens (ovvero il giorno della cilecca);
Sabato 24 ottobre 2015 la presentazione del libro Chi nicchi e nacchi.

In prima linea c’è sempre la poetessa, scrittrice, docente di Lettere e Latino al Liceo “Linares” Angela Mancuso, apprezzata animatrice culturale di Licata, che ha presentato la priva volta, che ha presentato la seconda volta, che presenterà la terza volta. Non c’è due senza tre, dicevano in italiano gli Indiani d’America (soprattutto tra le tribù Apache e Signù). E le prime due sono andate troppo bellissimamente bene. Perché allora - si sono chiesti gli amici licatesi - non seguire la direzione delle frecce Signù? 

Come dargli torto.  
  
L’appuntamento del 24 ottobre è promosso e organizzato da Musamusìa, associazione culturale nata nel 2014 per fare rete, divulgare le conoscenze delle radici storico-culturali della terra di Sicilia attraverso la prosa e il canto popolare, valorizzare la creatività e il talento. A presiedere l’associazione Musamusìa: la psicologa Maria Alario, esperta in orientamento ed entusiasta dell’attività di promozione culturale. Già diverse le iniziative organizzate. 

La presentazione di Chi nicchi e nacchi cade a fagiolo (non legga chi soffre di flatulenza), centrando uno degli scopi primari di Musamusìa. Il libro parla di Sicilia ed è scritto orgogliosamente in lingua siciliana da un siciliano di origini siciliane con i parenti nati tutti in Sicilia (anche se antiche voci parlano di un collegamento diretto, ma secoli addietro, con i Moncada della siciliana Spagna).

Alla presentazione al Caffè Letterario di Licata parteciperà l’autore (si specifica sempre; non è ma scontata la presenza; qualcuno organizza le presentazioni dei libri anche senza gli autori, ma è meglio che siano presenti per prendersi le lodi, le eventuali contestazioni e rispondere a domande a cui non sanno rispondere). 
Raimondo Moncada, forte delle pregresse esperienze e delle risposte già date, ha coraggiosamente dichiarato ai giornali di tutto il mondo che sarà presente a Licata, come le altre due volte e con grandissimo piacere. ha detto proprio così anche al New York Mais. Presenterà il libro conversando con la scrittrice Angela Mancuso e darà anche voce alla sua opera a più voci. Reciterà alcuni cunti raccolti in Chi nicchi e nacchi assieme all’attrice Lucia Alessi, così come fatto in altre occasioni.

L’evento si avvarrà dei preziosi interventi di Felice Rindone, artista di Riesi, scultore, cantautore, presidente dell’Associazione “Cantu e Cuntu”. Rindone canterà nella lingua madre e “interverrà – leggiamo nella pagina-evento di Facebook – tra una chiacchierata e un'altra, in un incontro-presentazione-spettacolo che si preannuncia come una allegra e spensierata riunione tra amici". La pagina evento si conclude con un invito particolare: "Lasciate pensieri e crucci a casa e indossate il vostro migliore sorriso”.


giovedì 15 ottobre 2015

Parla come mangia: Nutella si scopre siciliana

La dolce scoperta del dialetto! Anche la Nutella recupera e valorizza la lingua madre, la lingua della nostra terra, dei nostri nonni. Nelle etichette dei barattoli, in omaggio alla nostra lingua, il siciliano, troveremo parole come “agghiurnàu”, “arricrìati”, “cchi lustru!”, “chi dici?”, “ciatu miu”, “cumpà”, “scjàlati”, “Biddizza”.  
Aspettiamo solo l’etichetta “Chi nicchi e nacchi” che dà il titolo alla pubblicazione, orgogliosamente tutta in siciliano, di Raimondo Moncada.  “Chi nicchi e nacchi” arriverà pure sulla Nutella, siamo fiduciosi. 
La campagna a favore dei dialetti italiani si chiama “Dialettichette" e ha come slogan “Nutella parla come te”. Nel sito della cioccolata da spalmare più famosa al mondo, leggiamo: “In Italia c'è una lingua speciale che cambia da Nord a Sud, da una regione all'altra, addirittura a pochi chilometri di distanza. Ogni volta che la sentiamo ci emoziona, ci diverte e ci sorprende quando meno ce lo aspettiamo. Questa è la magia dei dialetti”.

L’Italia è stata suddivisa in sedici aree geografiche. La lingua siciliana è proprio nell’ultima che comprende le città di:  Palermo, Trapani, Agrigento, Enna, Caltanissetta, Catania, Siracusa, Ragusa, Messina. 

Nutella ha coinvolto un team di docenti esperti in dialettologia, per rintracciare le espressioni dialettali più “entusiasmanti”. Il progetto ha selezionato 135 espressioni diventate tutte etichette adesive da applicare al vasetto.Tra i consulenti linguistici che ha fornito il proprio valido contributo anche il professore Roberto Sottilericercatore nel Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Palermo dove insegna Linguistica italiana, autore del libro Il dialetto nella canzone italiana degli ultimi venti anni, apprezzato lo scorso anno alla Fieria di Barbarà di Alia, in una conversazione, lezione, concerto con i maestri cantautori siciliani Francesco Giunta e Ezio Noto. Riportiamo un commento che il professore Sottile ha postato sul proprio profilo Facebook: “Che dialetto sarebbe con Nutella? Così, alla fine, siamo "sul mercato". Si è tanto parlato quest'estate di 'spendibilità dei saperi umanistici': una decina di dialettologi di diverse università, coordinati da Francesco Avolio, abbiamo aderito alla proposta della Ferrero di scrivere le etichette nei vari dialetti italiani. Adesso, coordinati da Matteo Rivoira stiamo "traducendo in dialetto" alcune parti del sito web della Ferrero: c'è d'arricriàrisi! Quello che sta facendo Nutella per i dialetti forse neanche i dialettologi in oltre cento anni di attività”.





sabato 10 ottobre 2015

Le estrapolazioni che cambiano il senso della vita

"La vita non merita di essere vissuta". Non si può affermare una cosa del genere estrapolando un concetto di così potente portata da un contesto ben più articolato e completo che, forse, se riportato nella sua interezza, farebbe perdere del tempo prezioso in una comunità che si nutre di velocità ed efficacia nei contenuti. 
Dire: "La vita non merita di essere vissuta" attira inevitabilmente l'attenzione dei più e se lo lasci così va più che bene e raggiungi lo scopo di raggiungere i più. Riportiamo, per coscienza, anche a costo di appesantire il messaggio, anche a costo di farci leggere da quei pochi che sono arrivati a leggere fino a questa virgola, l'intero concetto: "La vita non merita di essere vissuta senza l'aria che ci circonda, senza il sole che ci riscalda, senza il mare che d'estate ci rinfresca, senza i fiori che ci profumano l'esistenza, senza la pioggia che bagna la terra e fa uscire i babbaluci (sicule lumache) con quelle corna che vedi ovunque e ti fanno pensare al sughetto con le patate che tua mamma, che tua nonna, ti facevano trovare a pranzo dopo la scuola o a cena dopo la partita a pallone con gli amici".
Per i superstiti che hanno resistito alla lettura e sono arrivati fino a quest'ultima riflessione, mi permetto di aggiungere che così, con tutto il virgolettato, la frase ha un altro senso, non interpretato, non censurato, non filtrato, non mediato, non estrapolato. Ha il senso di chi ha semplicemente rievocato una innocente memoria adolescenziale della propria storia, senza secondi fini. 

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 

venerdì 9 ottobre 2015

Io non sono il morto né il vivo di Facebook

Io non sono Facebook.

Quello che appare o non appare sul social è solo una parte infinitesimale di me che è poi una sua insignificante rappresentazione e non l'essenza. 

Andando al "se non"…
Se non pubblichi foto di morti, non vuol dire che sei indifferente o meno insensibile di chi pubblica cadaveri.  
Se non pubblichi foto di cacca che galleggia sulla superficie del mare, non vuol dire che sei cieco e interiormente profumato.  
Se non pubblichi l'immondizia che tuoi simili lasciano sugli scalini della chiesa che frequenti, non vuol dire che non hai senso civico.
Se non pubblichi commenti rabbiosi, non vuol dire che non sei incazzato.
Se non rispondi per le rime non vuol dire che sei un poeta scemo, codardo, fallito.
Se non pubblichi commenti infelici, non vuol dire che non vivi momenti di lancinante tristezza nella tua solitaria intimità.
Se non pubblichi commenti di condanna, non vuol dire che non hai fame di sollecita ma giusta giustizia. 

Andando al "se"…
Se pubblichi foto di tragedie, non vuol dire che sei empatico, solidale, altruistico, santo. 
Se pubblichi foto di condanna non è detto che sei innocente o più bravo. 
Se pubblichi battute comiche non vuol dire che sei solo divertente.
Se pubblichi prati verdi, mari, spiagge esotiche, palme col medio alzato al punteruolo rosso, non vuol dire che sei felice. 
Se non pubblichi cose brutte, non vuol dire che nella tua vita esiste solo la bellezza.   
Se pubblichi non vuol dire che sei solo quello che pubblichi.  
Se condanni gli insulti con gli insulti, la violenza con la violenza, mi è sfuggito qualcosa. 

Andando al "puoi"…
Puoi essere infelice e pubblicare piattoni di pasta ai frutti di mare, immersioni in vasche idromassaggio, nuotate negli azzurrissimi fondali marini con i delfini, lanci con gli amici sugli scivoli d’acqua schizzante. 
Puoi essere un ateo e pubblicare immagini sacre.
Puoi pubblicare immagini sacre e non comportarti da religioso nella vita reale, intendo quella in carne, ossa e spirito. 
Puoi essere depresso e pubblicare vasi con fiori o frutta, paesaggi mozzafiato con arcobaleni, coppie di innamorati che si abbracciano.
Puoi essere ignorante e pubblicare colte citazioni. 
Puoi essere un mafioso e pubblicare link di condanna alla mafia.
Puoi mostrarti come il migliore marito, il migliore padre, il migliore guru, il migliore di tutto, con parole, foto e omissioni, ed essere intimamente un bastardo. 
Puoi mostrarti al centro di una folla plaudente e non valere niente. 
Possono mostrarti deriso, senza pubblico, senza seguito, ed essere un grande artista. 
Puoi mostrarti attivo, impegnato, e dormire tutto il giorno. 
Puoi essere morto e risultare col profilo Facebook attivo.
Puoi essere vivo e risultare morto. 
Puoi chiamarti Ermenduro nella vita reale e registrarti come Raimondo in quella virtuale. 
Io non sono Facebook. Sono molto, molto di più. 

Raimondo Moncada

martedì 6 ottobre 2015

Il caffè del Nirvana che ti rilassa a 20 centesimi a tazzina

Solo in Sicilia bevi il migliore caffè, quello con l'aroma che ti sveglia alla vita. E solo in Sicilia trovi dell’ottimo caffè a un prezzo così regalato (20 centesimi!) che pensi subito: qui c'è la fregatura. 
Siamo ad Alia, in provincia di Palermo, per la Fiera di Barbarà, festival dell'editoria e dell'identità siciliana diretto dalla poetessa Francesca Albergamo, per la presentazione del libro Chi nicchi e nacchi
Entri in paese e la prima cosa che fai – dopo ore di zigzagare con la macchina su strade d'altri tempi – è entrare nel primo bar che incontro nel corso principale e ordinare un caffè ristoratore. Bevi e quando vai alla cassa hai la zuccherata sorpresa. Un caffè, di quelli di prima qualità, te lo fanno pagare 20 centesimi di euro! Ripeto: 20 centesimi di euro. 
Proprio 20 centesimi, senza errore umano. È scritto nel prezziario esposto al pubblico e ti risulta pure sullo scontrino fiscale che conservi come prova e come ricordo (l'amico Giuseppe Piscopo, ad Alia per il festival, mi confida che poco prima del cambio in euro, il caffè costava 400 lire e che sull'incredibile prezzo ci ha vinto una cena a base di pesce con un gruppo di esterrefatti amici). 
Capisci dopo, quando leggi il manifesto con i prezzi, che trattasi di caffè "scorretto", ma lo capisci non dal gusto, buonissimo, ma dai quei dieci centesimi in più che ti chiedono per avere una tazzina con caffè corretto. Costo totale dell'operazione: 30 centesimi. Se prendi caffè scorretto e, solo per provare, anche una tazzina di quello corretto paghi 50 centesimi. 
Se ne aggiungi altri due scorretti arrivi alla cifra, para para, del caffè della tua città.   Lo fai e ti rilassi, raggiungendo il Nirvana. 
Raimondo Moncada



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...