lunedì 18 marzo 2013

Punteruolo rosso alla fame, adozione dopo rottura palme


Adottiamo un punteruolo rosso. Sta morendo dalla fame. Il cibo non basta più e i punteruoli sono diventati tanti, troppi. In pochissimi anni hanno occupato la Sicilia e poi il resto dell’Italia. Si sono domiciliati dentro il tronco delle palme dove hanno messo su famiglia. Si sono felicemente accoppiati e si sono felicemente proliferati. I punteruoli hanno superato in numero di accoppiamenti e di cittadini residenti l’umana popolazione indigena. Ora, dopo anni di bella vita, lanciano dalla Sicilia un grido disperato: “Nni rusicamu tutti cosi, puru li radichi!”
Dopo tanti anni nell’isola, parlano in siciliano. “Nni rusicamu tutti cosi, puru li radichi” significa per dovere di chiarezza comunicativa: “Ci siamo spolpati tutto, pure le radici”. Le poche palme rimaste in piedi sono come un osso buttato a distanza di sicurezza in un canile che ospita animali randagi senza cibo da anni. I poveri punteruoli rossi stanno, dalla fame, cominciando a perdere colore. Da rossi sono diventati bianchi dopo avere per anni ed anni rotto le palme (dicasi: rotto le palme!). L’unica soluzione, per salvare loro il colore della pelle e la vita, è quella di farli mangiare. Chi ha un pezzo di palma superstite, anche una palmina domestica o da serra o in vitro, può farsi avanti. Basta poco. Ci vuole solo cuore. Che importa se Sanremo è rimasta senza palme come gli uomini con poca virilità.  
Aderiamo in massa alla campagna: “Adotta un punteruolo rosso”.   

venerdì 15 marzo 2013

Sono nato nero, tutto nero


-       Spinga! Spinga!
La prima a farmi gli auguri è lei, mia mamma. Mi chiama di buon mattino al cellulare.
-       Buon compleanno, figlio mio.
Approfitto della telefonata per sottoporla a interrogatorio, per ricavare nuovi dettagli da aggiungere alla mia autobiografia. Sono i dettagli che fanno una storia.   
Tanto per cominciare chiedo a mia mamma di ricordarmi l’ora della nascita. Sono trascorsi quarantasei anni. Non posso ricordare: troppo piccolo. Non avevo orologio ed ero impegnato a farmi largo per trovare una via d’uscita. Non è stato facile.
-       Sei nato alle cinque meno cinque.
-       Vuoi dire alle 4 e 55?
-       Alle cinque meno cinque. Ho sempre detto così e così continuerò a dirlo.
Mi concepisce con la determinante collaborazione di mio padre Gildo, Gildo Moncada, che oggi mi formula i suoi personali auguri da lassù. Il concepimento lo fanno assieme, mia mamma Sara e mio papà Gildo. Facendo un po’ i conti, la scintilla scocca a inizio estate 1966, nel caldo mese di giugno. Per la gravidanza fa tutto la mamma, allora diciannovenne. Casalinga, sono il suo travaglio per nove mesi.
-       Cresci giorno dopo giorno dentro di me. Ti comporti bene. Non ti muovi niente.
Il 15 marzo 1967 arriva il tempo.
-       Non vuoi saperne di uscire. Ma devi.
Non sono in posizione, non sono attestato. Sono per i fatti miei, contro natura, di traverso. L’ostetrica, la dottoressa De Caro, pensa di portarmi in ospedale. È trascorso troppo tempo. Rischio la vita.
L’assiste mio padre.
Quella notte non si dorme. Non si può dormire. L’unico a dormire sono io. Tranquillo. Fuori è buio. In strada non c’è anima viva. C’è silenzio, rotto dalle voci provenienti dall’appartamento al primo piano di Via Verdi, quello col balcone che si affaccia sopra al profumato panificio di Manzoni. Quando le primissime luci del giorno spaccano l’oscurità della notte, mi metto in posizione. Mi sistemo sulla rampa di lancio con i miei comodi. L’ostetrica mi capisce. È la prima a capirmi. Mia mamma non ne può più.
-       Forza che ci siamo. Spinga! Spinga!
Mio padre suda. Anche lui è tutto un travaglio. È la sua seconda volta da assistente ostetrico. Due anni prima partecipa al parto di mia sorella Rosina, il primo frutto del duo Gildo-Sara.
-       Spinga! Spinga! 
Il sole si prepara a esplodere. La città sta per svegliarsi dal torpore notturno.
-       Comincio a vederlo… Eccolo!
Vedo la luce alle prime luci del 15 marzo 1967. Peso 3 chili e 850 grammi. Il mio primo vagito è una sinfonia.
-       Nasci alle cinque meno cinque.
Per l’ostetrica non sono un belvedere. Nasco nero, tutto nero, non perché arrabbiato con l’ostetrica, ma per le complicazioni del parto.
-       Col passare del tempo ti rassereni e acquisti il tuo colore naturale. Più passano i giorni e più ti fai bello.
Raimondo mi chiamano. Raimondo, come mio nonno Raimondo, il papà di mio papà.

Raimondo Moncada

sabato 9 marzo 2013

Putthanone di Akràgas per una tazza di caffè

Il Putthanone da oggi a soli 0,99 euro. Neanche a farlo, neanche a dirlo. Con una tazza di caffè hai il Putthanone! Eccezionale! È la prima volta che succede. È l’effetto 9 marzo. La dea Giumenta si dà a tutti, si rende disponibile per tutti, per par condicio, da equa divina per gli equi fedeli, come accadeva 2.500 anni fa nell’antica Akràgas dove operò gratis, ubi et orbi, per il piacere dell’umanità. 

Le sue gesta sono racchiuse nel libro perla “Dal Partenone di Atene al Putthanone di Akràgas” dello scrittore umorista Raimondo Moncada, divenuto ormai un caso ed un classico, un classico caso insomma. L'opera omnia racchiude il meglio della dea, con le sue manie, con le sue maniere, con le sue manovalanze.   

Il libro è disponibile nel doppio formato in digitale e in carta. 
L’ebook, il libro digitale, è da oggi 9 marzo 2013 a 0,99 euro. E’ in vendita nelle maggiori librerie on line. Basta un click e ce l'hai sul tablet, sull'e-reader, sul cellulare, sul computer. Ci vuole solo un dito. 
Per chi ama il tradizionale ed eterno formato di carta, il libro può essere richiesto tramite la libreria Ultima Books. Arriva comodamente a casa col postino che bussa solo una volta e anche più. 



Guarda la presentazione alla Fiera del Libro di Siculiana 




Guarda il delirio al Teatro dell'Addolorata di Agrigento   

giovedì 7 marzo 2013

Donne di altre terre, 8 marzo 2010


DONNE DI ALTRE TERRE
di Raimondo Moncada

Sciacca, 8 marzo 2010

Gli alberi,
intirizziti da un inverno senza fine,
ci regalano acerbe mimose.
Le donne festeggiano le donne
E gli uomini, per scherzo,
si fanno gli auguri tra di loro.
Sui giornali notizie
di rituali manifestazioni,
con il Premio Mimosa d’Oro che si rinvia
per il crollo mortale di una povera casa.
Le scuole recitano poesie
e conferenze in aula magna.
Cuochi di ameni ristoranti
preparano il cenone
per comitive di amiche divertite.
Improvvisati commercianti d’un giorno
presidiano dal primo mattino
i punti nevralgici della città
con banchetti coperti di fiori
e un manifesto bene in vista 
a rammentare ai distratti l’annuale ricorrenza:
“E’ la festa della donna.
Un mazzetto di mimose 5 euro”.
Si augurano generosi gesti cavallereschi,
per portare a casa un po’ di utili denari.
All’ora di pranzo, il traffico riposa. 
Il silenzio urbano fa compagnia
all’insolita temperatura glaciale.
È tutto chiuso, tranne trattorie vocianti
e venditori di panini con meusa e panelle.
Resistono, nel deserto delle strade,
i dispensatori di mimose a pagamento.
Dopo ore di veleno, pompato nei polmoni
da catene di macchine fumanti,
non tutto il carico giallo è stato venduto.
Nel pomeriggio stanco e raffreddato,
i mimosai preparano slogan da gridare al vento
con profumati sconti come al mercato,
per attirare maschi indecisi e ritardatari.
Di tanto in tanto passa indifferente un automobilista
diretto non si sa dove e con quali pensieri.
La città è a casa a mangiare
col televisore acceso a capotavola
a vomitare resoconti sulle celebrazioni rosa
e a dare voce all’annuale messaggio del Presidente della Repubblica.
Nelle vie commerciali
è tutto momentaneamente inanimato.
Le ridondanti vetrine trasparenti,
ancora cariche di merce,
sono vigilate da inespressivi manichini di donna
con e senza testa,
alcuni agghindati con abbigliamento invernale
ribassato fino al 70-80 per cento,
altri coperti con la nuova scollacciata collezione estiva
a sfidare le rigide temperature stagionali
e la freddezza di vecchi clienti impoveriti.
Negozi di sfarzosi gioielli
e di accessibile bigiotteria
si pavoneggiano all’ingresso
con gigantografie di femmine
esageratamente incantevoli.
In un punto vendita di prodotti di bellezza
un cartello prega di
“non sostare i motorini davanti la vetrata”
mentre un tabellone con un dolce viso muliebre
invita a lasciarsi conquistare
dall’efficacia di un siero anti-età
e dalla seduzione del colore pieno.
Manifesti pubblicitari informano
che “Radiosa veste l’amore”
e che il Green Paradise Club organizza
un “Hot party” da non perdere.
Una locandina ci consiglia di dire “Ti amo”
con un cuscino, una “Tazza love”.
Un centro di telefoni cellulari di ultima generazione
si presenta con una signora rosso fuoco
dalle eccitanti forme scolpite dalla moda
che con un rossetto ci scrive ammiccante
un convinto “Amor
incorniciandolo in un artistico cuore.
Oggi è l’8 marzo 2010.
Il mondo evoluto celebra la Giornata Internazionale della Donna.
Un incontro qui, un convegno là,
l’immancabile premio alla miss del giorno
acclamata dal popolo di internet,
mamme felici a ringraziare
per un dono emancipato di mimose;
foto e filmati in bianco e nero di virili femministe,
ora arrugginite dal tempo,
a ricordare, comunque, a tutti
che la battaglia per le pari opportunità
non si è conclusa
e che a pochi chilometri da casa nostra,
sull’altra riva del confine d’acqua, 
figlie, madri, mogli,
donne di altre terre ridotte in schiavitù,
attendono in lacrime un legno
per attraversare il mare della libertà.

Raimondo Moncada
8 marzo 2010

mercoledì 6 marzo 2013

Fumati elettronici, il vizio della sigaretta digitale


Si annusa l’affare del fumo elettronico. C’è la corsa alla sigaretta che non brucia. Fa bene? Fa male? Possiamo andare sicuri? Le tabaccherie tradizionali sono spaventate dalla rivoluzione in corso. Per secoli hanno avuto il monopolio delle sigarette fabbricate col profumato tabacco. E sono terrorizzati anche quei paesi che con le coltivazioni del tabacco hanno fondato le proprie economie nazionali.
I rollatori sono in pensiero. Hanno un doppio vizio: quello del fumo e quello del piacere di fabbricarsi da soli la sigaretta. 
I piparoli sono pronti a difendere il piacere unico della pipa. Così come i sigaroli per il sigaro.
Cosa succederà? 
Intanto si cominciano a vedere in giro sempre più negozi di fumo elettronico. Si sta trasformando in fenomeno travolgente. Le tabaccherie elettroniche stanno letteralmente bruciando le tappe. In una fase di crisi acuta in cui vanno in fumo sempre più negozi tradizionali, la nascita impressiona il fiorire di nuove attività commerciali basate sul fumo. 
Le vie commerciali cominciano a puzzare di fumo elettronico. Ci fumeremo il futuro col vizio digitale? 
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