giovedì 17 gennaio 2013

Il bimbo che raccoglie tappi per costruire un acquedotto in Africa


C’è un bambino di otto anni a Sciacca che si è messo a raccogliere tappi. Non persone di bassa statura. Ma proprio tappi, tappi di plastica. Tappi di bottiglie. Questo bambino straordinario si chiama Mattia, Mattia B.
Da quando frequenta il catechismo, Mattia si è messo in testa di aiutare altri bambini meno fortunati di lui che non hanno acqua, ma solo bottiglie vuote. Raccoglie tappi di plastica per costruire un acquedotto in Africa, in Tanzania, paese con gravissimi problemi di approvvigionamento idrico. Acqua significa vita.
Mattia raccoglie i tappi a casa. Li raccoglie nel campetto di calcetto. Li raccoglie in ogni dove. Ecco perché familiari e compagnetti hanno cominciato a trovare le bottiglie di acqua e le bottiglie d’aranciata e coca cola prive della chiusura ermetica.
Peccato che le lattine non abbiano tappi di plastica perché aiuterebbero Mattia in questa sfida, difficile, ma non impossibile. Ormai si è lanciato ed ha coinvolto anche i genitori che si sono messi a raccogliere tappi ovunque. Non vedono altro. Non pensano ad altro. Hanno i tappi stampati sull’iride degli occhi e sui vetri degli occhiali. Ed in questa sfida hanno coinvolto amici, conoscenti e colleghi di lavoro ben disposti a dare una mano.
Camminano con sacchetti di plastica che riempiono durante la giornata, raccogliendoli al bar, negli uffici pubblici, per strada. Ogni occasione è buona. La vita è diventata un tappo per realizzare il sogno di Mattia. Di tappi ce ne vogliono tanti. Troppi. Vorrebbe almeno riempire la sua cameretta. Perché per costruire un acquedotto occorre accumulare tanti tappi. C’è chi li compra per riciclarli.
La mania di raccogliere tappi per regalare un sorriso si sta diffondendo in tutto il mondo. C’è un servizio sul periodico Focus. In Italia, leggiamo, le raccolte di tappi sono coordinate dalla Caritas.
Aiutiamo allora Mattia nella sua sfida per regalare un sorriso ai bimbi africani meno fortunati che per trovare un po’ d’acqua si fanno a piedi chilometri e chilometri. Raccogliendo tappi, poi, eviteremo l'inquinamento dell’ambiente nel quale viviamo. 

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martedì 15 gennaio 2013

Il cesso della ricchezza

Essere con la cacca fino al collo è diventato sinonimo di ricchezza. Bisogna solo esserne consapevoli. Ancora non lo siamo, purtroppo. In siciliano si dice: “Semu ricchi e nun lu sapi nuddu” che tradotto in italiano significa: “Siamo ricchi e non lo sa nessuno”.
La ricchezza l’abbiamo in corpo. Dobbiamo solo andare di corpo e trasformare la nostra vita in un cesso.
Con le nuove tecnologie, dagli escrementi si può ricavare energia e dalla vendita di energia denaro. La cacca è la svolta. Se è al collo, tanto meglio. Chiudiamo un ciclo: mangiamo, digeriamo, scarichiamo e dalla produzione dei nostri personali rifiuti ricaviamo energia per accendere la luce del bagno, riscaldare l’acqua della doccia, dare carburante ai termosifoni e alle nostre autovetture. Più defechiamo e più energia produciamo.
Addio caro bolletta! Addio caro petrolio! Addio… Ma non lo diciamo a nessuno perché ci mettono pure le tasse sulla cacca e non mangiamo più.
La cacca fa parte della famiglia delle cosiddette biomasse, fonti di energia rinnovabile. Si produce biogas dai rifiuti conferiti in discarica, dai fanghi di depurazione, dagli scarti di macellazione, dagli scarti organici agro-industriali, dalle deiezioni di animali. E tra gli animali ci sono anche gli umani.
Una invenzione incredibile ci rende autonomi in tutto e per tutto, valorizzando quanto noi stessi produciamo e abbiamo buttato al mare da quando l’uomo preistorico ha cominciato a defecare sul pianeta terra. La designer industriale inglese Virginia Gardiner ha brevettato “Loowatt”, il gabinetto che funziona senza acqua e che produce biogas. Loowatt viene presentato come una invenzione rivoluzionaria. Combatte lo spreco di acqua, combatte l’inquinamento ed è un geniale sistema economico perché dalla cacca produce metano. Ed il metano di Loowatt ti dà una mano. Anzi tre. Guardate questo video.

giovedì 10 gennaio 2013

"Il pastore tedesco" e la mia Sicilia che profuma di mare e di arance


La mia Sicilia. La mia terra. I miei colori. Le mie suggestioni. Emoziona sempre vedere pubblicata una propria opera. Il periodico di Racalmuto “Malgrado tutto” ha oggi pubblicato il mio racconto dal titolo “Il pastore tedesco”. L’opera partecipa al concorso “Il tuo racconto per Malgrado tutto” indetto dallo storico giornale siciliano diretto da Egidio Terrana. 
Suggestivo il tema del concorso ispirato a uno dei più bei racconti di Leonardo Sciascia “Il mare colore del vino”. Tema stimolante e vasto con un solo limite: contenerlo in duemila parole.
Nel racconto "Il pastore tedesco" c'è la mia terra, una Sicilia dalla straordinaria umanità che profuma di mare, di olive e di arance. 


Raimondo Moncada

venerdì 4 gennaio 2013

Scolpire il silenzio, a teatro, su un palcoscenico


Il teatro ti regala emozioni uniche. Il silenzio, il respiro del pubblico... 
Tutto è nelle tue mani: nella tua voce, in quel che sei ed hai da raccontare. 
O c'è o non c'è. 
E ridi e piangi. E fai ridere e fai piangere.

Quando si apre il sipario sei tu, solo, nel buio, accecato da un faro. 
Al di là non vedi nessuno. 
C’è come un muro. 
È tutto nero. 
Sai che ci sono dieci, cento, mille occhi, che ti guardano. 
Sai che ci sono venti, duecento, duemila orecchie che ti ascoltano. 
Il sipario si è aperto e tu non sei più lo stesso. Non lo puoi essere. 

Parole, silenzio. Silenzio, parole. 
Hai da dare qualcosa. 
Devi dare qualcosa. 
Senti l'attesa. 
Senti il respiro. 
Nessuno ancora tossisce. 
Quando il pubblico tossisce significa che non è ancora preso. 
Quando il pubblico tossisce non ha il battito sintonizzato a quello tuo, che stai lì, solo, illuminato dall'occhio di bue. 

Apri bocca.
Dai voce alla tua voce. 
Dai voce alla voce di altri. 
Sei tu, ma sei anche un altro. 
Sei un personaggio, sei una storia, sei una emozione. 
Non tutto è parola e non tutto è silenzio. 

Il teatro è tutto buio. 
Su di te sempre quel faro che non ti fa vedere nessuno. 
È tutto avvolto nel silenzio. 
Senti in gola il battito del tuo cuore, senti il palpito del pubblico. 
Il silenzio diventa allora una rozza pietra di marmo. E tu cominci a scolpire con le parole, con le emozioni, con i tuoi stessi silenzi che sanno di parola, di detto e di non detto. 
Qualcuno e qualcosa vive in te e attraverso di te. 
Ed escono emozioni.
Ed arrivano emozioni.
Tutto si amplifica. 
Non sei più tu. 
Ritorni in te stesso quando il sipario si richiude e ritorni in camerino.
Ma ti rimane dentro l'eco del silenzio, di un teatro che ha vissuto del tuo respiro, del tuo battito, delle tue parole, del tuo stesso silenzio.  

Raimondo Moncada 

Una "Bellaterra" col Putthanone di Akràgas


Il Putthanone di Akràgas entra anche al Teatro Sociale di Canicattì. Ieri sera ha fatto il suo personale debutto nel debutto di "Bellaterra", il nuovo spettacolo del gruppo Quelked Cesare. "Bellaterra", un originale concerto tra musica e parole, ha fatto il suo esordio nello scrigno di quella che è conosciuta come Città dell’Uva Italia.

La celebre e celebrata dea Giumenta si è intrufolata in uno dei momenti dello show che ha ora emozionato, ora allietato un numeroso pubblico con canzoni, brani letterari e teatrali. 

A dare voce alla mitica Dea Giumenta è stato Raimondo Moncada, voce narrante dello spettacolo “Bellaterra” e autore del libro “Dal Partenone di Atene al Putthanone di Akràgas”.

Lo spettacolo “Bellaterra” è prevalentemente un concerto musicale con canzoni scritte dal cantautore Cesare Lo Leggio, con in scaletta la canzone “Libertà” di Raimondo Moncada, un brano ispirato a un testo poetico di Angela Mancuso e due brani su testi di Pietro Tornambè, entrambi presenti in sala a godersi lo spettacolo. Tra una canzone ed un'altra si inserisce la narrazione. 
Raimondo Moncada al Teatro Sociale di Canicattì ha proposto tre suoi divertenti monologhi, due in dialetto siciliano  “Garibaldi e i Milli Spirtuna” e “L’emancipazioni” ed uno inedito, dedicato al Putthanone di Akràgas e a Lesbia, sua degna sostituta ed erede in epoca romana. 

Il pubblico si è molto divertito sulle battute, sui non sense, sul parallelismo tra due donne che hanno fatto impazzire di piacere l’umanità prima in epoca greca e poi in quella romana.
Il libro “Dal Partenone di Atene al Putthanone di Akràgas” è già stato presentato al Caffè Lettario di Licata, al Museo Etnoantropologico di Calamonaci, nel Centro Sociale di Siculiana, nel complesso monumentale Santa Margherita di Sciacca.  In programma altre incursioni. 


Non si è spenta, intanto, l'eco dello spettacolo di ieri sera a Canicattì che ha visto sul palco gli artisti:
Cesare Lo Leggio: voce e chitarra acustica 
Tommaso Minacori: chitarra elettrica
Ketty Mancuso: flauto traverso 
Giovanni Farruggello: basso e coro 
Gino Erba: batteria
Raimondo Moncada: narrazione e voce















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