sabato 27 dicembre 2014

Non si può piacere a tutti, neanche ai cani che ci abbaiano

Per piacere. Non a tutti possiamo piacere. Piaci ad alcuni e non piaci ad altri. Piacere a tutti sarebbe il massimo del piacere. Ci puntiamo.  Ma non ci riusciamo. 

Nessuno ci riesce. Ne ho ogni giorno la conferma. Neanche le star, neanche i cervelloni, neanche i capipopolo, neanche i santi. Solo i dittatori piacciono palesemente a tutti, per legge, all'unanimità, per convinta alzata di mano seguita da scene di giubilo popolare in piazza (chi esprime contrarietà viene adeguatamente perdonato). 


C'è chi sta male all'idea di non piacere a tutti. Se si concentra oltre misura impazzisce, si perde di vista, perde pure di vista coloro a cui comunque piace, perde di vista la retta rotta. 
Sembra una legge di natura: impossibile piacere dittatorialmente a tutti in una situazione non dittatoriale. Non possiamo, quindi, vivere per piacere a tutti. Provare a piacere a tutti fa soffrire. Si va comunque contro natura. 


Se già piacciamo ad alcuni (anche pochi, anche uno/a) per come siamo, rischiamo di non piacergli più se rompiamo la retta rotta, se ci sforziamo di essere non come siamo per natura ma come ci vorrebbero coloro a cui adesso non piacciamo. 

È così. Lo capisco. Per esperienza personale. 
Anche io mi sono rifiutato per tanti anni. Non mi piacevo. E più non mi piacevo e più mi rimproveravo. Poi ho imparato a capire, a capirmi e a piacermi. Lentamente. Ho imparato ad accettare quello che ero, come ero, con gli angoli, le ruvidezze, le lacune, le mancanze, l'ignoranza, i brufoli, le stempiature, i peli, la bassezza, la timidezza, le paure. 
Mi ha fatto così tanto piacere piacermi (e farmi piacere le cose che già ad alcuni piacevano) che col tempo molte cose sono cambiate. 
Certo ci sono aspetti di me che ancora non mi piacciono e che cambierei subito. Così come mi piacerebbe che il cane del vicino smettesse di abbaiare, smettesse di mostrarmi i denti tutti sani e aguzzi (tanto diversi dai miei: non ho i canini). 

Col tempo succederà. Non posso costringere il cane a non abbaiare con lo schiocco delle dita o brandendo un bastone o mostrandogli una bistecca fumante e poi farla mangiare a un gatto randagio. Glielo grido: Stai zitto! Zitto! Non mi piace quando abbai!". Più glielo ripeto, mostrandogli la mia dentatura senza canini, e più mi abbaia. 

Imparerà. Imparerò. Ci conosceremo meglio. Ci capiremo. Ci piaceremo. So che ci vogliamo bene. Lui imparerà da me, io da lui. Un giorno abbaieremo assieme. Alla luna. 
Buon Natale. 

Raimondo Moncada 

martedì 23 dicembre 2014

Panico da libro elettronico! Come lo metto sotto l'albero di Natale?

Ho provato a comprare un libro elettronico (ebook) da mettere sotto l'albero di Natale. Tanto per cambiare, tanto per essere originale. Un Natale diverso!
Avrei voluto regalarlo. Avrei voluto provare il piacere di vederlo incartare dalla libraia (il libraio non ha la stessa delicatezza, pazienza e belvedere della collega). Avrei voluto veder applicato con mani muliebri un bel fiocco colorato nell'incarto rosso (il rosso è intonato alla festa e all'albero di Natale e alle palle dell'albero di Natale).

Sono così entrato in libreria e mi hanno detto:
“Lei ha sbagliato sito”.
 “Che?”
 “Deve entrare in una delle librerie virtuali di internet (ce ne sono a miliardi), cliccare, e comprarselo”.
 “Mizzica! Facilissimo”.
“C’è una controindicazione”.
“Quale? Non mi faccia spaventare ma però”.
Ma però non si può dire, ma la perdono. È Natale”.
Grazie”.
Il libro elettronico non si può lasciare sotto l'albero”.
Sopra?”
 “Né sotto né sopra”.
“In mezzo? Di lato?” 
“No. Niente di tutto questo. Il libro elettronico per natura non si può lasciare, né toccare, né prendere”.
“Ho capito! Fa corto circuito?”
Ma che dice?”
Brucia l’albero?”
No”.
“E allora?”
Il libro elettronico è digitale”.
Come le impronte che ho lasciato a militare. Ne avranno fatto un libro. Bello!”
“Non si distragga. Il libro elettronico digitale non è di carta”.
È di cartone?”
No”.
Di legno?”
“No”.
“Di compensato?”
Ma che dice? Il libri c’è ma non si vede”.
È un indovinello? O mi sta babbiando?”
No. Non è uno scherzo”.
Ma io debbo fare un regalo di Natale da mettere sotto l’Albero di Natale… Di questo Natale. Manca solo un giorno, ormai. Mi aiuti. La prego”.
Le posso vendere un bellissimo e-reader ultimissima generazione…”
“Che?”
“Un lettore di libri digitali. Ci lascia la cento, ma poi deve andare nel sito internet di un negozio virtuale (ce ne sono a miliardi!), cliccare sul libro che le interessa, pagare con la moneta virtuale, e lo mette sotto l'albero”.
Che la fa difficile! Il libro elettronico che voglio regalare io si può così, come dice lei, mettere sotto l’albero?”
Potrà mettere l'e-reader”.
Non c’è il rischio di prendere la scossa?
Lei è ignorante e mi sta facendo perdere del tempo prezioso. Non vede dietro di lei la fila di clienti?”
La vedo e la sento premere e mi deve ancora perdonare. È Natale e ne approfitto. Ma a me, ora che mi ci porta, mi piace il libro di carta e il libro di carta comprerò anche per questo Natale a chi amo, perché io amo chi ama la lettura frusciante.
Che?”
Cartacea”.
Lei è proprio antico”.
Mi lasci allora nella mia antichezza”.
Antichità, vuole dire belle arti”.
"Auguri!"
"Auguri."

Raimondo Moncada


giovedì 18 dicembre 2014

Con i "mi piace" divento presidente della Repubblica



Il valore delle persone, delle loro azioni, delle loro opere, delle loro potenzialità, si misura ormai col numero dei "mi piace" su Facebook, dei retweet su Twitter e delle visualizzaIoni su YouTube. Si è innescata una sorta di mitizzazione e dipendenza. Dipendi dal cliccamento. Se ti cliccano vali qualcosa. Senza cliccamento non vali niente. Sei pari a zero. E ti devi ritirare. La tua bella faccia deve sparire dalla faccia della terra e dare così spazio alle altre facce più piacione . Non hai neanche il diritto di recriminare. 
Muto. Devi stare muto. Che ci fai più bella figura. 

Distinguiamo per non fare di tutto un cliccamento uno sfascio. C'è cliccamento e cliccamento, però. C'è il cliccamento sano, spontaneo, che viene dal cuore, non condizionato. E c'è anche il cliccamento di altro genere che sta prendendo piede e dita delle mani. 


Di questi tempi moderni, di socialità iper sviluppata, con i "mi piace", i retweet e le visualizzazioni vinci premi, vinci concorsi, vinci contratti. Si arriverà a vincere pure assunzioni, appalti e, perché no, anche l'elezione in parlamento, l'elezione a primo ministro o l'elezione diretta alla massima carica dello Stato. Superando il quorum stabilito dalla legge dei mi piace, possiamo salire al Quirinale e esercitare le funzioni del presidente della Repubblica. 

Il mi piace legittima. L'elezione 3 punto zero si potrebbe estendere anche per il futuro Papa. Ma c'è tempo. E poi ci sarebbe da connettere il sistema dei mi piace e delle visualizzazioni all'antico meccanismo del fumo.  

Ai mi piace (o ai "a me mi piace") ricorrono sempre di più organismi, enti, società ecc. di rilievo nazionale e popolare. 
Chi non si adegua alle nuove unità di misura, ai nuovi criteri oggettivi di valutazione, ai nuovi insindacabili requisiti di selezione, è perduto. 
Ed è giusto così. Bisogna seguire il trend. È fondamentale andare nella direzione dove vanno tutti in trend. Saliamo allora su questo trend. 
Basta un collegamento a Facebook, a Twitter, a YouTube ed è fatta. Non ci vuole arte né parte. Facile e di insignificante costo per la connessione (se hai un collegamento a un wi-fi di altri è gratis). Non devi compiere sforzi. Puoi scegliere chi vuoi. A occhi chiusi, turandoti il naso se ne hai uno (due se ne hai due). Non importa la qualità. Non importano le capacità. Non importa l'estetica. Non importa la profondità. I mi piace, così come il dilagato televoto, esprime la genuina voce del popolo sovrano.  

Vi voglio confidare un segreto. Mi raccomando: che rimanga tale! Se volete fare bella figura c'è un modo semplice semplice, anche se costa un po' di fatica alle dita della mano e alle sinapsi del cervello. Inviate agli amici e conoscenti o comunque ai vostri contatti un messaggio privato e pregateli e ripregateli ("Ti prego! Ti prego!") di mettere un bel mi piace a vostra sorella di ottant'anni che si presenta come Miss Bellezza in Divenire, un mi piace a vostro fratello rimandato dieci volte in seconda elementare che ha inviato un componimento lirico a un concorso universitario di poesie, a vostra cognata che partecipa al ripescaggio in un concorso canoro in quanto rischia di essere buttata fuori perché quando ha aperto bocca sono caduti morti a terra gli uccelli del cielo

Si può. Con la forza dei social, si può. Si può anche seguire un processo penale o civile da casa e condannare o assolvere il sospettato, l'indiziato, l'imputato. Possiamo anche condannare l'innocente e assolvere il colpevole. 
Si può. 

APPELLO FINALE 

Mi rivolgo a te singolo, adesso. Proprio a te, che stai leggendo queste ultimissime righe contribuendo ad aumentare il numero di visualizzazioni di questo mio personale blog: vota e fai votare! Non costa niente e un mi piace non si nega a nessuno. Specialmente agli amici bisognosi e vincenti

Raimondo Moncada  


lunedì 15 dicembre 2014

Caccia aperta ai fantasmi di Facebook e Twitter

Credo nei fantasmi. Almeno a quelli social. Esistono su Facebook, così come esistono su Twitter. 
C'è da avere paura? Non lo so. 

Ragioniamo con la nostra ragione e non con quella degli altri. Analizziamo il fenomeno ectoplasmatico che teniamo d'occhio da un po'. 
Ci sono in giro utenti senza voce e senza sostanza virtuale. Sono persone in carne e ossa, vere e non fake, che un giorno decidono di aprirsi un account per socializzare. I motivi sono i più disparati: per provare, per avere compagnia, per stare assieme ad altri, per ritrovare un parente o un amico lontano, per comunicare con i propri clienti, per pubblicizzare la propria attività artistica professionale commerciale; per sostenere un'idea, un partito; per fare campagna elettorale; per distruggere le idee degli altri; per criticare persone, status, fatti, eventi; per scaricare veleno; per trovare conforto; per trovare un amore, per trovare un marito o una moglie; per tradire il marito o la moglie; per promuovere un libro, un cd, uno spettacolo; per scherzare, per dire che tempo fa; per esprimere il proprio stato d'animo; per lamentare il proprio disagio; per prendersela col governante di turno; per scambiarsi opinioni, punti di vista; per discutere; per condividere; per litigare e per mandarsi a quel paese. 

C'è chi si apre un account, chiede l'amicizia ma non fa niente di una delle attività sopra elencate. È morta? Deceduta? Andata? Dipartita? Sciolta? No! Fa semplicemente il fantasma. C'è, ma non si vede. Partecipa alle discussioni leggendole. Il fantasma sa tutto di tutti. Non lo vediamo. Ma ne avvertiamo la presenza. Aleggia. Al primo spiffero fantasmagorico, andiamo a cercarlo nel suo account e ci sembra privo di sostanza virtuale perché non scrive niente, non linka nulla. Ma c'è. Sai che c'è. E ne hai conferma. Quando ti capita di incontrarlo per caso  nella vita, in carne e ossa, col sangue caldo caldo in circolo, gli scappa qualche commento rivelatore.

I fantasmi non sono tutti uguali. C'è chi lo fa vita natural durante, per sempre. Chi invece a tempo determinato. Il fantasma a tempo ogni tanto resuscita e mette un "mi piace" o linka qualcosa. Su Twitter retwitta o mette la frase o la foto tra i propri preferiti. Non c'è nulla di male. I social sono pubblici. Sono nati per mostrarsi e condividere. C'è chi lo fa e chi non lo fa. In paradiso ci andremo tutti. Passando per l'Inferno social. 

Anche io di tanto in tanto sparisco. Dopo qualche giorno di assenza mi danno per morto. Mi bussano pure sulla bara virtuale: "Raimondo dove sei? Se ci sei batti un colpo!"
E, come in una seduta spiritica, comincio a battere, ma non in strada. Batto il mio colpo riprendendo a scrivere, a rendermi vivo, a marcare la mia presenza con quello che lo spirito del momento mi detta. In punta di piedi. Senza scarpe. Mettendo a nudo il mio animo, senza vergogna. Mettendoci la faccia, quella mia. Spremendomi il cervello, quello mio. Condividendo. Lasciando le mie impronte, svestendomi del mio ectoplasmatico lenzuolo. 

Raimondo Moncada

domenica 7 dicembre 2014

Ascoltare chi parla senza parole

La parola. 

Avere la parola. 

E decidere
 
se stare in silenzio 

ad ascoltare


chi parla

senza parole.

Raimondo Moncada

sabato 6 dicembre 2014

Sono spazzatura, ma attendo l'attestato

Come spazzatura varrò di più. Ne sono convinto. Lo dico per tirarmi su. Decidiamo tutto noi. Siamo quel che pensiamo e vogliamo essere. 

C'è però da attendere l'attestato ufficiale. È importante. 


Aspetto con ansia il prossimo giudizio di una delle agenzie di rating internazionale mondiale universale riconosciuta accreditata. 



Come esseri umani, abbiamo bisogno di essere considerati. Il sogno delle mosche è essere cagate. Grazie al nostro senso di sicurezza, cerchiamo il giudizio esterno. Dipendiamo dal giudizio degli altri. Il nostro non ci basta. 

Gli altri hanno sempre ragione. Ci dicono con competenza se siamo belli, se siamo intelligenti, se siamo creativi, se siamo vestiti ammodo, se siamo bravi a scuola, se sappiamo scrivere o dipingere o parlare o aprire semplicemente la bocca per respirare. Ci dicono se abbiamo un pelo fuori posto, se abbiamo bisogno di più pelo, se abbiamo un futuro. 

Abbiamo estremo bisogno delle agenzie di rating per certificare la nostra bellezza, intelligenza, capacità, possibilità, potenzialità. Noi, come noi, intesi noi, non sappiamo se siamo scarsi, se siamo dei mostri, se siamo imbecilli, se siamo cariati, se siamo tignusi (cuzzuluna, ovvero calvi).  

Se l’agenzia di rating ci dice che non abbiamo dove andare ("dunni uri" in siculo arabo normanno), ci togliamo subito dalle palle, maschi e femmine, perché tutti le abbiamo, uomini e donne (glielo sento dire quando sono arrabbiate: non rompermi le palle!). 

Dopo il verdetto BBB (Bello! Bello! Bello!), superiore al CCC (Cretino! Cretino! Cretino!) e inferiore all’AAA (A pezzo di merda, A do vai? vai A fare in…!) attendo con ansia patologica, che già mi sento male, il nuovo giudizio universale: che l’agenzia di rating, internazionale universale riconosciuta accettata accreditata a livello planetario, decreti il mio profumato livello spazzatura: "Sei un rifiuto".

Non vedo l’ora. Ne godrò, come ne godono tutti. Perché delle disgrazie che ci angosciano godiamo. 

La spazzatura è diventata una risorsa. Ci è rimasta solo la spazzatura. Il mio valore, sono sicuro, crescerà. È fondamentale il giudizio delle agenzie di rating. Anche chi è andato in fallimento col giudizio EEE (Eccellente! Eccelso! Esimio!) ha fondamentalizzato. 
Sono in attesa. 
E guai a giudicare il giudizio degli altri. Gli altri hanno sempre ragione. E' una questione di rating, solo di rating. 
L'attesa fa male, però. Conviene giocare d'anticipo. Sentirsi già un rifiuto. Ecco! Se ti senti, lo sei. E non so se sono più io. Non mi sento. Per ora non mi sento. 

Raimondo Moncada 

venerdì 5 dicembre 2014

Di ccà ti trasi e di ddà ti nesci


Sento. 
Le mie orecchie sentono. 
Ci sono volte, però, in cui non sentono o non vogliono sentire. 
Lo sento. 
Come sento ogni volta la voce che mi dice: "Di ccà ti trasi e di ddà ti nesci". 
È una voce che parla siciliano, la mia voce di dentro. 
La sento. 
Sempre. 
E mi stordisce. 

Raimondo Moncada 

mercoledì 3 dicembre 2014

Macchine intelligenti al potere, rischio per l’umanità

Fermiamoci o ci fermeranno le macchine intelligenti e disumane. Per sempre. Riflettiamo, almeno, sulle estreme conseguenze. Grido d’allarme del famoso scienziato Stephen Hawking. L’astrofisico britannico, considerato tra gli uomini più intelligenti della terra, esprime le sue preoccupazioni per le accelerazioni degli studi e delle applicazioni dell’intelligenza artificiale, pur evidenziandone le attuali straordinarie utilità. Livelli già impressionanti e che fanno presagire inquietanti futuri scenari.
“Il suo ulteriore e pieno sviluppo potrebbe portare alla fine del genere umano - ha affermato Hawking –. L'intelligenza artificiale finirà per svilupparsi da sola e crescere a un ritmo sempre maggiore. Gli esseri umani, limitati dalla lentezza dell'evoluzione biologica, non potrebbero più competere con le macchine intelligenti e un giorno potrebbero essere soppiantati. I computer raddoppiano velocità e memoria ogni 18 mesi. Il rischio è che prendano il potere”.  

Una minaccia che non sarebbe imminente: “Credo che rimarremo in controllo della tecnologia per un tempo decentemente lungo”.    

Stephen Hawking ha espresso i suoi timori nel corso di un incontro con i giornalisti nella sala del Savoy Hotel di Londra. E lo ha fatto comunicando con un rivoluzionario software sviluppato apposta per lui da Intel. Lo scienziato è quasi paralizzato, costretto su una sedia a rotelle da una malattia degenerativa, che lo ha colpito all’Università. Hawking ha finora parlato e scritto tramite un sensore sulle guance e un occhiale a raggi infrarossi che lo hanno fatto interagire con un computer. Per parlare, sceglie i caratteri sul monitor del pc, compone le frasi e dà loro voce attraverso un sintetizzatore. Intel, in collaborazione con Swiftkey, ha messo a punto un nuovo sistema di comunicazione, per dieci volte più potente del primo. “Sono ora in grado di scrivere molto più velocemente e ciò significa che posso continuare a tenere conferenze, scrivere articoli e libri e incontrare la mia famiglia e i miei amici molto più facilmente”, ha detto Hawking alla Bbc.
Il nuovo sistema Intel, denominato Acat (Context Aware Assistive Toolkit), si basa su algoritmi in grado di prevedere le parole.



Immagini tratte dal sito www.hawking.org.uk

lunedì 1 dicembre 2014

Agrigento la numero uno nella classifica delle migliori città d’Italia


Agrigento la numero uno. È la mia città, intanto. La città nella quale sono nato, nella quale è nato mio padre, sono nati i miei fratelli, sono nati i miei zii, è nato mio nonno Raimondo Moncada (ho il suo nome e cognome) e tanti altri miei avi. La città che ho anche dipinto e disegnato, quando dipingevo e disegnavo (nella foto un mio disegno a inchiostro di china risalente al 1983: avevo 16 anni). 
Agrigento è la numero uno. Vi è nato Luigi Pirandello, premio Nobel per la Letteratura.
Agrigento è la numero uno. Attorno ad Agrigento, a pochi chilometri, sono nati altri grandi, come Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri. Ma l’elenco dei grandi è lungo e non solo nel mondo della letteratura. È agrigentino il filosofo Empedocle.
Agrigento è la numero uno. È stata grande, grandissima nel periodo ellenico, quando si chiamava Akragas, quando sono stati costruiti i mirabili edifici sacri nella Valle dei Templi, inserita dall’Unesco nell’elenco del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
Agrigento è la numero uno. Ha ospitato il tempio greco numero uno, il più grande della civiltà ellenica, il tempio di Giove Olimpico.
Agrigento è la numero uno. Per l’aria, per il sole, per colori, per i profumi, per i sapori, per il silenzio, per la serenità, per la vegetazione, per i suoi mandorli contorti, per i suoi olivi secolari dal tronco intrecciato.  
Agrigento è la numero uno.  È una delle ragioni per cui migliaia di turisti ogni anno vengono da tutto il mondo a visitarla e ad ammirarla.
Agrigento è la numero uno. Ha ispirato scrittori, poeti, filosofi, pittori. Leggo di Ludovico Ariosto, Johann Wolfgang von Goethe, Henri-René-Albert-Guy de Maupassant, Alexandre Dumas, Francesco Lojacono, Salvatore Quasimodo per non parlare di Pirandello che ha messo Agrigento al centro di molti suoi capolavori.  
Agrigento è la numero uno. Quello che ha Agrigento non ha Ravenna e non ha Milano, Bolzano, Firenze, di cui le classifiche annuali del Sole 24 Ore o di Italia Oggi non tengono conto nella loro inchiesta sulla qualità della vita nelle città d’Italia.  
Agrigento è la numero uno. Merita prima di ogni altra grande rispetto, grande amore e grandissima attenzione da parte di tutti, più delle altre città italiane che vengono collocate sempre nei primi posti delle classifiche. Ne ha un immenso bisogno, la città e gli agrigentini. Partire prima da Agrigento per poi risalire con le altre città d’Italia.   
Agrigento è la numero uno. E lo dico da agrigentino, nato, cresciuto, formato, stordito in Agrigento, nel suo centro storico e nella sua estrema periferia, cosciente che questo mio messaggio circolerà lentamente nel mondo, tramite le onde del web,  come la lettera inserita dal naufrago in una bottiglia di vetro lasciata al destino perpetuo  del mare.
A futura lettura.
Chi aprirà questa bottiglia, saprà delle cose belle da scoprire nell’isola del naufrago. L'altra bottiglia la tengo con me. 

Raimondo Moncada 
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