lunedì 29 settembre 2014

L'ironica intelligenza dell'umorista Ennio Flaiano

Uno scrittore “non incluso”. Così si autodefinì Ennio Flaiano, umorista, scrittore, drammaturgo, giornalista, sceneggiatore. Lo ricorda Andrea Camilleri in un convegno nel suo paese natio, Pescara, il 6 marzo 2010, dal titolo “Nostalgia e attualità di Flaiano”. L’intervento viene poi pubblicato su Il Messaggero il 20 marzo 2010 e inserito nel libro Come la penso edito da Chiarelettere nel 2013. 

Flaiano pubblicò sei libri (fu il primo a vincere il Premio Strega col romanzo Tempo di uccidere). Scrisse per diverse riviste e lavorò a lungo con Federico FelliniUna produzione di così alta qualità, di così sottile, penetrante, ironica intelligenza, di così raffinata eleganza di scrittura, non ha avuto dalla maggior parte della critica militante – dice Andrea Camilleri – quel serio riconoscimento che avrebbe ampiamente meritato. Le ragioni di questa indifferenza, o diffidenza, se preferite, ha tentato di spiegarle principalmente Maria Corti adducendo in primo luogo l’incapacità tutta italiana «di cogliere e assimilare ironia» e in secondo luogo la scarsissima diffusione, sempre in Italia, delle opere dei «memorialisti ironici e satirici»”.

“Non riempiono gli scaffali”, dice Maria Corti che, assieme a Anna Longoni, ha curato i volumi con le opere di Ennio Flaiano, usciti per i Classici Bompiani. 

Andrea Camilleri non si trova d’accordo però con le motivazioni: A mio avviso non sono gli italiani ad essere impermeabili all’ironia o alla satira. L’ironia e la satira hanno sempre fatto e continuano a fare parte integrante del tessuto della cultura più popolare, ne sono state anzi l’espressione più schietta e felice nel corso della nostra storia. Il rifiuto avviene non da parte degli italiani, ma da parte della togata critica italiana allorché la satira o l’ironia escono dalla suburra per salire nel, si fa per dire, tempio della letteratura”.

Andrea Camilleri chiarisce il concetto di satira, spiega cos’è a chi attacca: La grandissima maggioranza della satira, sia essa popolare o colta, ha sempre avuto come bersaglio il potere e i potenti. E quindi ha trovato e trova una larga condivisione. Solo una piccolissima minoranza fa satira di costume, si rivolge cioè al vicino di casa, al suo simile, al suo stesso lettore. E peggio, talvolta s’indirizza verso chi fa lo stesso mestiere dell’autore. Cioè i letterati, gli scrittori, i critici, gli sceneggiatori, quelli che in parole povere vengono detti intellettuali”.

Flaiano, dice Camilleri, fa un ritratto spietato degli italiani: “Non concede indulgenze, spesso è feroce, elegantemente feroce verso gli altri e può permetterselo perché prima di tutto lo è verso se stesso”.


Ennio Flaiano, conclude Camilleri, “continua a essere vivo, a essere continuamente citato, più passa il tempo e più le sue parole acquistano lucentezza e vigore”.   


(Foto tratta da Wikipedia). 

Crisi d'astinenza da semi di girasole

Mi manca tanto il girasole. Soffro. Sono in crisi d'astinenza. Ho le covulsioni. Salto. Volo. I marziani mi osservano e giudicano aprendo, uno dopo l'altro, con i marziani incisivi, coppi su coppi di semi di zucca (simenza).

Pirandello grazie alla Sicilia e alla mia/sua Agrigento

Luigi Pirandello non poteva che nascere in Sicilia. Senza la Sicilia, senza la sua/mia Agrigento, non sarebbe stato il Luigi Pirandello che conosciamo ma un Melandello qualunque. 

Quando sei giù e io sono su o tu sei su e io sono giù


Quando sei giù e io sono su, due sono le possibilità: o io scendo giù o tu sali su. Ma mettiamoci d'accordo prima. È fondamentale. Senza accordo preventivo, potremmo solo invertire le posizioni: io scendere giù e tu venire su. D'accordo ci troveremmo ambedue su. 

Raimondo Moncada 

Quando si chiude una porta

Si chiude una porta e si apre una portiera. Della serie, si chiude un porticato e ti si spalanca un'automobile a cinque o più porte, magari con un portiere o una portiera di professione pronti in divisa a aprirti tutte le portiere. 

Raimondo Moncada

domenica 28 settembre 2014

Solo in Italia è severamente vietato non rispettare i divieti

Il "severamente vietato" esiste solo in Italia. Non ci avevo mai fatto caso. L'ho scoperto oggi a un seminario di aggiornamento e formazione continua dei giornalisti che si è tenuto ad Agrigento, al Palazzo della Provincia (ora Libero Consorzio dei Comuni), promosso dall'Ordine dei Giornalisti di Sicilia. 
Un incontro, assieme a tanti altri già tenuti, molto interessante, formativo, pieno di spunti e di curiosità. Oggi si è parlato di informazione digitale, web, nuove tecnologie, Social Network, prospettive dei quotidiani cartacei, con  Francesco Pira, docente di comunicazione e linguaggio giornalistico all'Università di Messina, e Giovanni Villino, componente del consiglio dell'Ordine e giornalista del Giornale di Sicilia. Ha moderato il seminario il giornalista e scrittore Lorenzo Rosso. 

Sono intervenuti, con riflessioni e ponendo domande, il segretario dell'Assostampa di Agrigento Stelio Zaccaria e i giornalisti Francesco Di Mare e Gerry Gandolfo. 

Sempre presente agli incontri formativi di Agrigento il vice presidente dell'Ordine dei Giornalisti Di Sicilia Teresa Di Fresco. 

È stato Francesco Pira, autore di tante pubblicazioni di successo, a fare osservare la differenza tra l'Italia e gli altri paesi d'Europa in fatto di severità di divieti, proibizioni, obblighi italici. Questione di linguaggio, ma non solo. Negli altri paesi, ha rilevato Pira, basta l'indicazione del semplice divieto per fare rispettare la prescrizione. In Italia no. Ci vuole almeno l'avverbio "severamente" per provare a spaventare il cittadino e sperare che nessuno - così severamente minacciato - attraversi con la moto una strada franata con divieto di accesso o di transito, che nessuno passi con la macchina in una piazza riservata ai passeggini, che nessuno edifichi grattacieli in una zona a inedificabilità assoluta, che nessuno butti l'immondizia davanti l'ospedale o fuori dagli orari consentiti, che nessuno faccia il bagno nella fogna, che nessuno fumi in una sala operatoria, che nessuno passaggi ai bordi del cratere eruttante dell'Etna. 

Come base di civiltà e di convivenza civile, è severamente vietato dalla legge non conoscere la legge affinché la legge sia severamente rispettata e uguale per tutti. 

La corretta e obiettiva informazione gioca un ruolo fondamentale nella diffusione della conoscenza e nella crescita culturale di un popolo, anche quello del web che annovera ultimamente le nuove generazioni dei "nativi digitali" quelli che in bagno vanno con lo smartphone e con tablet (ora anche i nativi cartacei si siedono armati di iPhone)

Ma, purtroppo, esistono le bufale, tante bufale di origine remota fatte circolare sui Social come virus infettivi e a cui in tanti superficialmente credono all'istante dando origine a una serie infinita di condivisioni e commenti. È stata ricordata, a tal proposito, la notizia sulla morte del noto telecronista sportivo Bruno Pizzul. Una notizia non vera che dopo ore di commenti, di dispiaceri, di condoglianze e di sentito lutto nel mondo dello sport, il diretto interessato, pur essendo vivo, avrà pure avuto difficoltà a smentire. Lo ha aiutato un amico giornalista alla fine di una corrispondenza in diretta dalla Russia su fatti di guerra in Cecenia che non c'entravano nulla con la vita di Pizzul. Immagino il tenore della corrispondenza: con vivissimo piacere, e dopo aver consultato accuratamente le mie fonti e aver lungamente parlato col diretto interessato, confermo quanto dichiarato da Bruno: Pizzul è vivo. 

Un elemento di preoccupante verità emerge da tali considerazioni. Quando il web "rulla" per ore e ore e per un numero considerevole di siti incontrollabili e incontrollati una notizia non vera o parzialmente non vera è difficile da smentire o semplicemente da far correggere. Il danno è stato fatto. La notizia ha fatto il giro e il rigiro del mondo e a tantissimi è penetrata nel cervello già col solo titolo sparato in negativo e con la foto segnaletica, per cui diventi morto o assassino in pochi millesimi di secondo, pur non essendo morto perché vivo e pur non essendo assassino in quanto già morto. E sarà difficile far cambiare idea a miliardi di utenti che, fermandosi alla superficie e col cervello penetrato dalla bufala, si sono fatti un'idea severamente blindata sui fatti. 

Solo la credibilità e la serietà del giornalista che dà la notizia, verificandola severamente con le sue severe fonti, solo il prestigio e la severa serietà della testata giornalistica che pubblica e severamente verifica a sua volta la notizia, sono garanzia per tutti. Sono garanzia per i lettori/ascoltatori e sono garanzia per il futuro dello stesso giornalismo e dei giornalisti chiamati a rispettare severamente non divieti ma le tradizionali regole del buon giornalismo senza farsi travolgere dall'impazzita velocità dei Social e dallo scooppismo a tutti i costi. 

Raimondo Moncada 

sabato 27 settembre 2014

Sacrifici cellulari per l'umanità digitale

Seduto, dopo essere stato coricato, sempre con il cellulare in mano. È diventato l'oggetto con cui sto di più, con cui trascorro la maggior parte del mio tempo. È diventato la mia vita. Inseparabile. 
Ci scrivo, ci leggo, ci dormo, lo utilizzo come sveglia, come stimolatore, come agenda, come enciclopedia, come piazza per la mia vita sociale. 
Ci faccio tutto. 
Anche altri sono così: bambini, ragazzi, adulti e anziani. Comincio a vedere pure qualche neonato col cellulare in mano, ma solo per scherzo. 
Tutti con il cellulare in mano, trasversalmente, indipendentemente dalla cultura, dal ceto, dalle condizioni economiche. Anche se non hai i soldi per mangiare, l'importante è avere il cellulare. 
Mi consolo. 
Vedi gente uscire di casa e camminare per le strade della città col cellulare in mano che se ogni tanto non alzi almeno un occhio sbatti su un palo in piena fronte oppure ti ritrovi messo sotto da una fila di macchine i cui autisti sono tutti con gli occhi al cellulare. 
Siamo ormai cellulari dipendenti. Ci manca solo la possibilità di cucinare alla brace la carne o di utilizzare il cellulare come arma di difesa contro le minacce globali di malintenzionati o terroristi con missili a lunga gittata. Abbiamo gli occhi più al cellulare che alle strade o alle persone in carne e ossa. Una volta i maschi guardavano le donne, così come le donne guardavano i maschi. C'era piacere, un piacere primordiale. Ora si guarda solo il cellulare. Una volta si stava insieme con gli amici e ci si guardava nei occhi e si parlava e si scherzava. Adesso si parla digitando sul cellulare. Una volta si stava in famiglia, si cenava tutti assieme attorno a un tavolo. E si mangiava di gusto, pensando solo al mangiare. Adesso si introduce il cibo in bocca guardando gli ultimi aggiornamenti sui giornali online e sui social. 
Le nostre biografie un giorno parleranno non di noi ma dei nostri cellulari, di quello che ci hanno dato, di quello che noi stessi abbiamo dato al mondo elettronico dedicandogli tutta la nostra vita. Gli storici esalteranno il nostro sacrificio per l'umanità digitale. 
Amen. 

Raimondo Moncada 

venerdì 26 settembre 2014

Lo specchio della bellezza

Che bello quando ti guardi allo specchio e ti dici: "Questo sono io! Ci sono ancora.
Lo specchio dovrà farsene una ragione".

Dobbiamo sempre pensare allo specchio. Non possiamo romperlo o far finta di niente. Dobbiamo guardarci. È parte di noi, della nostra identità. Siamo cresciuti con lui. Il rispetto reciproco è dovuto. 

Ma attenzione: c'è specchio e specchio. Non tutti ti rispettano e ti rispecchiano allo stesso modo. In questi casi conviene agire con gesti drastici. Se lo specchio, il tuo specchio, si mostra critico, meglio farlo volare dalla finestra e cambiarlo. Bisogna incoraggiare gli specchi educati e riguardosii, così come bisogna diffondere il modello degli specchi incoraggianti che esaltano i tratti della nostra bellezza mettendo in ombra tutto il resto. 

Ma la percezione della bellezza non è solo questione di specchio.  A volte ci fermiamo allo specchio dei nostri occhi, non andando al di là. Anche lo specchio dei nostri occhi potrebbe non essere obiettivo, sincero così come potrebbe anche esaltante o deprimente. Guardiamoci dentro e fuori, specchiando la bellezza. I saggi dicono che si trova ovunque. E se lo dicono i saggi ci dobbiamo credere! Chi se ne frega se gli altri ci dicono di non vederla! 

mercoledì 24 settembre 2014

Sciascia e l'esaltazione del paese natio


Tutti amiamo il luogo in cui siamo nati, e siamo portati a esaltarlo. Ma Racalmuto è davvero un paese straordinario. Oltre al circolo e al teatro, che richiamava un tempo le compagnie più in voga, di Racalmuto amo la vita quotidiana, che ha una dimensione un po' folle. La gente è molto intelligente, tutti sono come personaggi in cerca d'autore. 

Leonardo Sciascia 
(tratto da La Sicilia come metafora, Mondadori, 1979) 

Il siciliano, bocca di un popolo

Il siciliano non è una lingua come lo è l'italiano. E' la bocca di un popolo. 

Raimondo Moncada

Sicilia, isola plurale

"
"Assoluto e contraddizioni, duplicità e solitudine. Ogni tentativo di parlare della Sicilia, cosa che i siciliani amano fare tra loro e con gli altri, finisce per tenere conto di quest'isola plurale, che contiene in sé paesaggi, stratificazioni storiche, abitudini, incrostazioni dialettali che rimandano a estremi apparentemente opposti ma spesso coincidenti. La terra del bianco e del nero (o della luce e del lutto, per citare ancora Gesualdo Bufalino) è così il luogo della zona grigia, della soglia sottile dove si sovrappongono vita e morte, eroismi e meschinità, follia e ragione". 


Gaetano Savatteri 
(da "I siciliani", Editori Laterza)


La bocca, le orecchie e il silenzio

Non per forza uno deve aprire bocca. Ci sono anche le orecchie. Ed esiste il silenzio.

Raimondo Moncada 

La bellezza nello specchio

La bellezza è anche quando ti guardi allo specchio e lo specchio si rompe.

Raimondo Moncada 

venerdì 19 settembre 2014

Chi non ha scuola fa scuola

C'è gente che non ha scuola, ma ha più scuola di chi ha regolarmente frequentato una scuola, in ogni suo ordine e in ogni suo grado. È gente che senza scuola fa scuola. Sono uomini e donne, bambini e anziani di talento, di dura esperienza, con i calli nel corpo e nel cervello. I professoroni gli fanno un baffo e pure la barba e le basette. 
Tanto di cappello anche perché è gente che riconosce l'importanza della scuola, della vera scuola, come insostituibile e irripetibile momento di istruzione, formazione e conoscenza, per la vita. 

Da Raimondo a Munnu fino a Mò: metamorfosi di un nome


Ogni nome è modificabile, all’inverosimile. Sono trasformabili sia i nomi comuni che indicano gli oggetti e gli animali, sia i nomi propri di persona che con gli oggetti e gli animali hanno uno stretto legame.

In grammatica esistono gli accrescitivi, i diminutivi, i vezzeggiativi, i peggiorativi e i dispregiativi. Così, ad esempio, la parola comune di genere femminile cassa può diventare cassetta fino agli accrescitivi maschili cassone (niente di volgare), cassettone. Eliminiamo una esse e abbiamo casa con le sua varianti in casetta, casona, casina e il maschile casino.  

Lo stesso giochetto lo facciamo naturalmente con i nomi delle persone. Da come li decliniamo diamo inevitabilmente un grado al nostro sentimento. Ad esempio Grazia può diventare Graziella così come può dare origine al trio di divinità con cui ci siamo divertiti fino all'altro ieri. 
Giuseppe in Sicilia diventa Peppe, Pippo (Giuseppa diventa Pippa), Peppino, Pino, Pinuccio, Pepè, Pepeneddu, Pippineddu. C'è anche il femminile Giuseppa con il nome che viene declinato in Pina, Pinuccia (si evita Pippa, preferendo l'inglesismo Giusy). 
Salvatore diventa Salvo, Salvuccio, Turiddu, Totoneddu, Totò, Toto,
C'è Calogero che diventa Calogerino, Calò, Rino, Gero, Lillo, Lillineddu, Llì (la declinazione di Calogero è spiegata nel romanzo Mafia ridens - Ovvero il giorno della cilecca). 
Pasquale, diventa Pasquà, Pasqualone, Pasqualuccio, Pasqualino, Lino
Rosa diventa Rosetta, Rosina, Rosetta, Rosellina, Rorò, (in Sicilia c’è la variante molto tipica di Rosaria).

I nomi più comuni hanno come si vede più declinazioni. 

Anche il nome di chi scrive ha le sue varianti. Non ci sottraiamo alla trasformazione nominale. Raimondo in Sicilia ha declinazioni molto interessanti. Premesso che lo scrivente è sempre stato in prevalenza chiamato Raimondo, ma ci sono state anche volte che è stato chiamato dalle ziette Raimondino così come dagli amici Rai. È stato chiamato anche Raimò o monosillabicamente . 

Chi scrive ha sentito chiamare propri simili anche con alterazioni al limite della diffamazione, con una gradualità che ha dell'incredibile. Partiamo di nuovo da Raimondo: per le alterazioni italiche abbiamo Raimondino e Dino, e le deformazioni sicule Ramù, Ramunnu, Munnu, Munniddu fino al fetente Munnizza. 


Raimondo Moncada

giovedì 18 settembre 2014

Ricordiamo Salvatore Gioacchino Petrapapula

Non dimentichiamo mai i grandi pensatori, i grandi artisti. Gioacchino Salvatore Petrapapula è una vittima dell'oblio collettivo. 
Io lo ricordo. Così come meritano di essere ogni giorno menzionati i grandi uomini della storia, della letteratura, della filosofia, dell'arte, attraverso il cui pensiero, le cui opere, le cui azioni le cui la quale ci siamo formati e emozionati. 
Grazie, supinamente, Salvatore Gioacchino. 
Quello che ci hai lasciato non ha valore, è incommensurabile. I tuoi libri, i tuoi pensieri, che fine hanno fatto nella testa degli uomini a cui hai lasciato una eredità che non ha valore: incommensurabile. 

Martin Amis, l'ironia per descrivere l'orrore dell'olocausto


Si discute del nuovo romanzo dello scrittore inglese Martin Amis "The Zone of Interest". Se ne discute perché il tema trattato è l'olocausto, perché l'autore utilizza anche l'ironia nella sua scrittura, perché il libro è stato rifiutato dal suo editore francese Gallimard. Il romanzo è uscito in America e Inghilterra con critiche positive. E uscirà in Italia per i tipi di Einaudi. 
In un intervista a Repubblica, a proposito del rifiuto, Amis dichiara:
"Mi ha molto sorpreso. Evidentemente ci sono argomenti tabù".

Sul suo utilizzo dell'ironia nel parlare di atrocità, lo scrittore inglese dice:
"Ritengo che sia un errore utilizzare solo la serietà per descrivere l'orrore. Ho usato la satira specie nel modo in cui descrivo il personaggio di Doll: c'è qualcosa di ridicolo nel suo essere pomposo, ma nello stesso tempo è un uomo che commette efferatezze". 

Il giornalista di Repubblica Antonio Monda chiede poi se sia possibile arrivare a essere comici trattando di una tragedia. Ecco la risposta di Martin Amis:
"La storia dell'arte ci ha insegnato che a volte si è molto più efficaci con la leggerezza. Aggiungo che sono sempre contrario ai limiti e alle censure, e la risposta è nel modo in cui le cose vengono realizzate". 

Intervista di Antonio Monda, pubblicata su Repubblica del 10 settembre 2014 LINK

Referendum per l’indipendenza della mia testa dal cuscino

Mi batterò per promuovere un referendum d'indipendenza per staccare il mondo dall’universo, l’Europa dal mondo, l’Italia dall’Europa, il meridione dall’Italia, la Sicilia dal meridione, la provincia di Agrigento dalla Sicilia, Agrigento dalla sua provincia, il mio quartiere da Agrigento, il mio condominio dal quartiere natio, la mia casa dal condominio, la mia stanza da casa mia, il mio letto dalla mia stanza, il mio cuscino dal mio letto, la fodera dal mio cuscino, la mia testa dalla fodera.  
Solo così, ne sono certo, dormirò sonni tranquilli e mi sentirò realizzato e felice.

Dobbiamo staccarci. Il futuro è nel distacco.

Spero solo che il sonno non si trasformi in incubo e che non mi si stacchi il cervello dalla testa e la testa dal resto del corpo. Per non parlare di tutte le altre membra che potrebbero reclamare, giustamente, la propria indipendenza.   

mercoledì 17 settembre 2014

Le parole che danno valore alla parola valore

Per caso ho cercato i sinonimi della parola “valore”. E ho scoperto un tesoro, una miniera di diamanti con tante altre parole preziose che danno più valore alla stessa parola “valore”.   
Ecco l’elenco dei sinonimi o parole associate o in qualche modo legate o evocate: qualità, virtù, genio, dono, talento, levatura, nobiltà, dote, personalità, carattere, temperamento, bravura, valentia, merito, abilità, maestria, grandezza, potenza, potere, perfezione, elevatezza, statura, ingegno, intelligenza, equilibrio, capacità, autorevolezza, autorità, influenza, stima, prestigio, vanto, onore, considerazione, primato, cervello, intelletto, spessore, competenza, preparazione, esperienza,  interesse, ordine, rilevanza, forza, fermezza, vigore, fierezza, saldezza, volontà, perizia, finezza, raffinatezza, importanza, pregio, pregevolezza, considerazione, rilievo, coraggio, forza, eroismo, audacia, ardimento, intrepidezza, gagliardia, fermezza, prodezza, bene, ricchezza, efficacia, validità, bontà, moralità, bello, essenza, sentimento, vita.  

foto tratta da Wikipedia 

Vassalli, le grandi storie sono nel passato e nel futuro

"Le grandi storie sono nel passato, o nel futuro. Il presente è la vita del condominio. C'è qualche spunto che diventerà importante, ma noi non possiamo coglierlo o, nel momento in cui si manifesta, non ha bisogno dello scrittore. Ne parleranno la televisione, i giornali, Internet". Lo dice lo scrittore genovese Sebastiano Vassalli in una intervista rilasciata ad Antonio Gnoli e pubblicata su Repubblica il 14 settembre 2014.

Il romanzo, a differenza della poesia, per Vassalli “non è tenuto a comunicare grandi emozioni”. “Deve coinvolgere, deve entrare dentro, far pensare a certe cose e farne rivivere altre. La poesia – afferma Vassalli - o dà un'emozione oppure non esiste. La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che non appartiene più a un corpo né a un tempo o a un'epoca. Non è più legata a nulla. O dà questa emozione oppure è un giocare con le parole che tutti possono scrivere".

Gnoli chiede poi allo scrittore se ha mai avvertito un senso di frustrazione nel suo lavoro.
"La sensazione di inadeguatezza c'è – risponde Vassalli. Chi vuole fare lo scrittore deve passare attraverso questa esperienza. Nell'attuale orgia del pubblicare l'inadeguatezza è sparita".


L’intera intervista a Sebastiano Vassalli può essere letta sul sito on line di Repubblica. Questo il LINK

martedì 16 settembre 2014

Il commissario Montalbano emigra

Il celebre commissario di Andrea Camilleri lascia la Sicilia e magari cambia pure battuta: "Montalbano fui". 
Fui? Fuisti! 
È giallo nell'azzurro mare di Ragusa. E i fans vedono nero. C'è il rischio di una emigrazione in Puglia. Il set potrebbe non essere più siculo. Già non si girava a Vigata (l'immaginaria Porto Empedocle) perché la produzione televisiva ha scelto luoghi incantevoli del ragusano come scenario dei numerosi film con protagonista il commissario Salvo Montalbano. Ora la notizia di un possibile trasferimento del set oltre lo Stretto di Messina dove il sapore delle arancine stracangia. Il commissario Montalbano potrebbe cambiare anche nome. A Beri potrebbero chiamarlo Montalbeno. 
Indagini sono in corso.

Leonardo Sciascia e il Giorno della cilecca

Un giorno - purtroppo lontano - avrò il giudizio, serio, interessato, intelligente e ironico, di Leonardo Sciascia su Mafia Ridens (ovvero il giorno della cilecca). 
Solo allora potrò dirmi pienamente appagato. 

Raimondo Moncada 
(Tratto da "I sogni si avverano se sono sogni")

lunedì 15 settembre 2014

Ecco perché scrivo

A quanti continuano a chiedermi perché scrivo, vorrei una volta e per tutte rispondere su questo blog. E rispondo con sincerità, senza giri di parole, senza sottrarmi alla domanda. 
Scrivo perché così mi possono leggere. E, scrivendo, posso leggermi pure io. 

Raimondo Moncada 

Le parole sono pietre, parola di uomo della pietra


L'uomo della pietra litigando con un altro uomo della pietra: "Lo sai che sei pesante!?"
La reazione, lapidaria, dell'altro uomo della pietra: "Ti invito a pesare bene le parole".

Chi vincerà tra i libri cartacei e i libri elettronici?

Tra passato e futuro, tra storia e innovazione. I libri di carta sono arrivati a noi resistendo all'attacco dei secoli. E si vedono e si toccano e si annusano e si leggono, nelle librerie, nelle edicole, nelle pubbliche biblioteche. 
Gli ebook, i libri elettronici, come resisteranno ai tarli del tempo con i loro mutevoli e volatili formati?
Ai posteri l'arduo giudizio.  

La forza della motivazione

Ogni tanto sento in tv frasi che ti rimangono dentro e che mastichi e che digerisci e che poi ti entrano in circolo nel sangue ossigenandoti il cervello.  
In un programma di cucina con diversi giovani concorrenti, uno viene eliminato. 
Il giurato lo guarda negli occhi e si complimenta per un suo personale dono. Non si congratula per il talento. Cogliendo un tratto unico della sua personalità, il giurato lo spinge con queste parole a proseguire nella vita reale: "La tua forza è la tua motivazione".

sabato 6 settembre 2014

Una città in movimento che sa osare

"Più ci criticavano, più ci convincevano che avevamo colto nel segno". Parla il grande architetto italiano Renzo Piano, genovese, 77 anni, uno dei progettisti del Centre Pompidou, acciaio e vetro in pieno centro storico di Parigi. Leggo la sua intervista oggi su Repubblica, in cui ricorda gli inizi con l'amico Richard Rogers: "Quante ce ne hanno dette. Chi parlava di un piroscafo, chi di una raffineria. Erano per lo più definizioni negative. Ma a noi facevano ridere. Più ci criticavano, più ci convincevano che avevamo colto nel segno. Parigi è ancora una città in movimento, capace di osare e lanciare tanti cantieri". 

Renzo Piano potrebbe essere la classica soluzione per realizzare una innovativa torre d'attrazione nell'antica Agrigento, con la sua meravigliosa Valle dei Templi. Parigi è arricchita dai fiumi di turisti che ogni giorno si riversano nella Tour Eiffel e circondano il Centre Pompidou, divenuto ormai un classico dell'architettura moderna. 
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