domenica 29 settembre 2013

Anche l'amore ha le bollicine


Amore per caso
Amore in ogni luogo
Amore in ogni tempo
Amore all'aria aperta
Amore a casa
Amore al bar 
Amore al ristorante
Amore al supermercato
Amore a pacchi incellofanati
Amore in lattina
Amore da scartare 
Amore da afferrare 
Amore da stappare 
Amore da bere
Amore da prendere a sorsi 
Amore da prendere tutto d'un fiato
Amore per non morire dalla sete
Amore da gustare
Amore per vivere
Amore che ho letto nel contenitore di una bibita gassata. 

Come si riconosce il vero amore? 
Quando dentro ti frizzano le bollicine.  

Raimondo Moncada


sabato 28 settembre 2013

Diversi esclusi dalla pubblicità e non solo


Gay? Perché? 
Ci sono cose che conviene non dire. Ci sono veli che non si debbono alzare.
Nelle pubblicità, e non solo, vengono sempre esclusi tipi come me: bassi, brutti, senza capelli, pelosi, asimmetrici, malfatti. Solo bonazzi e bonazze, masculuna e fimminuna. Si mira alla perfezione per non guastare l'occhio di chi guarda. Non è solo questione di gay. Ma di diversi, diversi da un modello imposto, diversi dal modello che noi stessi, come consumatori, vogliamo vedere o immaginare. 
Perché nella lettura dei telegiornali vengono preferiti modelli e modelle? Miss e Mister? I giornalisti di normale bellezza durano poco in video. Perché? 
Io, mi dicono, non potrei mai interpretare al cinema e a teatro il Principe Azzurro, solo il Re Marrone e il Sovrano Beige.
 I comunicatori, i pubblicitari, i cineasti, dovrebbero chiedermi scusa. È da una vita che voglio impersonare Sandokan. Non ho il phisique du role, mi hanno sempre detto. Sono rimasto me stesso a interpretare me stesso. 

Raimondo Moncada 

giovedì 26 settembre 2013

Vivere come una banana


“Si prega di non dilungarsi oltre il tempo stabilito”. È il contenuto di un cartello posto all’ingresso di una giostra per bambini.

Più che ai bambini, il messaggio è rivolto ai più attenti adulti, ai genitori che a stento riescono a contenere la vitalità dei propri figli.

Giocherebbero sempre.

Lo stesso cartello ci viene mostrato all’atto della nostra nascita, nel momento in cui entriamo nel mondo gridando. Il primo vagito non è altro che una forma di protesta: “Ma come, sono appena arrivato e già pensi di cacciarmi?”.  

Giusta protesta. Ma c’è chi perde di vista di non essere immortale, di essere al contrario come gli alimenti: hanno tutti una scadenza. Una banana mangiata oltre i termini consigliati la puoi buttare. 
Dovremmo dare ascolto subito a chi ci avverte fin dall’inizio: “Hai una vita, solo una vita, non di più. Fanne tesoro. Considera il tuo tempo sulla terra come una clessidra. Osservala: dentro c’è un pugno di granelli. Osserva ancora: sono in numero finito. Ogni granello ha però un valore infinito. I diamanti, al confronto, sono pura bigiotteria. Uno dietro l’altro, tutti i granelli scorrono in un flusso continuo, dall'alto verso il basso. Ora ci sono, fra un istante non ci sono più. Cadendo non sono più del tempo. Nessuno li può fermare. Vanno via per sempre. Li puoi solo vivere con la stessa esuberanza di un bambino”.  


Raimondo Moncada

lunedì 16 settembre 2013

Solo uscite, mai entrate di sicurezza

Si trovano solo uscite di sicurezza, mai entrate di sicurezza.
Anche la segnaletica per l'emergenza ha un suo preciso codice a cui bisogna attenersi per avere salva la pelle.  In caso di necessità abbiamo a disposizione solo e sempre una via d'uscita, mai una via di ingresso.
Lo dicono i segnali.
Se siamo in strada e siamo in pericolo, i cartelli di uscita di sicurezza ci consigliano indirettamente di non entrare mai in una porta aperta. Sarebbe troppo facile. Scontato. Il pensiero ci potrebbe tradire.  La cosa più banale è pensare che la porta aperta ci conduca dentro un appartamento abitato o, meglio, in una caserma dei carabinieri o in un commissariato di polizia. E se non fosse così? Chi ce lo assicura? L'insegna Carabinieri o Polizia?
L'unico segnale del codice d'emergenza, che vediamo in giro, è quello dell'uscita di sicurezza. In caso di emergenza, dunque, non bisogna mai entrare, ma solo uscire.

giovedì 12 settembre 2013

La mia Panza Classica


Sono un uomo di panza, nel significato buono del termine. Con la mia panza canto, parlo, recito, ballo, salto, mi libro nell’aria.  
La panza è un mio segno distintivo. 
Quando vai per entrare in una porta, ti riconoscono subito dalla caratteristica conformazione del profilo: entra per prima. Così come entra, con le gobbe di un cammello, nella cruna di un ago.

Lasciatemi con la mia panza: ho fatto tanto per coltivarla. A eliminarla non ci vuole niente: basta non mangiare e correre fino ad avere le allucinazioni.

Budda aveva la panza. Le moderne statue del Budda continuano ad avere la panza. Lo Zen è panzuto. Ci sarà una ragione divina. Se ti applichi, con l’illuminazione addominale puoi raggiungere le più alte vette dello spirito.
Ma la panza, nonostante ciò, non è ben vista nella moderna società dell’immagine e del giro vita: con la panza non si avanza! Ti sfottono per costringerti a diete massacranti, ti buttano in una palestra a riempire bidoni di sudore.
Ne so qualcosa.  
Solo se fai danza – dicono gli esperti di tutto – non hai panza. I ballerini ne sono una testimonianza. Vedi il grande Roberto Bolle: fisico perfetto, asciutto, scolpito, con tanto di tartaruga caretta-caretta a incorniciare l’ombelico.   
Nessuno lo sa, ma sono stato anch’io un ballerino. Sì, ho ballato. C’è cosa? Ho cominciato a muovere i primi passi in una compagnia folclorica di Agrigento: La Vallata. 
Siamo alla fine degli anni Ottanta.
Subito dopo ho fatto il salto nell’Olimpo della danza. Avete capito bene! Nel mio passato ho anche un glorioso trascorso di danza classica. Proprio così.
Lo so che qualcuno sta già malignando: a vedere lo stato della tua attuale panza non si direbbe!
Ho abbracciato l’arte tersicorea più che ventenne. 
Siamo nei primissimi anni Novanta. 
Ho iniziato con la modesta panza che mi ritrovavo, priva di impronta di tartaruga.
Ho chiesto a un’amica, una straordinaria prof di danza classica, se potevo darle l’onore di entrare a far parte della sua già prestigiosa scuola: “Ti prego, fammi provare”.
Mi sono messo in ginocchio. Ho strisciato per terra. Ho fatto lo sciopero della fame e della sete. Ho pianto notte e giorno. Poi mi ha accettato volentieri esaltando la mia naturale predisposizione al ballo.
Sono entrato assieme a un amico, lo scrittore Fabio Fabiano. Anche lui una sicura promessa della danza mondiale pur non avendo mai fatto un arabesque, un plié, un pas de bourree. Solo la spaccata del cavallo dei pantaloni. 

Nella vita bisogna provate di tutto, sperimentare, toccare con mano i propri limiti. 
Non è vero che si inizia da bambini ad abbracciare questa difficile arte che richiede un duro e quotidiano esercizio. Solo uno come me avrebbe potuto resistere il tempo necessario.  
Nella scuola di danza classica ci sono stato un mese, trenta giorni. Stessa durata per Fabio. Abbiamo fatto fare brutta figura a tutti. Ogni esercizio era una risata. Ridevo io, rideva Fabio, rideva l’insegnante, ridevano i suoi giovanissimi allievi. 
Che lezione!  
La prof li avrà ben ammaestrati dicendo: Ecco quello che non dovete fare. Guardate Raimondo e guardate Fabio e dimenticatelo. Fate esattamente il contrario e diventerete dei grandi ballerini. 

Allo specchio ero inguadrabile. Ho sperimentato le infinite possibilità del mio corpo e ho capito che la panza, tutta la panza in fieri, faceva per me. 
La mia è ormai diventata una Panza Classica. Mi esercito tre volte al giorno. E devo dire che i risultati si vedono tutti ed escono fuori. 
È il mio punto di equilibrio. Senza cadrei a terra. 
È il mio punto forte: senza non sarei neanche considerato.
La mia panza fa parlare le persone. Mette di buon umore. 
Con la mia Panza Classica esisto.
Gli antichi saggi siculi avevano ragione: la panza è prisenza.

Raimondo Moncada 

Lo specchio e la migliore gioventù

Mi guardo allo specchio e mi vedo invecchiato. 
Chiudo gli occhi e mi vedo ringiovanito. 
Punti di vista. 
Ma ho nascosto lo specchio. 
È menzognero. 
Mi guardo al naturale:
con gli occhi chiusi. 

Raimondo Moncada 

mercoledì 11 settembre 2013

Lamette non ligie al dovere

Stamattina ho fatto la barba. Liscio a prima vista. Questa sera, guardandomi con calma allo specchio, ho dovuto rimproverare la lametta rasante: "Ti pago, ma non riesci a fare il tuo dovere". 

Raimondo Moncada 
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