domenica 14 luglio 2019

Il rapimento del mare


A mari semu! È un modo di dire siciliano che, nel suo principale utilizzo, ha un significato preciso. Il significato non è nella sua traduzione letterale, “siamo a mare”, ma nella sua metaforica rappresentazione mentale: “Siamo in alto mare, nella più totale confusione, in difficoltà, e non riusciamo a vedere una direzione per salvarci”. 

A questo pensa subito la nostra mente, con un suo automatismo, quando sentiamo dire o noi stessi diciamo: “A mari semu!”.

Ma oggi facciamo uno sforzo e costringiamo la nostra mente a bloccare per una volta l’automatismo e ad accettare il significato letterale: “Siamo a mare!” o, come farebbe dire Andrea Camilleri al suo celebre commissario Salvo Montalbano: “A mare siamo!”. 

In Sicilia, dove ti giri ti giri, non vedi altro o non cerchi altro. Il mare diventa come una calamita e le sue spiagge si affollano all’inverosimile, ma d’estate, col caldo. 

D’inverno è altra cosa. D’inverno se scendi a mare è per avere un momento tutto tuo, di silenzio, di meditazione, di preghiera, di solitudine o di dialogo con il mare che ti parla o ti risponde attraverso le sue onde. Certo, scendi a mare anche per altre ragioni. Per stare, lontano dal mondo, solo con chi ami. Anche solo per guardarsi negli occhi; anche solo per una passeggiata mano nella mano, danzando sull’arenile, per perdersi nei suoni di una notte di stelle, raggiungendo passo dopo passo altri mondi. 

A mari semu, semu a mari. Come è a mare chi si ferma semplicemente al di qua di un’inferriata, di primo mattino, lontano dalle spiagge affollate, lontano da tutto e da tutti, solo, a rimirare semplicemente il proprio infinito. 


Raimondo Moncada 





mercoledì 10 luglio 2019

Joe Pitrusino anche in ebook


Eccolo! Più moderno, innovativo, tecnologico, elettronico, sorridente, ma con la testa sempre alle sue adorate topoline: le femmine che gli fanno girare la testa come una giostra. Joe Pitrusino raddoppia: esce anche in ebook.
È un salto, un’evoluzione, una nuova occasione per chi ama leggere con gli occhi e per chi è munito di lettori di libri elettronici: ereader, computer, tablet e gli stessi smartphone.
Joe Pitrusino, personaggio folle, creato dalla follia di Raimondo Moncada e Max Damiani, si è lanciato a inizio estate uscendo come audiolibro, con il primo episodio della serie Uno sbirro per caso. Perché Joe Pitrusino è un poliziotto, con quasi tutta la testa alle femmine e la restante parte al lavoro che riesce a dargli grandissime soddisfazioni quando è preso, “sequestrato”, dalle sue indagini. Da agente semplice, semplicissimo, riesce a risolvere tutti i casi che gli capitano tra le mani, superando i propri superiori a cui fa fare pure brutta figura. E li risolve a modo suo, i casi, in maniera non propriamente ortodossa. Un giallo sui generis, che si tinge ti tanti altri colori.
È lo stesso Joe Pitrusino a raccontare in prima persona le sue storie, che sono delle vere e proprie confessioni dopo il pensionamento dal lavoro ma non dalle donne. La prima storia è Il baro destino che è possibile ascoltare o leggere scaricando la traccia audio e l’ebook nei principali portali come Macrolibrarsi, Audible, Storytel, Apple Libri, Google Libri, Il Narratore oltre che sul portale dell’editore Goodmood.
A dare la voce a Joe, divenuto nel frattempo anche un personaggio social, è Raimondo Moncada, impegnato in questi giorni a registrare il secondo episodio con la collaborazione di Francesco Barbata, presso il Disco33 Recording Studio di Sciacca.  
“Al mare, distesi in spiaggia, a cuocere a fuoco lento sotto il sole - dice Raimondo Moncada - l’audiolibro si può ascoltare dal proprio smartphone, con le cuffiette, chiudendo gli occhi e lasciandosi trascinare dalla leggerezza delle storie: ti si apre un nuovo mondo dentro l’immaginazione. Chi ama la musica,  può fare finta di ascoltare la propria canzone preferita anche se di lunghezza maggiore e ballare se vuole quando è ora di ballare. Chi ama leggere con il tradizionale alfabeto, gli occhi li deve aprire avendo ora a disposizione l’ebook da aprire su un display elettronico. Buon ascolto, buona lettura e buona estate con Joe Pitrusino, che vi abbraccia e vi saluta con in mano il suo immancabile drink e accanto...”


sabato 6 luglio 2019

Ascellario, idea rivoluzionaria



Nasce ad Agrigento l’idea di un ascellario. E nasce su Facebook, tra un post e un commento. A qualcosa i social servono. Oltre l’odio si coglie qualche sprazzo di genialità. Ed ecco uscir fuori un’idea che potrebbe rivoluzionare le estati, o comunque le calde stagioni di tutto il pianeta. Perché se tradotta in pratica, l’idea andrebbe a risolvere un problema di miliardi di individui e delle loro circostanti collettività. 

L’idea è venuta commentando timidamente, poco dopo l’alba, tra un occhio chiuso e l’altro semiaperto, un post della dottoressa (e mia amica al di là di Facebook) Simona Carisi. Simona ha pubblicato un’immagine di copertina con la scritta: “D’estate dovrebbe essere proibito uscire con le ascelle”. 


In questo cartello si evidenzia tutto il dramma che vivono persone come me, come tanti, portatrici insane di ascelle ululanti. Spesse volte sei privo di uscire di casa. Troppi ululati. Provi in tutti i modi di zittirle, ma non ci puoi fare nulla. E se esci con loro, alterate, alteri anche lo stato d’animo di chi ti sta vicino, ma anche lontano. 

E lo Stato che fa? Sta a guardare? Si interessa solo di barche a mare e non invece delle ascelle dei propri cittadini disperati ed emarginati? Costretto a emigrare in quei paesi del mondo (ormai pochissimi!) dove le ascelle ululanti per fortuna non sono ancora state messe al bando. 

Prima di illustrarvi l’idea, trascrivo l’illuminante discussione tra me e Simona nel suo profilo Facebook.

Io: “Io ne farei volentieri a meno”. 

Simona: “Io pure!! Ma a chi servono? E hanno pure i peli! Ormai si sono evolute, sono indipendenti! Neanche ci difendono più!”

Io: “Mi capita una cosa strana. Ci sono certe calde mattine che mi sveglio senza ascelle. Ormai fanno quello che vogliono. E loro, le ascelle, piene di sé, sono stese come i panni, nelle “curdine” della vicina per profumarle dispettosamente tutta la biancheria”.


Ecco allora la tanto attesa idea geniale che risolverà finalmente e con un investimento ridicolo il pobblema di tante generazioni. Basta solo un luogo, la collaborazione e tanta buona volontà. 

L’idea è quella, accennavamo all’inizio, di creare un ascellario che potrebbe diventare anche motivo di attrazione turistica oltre che momento ricreativo, come l’acquario di Genova. Pensiamo anche al ritorno economico e ai posti di lavoro che creerebbe e a tutto l’indotto. Ogni città dovrebbe munirsi di una struttura con tanto di insegna luminosa e gigante “ASCELLARIO” ove il portatore va a depositare al mattino le proprie ascelle, dandole in consegna a un operatore specializzato. Il portatore andrà via e le ascelle saranno esposte in speciali porta ascelle e, classificate, con tanto di illustrazione didascalica che ne illustra le forme e le caratteristiche emanazioni diverse per ogni coppia di ascelle, a beneficio dei visitatori, amanti di ascelle, che non mancheranno ad arrivare e a moltiplicarsi anche per un semplice selfie con le ascelle più apprezzate. 

Al cittadino che al mattino lascerà le proprie ascelle, per girare fresco fresco l’intera giornata, l’Ascellario al suo ritorno gli corrisponderà una percentuale degli incassi che saranno maggiori o minori sulla base del numero dei nasi che si si avvicineranno o degli scatti fotografici. 

Non è un’idea rivoluzionaria? Grazie, Simona. 

Raimondo Moncada

venerdì 5 luglio 2019

Con Dolce, il riscatto della ciabatta


Il riscatto delle ciabatte, in grande stile, con l'effetto ammutolimento: nessuno può più parlare, sgnignazzare, sfottere, pubblicare foto con piedi e pianelle.  

Ma attenzione al portatore di pianelle e alla firma delle pianelle. Non siamo infatti tutti uguali. Ci vuole carattere, spirito, presenza. Altrimenti tutti potremmo fare anche i modelli o gli stilisti o gli architetti o i pittori o gli attori. 

Indossate da me, magari con le calze bianche, le pianelle farebbero ridere tutti o quasi tutti in spiaggia, in piazza, in una cerimonia da frac. Indossate da uno stilista famoso invece no. 


È questa la differenza sostanziale che è anche la prospettiva, la chiave, lo stato d’animo, la leva che fa scatenare il facile e acido giudizio, perché ormai si giudica tutto senza giudicare se stessi. Giudizi che ci intimidiscono e che ci bloccano nella nostra libertà di uscire di casa vestiti come vogliamo, anche con comode, estive e fresche ciabatte. 

Fate ora uno sforzo, provateci almeno. Immaginate me con un vestito elegante, partecipare con le pianelle ai piedi a una sfilata di moda, mettiamo di Dolce&Gabbana. 

Bene!

Dopo l'irridente risata (la sento), rivolta al sottoscritto, immaginate adesso lo stilista Domenico Dolce passeggiare con ciabatte (io le chiamo così magari sbagliando!) firmate D&G tra i delicati tappeti di Palma di Montechiaro, tra vestiti da Mille e una notte, alla prima dei tre prestigiosi appuntamenti di Dolce&Gabbana in Sicilia: a Palma di Montechiaro.


Fatto? Bene. 

Notate la differenza?

Con me, immaginato con le pianelle, ridete e io vengo preso in giro. 

Domenico Dolce, fotografato con le sue pianelle, viene invece celebrato, applaudito, fotografato, ammirato con applausi scroscianti per il regalo che che sta facendo alla sua Sicilia. E io stesso non smetto di applaudire lui, le sue produzioni e le magiche trasformazioni di Palma, Agrigento e Sciacca, curando ogni piccolissimo dettaglio con amore, spettacolo, arte. 

Una grande lezione! Ogni capo di abbigliamento si deve saper indossare. Ogni accessorio, anche umile, anche criticato, anche non accettato ignorantemente dal volgo, anche in apparenza stonato, può essere inserito con gusto nel resto del vestito che copre e abbellisce i lineamenti del nostro corpo. E il corpo di Dolce, come quello di Gabbana, a Palma di Montechiaro, tra lo sfarzo di vestiti e gioielli reali, era vestito con una semplicità reale davvero disarmante:

Dolce in pantaloni neri, camicia bianca e quelle che a me sono sembrate ciabatte (mi scuso in anticipo se ho sbagliato per ignoranza congenita!); Gabbana con una polo o, comunque, una maglia blu (così mi è sembrato di vedere dai filmati).


Anche questa è una grande lezione. Dolce &Gabbana hanno vestito con la loro creatività, ora accesa, ora sfarzosa, ora luccicante, ora semplice, la bellezza dei nostri luoghi facendo sgranare gli occhi ai suoi festosi e increduli abitanti che ora, sempre di più, gridano: “Vogliamo le nostre città vestite sempre così!”; e sono riusciti a spiazzare tutti con la loro gioiosa e siciliana presenza che ha esaltato pure la bistrattata ciabatta (o pantofola o pianella) sdoganandola dal reiterato social sfottò, tra la scintillante scenografia della Città del Gattopardo, la città di mamma, la città dei miei nonni, che mi ha riempito il cuore di felicità: che magia! Mai visto il paese della mia infanzia in questo esagerato splendore. 

Infinitamente grazie per avere restituito a Palma la sua dimenticata magnificenza e grazie per la lezione della pianella! 


P.S. Leggendo la Treccani, alla voce “pianella” ho trovato questa definizione: “Calzatura con tacco basso o senza tacco, priva di allacciature, usata anticamente anche come scarpa di lusso, per uomo e per donna”. 

La pianella, dunque, è un lusso ed essendo un lusso ora sdoganato passerà dalle attuali cinque euro ad almeno 500 euro, a partire però da domani. Riscoperto il valore della ciabatta, ora assaltaremo come un tempo i ciabattini per quello che sarà considerato un investimento o semplicemente uno status simbol. Perché ci vuole sempre qualcuno che inizi una moda. Io ne ho un paio di ciabatte di cuoio, le riesumo per rivivere i miei fasti. 

Raimondo Moncada

giovedì 4 luglio 2019

Le spine di Dolce&Gabbana


Vorrei spezzare una lancia a favore di Dolce&Gabbana. Non ne hanno bisogno. Ma io la spezzo lo stesso. Prima però, la debbo trovare. Non è così facile oggigiorno trovarne una, forse a Roma, attorno al Colosseo, tra finti centurioni romani. O forse in qualche negozio di antiquariato risalente al periodo di Pilato, noto igienista che, chiamato a decidere, ogni volta si lavava le mani e non sappiamo se con sola acqua o anche con sapone.
Ma prometto, una volta trovata, di spezzarla questa lancia. 
Dolce&Gabbana sono un marchio globale, ricercatissimo, e nelle loro produzioni (dal cappello, alla scarpa, ai calzini, ai pantaloni, alla canottiera, alle bretelle, al profumo), inseriscono da anni la Sicilia, la mia Sicilia. In tutto il mondo si vede la mia terra, e le atmosfere della mia terra, che è macari (pure!) la terra di Domenico Dolce (Stefano Gabbana è lombardo-veneto). Una terra interpretata con il loro stile, con i loro gusti, con la loro creatività, con le loro luci, con il loro taglio, a colori e in bianco e nero. Quest’anno non solo D&G confermano la Sicilia nelle loro fantasie, con un omaggio alla terra ospitante, ma la scelgono come teatro per la presentazione a tout le monde (a tuttu u munnu) delle loro nuovissime collezioni.

Le location, in ordine di successione di eventi, sono quelle di Palma di Montechiaro, Agrigento e Sciacca.
In ognuna hanno realizzato imponenti impianti scenografici, valorizzando ed esaltando a modo loro le caratteristiche dei luoghi, inserendo icone della sicilianità anche con elementi a contrasto, perché del contrasto vivono anche i creativi per far scoccare scintille. Contrasti che possono piacere come possono non piacere: sono gusti (e quella mia è solo un’opinione personale, un libero pensiero). 
Dolce&Gabbana non sarebbero comunque arrivati dove sono arrivati se avessero avuto solo canonico rispetto dei canoni della classicità (di quello che hanno fatto gli altri!), sia nel disegno delle mutande, sia nella miscelazione degli ingredienti di un profumo, sia nel taglio per la fabbricazione di stringhe per ciabatte...  
Viva la creatività! Viva la Sicilia, terra di profondi contrasti! Viva l’elegante  contrasto artistico di gusto, come quello di esaltare le spine nel loro lato migliore o come quello di oscurare per un attimo, alla visione dei nostri avidi occhi, la splendente azzurrità del mare africano con la brillante verdità (ma esiste verdità?) di una gran bella pala di fico d’India. 
Io non ci sarò agli esclusivi appuntamenti di D&G, anche se mi sarebbe tanto piaciuto esserci ma come modello, per fare da contrasto, con la mia innata sicula bellezza, ad altri modelli di altre bellezze. 
Ma cercherò ugualmente una lancia da spezzare. Anzi, consideratela già spezzata. Prendo in prestito una spina che, spezzata dà origine a una mezza spina. Che creativo che sono oltre che modello!

Raimondo Moncada





martedì 2 luglio 2019

Quando Camilleri si sentì bocciato agli esami


Non la penso come te, ma questo non vuol dire che ti boccio! Che lezione ha Andrea Camilleri da un grande maestro del teatro quando, giovanissimo, affronta il suo esame per entrare nella prestigiosa accademia d’arte drammatica di Roma più intitolata a Silvio D’Amico. Di fronte a sé, Camilleri ha agli esami Orazio Costa, regista, considerato uno dei massimi esponenti della pedagogia teatrale del Novecento. Costa, insegnante di regia all’accademia, viene descritto come severissimo nella selezione dei candidati. Non fa sconti a nessuno e in classe si è ritrovato pure con zero alunni. Lo racconta Andrea Camilleri in diverse occasioni, come nel libro La linea della Palma di Saverio Lodato, (Rizzoli Editore), e Ora dimmi di te - Lettera a Matilda (Bompiani Editore).  Libri da leggere. 


Siamo nell’ottobre 1949. Andrea Camilleri parte da solo, col treno, da Porto Empedocle, con pochi soldi in tasca. Il resto l’avrebbe dovuto guadagnare superando l’esame di ammissione e guadagnando la borsa di studio. Arriva nella capitale e si presenta al Teatro Duse. Prima prova l’ingresso in accademia come allievo attore. Ma non lo supera. Camilleri racconta che non si è preparato per la prova di recitazione, così come previsto nel bando. Ma gli danno un po’ di tempo per preparare una scena al volo con partner un ex allievo che assiste agli esami: Vittorio Gassman. La prova va malissimo. “Ha fatto bene a non recitare, lei è un cane” gli dice Silvio D’Amico, direttore della scuola. Per la verità Camilleri aveva già messo le mani avanti: “Penso che il regista non debba saper recitare…” 

Il candidato viene così invitato a fare l’esame di regia: “Vedo per la prima volta seduto al tavolo degli esami un signore elegantissimo, con un cravattino, ma dall’aspetto gelido… Era Orazio Costa, un mostro sacro dell’arte italiana”.

Costa prende uno scritto di Camilleri, una tesi sull’opera teatrale Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello. E gli contesta ripetutamente alcuni contenuti: “Se prendiamo pagina 3, non sono d’accordo”. E per un’ora e mezzo – ricorda Camilleri – non è d’accordo su nulla. Ma Camilleri per tutto il tempo difende il proprio lavoro: “E io invece sono d’accordo con quello che ho scritto”.  

L’esame (“una specie di interrogazione presso il tribunale dell’Inquisizione”) si conclude e Camilleri lascia il teatro “con la certezza di non avercela fatta”. Gironzola così per Roma per qualche giorno prima di scendere a casa. Per risparmiare i denari dell’albergo, va da un cugino a Ostia. Il giorno prima di prendere il treno passa dall’albergo dove aveva alloggiato all’arrivo e trova tre telegrammi disperati del padre che gli comunica di presentarsi con urgenza in accademia perché l’hanno preso e ha vinto la borsa di studio. Camilleri si precipita così a scuola. Le lezioni sono iniziate da quattro giorni e lui risulta assente e disperso. Chiede a un bidello come raggiungere l’aula di Orazio Costa. E il bidello, dopo averlo rimproverato per l’assenza, gli dice che Costa non c’è per mancanza d’allievi. Andrea Camilleri era risultato l’unico promosso su trenta candidati. Quando l’insegnante si presenta, Camilleri si scusa: “Mi ero persuaso che lei non era d’accordo, che non condivideva nessuna mia idea e quindi ne ho tratto la logica conseguenza...”

E il maestro Costa: “Non significa niente non essere d’accordo. Tu ti difendevi benissimo. Io non ero d’accordo, e non sono d’accordo, ma le tue idee le hai motivate benissimo. Non condividere le idee di una persona, quando esse sono acute e intelligenti, non significa affatto rifiutarle, anzi”.

E fu così che Orazio Costa divenne il suo solo e unico maestro, “non solo un maestro di regia ma un maestro di vita”. 

Raimondo Moncada 

sabato 29 giugno 2019

Padre coraggio all’esame della figlia



Nel giorno dell’esame di maturità di mia figlia mi sono dimostrato un padre maturo, coraggioso, freddo, lucido, incoraggiante. 

Mi sono sorpreso di me stesso: un gladiatore!

Nel penultimo giorno dell’esame delle tre buste, lei è stata la prima a sedersi su quella sedia - spalle ai genitori, faccia ai professori - che ti fa sentire come di fronte a un plotone d’esecuzione. 

Una sensazione che ho provato al mio esame di trentaquattro anni fa, al liceo scientifico. Ma gli esami non finiscono mai e l’ho riprovata agli esami, al liceo classico, di chi ho messo al mondo. 

Quando ti siedi, poi cambia tutto: pensieri, aspettative, paure. 

Dopo la prova scritta, con tracce di temi che hanno positivamente sorpreso in tanti, ecco le tre buste di un esame tutto nuovo a cui manca solo Mike Bongiorno. 

Il presidente le posiziona sul tavolo. Ti può uscire di tutto.  Dalla pesca dipende il tuo esame, il contenuto di quella busta te lo condizionerà in bene o in male. 

L’inizio è fondamentale, per lo stato emotivo. 

Speri ti esca qualcosa di attinente al tuo percorso di studi, alle tue letture, ai tuoi libri, ai tuoi autori, ai tuoi desideri, alle tue prospettive per dimostrare quanto vali e soprattutto quanto sei matura al di là del nozionismo superato da internet. 

Ecco la scelta: la busta centrale! Da lì partire per fare collegamenti con le correnti letterarie, con i principali autori, con la storia, con la filosofia, con la tua reale esperienza di alternanza scuola-lavoro. 

Il presidente apre la busta. I cuori di figlia, madre, padre, sono un cuore unico. Si amplificano i battiti. 

Dalla busta esce un foglio bianco e una scritta che non è una scritta, non ci sono parole, anche se ci sono consonanti dell’alfabeto mischiate a dei numeri, a dei meno, a dei più ... Da una delle tre buste esce una funzione matematica. Scritta bene, non c’è che dire. 

La statua di Tommaso Fazello, a pochi metri, storce naso e bocca e comincia a liquefarsi sotto i 40 gradi del caldo reale e gli 80 di quello percepito. 

Nella classe c’è un attimo di silenzio. Il presidente passa una bottiglietta d’acqua alla candidata. Un bel gesto. Anche io vorrei bere, a cannolo. 

Approfitto di quel silenzio e di quell’attesa eterna di pochi secondi per uscire dalla classe, e passeggiare nei corridoi della scuola, del liceo classico Tommaso Fazello, come quando mi sono messo a passeggiare nei corridoi dell’ospedale in attesa che mia figlia, la candidata, uscisse al mondo per poi affrontare al liceo classico, diciotto anni dopo, il suo esame di matematica. 

Grande prova di coraggio paterno. Ancora mi faccio i complimenti. 

Nella mia testa si aggrovigliano mille pensieri. Uno lo scrivo su Facebook, per scaricarmi, per utilizzare quelle parole che spero escano dalla bocca della candidata che non sento più perché mi sono allontanato di metri e metri fino in fondo al corridoio, lontano pure da Tommaso Fazello che nel frattempo si è messo a piangere: “Quando al liceo classico, al liceo classico (liceo classico!), ti esce matematica, e poi dalla matematica passi alla fisica, la poetica del sistema solare e delle funzioni trigonometriche, con i viaggi interstellari dell’uomo, raggiunge (parlo sempre della classica poetica) il massimo dei picchi celesti e sei felice perché, non cadendo come un pero, hai dimostrato di essere maturo”.

Ritrovo audacia. Mi avvicino alla porta. C’è la mamma della candidata attenta e apparentemente serena e fiera. Faccio dei cenni: come va?

E lei mi tranquillizza: tutto ok!

Avvicino timidamente l’orecchio, ascolto, va come un treno, troppo. Sento per la prima volta mia figlia interrogata, argomentare con sicurezza e contenuti, e con la sua testa collegare quell’iniziale “limite” algebrico a tutte le materie e ad autori della classicità e al muro dell’Infinito di Leopardi e al naso storto di Uno nessuno e centomila e alle libertà negate dai totalitarismi e a tanto altro detto pure in inglese e mi dico: per me, che sono suo padre, mia figlia è matura. 

Anche se non ha parlato di Joe Pitrusino, non fa niente. In queste situazioni di ansia estrema, qualche errore si può commettere e si deve perdonare. Siamo umani. 


Raimondo Moncada 






lunedì 24 giugno 2019

Sei uno zero, non vali niente


Numeri. Vogliono farci credere che siamo dei numeri. 

Non siamo numeri. Uno zero può valere più di un dieci. E un dieci può non valere niente. Ma c’è la legge dei numeri con tanto su esperti di numeri. E tutto lo fanno dipendere da un numero. E il numero ti condiziona: “Sei quel numero!”, e tu quasi ci credi, ti convinci e ti comporti da numero. 

Ti giudicano, nella vita ti giudicano, non sapendo che vali dieci, cento, mille, ma per i giudici sei uno zero e te lo segnano in un atto ufficiale, per ricordartelo, per farlo sapere a tutti: “Sei uno zero!”. 

Quanti zeri si sono dimostrati degli errori madornali! E quanti dieci hanno errato facendosi male!

Ma, intanto, è scritto, con inchiostro indelebile: una macchia che stravolge la brillantezza dei colori. I giudici hanno giudicato e il giudizio è inappellabile. 

La seduta è sciolta! 

L’unico appello rimane la vita, la tua vita.


Raimondo Moncada

mercoledì 19 giugno 2019

Il giorno degli esami con tanta Sicilia e tanti siciliani


C’è tanta Sicilia nelle tracce dei temi proposti all’esame di maturità 2019. C’è Leonardo Sciascia, scrittore agrigentino di Racalmuto, col suo celebre romanzo Il giorno della civetta che prende le mosse dall’omicidio del sindacalista della Camera del Lavoro di Sciacca Accursio Miraglia, avvenuto il 4 gennaio 1947.
C’è il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (“Martire dello Stato”) ucciso a Palermo, il 3 settembre 1982, in un agguato mafioso assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo. 
C’è Corrado Stajano, cremonese, giornalista, scrittore, docente universitario, con le sue Eredità del Novecento. Ha scritto opere in cui ha parlato della nostra terra. Nel libro La Stanza dei fantasmi, dedica alla nostra terra il capitolo dal titolo Sicilia mia.
C’è, tra sport e storia, Gino Bartali, fiorentino, leggenda del ciclismo mondiale e campione di umanità (fu nominato “Giusto tra le nazioni” per aver salvato numerosi ebrei), corse anche nella nostra terra. Riporta l’enciclopedia Treccani: “Si rodò per la stagione 1940 in alcune gare in Libia e in Sicilia, per poi dominare, per il secondo anno consecutivo, sia la Milano-Sanremo sia il Giro di Toscana”. 
Ci sono poi le Istruzioni per l’uso del futuro di Tommaso Montanari, i Risvegli (da Il porto sepolto) di Giuseppe Ungaretti e L’illusione della conoscenza di Steven Sloman e Philip Fernbach che come argomenti inglobano anche l’isola siciliana.
Prima che uscissero le tracce dai canali secretati del Ministero della Pubblica Istruzione, nel toto-tema impazzavano i nomi di altri scrittori siciliani, da Giovanni Verga a Luigi Pirandello, uno catanese e l’altro sempre agrigentino.

Ricordo a questo proposito il mio esame di maturità e l’attesa. Siamo alla fine degli anni Ottanta al liceo scientifico statale “Leonardo” di Agrigento. Non c’era internet, non c’erano gli smartphone. C’erano solo gli aeroplani di carta. Il cuore del mio tema è stato un quadro, con raffigurato un sole che si fa spazio nella nebbia. L’autore non è siciliano, ma francese. È Claude Monet, pittore impressionista tanto amato da mio padre Gildo. L’ansia di settimane e settimane, di un cuore ormai malandato, si è come diradata d’improvviso quando ho cominciato a scrivere, non pensando più a nient’altro, non guardando più le finestre spalancate e gli aeroplani di carta svolazzanti. Ogni frase una pennellata, ero dentro Monet, dentro il suo quadro, dentro la mia scrittura. Al liceo amavo scrivere a tema libero, mi dava più libertà. Nel buio mi spuntava il sole.

Raimondo Moncada  

martedì 18 giugno 2019

Chiamatemi Valentina


“Chiamatemi Valentina”. Immagino Andrea Camilleri, tutto intubato in Rianimazione, superare l’immobilità di questo suo ricovero all’ospedale Santo Spirito di Roma trovando il modo di dettare il suo ultimo romanzo. E non a una persona qualsiasi. 

Non è facile per uno scrittore come lui rimanere fermo. Non può. Nel vulcano sempre ribollente della sua testa gli sarà salita una nuova storia che ora ha urgenza di mettere su carta. E lo deve fare. 

“Il commissario cadde ma si rialzò ancora...”

Nel suo lettino, Andrea Camilleri avrà già acceso i fari del suo “teatrino visivo mentale”. Per i medici oculisti è cieco. Ma lui vede lo stesso, con altri occhi, quelli che guardano non fuori ma dentro. Ha imparato a usarli dopo lo spavento del buio improvviso di qualche anno fa. 

“E ora ci vedo più chiaramente”. 

Lo scolaro Camilleri, ultra novantenne, ha imparato anche a fare altro. 

“Non ho mai alzato bandiera bianca”.

Non potendo più usare le mani, ha imparato a scrivere con la bocca. Chiama così Valentina, la sua inseparabile collaboratrice, che da circa vent’anni lavora con lui alla correzione delle bozze, e detta le sue storie in vigatese che Valentina conosce bene pur essendo abruzzese. È stata lei, Valentina, a proporglielo sedendosi davanti al suo computer e a incitarlo. 

“Dai, provaci Andrè!”

Il primo romanzo da cieco lo ha pubblicato nel 2017 ed è La rete di protezione. 

“Ci tengo molto”.

Persa per sempre la sua abituale tecnica e abilità di scrittura, Camilleri non si è perso d’animo: si è inventato un nuovo metodo per scrivere e per togliersi le storie dalla testa, troppo affollamento: si costruisce un suo teatrino mentale e lì dentro fa muovere e parlare i suoi personaggi. 

“Montalbano sono!”

“Cu?”

Ora, immobile, col respiratore artificiale, sul suo lettino, circondato da medici e dai suoi affetti più cari, in ansia per il contenuto di nuovi bollettini, immagino l’immaginazione di un uomo, di un artista, che a 93 anni stava non solo scrivendo ma anche imparando a memoria un altro monologo per portare in scena, dopo il cieco Tiresia, il presunto cattivo Caino il 15 luglio alle Terme di Caracalla. Una forza della natura! E lo immagino in movimento, in attività, mettere a punto un’altra tecnica per continuare a fare quello che ha sempre fatto. Più di prima, meglio di prima. Lo vedo così ripassare la parte di Caino non caino; e lo vedo nelle pause del suo amato teatro provare pure le scene del suo nuovo romanzo, dopo aver trovato finalmente un nuovo modo per bypassare quell’armatura medica della Rianimazione e dettare all’amica collaboratrice le sue storie.

“Chiamatemi Valentina!”

“Sono qui, Maestro...”


Raimondo Moncada

domenica 16 giugno 2019

Palma meglio di Roma per top model


“Trinità dei Monti? Meglio!” ma molto, molto meglio. Il paragone è tra Trinità dei Monti e la chiesa Madre di Palma di Montechiaro con tutto il suo contesto. A fare il confronto, che non regge (perché l’area della chiesa Madre è un capolavoro di bellezza), è Giuseppe Marino, da me chiamato Pino, perché amico e perché mio mezzo compaesano. Lui è palmese, come è palmese mia mamma e come erano di Palma mio nonno Peppe e mia nonna Carmela (se vogliamo essere precisi mia nonna è originaria di Naro, ma ha vissuto una vita intera nella “Città del Gattopardo” che ispirò Giuseppe Tomasi di Lampedusa, non mia nonna ma il paese); e come sono palmesi altri parenti, a Palma e in giro per il mondo.

Giuseppe Marino, non è una persona qualsiasi conosciuta su Facebook, un contatto insomma. È amico nella vita reale e questo l’ho già detto sopra e lo ripeto sotto per i distratti. Per chi non lo conoscesse, ha rivestito ruoli prestigiosi nella pubblica amministrazione. L’ultimo incarico è stato quello di commissario straordinario dell’ex Provincia Regionale di Agrigento dopo avere diretto l’Agenzia provinciale delle Entrate. Adesso si gode la pensione, vivendo e facendo vivere la bellezza della nostra terra e del nostro mare (è un conoscitore dei suoi fondali e dei suoi mezzi fondali e anche della sua superficie). 


Fatta questa doverosa premessa, come non condividere la sua pubblica riflessione su Palma ora che a Palma di Montechiaro, così come ad Agrigento e a Sciacca, si accenderanno i riflettori di due stilisti di fama planetaria come Dolce e Gabbana. Due siciliani che, scegliendoci, ci stanno dicendo: dopo di noi, accendeteli pure voi i riflettori sulle meraviglie della nostra e vostra terra ma che state aspettando? Fatevi promotori di bellezza e non di bruttezza, ognuno nel suo piccolo, ognuno nel proprio proprio profilo Facebook. E nel proprio profilo social Pino Marino ci illustra: 

“La chiesa Madre di Palma di Montechiaro è una delle opere più significative del barocco siciliano. Suggestiva la posizione, in cima ad una scalinata scenografica, visibile da lontano, anche di passaggio dalla statale, sembra un paesaggio fatato, grazie ai due campanili laterali dalla sommità rotondeggianti, con due banderuole a forma di antico vessillo, circondata da palazzi nobiliari dello stesso periodo, si affaccia sul mare Mediterraneo come un palcoscenico di Hollywood e, certamente, renderà incantevole come un set di moda a cielo aperto, l’evento mondiale della sfilata di moda di Dolce e Gabbana del 4 Luglio che porterà Palma di Montechiaro con i suoi monumenti al centro del mondo”.

Io già mi immagino, sfilare nella scalinata della chiesa Madre, con le più belle top model del pianeta e con me Pino Marino. E in ogni parte del mondo, guardando la tv, a farci i complimenti e ad applaudire: “Finalmente la Sicilia promuove la vera bellezza”. 

Raimondo Moncada 

sabato 15 giugno 2019

Camilleri e la luce del buio


Solo voce e orecchie, suoni e ascolto. “Gli altri occhi di Camilleri” nella sede provinciale di Agrigento dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti è stato un momento per raccontare l’altra vita del padre del commissario Montalbano, quella di uomo e scrittore non vedente, che è un esempio per quanti ci lamentiamo della sfortuna di non avere qualcosa per fare qualcos’altro. 

A novant’anni, anche a cento, si può ricominciare, si può ripartire, si può vivere e continuare a fare arte anche senza arti, anche senza mani, braccia e occhi. 


Un incontro che ha preso l’avvio da un “si, la, la, sol...” col flauto, strumento che mi ha insegnato a suonare ad orecchio, alla scuola media “Pirandello”, il mio prof di musica Alfonso Milioto, cieco. 


Grazie al presidente provinciale dell’Unione Ciechi   Giuseppe Vitello per l’invito e la testimonianza sull’importanza della cultura, dell’istruzione, dei libri e della lettura. E grazie a Stefano Turturici per la sua forza, la sua caparbietà, la sua volontà a organizzare l’incontro e le sue parole, non semplici suoni, ma affetto. 

Un momento di luce viva, a occhi chiusi, che non dimenticherò.

Raimondo Moncada

venerdì 14 giugno 2019

Gli altri occhi di Camilleri


Gli altri occhi di Camilleri. È il titolo di un incontro con Raimondo Moncada che si svolgerà sabato 15 giugno 2019, alle ore 10, nella sede di Agrigento, in Via Imera, dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti. A promuovere l’iniziativa è la stessa associazione.

Raimondo Moncada darà voce a un testo che ha scritto appositamente per questa occasione, proprio per l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti.

È dedicato allo scrittore empedoclino Andrea Camilleri, padre del commissario Montalbano e protagonista lo scorso anno dello spettacolo Conversazione su Tiresia nel teatro greco di Siracusa.

L’iniziativa di Agrigento nasce durante la recente edizione del Letterando in Fest di Sciacca, quando venne annullata la presentazione d dell’audiolibro Joe Pitrusino, uno sbirro per caso, evento organizzato con l’adesione dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti.

L’Unione si è fatta poi promotrice, nella propria sede provinciale, di quest'altro nuovo momento.

“Dalla prima presentazione purtroppo saltata di Joe Pitrusino - dice Raimondo Moncada - mi era rimasto un debito di gratitudine. Il 15 giugno, ad Agrigento, la mia città, leggerò un testo che da quel giorno ho scritto proprio per l’associazione dal titolo Gli altri occhi di Camilleri.

In una versione ridottissima, doveva essere solo l’inizio della presentazione dell’audiolibro al Letterando, con letture al buio. L’annullamento dell’evento ha fatto nascere l’idea di un nuovo incontro che, nella sua preparazione, mi ha già insegnato tanto. Pensi di vedere tutto con i tuoi occhi e invece vedi meno rispetto a chi occhi non ne ha. Camilleri non a caso dice: da quando sono cieco vedo più chiaramente”.


lunedì 3 giugno 2019

Sul filo della memoria, concorso letterario Raccontami o Musa 2019


Il tema non lo potrete dimenticare: “Sul filo della memoria”. Così come non potrò dimenticare la mia partecipazione da presidente di giuria, eletto all’unanimità e a mia insaputa dal comitato organizzatore. Perché succede anche questo, in amicizia.  
“Sul filo della memoria”, è il tema della quarta edizione del concorso letterario nazionale "Raccontami, o Musa" promosso dall’associazione culturale “Musamusìa” di Licata, presieduta da Lorenzo Alario, con direttrice artistica la poetessa Angela Mancuso. Un tema a me caro, non perché io abbia una buona memoria ma per l’esercizio del ricordare, del recuperare fette di passato prima dell’oblio; del mettere in luce, dell’ordinare, del trovare una chiave, del ricostruire; del rievocare un viaggio, un bacio, un dolore; del dipingere un quadro su una tela bianca o offuscata dal tempo o da operazioni di rimozione.
Il bando 2019 del concorso “Raccontami, o Musa” si presenta con alcune novità. La prima è la citazione di Jorge Luis Borges: “Noi siamo la nostra memoria, noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti”.
La seconda novità è il raddoppio delle sezioni, non una ma ben due. Oltre a quella riservata a scrittori “adulti”, è stata aggiunta la sezione “junior” riservata agli studenti.
La terza novità è la mia nomina a presidente di giuria che in passato avevo rifiutato. A cosa fatta ho inviato ai votanti il seguente messaggio: “Leggermi presidente di una giuria di un concorso letterario, non lo nascondo, mi fa un certo effetto. Mi avete voluto, mi avete imposto, mi avete costretto, mi avete estorto un sì, nonostante le mie paurose riserve. E avete fatto bene, benissimo: onorato, grato ed emozionato (tutto in “ato”, col rimario baciato)!”
Ho accettato, anche se la distanza da Licata mi avrebbe consigliato di acquistare prima un bel paio di ali. Ma le ali mi sono spuntate vedendo per il quarto anno consecutivo persone (poeti, scrittori, musicisti, artisti, docenti di lettere ecc.) che nella loro terra, nella mia terra, non si arrendono, non si scoraggiano; e insistono e insistono sforzandosi di rialzarsi, di superare ogni ostacolo, ogni amarezza. 

Per la cronaca, si partecipa al concorso con un solo racconto in lingua italiana la cui lunghezza non dovrà superare le 10.000 battute (spazi inclusi). Gli autori potranno presentare racconti di qualsiasi genere: noir, umoristico, fantastico, realistico, ecc… ricordandosi sempre il tema “Sul filo della memoria”.

Il bando lo trovate sul sito internet dell’associazione www.musamusia.it o sulla pagina Facebook  www.facebook.com/Concorso-Letterario-Raccontami-o-Musa
Per finire, un dettaglio di poco conto. Lo scrivo anche se non interesserà a nessuno: sono previsti premi in denaro.

Raimondo Moncada

martedì 28 maggio 2019

Joe Pitrusino, uno sbirro per caso, in audiolibro


Giuseppe Pino (detto Joe per fare prima) Pitrusino: beddu! Gioia di genitore 1 e genitore 2, Raimondo Moncada e Max Damiani. 
Joe è un femminaro di prima categoria. Gli piacciono le “topoline”, come le chiama lui, e non una, tutte: sposate e non sposate, indigene e straniere, loquaci e mute, bianche e nere, anche interiste.
Ha il sesso sviluppato, una fissa in testa, ma come tutti gli uomini. Lui però è masculuni che in siciliano vuol dire un maschio virile elevato alla massima potenza.
Non ha seguito le orme della famiglia e non ha seguito la sua innata inclinazione a fare il delinquente perché costretto in giovane età, dal baro destino, a fare lo sbirro e lo ha fatto benissimo, risolvendo casi su casi, spesse volte difficilissimi.  
Dopo il pensionamento, trova il coraggio di raccontare tutte le sue storie, una a una, a distanza di tempo e di sicurezza. Tanto non è più incriminabile.
Il baro destino dà il via alle sue intrippose confessioni e alla serie di Uno sbirro per caso. Giuseppe Pino Pitrusino si presenta, mettendosi a nudo e in tutti i sensi.
Le sue confessioni sono in un audiolibro, pubblicato da GOODmood Edizioni Sonore, ascoltabile per i più curiosi tramite tutti i principali portali di audiolibri, come Audible, Storytel, iTunes, Il Narratore, Google oltre che sul portale dell’editore (www.goodmood.it). 
A dare voce a Joe, è Raimondo Moncada, uno dei due autori-genitori.  
L’audiolibro è registrato in collaborazione con Francesco Barbata presso la Disco33 Recording Studio, Sciacca. Le illustrazione di copertina sono di Dietmar Hoepfl, la grafica di Anthony Saldì – Radio Vela. 

Link per ascoltare Il baro destino 

lunedì 6 maggio 2019

Ti tocca anche se ti tocchi: come un Tutankhamon al Salone del Libro 2019


TOCCANTE! Sarò presente cartaceamente al Salone del Libro di Torino con un’opera toccante, Ti tocca anche se ti tocchi, che festeggia i dieci anni dalla sua prima uscita (nnuccenti!) con un’edizione rinnovata e tascabile. 

Il libro sarà esposto come un mummioso Tutankhamon dal 9 al 13 maggio nell’area della Regione Puglia, non perché io sia pugliese, ma perché è la stupenda terra della mia prima, coraggiosa e immortale casa editrice: la CSA. 

Queste sono le coordinate dello stand: Padiglione 2, Stand L21-K26

Gli organizzatori raccomandano: uno alla volta! anche: una alla volta, come al museo, nelle aree che custodiscono preziosi reperti e la cui visione ti lascia a bocca aperta e senza denti.


Raimondo Moncada

giovedì 2 maggio 2019

Premio Teleacras - Punto Fermo 2019, tutti i premiati


La giuria del Premio “Teleacras – Punto Fermo – Giovanni Miccichè” ha reso noti i nomi dei premiati della Ventunesima edizione.
Il premio, legato allo storico programma televisivo di Mario Gaziano e Aurelio Patti,viene ogni anno conferito a personalità che si sono particolarmente distinte nei vari settori della vita sociale, culturale e artistica.
I Premiati
Narrativa Umoristica e Satirica:  Raimondo Moncada. “Per la grande intelligenza che riversa nella sua attività giornalistica e di autore di narrativa umoristica e satirica,dove eventi e situazioni riflettono – come in uno specchio deformante- vizi e difetti di una società scomposta e incoerente. Una profonda analisi del costume sociale che, col riso sottile e insinuante, punta a definire modalità da correggere e perfezionare.Una presenza originalissima e specifica nella temperie culturale territoriale”.

Giornalismo: Gioacchino Schicchi“Per avere sempre dimostrato, lungo il corso della sua attività di giornalista, il massimo rispetto della notizia, riportata con grinta e obbiettività, seguendo la regola “principe” della “lealtà” verso i suoi lettori, senza pregiudizi e infingimenti. Un esempio di puro e qualificato giornalismo”.

Promozione Arte/Sport/Cultura:  Alfredo Prado“Per essersi espresso, nella sua variegata attività, con l’entusiasmo di un neofita, alla ricerca sempre del conseguimento di successi straordinari nel mondo della cultura scolastica, istituendo Liceo Artistico e Accademia di Belle Arti di eccellenza, raggiungendo traguardi di livello nazionale nella vocazione sportiva e nell’attivismo culturale-pittorico sostenendo gallerie d’Arte sempre di successo e di primaria importanza. Un esempio di stile di vita e di validissima attività sociale”.

Eccellenza Socio-GastronomicaNatale Giunta, chef: “Per la travolgente, appassionante presenza nel mondo della gastronomia di eccellenza, per la diffusione delle tradizioni siciliane della “nouvelle cousine”, anche a livello nazionale e internazionale, con acclamate presenze in programmi Rai. E per la sua coscienza sociale, che è esempio per le nuove generazioni che vogliono costruire il proprio futuro nella legalità e nell’entusiasmo del vivere.Una eccellenza della terra di Sicilia”.

Promozione Culturale: Giovanna Carlino Pirandello“Per l’ intensa, appassionata azione di promozione culturale artistica, in particolare della grande opera pittorica di Fausto Pirandello, grande maestro riconosciuto del Novecento, a cui la Carlino ha dedicato il colto volume iconografico “Pirandello dimenticato”. Un’operazione culturale nobile e piena di profondo affetto”.

Diffusione della Storia e della Cultura di Sicilia:  Valentina Dell’Aira“Per l’appassionato approfondimento della Storia di Sicilia, con particolare riferimento alla presenza dei Borbone, creando una fitta trama di iniziative culturali che puntano a rilanciare i valori della terra di Sicilia, realizzando progetti ed eventi con relazioni nazionali e internazionali. Un esempio di determinato attaccamento ai valori della nostra terra, di cui diventa interprete fedele e coinvolgente”.

Medicina Specilistica,  Ugo Forti: “Per avere espletato nel corso di una lunghissima e premiata carriera – nella specializzazione della otorinolaringoiatria- la propria attività con specifica professionalità e cura, anche nel settore artistico-lirico,prestando la propria illuminata competenza nei controlli laringoiatrici ad artisti del livello di Bocelli,della Simionato e dei giovani cantanti del Volo. Una carriera luminosa tra medicina e lirica”.

Diritto e Legalità: Calogero Massimo Cammalleri“Per l’approfondita, colta e scientifica ricerca della scienza del Diritto del Lavoro a cui ha dedicato approfonditi studi, riconosciuti a livello internazionale, attraverso infinite pubblicazioni e relazioni. Una eccellenza del Diritto Economico attivo protagonista anche presso la nostra Università di Agrigento”.

Promozione territori montani:  Milko Cinà“Per la profonda consapevolezza dei valori della cultura montana, per la quale ha profuso per anni un trasporto raro e appassionato, in cui ha coinvolto tutti i centri montani del territorio agrigentino occidentale. Un sincero testimone dell’amore verso la propria terra”.
Azione Sociale:  Jaana Simpanen“Per avere interpretato il ruolo di Presidente di Soroptimist – Agrigento con la precisa volontà di incidere nella vita sociale, con l’impegno e la sincera volontà di chi ama il proprio territorio, puntando sempre a migliorare e qualificare, affinchè l’essere Soroptimist sia il valore aggiunto della sensibilità per la crescita collettiva di tutta la società circostante”.

Promozione Internazionale cultura folk: Quartet Folk“Per la grande capacità di realizzare una vasta intrapresa intarnazionale in favore della cultura folk di Sicilia, portando oltre i confini oceanici melodie,musiche e canti della terra siciliana,affermandone i profondi canoni culturali di musiche e testi storici.Un raro esempio di capacità giovanile di progettare e realizzare una presenza fondamentale di livello nazionale e internazionale”.

Premio “Marco Patti” 2019: Carmelo Capraro. “Per la grande inesauribile passione nel documentare i grandi eventi culturali del territorio. Sempre con una presenza discreta e intelligente, pronta a cogliere – con scatti perfetti- l’evolversi di una società storica e contemporanea, in cui prevalgono sempre il piacere della rappresentazione culturale e il profondo sentimento della condivisione sociale. Un vero esempio di partecipazione attiva alla vita del territorio”.

La cerimonia di Consegna si svolgerà il 7 maggio, alle ore 17, negli studi di Teleacras. Condurrà Egidio Terrana, con Maria Grazia Castellana.
L’intera cerimonia sarà trasmessa su Teleacras. 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...