venerdì 30 settembre 2016

Misteri in libreria

Mi è successo in libreria. Un inatteso mistero prende subito le sembianze di un'innocente creatura. Entra una ragazzina, accompagnata dalla mamma, e si fa il giro tra gli scaffali in questi giorni rigonfi di novità. Cerca e cerca. Io guardo incuriosito. Si ferma davanti allo scaffale dove c'è anche una mia opera e libri di amici scrittori. Lei è ferma lì. Parlo sempre della ragazzina. La mia curiosità ribolle quando scorre col dito tutti i volumi. Il dito, l'indice, tocca pure la mia creatura. Poi va alla cassa. Continuo a seguirla, sempre con gli occhi allungati e ora anche con le orecchie dilatate. La ragazzina, con dietro sempre la mamma, chiede alla cassiera: l'ultimo libro di Harry Potter? 
Fine del mistero. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 

mercoledì 28 settembre 2016

Ponte sullo Stretto, Andrea Camilleri: "Come la penso"

Il ponte divide. Non unisce. L’opinione pubblica ogni volta si spacca. E le due parti, i favorevoli e i contrari, si allontanano, così come si allontanano la Sicilia e il Continente, il resto dell’Italia di cui arriva, seguendo i venti, una lontana aria.
In questi giorni si riparla di nuovo di Ponte sullo Stretto di Messina. Se ne parla, per la verità, da tempo immemore. Forse da quando la Sicilia è diventata isola, i siciliani isolani e i residenti sempre più isolati. Sull’infrastruttura si sono espressi in tanti, tantissimi, ognuno a sostenere con valide argomentazioni le ragioni del sì e le ragioni del no: “Sordi persi!”, “Un utile investimento”, “Prima pensiamo ad aggiustare le strade interne e mettere in sicurezza i viadotti crollati”, “Il ponte porterebbe lavoro e sviluppo”, “Come si fa a costruire un ponte in una zona sismica?”, “Le nuove tecnologie risolveranno ogni problema”.  
Navigando sui social, ho notato l’accumularsi e il solidificarsi di nette prese di posizione. Tante opinioni, come sempre, una diversa dall’altra, che mi hanno dato l’impressione di una contrarietà generalizzata alla realizzazione dell’infrastruttura.
Per caso, mi sono imbattuto nell’opinione di un illustre e celebre siciliano, empedoclino di nascita, cittadino agrigentino per onori acquisiti, “scrittore italiano nato in Sicilia”: Andrea Camilleri. La Rivista di storia e scienze sociali “Meridiana”, in uno scritto di Leandra D’Antone, dal titolo “Il Ponte, il Mezzogiorno, l’Europa”, richiama le parole dello scrittore riportate su La Repubblica il 19 aprile 2001 (“Il mito tra le due sponde”) a favore dell’unione dell’isola alla terraferma: “Un ponte che renderà la Sicilia meno isola, meno orgogliosa e forse meno malinconica. Finalmente riusciremo ad eliminare quel senso di maledetta o benedetta sicilitudine: quel senso di isolamento e di solitudine nel quale molti di noi si sono trovati senza desiderarlo”.
Un successivo intervento del padre del commissario Montalbano è stato raccolto, sempre dal quotidiano La Repubblica, il 23 dicembre 2009. Andrea Camilleri, usando un modo di dire siciliano, afferma d’avere “un cori d’asinu e un cori di liuni”. Col cuore di leone, Camilleri dice: “Sono profondamente convinto che il Ponte potrebbe servire, e di molto, allo sviluppo economico della Sicilia. Non a farci diventare italiani, come è stato inopportunamente detto, perché quello, nel bene e nel male, lo siamo già”.
Col cuore d’asino, lo scrittore parla di un’opera non prioritaria in un momento in cui, dopo la crisi, la ripresa è difficile: “Siamo stati per secoli separati dal continente, possiamo ancora aspettare un po’”. Camilleri esprime poi un forte dubbio legato all’area (“ad altissimo rischio sismico”) e alle condizioni meteo (“Siamo certi che nei giorni di vento forte il transito a quell’altezza potrebbe continuare a svolgersi regolarmente?).
Lo scrittore parla, comunque, di “un’affascinante scommessa in sé” e chiede un referendum tra tutti i geologi e costruttori di ponti nel mondo per fugare ogni dubbio  “in maniera di sapere in anticipo da che piano si casca”.
Il 28 dicembre 2015, in una intervista di Tano Gullo, ancora su Repubblica, lo scrittore novantenne risponde a una domanda sul dissesto ambientale in Sicilia e sul crollo di ponti, fenomeno che ha funestato lo scorso anno: “In quello sulla strada per Agrigento ci sono transitato l’ultima volta che sono venuto in Sicilia. Il paradosso è che mentre ci sono i crolli qualche buontempone tira fuori la balzana idea del ponte sullo Stretto”.  

Raimondo Moncada


giovedì 22 settembre 2016

Una mattinata da incubo nel primo “Fertility day”

Questa mattina mi sono svegliato madido di sudore, come uscito dalla doccia, tutto tremante, spaventato, con gli stessi sintomi da DPTS, disturbo post traumatico da stress. Ho le orecchie impazzite, con i padiglioni auricolari uguali a una caverna rintronante di ogni sorta di rumori, di ogni sorta di voci, con lingue dai significati incomprensibili.
Stordito, mi alza di colpo, facendo leva sui provati muscoli addominali per alzare la schiena e sforzarmi, in posizione semi eretta, di rendermi conto della situazione quasi da film horror. Le stesse atmosfere. Le stesse palpitazioni. Lo stesso senso di smarrimento e paura. Occhi sgranati e orecchie spalancate, per capire, per prendere coscienza di uno stato simile al dormiveglia, una condizione che ti può prendere in giro e fare apparire una realtà non reale, una verità non vera, un significato non significante.
Intontito, completamente intontito dai decibel che martellano il mio sensibile apparato acustico di ricezione, provo a tappare le orecchie con le mani.
Ahi! Che botta!
Ci potrei mettere anche i piedi, ma non ci riesco. Lo yoga l’ho abbandonato dopo qualche mese di complicate posture e intrappolanti contorsioni. Le orecchie, tappate con i soli palmi delle mani, non sono, purtroppo, a tenuta stagna. Non riescono a insonorizzarle del tutto. La colpa è dell’intero corpo che, in ogni sua parte, amplifica straordinariamente ogni suono esterno facendolo arrivare, con una fitta, nell’area del cervello specializzata a ricevere ed elaborare gli input sonori. 
Fa tutto il corpo.
Cerco di isolarmi, cerco di crearmi attorno come una campana di vetro per trovare il mio naturale e indisturbato stato di pace. Ma non riesco. I rumori cominciano a svelarsi, così come le voci. Tutto intorno è come un’orchestra. Suona tutto: reti cigolanti, materassi battenti contro le pareti... Sento pure mani prendere a pugni i muri perimetrali. I pilastri vibrano. Vibra tutto il cemento armato. L’intonaco del soffitto si scrolla la polvere del tempo. I lampadari si muovono come se reagissero a scosse telluriche. Odo pure presenze umane. Sempre crescenti. Sono urla, maschili e femminili, intercalate da esclamazioni affermative, ripetute con ossessione e con ritmo musicale: “Sì! Sì!”.
Ore e ore così. Sì! Si!
Accendo il televisore e alzo il volume al massimo. È un espediente per contrastare le fonti stressanti. Inizia il telegiornale. Si parla del 22 settembre, giornata eletta come “Fertility day”. Si spiega che è stata promossa dal Ministero della Salute “per aumentare soprattutto nei giovani la conoscenza sulla propria salute riproduttiva e fornire strumenti utili per tutelare la fertilità attraverso la prevenzione, la diagnosi precoce e la cura della malattie che possono comprometterla e le tecniche di Procreazione medicalmente assistita”.
Una giornata, dunque, di sensibilizzazione e non di pratica e gridata mobilitazione.
Lanciano un primo servizio. Intervistano delle persone, di ambo i sessi. Le telecamere entrano nei loro appartamenti. Si intrufolano fin dentro le camere da letto. I vestiti sono sparpagliati ovunque, pure sui chiodi appendiquadri. I soggetti intervistati sono sotto le lenzuola. Per pudore. Le facce sono pixellate. Il timbro delle voci tradisce però i pixel. Riesco a risalire alla loro identità: sono i miei vicini di casa! Sono affaticati e sudati, nonostante i quattro maxi ventilatori sistemati ai quattro angoli del letto e i quattro condizionatori d’aria regolati con temperature glaciali.
Spiegano in movimento, e nei dettagli, come stanno celebrando la giornata. Ne danno visiva dimostrazione. Si lancia un secondo servizio, a supporto del primo. È ambientato in ospedale, nei i reparti nascite e pediatria. Vengono intervistati neo mamme e neo papà che un anno fa hanno festeggiato la ricorrenza, per la cronaca non ancora istituzionalizzata, ma anticipata per sperimentarne l’efficacia. Un terzo servizio, di supporto al servizio di supporto, parla di statistiche. Dice che nel corso di un anno, da quando informalmente è stato introdotto il “Fertility day”, la popolazione è triplicata e che ora ci sono in Italia più bambini che adulti dopo un lungo e preoccupante periodo di nascite con percentuali vicine allo zero. Questo vorrà dire che ci saranno più ciucci, più pannolini, più culle, più pappine, più notti insonni e meno tempo per i genitori da dedicare al “Fertility night”. Questo vorrà dire anche che i bambini, molto ma molto presto, prenderanno il potere introducendo a loro volta la ricorrenza del “Fantasy day”.
Il mio apparente incubo si trasforma così in sogno. Ma dormo ancora, per troppo sonno arretrato: Dormo ora beatamente, sognando l’amore in italiano e in tutte le altre lingue. 
I am the dream!

   
Raimondo Moncada

lunedì 12 settembre 2016

E se non ci fosse alcun teatro antico ad Agrigento?

E se ad Agrigento non ci fosse alcun teatro antico?
È una domanda che mi si è formulata, da sola, in autonomia, come ogni pensiero vagante nel cervello, leggendo in questi giorni alcune prese di posizione alla notizia di una clamorosa scoperta, pubblicata sul Corriere della Sera, a firma di Giovanni Taglialavoro. Il prestigioso giornale di Via Solferino ha dato grandissimo rilievo alla notizia del prossimo avvio degli scavi per fare emergere finalmente il teatro greco-romano dal sito dove si troverebbe sepolto.  
Una svolta archeologica, che risolverebbe un mistero che dura da troppo tempo e su cui si sono arrovellati per secoli importanti storici:
“È qui!”
“No, è qui!”
“Vi sbagliate, è dove dico io!”

Il sito dove gli attori dell’antica Akragas, e anche delle frazioni limitrofe, sarebbero andati a recitare le loro tragedie, sarebbe stato localizzato nei pressi della Chiesa di San Nicola e degli attigui uffici della Sovrintendenza ai Beni Culturali e Ambientali. Dopo la pubblicazione della notizia, ripresa alla velocità della luce, dai media locali, nazionali e internazionali, e linkata a più non posso sui social, ho letto di archeologi, di studiosi, di appassionati che hanno rivendicato la paternità dell’individuazione del sito. Purtroppo, a questi studi e alle intuizioni passate – si lamenta – non si sarebbe dato subito seguito per mancanza di fondi da destinare alla campagna di scavi. Così come, alle stesse archeologiche conclusioni, non sarebbe stata data la stessa straordinaria risonanza che in questi giorni sta avendo l'avvio degli scavi nel sito indicato dal Corriere della Sera. 
“Il teatro l’ho scoperto io!”, si direbbe, semplificando le rivendicazioni, espresse con certezza scientifica, pur non avendo ancora sotto gli occhi la splendida e agognata creatura in carne e ossa, o meglio, in scolpito e colorato tufo arenario giurgintano.  

Letti i commenti, e i commenti sui commenti, che ormai su ogni evento, anche minimo, proliferano sui social, e lette anche le rivendicazioni, dalla mia testa è uscita ironicamente e a voce alta l’iniziale e già posta domanda: E se Akragas, a differenza di altre poleis greche, non avesse avuto alcun teatro? Magari solo un bar, una pizzeria, un pub, un luogo di ritrovo organizzato con un palchetto improvvisato per i recitanti autoctoni e sedie di dura pietra per gli indigeni spettatori?
Una sorta, insomma, di eccezione che conferma la regola.
Ma la soprastante domanda, non è stata l’unica ad essere uscita a voce alta dalla rumorosa testa. Altri alternativi quesiti sono stati formulati dal mai domo cervello, come la seguente: E se il teatro antico di Akragas, così tanto ricercato “a guglia persa”, non fosse nel sito individuato ma altrove? Non so… sotto le tombe del cimitero di Bonamorone ad esempio, custodito dai nostri cari defunti. Oppure annegato a mare, a San Leone, e costruito in spiaggia perché così alla fine di ogni rappresentazione pubblico e attori si sarebbero potuti bagnare corpo e spirito nelle purificatrici, limpide e pennellate acque azzurre dell’aspro mare africano!?
Se fosse veramente così, se l’ironia dubitativa desse ragione ai miei strampalati ragionamenti… beh, metto fin d’ora le mani avanti, così da ricevere più in là nel tempo imperituro degni attestati di laude e lapidi murarie di gioia con incise le mie teatrali sembianze.
In attesa che si sveli sotto gli obiettivi e increduli bulbi oculari il mistero del teatro, sepolto ad Agrigento da oltre duemila anni (ma perché sepolto? Sepolto da chi o da quale evento?), sdrammatizziamo un po’.
Scherziamoci pure sopra, stemperiamo le tensioni, rassereniamo l’atmosfera da grande attesa. Ridiamoci pure, anche se magari per qualcuno non ci sarebbe nulla da ridere. Ridiamone, invece, così come ci hanno insegnato gli stessi antichi greci - comici e tragidiatura - con le loro eterne commedie che hanno rappresentato vizi e virtù e babbiu universali (cercando negli archivi storici, si potrebbe trovare pure una commedia in cui si potrebbe parlare, perché no?, anche del mistero del teatro della fu Akragas che non sarà svelato mai: meglio il nebuloso mistero che la chiara verità!)
Attendo con ansia gli scavi. E l’annuncio ufficiale ubi et orbi: “Ccà semu!”   

Raimondo Moncada

venerdì 9 settembre 2016

La prima campanella, le prime liti per un banco a scuola

Oggi ho sentito la mia prima campanella della scuola, quella del liceo. È risuonata dentro di me quando di buon mattino, alle 7,30, nel giorno d'inizio del nuovo anno scolastico, ho visto una quindicina di studenti spingersi per aggiudicarsi le migliori posizioni sulla scalinata del portone, ancora chiuso, di un istituto superiore.
Si sono alzati presto per battere sul tempo gli altri compagni e varcare, così,  per primi la soglia della scuola. Obiettivo: arrivare primi in classe. Un primato che varrà il banco migliore.
Chi arriva prima meglio alloggia!
Ho notato che si erano dati appuntamento a gruppi, dopo le vacanze estive. Segno di studenti non di primo pelo, cioè di primo anno, ma di anni successivi, ormai veterani e sicuri e divertiti di azioni premeditate da giorni, sulla scorta delle esperienze passate.
Oggi non si eredita il banco dell’anno precedente, specialmente se ti sistemano in una nuova aula. Te lo devi conquistare sacrificando mezz’ora del tuo sonno, facendo anche a gomitate con i coetanei e correndo per scale e corridoi per battere sul tempo la concorrenza. Qualcuno si sarà pure allenato con un prof privato di educazione fisica, materia che fa bene alla salute e fa bene ai “cento metri ostacoli” del primo giorno di scuola.

Il banco è importante. È strategico. Te lo porti in dotazione per otto mesi. Essere al primo banco, a un metro dal respiro del prof o della prof, ti espone troppo alle interrogazioni. E non ti puoi permettere, durante le spiegazioni dell’insegnante, di distrarti un attimo per elaborare l’insegnamento o anche per sbadigliare o grattarti la testa. Ti puoi pure scordare di rispondere furtivamente a un messaggino al cellulare, perennemente acceso e da cui fai fatica a staccarti perché ti connette col mondo. Hai gli occhi del docente sempre addosso, pronti a fulminarti e a stecchirti come una zanzara. Le seconde file sono quelle migliori per chi vuole stare attento alla didattica e prendersi qualche nascosto momento da dedicare interamente a se stesso dopo ore di attenzione prolungata. Nelle ultime file hai la maggiore protezione. Sei come dentro a un bunker. Gli occhi dell’insegnante debbono fare più fatica per raggiungerti e sotto il banco puoi anche giocare alla Play Station (che pagherai poi nelle interrogazioni con un paterno due o con un più materno tre).

Nel Berretto a Sonagli, con la compagnia del Liceo "Leonardo"
Anche ai miei tempi si cercavano i banchi migliori. E sempre per lo stesso motivo. Non c’erano però le Play Station e i distraenti smartphone. C’erano i bigliardini e i flipper ma, per l’ingombro e il peso, non li portavi dietro per nasconderli sotto il banco (cominciavano a farsi strada i primi computer e i Commodore 64 che però in pochi avevano e in pochi sapevano usare).

Ricordi… 

Basta la vista o l’ascolto di qualcosa, come un vociante gruppo di studenti, che ritorni indietro di 35 anni, al tuo primo giorno di scuola. Ti rivedi dietro la folla di ragazzi già da tempo posti a presidiare il primo plesso del Liceo Scientifico Statale “Leonardo” di Agrigento, quello che ospitava gli indirizzi sperimentali (posizionato proprio sotto l’ospedale psichiatrico). Io, dopo i tre anni alla media “Luigi Pirandello” di Via Acrone  mi ero iscritto allo sperimentale artistico.
Volevo diventare artista, come mio padre.
A Parigi, dentro un vespasiano, in gita d'ultimo anno
Ricordo l’emozione di quel giorno che mi avrebbe portato a fare tante straordinarie esperienze artistiche e anche teatrali, fino alla gita a Parigi col mio primo volo in aereo e al primo selfie dentro un vespasiano. Centinaia di ragazzi davanti a me che già si conoscevano e che sapevano dove andare e che ci guardavano dall’alto verso il basso considerandoci pivellini. C'erano anche altri ragazzi della mia età che sarebbero poi diventati miei compagni di classe e amici per la vita. 

Ecco farsi avanti un insegnante inviato in avanscoperta dal preside (allora era l’ultimo anno di Vincenzo Sambito a cui poi è subentrato Salvatore Di Vincenzo). Ha diversi fogli in mano. Ci guarda e comincia e chiamare i nuovi arrivati uno ad uno, in ordine alfabetico, specificando la destinazione della classe. I battiti del cuore aumentano all’avvicinarsi della lettera con l'iniziale tuo cognome. In attesa del tuo turno, hai il tempo per osservare i colleghi pivellini e fare la prima battuta per una combinazione molto insolita di un nome e di un cognome, con conseguente rossore della ragazza chiamata, che guadagna la porta facendosi largo tra sorrisini. Arriva pure il mio turno.
Uno dei miei primissimi disegni a china del liceo "Leonardo" del 1983
L’insegnante chiama pubblicamente il mio nome che non sento perché stordito dal rumore del cuore che batte all’impazzata. 

Vai! 
Cerco a fatica la classe che mi assegnano, senza alcun ausilio di mappe tecnologiche. Entro con timidezza nell’aula e siedo nel banco trovato libero, col compagno delle scuole medie che intraprende il mio stesso cammino. 
Mi sistemo senza fare discussioni. Nelle prime classi c’è ancora il silenzio della prima volta. Ci vorrà ancora tempo per conoscersi, familiarizzare e far sbocciare autentiche amicizie. Nelle classi superiori, invece, è tutt’altra musica. Si arriva anche alla lite per un banco o per un amore conteso.
Ed eccola la prima campanella!
Il suono riecheggia ancora dentro di me e si riaccende ogni anno quando inizia (per gli altri) la scuola.

Raimondo Moncada

lunedì 22 agosto 2016

Effetto Gangi: scopa ed è felice!

Scopa ed è felice. È un piacere vederlo all'opera. Non si stanca. Ed è umanamente comprensibile. Quando svolgi un'attività con trasporto non ti puoi mai affaticare. Vorresti, anzi, continuare all'infinito. È come una passione: non pensi alla fatica e se arriva la superi con l'entusiasmo, con la voglia di arrivare alla fine per completare l'opera. 
Lo osservi quando si presenta davanti ai tuoi occhi. E ti ritorna una splendida impressione. Vorresti anche tu trovarti al suo posto, dentro il suo irradiante stato d'animo così preso nel dare vita a gesti semplici, elementari, antichi, necessari, pure ripetitivi ma mai noiosi. 
Mi sto riferendo a una persona, sui sessant'anni, che non conosco. Un uomo che ho ammirato una sera d'agosto a Gangi, città d'arte arroccata sulle Madonie elevata qualche anno fa a "borgo più bello d'Italia". Mi è rimasto così impresso che a distanza di qualche giorno quello che ho visto mi ha spinto a dare voce al ricordo. In questo modo lascio una traccia di memoria su un aspetto che a prima vista potrebbe sembrare di per sé insignificante specialmente se legato a un paese che ti offre arte, cultura, sapori, paesaggi, aria di qualità. 
Ricordo... L'uomo aveva in mano una ramazza e una paletta e scopava continuamente le strade e le piazze del centro storico, senza mai staccare. Lo faceva con cura, attenzione, scrupolo, sorridendo. Salutava le persone che gli rivolgevano la parola, continuando a guardare il pavimento del proprio paese alla ricerca di piccoli rifiuti da rimuovere. 
E quindi? 
Le strade e le piazze, chiuse alle auto, non le ho trovate pulite ma pulitissime, pure il meraviglioso  spiazzo del belvedere, ai piedi della gotica Torre dei Ventimiglia, aperto ai venti delle ampie vallate (dentro una ricostruzione di vita contadina, assisti allo spettacolo di un anziano in costume d'epoca, tra paglia svolazzante, intrecciare vimini per realizzare ceste, anche a richiesta). 
E allora? dirà qualcuno, cosa c'è di così speciale da meritarsi tanta considerazione?
Facendo un giro a piedi nel "percorso turistico" di Gangi suggerito da cartelli, non ho incontrato a terra una cicca, una lattina o una bottiglia vuota, un fazzoletto usato, l'incarto di un gelato o di un panino divorato. Niente! Proprio niente! Solo lucido selciato e i colori e il profumo di piante lasciate crescere davanti all'uscio di antiche case. 
Anche questa è estate: uscire dal proprio guscio per scoprire altri luoghi, altre usanze, altri volti e altri sorrisi di Sicilia, la mia, la nostra terra. 

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 

domenica 21 agosto 2016

Vivere l'esperienza di pre-morte virtuale

Pur restando in vita possiamo morire. E, pur restando sempre in vita, possiamo essere pianti per morti, da familiari, amici e conoscenti. Succede con la morte digitale. 
Se sei ogni giorno vivo e presente su un social, con riflessioni, scherzi, interazioni con i tuoi contatti a qualsiasi ora del giorno... insomma, se in ogni momento della giornata fai sentire il tuo fiato, mancare di colpo senza preavviso è come non avere più vitale respiro. E scateni reazioni a catena come quando perdi d'improvviso le tracce di un bambino in spiaggia o di un sub al mare. Prima ti preoccupi, ti chiedi dove possano essere andati, poi cominci a provare un sentimento di angoscia, quindi metti in campo ogni utile azione per cercare il disperso. 
"Perché Raimondo non scrive più su Facebook? Perché è assente da due ore... dieci ore... ventiquattro ore... un giorno... due giorni? Ora è troppo! Sarà successo qualcosa". 
Ti poni mille domande. Non pensi ad altro che al male: "Gli sarà successo qualcosa di grave! Non è possibile! È da quarantacinque ore che non dà segni di vita". 

Ritornando agli esempi di prima, non è contemplabile la possibilità che la bambina si sia allontanata dall'ombrellone dei genitori per andare a giocare con una compagna di asilo vista in lontananza o che il sub si sia fermato a contemplare il paradiso di una grotta sotterranea. 

Il social è diventato come la vita. Se ti vedo, sei vivo; se non ti vedo, sarà successo qualcosa di inspiegabile o di irreparabile. Perché il social ti dà un corpo e un'anima. Ti dà un'identità che può corrispondere come non corrispondere con quella reale. Nella vita reale, infatti, puoi essere un musone solitario, mentre nella dimensione digitale puoi apparire come un modello di simpatia; così come nella vita reale puoi essere un delinquente mentre nella sfera social un santo. 

In questi giorni di silenzioso agosto ho deciso di mettermi in vacanza per un po' dai diversi mondi social frequentati da anni per svago, per babbio, per esercizio, per confronto, per ridurre le distanze ecc. Non è stato facile resistere alla tentazione di accedere a Facebook o a Instagram, resistere alla tentazione di pubblicare un pensiero o una fotografia o un link, di rispondere alla sollecitazione di un amico o di un'amica. Il digiuno digitale, a tempo determinato, è stata una scelta premeditata. È un'esperienza da fare di tanto in tanto per le innegabili conseguenze benefiche sulla psiche e sul corpo (reali). Staccare per un po' è come andare in ritiro spirituale: ti rigeneri, per poi rientrare in vita più vivo che mai. 
Bisogna però tener presente l'effetto collaterale di tale scelta radicale che non tutti comprendono. L'assenza momentanea dal social può essere vissuta come un'esperienza di pre-morte digitale: non essendoci, non esisti. 

Pur non accedendo ai social, ho sentito dentro di me le voci preoccupate degli amici: "Ma Raimondo? Dov'è? Sei fuggito? Stai male? Stai bene? Stai così così? Se ci sei batti un colpo? Se non ci sei battine due?" 
E così di questo passo. 

La preoccupazione nasce dalla mancanza di preavviso. Non ho avvertito nessuno del mio momentaneo ritiro. Avrei dovuto scrivere un post pubblico: "Da giorno 19 agosto siamo in ferie. Il negozio riaprirà il 21 dopo l'alba, al risveglio. Non bussate, perché non vi sarà aperto. Non chiamate, perché non vi sarà risposto".

Mi chiedo: non averlo fatto sarà stato segno di mancanza di rispetto? di maleducazione?

Il social ha ristretto così i confini tra pubblico e privato che ci sentiamo tutti strettamente legati. Una deviazione alla routine non è consentita. Devi essere informato su tutto quello che succede, su tutto quello che fanno gli amici che segui con estremo piacere. 
Non puoi permetterti, dunque, di staccare un giorno che subito si accendono le sirene e partono le ambulanze. Da un lato, diciamocelo, ti fa un enorme piacere sapere che non sei solo in questo mondo, che ci sono persone in carne, cuore e ossa che stanno in pensiero, che si preoccupano di te e della tua salute: ti dimostrano di tenere molto a te e o a quello che di te su Facebook rappresenti. Dall'altro lato ti dimostra che la vita social è ormai una realtà che sta superando o ha superato la realtà fisica e non puoi permetterti di assentarti oltre un certo limite di tempo. Faresti vivere alla tua corporeità virtuale l'esperienza dell'assenza angosciante o della morte, con le conseguenze del caso uguali a quelle della vita reale. 
Alla morte corporale, comunque, non c'è rimedio. A quella virtuale sì. Da morto digitale puoi sempre resuscitare e vivere pure una nuova vita, diversa dalla prima, con una nuova identità e nuove idee. 

Grazie di cuore a quanti mi hanno pensato: sono ancora vivo, nella vita reale e in quella virtuale. Questa pagina di diario intimo-personale ne è la dimostrazione lampante anche se qualcuno potrebbe a questo punto obiettare: ma lo ha scritto il Raimondo Moncada con cui finora ho interagito o un'altra entità che si spaccia per Raimondo Moncada? E in quest'ultimo caso, il vero Raimondo Moncada dov'è?

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 


sabato 20 agosto 2016

Il silenzio rispettoso dei porci

Anche il silenzio stordisce se non ci sei abituato. Ma non fa male. Anzi. È consigliato dai migliori scienziati (quelli veri) perché fa bene alla salute. 
Il silenzio non è tutto uguale. C'è silenzio e silenzio. È difficile trovarlo dentro di sé, ancora più difficile trovarlo fuori. Dentro sei disturbato dal traffico sempre più rumoroso dei pensieri che si avvicendano e si riproducono all'infinito. Fuori sei raggiunto dai rumori della quotidianità urbana: le auto, le moto, gli squilli dei cellulari, i televisori accesi, le radio a tutto volume, gli aerei che ti passano sopra la testa, la gente che incurante della quiete altrui urla all'aria aperta, dentro le vibranti mura domestiche e pure sui social, di notte e di giorno, dove non distingui più il finto dal vero e il vero dal finto. Iperconnessi col mondo reale e la dimensione virtuale, con un concerto perenne di rumori che ci diventa molto familiare e ci corrode dentro. 
Non hai scampo! Sei inseguito pure dentro una chiesa dove il sacro silenzio dovrebbe essere la dimensione di partenza. 
Il silenzio è uno stato di pace, senza rumori, senza disturbi, senza distrazioni. È difficile trovarlo o crearlo nel nostro ambiente abituale, quello urbanizzato dove anche la nera notte è offuscata dalla luce dei lampioni e dalla musica che da qualche luogo lontano ti arriva alle orecchie penetrando ogni minuto anfratto del tuo cervello. 
Per un giorno ho rifatto, dopo non so quanti anni, esperienza full-immersion del silenzio. Quello vero. Quello puro. All'inizio è frastornante. Ti disturba pure come un brusio di fondo, e non ti senti a tuo agio. 
Poi succede qualcosa. 
È accaduto in montagna, sulle Madonie, nel cuore della Sicilia, in una fattoria sperduta in territorio di Gangi: niente rumori di auto, niente musica, niente tv, niente internet, niente telefonate, con le voci umane ridotte all'essenziale. Solo natura a perdita d'occhio, lontano dai nuclei urbanizzati, immerso nel verde dei boschi, tra vallate gialle col grano già mietuto dove vivi solo con mucche, cavalli, pecore, corvi, falchi e maiali neri dal grugnito pronunciato.
Di tanto in tanto qualche vecchio casale a interrompere la visione immacolata della natura. 
Non senti più il rumore della tua consueta quotidianità. Niente notizie di guerre, di olimpiadi. In ritiro, spegni pure la luce del bagno collegata alla rumorosa ventola dell'aspira odori. Senti solo muggiti, belati, latrati, ragli, grugniti, il suono dei campanacci. Senti il battere dei tuoi passi sul selciato. Senti il suono dell'aria cristallina entrare e uscire dalle tue narici intossicate da anni di invisibile e puzzolente smog. 
E quando cala la sera, col sole che si nasconde dietro le vette dopo averti regalato un tramonto violaceo, senti le cicale fare il verso alle stelle. 
I maiali neri si spengono. Come si spegne ogni altra forma di vita. Cala la notte e cala il silenzio assoluto. È diverso, molto diverso, dal silenzio del tuo mare. Ha un'altra pasta. Te lo gusti tutto, così come l'aria, così come i profumi, così come tutto, in una notte insolita, colma d'essenza di vita, dove fino all'alba dura pure il silenzio rispettoso dei porci. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it



sabato 13 agosto 2016

Bloccato un carico di sosizza diretto a Rio: "È doping!"

Già si era sentito penetrante l'odore per le sicule contrade. Il Pil si era di colpo impennato con grande beneficio per tutta l'economia italiana, da nord a sud. Ora l'inaspettato blitz olfattivo che mette in ansia il popolo ferragostano, dall'Italia al Brasile. 

L'aumento sproporzionato di sosizza, anche se a ridosso del Ferragosto, ha insospettito gli esperti che combattono lo spaccio e l'uso di sostanze atte a modificare le prestazioni psicofisiche umane. 

"Cosa si nasconde dietro così tanti caddrozzi quando, per questo Ferragosto, i fuochi saranno vietati in spiaggia comprese, forse, le grigliate a legna?"

È stata questa la domanda che ha spinto gli esperti ad allungare il naso e a potenziare i controlli in tutta la catena di produzione: dalla carne al capuliato, dal budello al caddrozzo. E, in un'annusata a sorpresa, si è scoperta una catena di Tir carichi fino al portapacchi di sasizza (una variante meno raffinata di sosizza). 
L'odore di carne fresca e del finocchietto selvatico ha subito insospettito a chilometri di distanza i fini annusatori che, al volo, sul posto e su due piedi, si sono messi ad assaggiare a random un caddrozzo di sosizza per cassetta. Hanno quindi deciso di far fare altri test come la prova falò con grigliata notturna in spiaggia per verificare l'effetto strammamento sui bagnanti. 
Si è arrivati così alla decisione di trattenere tutti i Tir, soprattutto tutto il carico. Il sospetto più grande è quello che i pesanti automezzi, tipo anfibio, fossero in partenza via mare per Rio, in Brasile, dove sono in corso di svolgimento le Olimpiadi. 
La sosizza col finocchietto selvatico, se assunta in particolari contesti, come ad esempio un falò di Ferragosto in uno stadio olimpico, potrebbe alterare, con un buon bicchiere di vino, lo stato emotivo-sentimentale degli atleti migliorandone l'umore. Un atleta felice e con la panza piena di sosizza potrebbe far fare malafigura ad atleti infelici e senza sosizza. 
Stando così le cose, la sosizza, con capuliato suino, pepe, sale e finocchietto selvatico, è da considerarsi doping a tutti gli effetti e va assunta lontano mesi e mesi da competizioni ufficiali. Un record di sosizza non sarebbe accettato. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 

P.S. Racconti di ironica fantasia sotto il sole. 

mercoledì 10 agosto 2016

Da cicciottello a cuzzuluni, cosa non dire per non essere licenziati

Se sei cicciottello non te lo debbono dire. 
Se sei obeso non debbono permettersi di ingrossarsi la bocca e sputare sentenze.
Se hai la panza, possono solo dire che “hai una bella tartaruga”.    
Se sei ignorante rimarcarlo sarebbe un atto di insensibilità.
Se sei brutto fartelo sapere sarebbe mostruoso.
Se sei cretino dirtelo non lo capiresti neanche.
Se sei psicopatico non c’è alcun problema: nessuno avrebbe il coraggio di avvicinarsi per dirtelo.
Se sei lagnuso (perditempo) dirtelo non ti smuoverebbe.
Se sei cuzzuluni (calvo) ti si rizzerebbero i capelli.
Se sei basso di statura dall’incazzatura ti farebbero allungare con la conseguenza di guardarli dall’alto verso il basso.
Se sei disabile sarebbe scorretto chiamarti anche diversamente abile: diverso da chi?  
Se sei un perdente dirtelo ti farebbe vincere?
Se sei un fallito rimarcarlo di farebbe sprofondare nell’abisso.
Se sei sfortunato dirtelo potrebbe portare più iella per tutti.
Se sei malato ne potresti morire.

Se sei bello dirtelo ti rendere più luminoso.
Se sei slanciato dirtelo ti farà diventare una pertica e non passeresti sotto le porte (come i cornuti che non debbono sapere di avere le corna).
Se sei muscoloso dirtelo ti gonfierebbe ancora di più (ma il doping verbale è consentito?).
Se sei elegante dirtelo sarebbe segno di raffinatezza.
Se sei intelligente capiresti già al volo l’intenzione nascosta del complimento.
Se sei sperto (furbo) apprezzeresti la spirtizza.
Se sei colto avidenziarlo farà cultura.
Se sei fortunato te lo possono dire anche a gesti.

Se sei vivo te lo possono dire perché rende più vivi.  
Se sei deceduto non te lo possono più dire e dirtelo non ti renderebbe più morto .

Dire o non dire? Ed eventualmente dirlo con quali parole? In che momento? In quale contesto?
Questo è il problema!

Le parole prive di un contenuto condiviso diventano alla fine dei gusci vuoti. Sono inoffensive, te le fai scivolare addosso e ci ridi pure sopra. Al contrario, se le carichiamo di contenuti da ambo le parti (parolaio e bersaglio), diventano armi d’offesa. 


Raimondo Moncada

giovedì 4 agosto 2016

“No internet zone” per guarire in luoghi protetti

La NiZo, la “No internet Zone”, fra non molto farà la differenza. E la differenza sarà sostanziale, così sostanziale da spalancare le porte a un business nuovo, con guadagni a tot zeri.
Internet ha invaso le nostre vite. Siamo stati occupati in pochi anni. È entrato nelle nostre famiglie e anche nelle nostre teste. Ovunque ormai è internet. Ti fai una passeggiata e stai con lo smartphone in mano collegato a internet. Ti siedi in un locale vista mare e hai internet. Vai sul Tibet e internet ti insegue fin nei silenziosi monasteri buddisti. Internet si mette pure di mezzo tra te e la tua compagna, prima dopo e durante. Si pensa con internet, si parla con internet, si copia da internet. Non si può fare niente senza internet. C’è chi non si rivolge più al medico, allo psicologo. Perché con internet ti senti cardiologo, psichiatra, scrittore, solutore.  
La genetica sta studiando come, durante la gravidanza, dotare il feto di un cellulare di prossima generazione così da non farlo trovare spiazzato al momento della nascita. Avrà già internet nel Dna.
Internet sta creando così tanto rumore da creare l’esigenza opposta: l’assenza di internet. Assenza di internet, assenza del tutto a portata di mano, per riconquistare momenti di silenzio perduto, di interrelazioni umane allentate, di connessioni col proprio cervello stravolte. Siamo diventati degli zombi mutati anche fisicamente nell’uso dei nuovi strumenti di accesso a internet: occhi bassi, schiena curva, palo in fronte. E non si salva nessuno: bimbi, grandi, anziani, colti, incolti, scienziati. Tutti a controllare compulsivamente l’email, l’aggiornamento sui social, la risposta, la reazione, le ultime notizie, il messaggino. Viviamo ormai di notifiche. E stiamo continuamente in allerta, anche di notte, anche nei momenti conviviali, anche nei momenti intimi. E se ti inseriscono nei gruppi di Facebbok o di WhatsApp sei perduto. Le notifiche a mitraglia non ti fanno più vivere. Moriremo di notifiche.
Ecco allora la necessità della salvezza. Già esistono in commercio software che, programmandoli quando hai un briciolo di lucidità, ti staccano internet non dandoti più la possibilità di riconnetterti. Ma potrebbero nascere dispositivi per autodistruggere i cellulari dopo un uso smodato. Potrebbero trovare lavoro sorveglianti della quiete: quando ti vedono con un cellulare in mano, col display acceso, con la suoneria accesa, o rispondere a voce alta come se nulla fosse mentre sei a teatro o al cinema o in chiesa, ti prendono di peso e ti scaricano in una discarica di cellulari urlanti. Potrebbero ricominciare a riempirsi di clienti bar, ristoranti, pizzerie, pub, biblioteche, privi non solo di wi-fi free ma con schermature e strumentazione messe a punto per impedire l’attivazione di internet. 
Riconquistiamo i nostri spazi di pace offline occupati dalla Rete, salvando con saggezza anche internet e l'inarrestabile evoluzione umana.  

Raimondo Moncada

giovedì 28 luglio 2016

Anche premi liquidi al concorso "Raccontami, o Musa!", scadenza 10 agosto

Oltre al piacere di partecipare a un concorso letterario, si ha anche la possibilità di vincere premi in denaro liquido. Vivi una doppia ansia: l’ansia di arrivare sul podio e l’ansia di intascare il premio.
Ma la cosa più importante, per i partecipanti, è partecipare anche senza vincere. Ma se si vince tanto meglio. E tanto meglio con liquidità. Possiamo dire al mondo che abbiamo vinto. Lo possiamo pure scrivere, da scrittori, nel nostro curriculum professionale e sulla biografia dei nostri libri.
Tutto è legato all’emozione che è il tema del concorso promosso dall’Associazione Culturale “Musamusia” di Licata dal titolo “Raccontami, o Musa” (“Musa” scritto al femminile, perché al maschile avrebbe avuto un altro significato. Non avrebbe avuto senso, infatti, chiamare il concorso: Raccontami o Muso”!).

Il concorso è rivolto agli scrittori di racconti di ambo i sessi perché ambo i sessi hanno una loro Musa la quale, per i fatti suoi, a noi non interessa, avrà pure un suo muso.
Il tema della prima edizione del premio di Musamusia è “L’uomo e le sue emozioni”. Massima libertà di espressione e di stile per i partecipanti. Ognuno può presentare un racconto umoristico, fantastico, realista, giallo, nero, viola, livido…
Attenzione alla data di scadenza. Siamo quasi in prossimità e poi potremmo pentircene amaramente di aver trovato tutto scaduto. Gli elaborati vanno presentati entro il 10 agosto 2016. I tradizionalisti possono inviare i racconti per posta con l’antico mezzo cartaceo. I modernisti possono usare il digitale e inviare tutto per email con un clic.  
Le modalità di invio sono contenute nel bando che è sempre meglio consultare per non avere fregature. Ecco il LINK:


Si troverà  anche una scheda di partecipazione da compilare.

Consultando il regolamento, abbiamo anche la bella sorpresa di scoprire i premi in denaro liquido per i primi tre classificati giudicati da una speciale giuria presieduta dallo scrittore Gaetano Savatteri. 
Il primo classificato si porterà a casa o in pizzeria: targa o pergamena e la somma di 150,00 euro;
Il secondo classificato si porterà a casa o al supermercato: targa o pergamena e la somma di € 100,00 euro
Il terzo classificato si porterà in spiaggia o in montagna: una targa o pergamena e la somma di € 50,00 / Pubblicazione dell’opera sul sito
I vincitori saranno autorizzati a intascare i premi in denaro. Le targhe o le pergamene dovranno essere tenute nell’apposita mano.

Raimondo Moncada

giovedì 21 luglio 2016

Incredibile: ecco il pesce-rana dalla bocca larga!


Chi dorme non piglia pesci. Ma chi sta sveglio rischia di prendere pesci mai visti. Da paura. Eccone un esemplare. La foto è un’esclusiva. È la prima volta che viene mostrata al pubblico. Si tratta di pezzo unico. Le mani mi tremano. La vista mi si annebbia e ho bisogno di inforcare degli occhiali speciali, di colore rosso corallo marino, con lenti antipanico. 
Le fattezze sono quelle di una rarissima specie ittica di "pesce-rana dalla bocca larga". L’ho pescato a Sciacca. Non senza qualche difficoltà, per il peso, le dimensioni, la forma.
Il padre ha un nome e un cognome: Salvatore Sabella. È un maestro ceramista saccense, tra i più apprezzati di una scuola dalla tradizione secolare, riconosciuta in tutto il mondo. Dalla sua fervida fantasia, dal suo vivo estro, dalle sue abili mani è uscita questa creatura in ceramica artistica, modellata artigianalmente seguendo una particolare tecnica e dipinta con colori lucenti e freschi che rendono attrattivo e appetibile il pesce.
Si mangia con gli occhi!
Ma solo con gli occhi, mi raccomando. Anche se la creatura dalle fantastiche sembianze è stata cotta e ricotta a temperature elevatissime dentro un apposito forno, non se ne consiglia la masticazione, la deglutizione e la digestione.
I pazzi possono provare a mordere il pesce-rana dalla bocca larga. Liberi. Ma dopo si consiglia una immediata visita odontoiatrica per la riparazione della dentatura, un successivo esame radiologico e l’attenta consulenza medica del gastroenterologo per la conseguente inevitabile, lancinante, indigestione (detta scientificamente “mal di pancia”).
Il pesce del maestro Sabella si può solo appendere in una parete o poggiare su un mobile o adagiare sul cruscotto di un’autovettura o legare a una robusta collana come pendaglione e ammirarne o sfoggiarne la bellezza.

Raimondo Moncada


lunedì 18 luglio 2016

È come un golpe che si morde la coda

Quello che è vero diventa finto, quello che è finto diventa vero. Non si capisce più niente. E tu ci credi, prima al vero poi al finto o viceversa.
Leggendo quello che sul web ti propongono, ci credi. Senza pensarci, senza riflettere oltre il lasso di tempo di qualche millesimo di secondo. Il cervello non pensa più come una volta arrivando almeno al secondo pieno di riflessione e approfondimento. Vieni colpito dal primo messaggio e ci credi. Reagisci, senza riflettere. La reazione istintiva non ti dà il tempo di riflettere.

Ho seguito sui media e sui social il golpe in Turchia. Ho creduto inizialmente al colpo di Stato, alla destituzione di Erdogan, al capo dello Stato non più capo dello Stato ma passeggero di un aereo di Stato in volo nello spazio aereo di uno Stato colpito dal colpo di Stato. Ho creduto alla notizia dei militari che avevano preso il potere per ristabilire i diritti, la libertà, la democrazia, a beneficio del popolo. In tanti ci abbiamo creduto, nelle ore convulse del colpo di Stato e nelle ore successive al colpo di Stato.

In questi giorni, sto leggendo anche il contrario. C’è chi si interroga e parla dell’ipotesi di un colpo di Stato finto. E girano voci, post, riflessioni, che sosterrebbero la tesi di una sorta di teatrino, con una finzione-capolavoro.  E siccome si insiste, alla fine il cervello che non pensa, che non riflette, ci crede. E crede al finto golpe, così come prima aveva creduto al vero golpe.
E se la storia del finto golpe fosse vera?
E se fosse finta la storia del finto golpe?
E se fosse vera la storia del golpe del golpe?
E se le migliaia di arresti, seguiti al vero-finto golpe, fossero le prove generali del film La Purga?

Così avviene per tutto: vero, finto, vero, finto, vero, finto... Non si distingue più nulla. Non si capisce più nulla. E così ci fanno credere di tutto. E noi ci crediamo, col dubbio che spunta ma viene subito travolto dagli eventi, veri o fasulli.  

Il web ci sta facendo sballare. È come un golpe che si morde la coda.

Raimondo Moncada

giovedì 7 luglio 2016

"Raccontami, o Musa...": concorso di emozioni, per cuori forti

Si possono raccontare le emozioni? E quale forma narrativa dare alla gioia, alla tristezza, alla paura, alla rabbia?
Una bella sfida rivolta a chi ama scrivere.
L’uomo e le sue emozioni” è il tema del primo concorso nazionale promosso a Licata dall’associazione culturale “Musamusia”, presieduta da Alessandra Alario. 

Il concorso di Musamusìa ha un titolo davvero originale: “Raccontami, o Musa…”. La citazione omerica è un invito esplicito a viaggiare nelle profondità del proprio essere, a lasciarsi ispirare dalle mille emozioni vissute nel tempo della propria ricca esistenza.
Un invito a cogliere e mettere su carta ciò che distingue gli umani, a scrivere col cuore, a emozionare ed emozionarsi. 

Rispondendo al quesito iniziale: le emozioni si possono raccontare, possono avere una forma, una narrazione, con uno o più protagonisti. Tutto è lasciato alla libera e fervida fantasia degli scrittori. Gli autori che decideranno di partecipare al concorso di Musamusìa, non hanno neanche limiti di genere. Potranno presentare racconti noir, umoristici, fantastici, realistici… Quello che conta è solo l'emozione. 

Nell’introduzione al bando di “Raccontami, o Musa…” leggiamo:  

“Le emozioni coinvolgono la mente ed il cuore. Stati emotivi come gioia, tristezza, paura, rabbia, sono soltanto alcune delle emozioni che proviamo e che in qualche modo condizionano e accompagnano la nostra esistenza. Sono questi stati d’animo che determinano il nostro agire quotidiano, colorano le nostre vite in maniera sensibile, ci motivano ad agire o a reagire all’ambiente. Non importa che il racconto sia reale o immaginario, vissuto o sognato. C’è tutto un universo di simboli che ruota attorno alle emozioni, da intercettare, da interpretare e raccontare...”

La giuria del premio sarà presieduta dallo scrittore e giornalista Gaetano Savatteri. La direzione artistica è stata affidata alla scrittrice e poetessa Angela Mancuso.

L’iniziativa gode del patrocinio del Comune di Licata.
Per l’invio dei racconti è stata fissata la scadenza del 10 agosto 2016. Sono previsti premi in denaro.

Il bando, con le modalità di invio degli elaborati, si può consultare e scaricare al seguente LINK: 



Raimondo Moncada

martedì 14 giugno 2016

Inycon si tinge di blu al Cortile 34: vini, spettacoli e tanta solidarietà

Inycon, la festa del vino di Menfi, quest’anno si tinge di blu al Cortile 34. L’Istituto “Walden” onlus, l’associazione di familiari “Aut-Out”, la sezione provinciale di Agrigento della Lilt e le Cantine Barbera,  tra i tanti cortili di Inycon, hanno preso in consegna il Cortile 34 per promuovere una campagna di sensibilizzazione finalizzata alla raccolta di fondi destinata all’avvio di percorsi ri-abilitativi e di integrazione sociale per bambini affetti da disturbi dello spettro autistico.
Inycon, dunque, va oltre il vino e abbraccia la solidarietà.
Da venerdì 17 a domenica 19 giugno, si darà sapore alla speranza. All’interno del Cortile 34 ci saranno degustazioni, assaggi di parole, spettacoli musicali e laboratori con la partecipazione di artisti, gruppi musicali, animatori, librai. Un evento nell’evento.  
Gli organizzatori del Cortile 34 invitano, pertanto, i visitatori di Inycon a partecipare attivamente alle varie iniziative e a sostenere con forza la campagna di sensibilizzazione: "Se gustiamo la solidarietà, daremo più sapore al mondo". 

IL PROGRAMMA DEL CORTILE 34

Venerdì 17 giugno, ore 20.30
Coro polifonico delle Terme di Sciacca diretto dal maestro Riccardo Plaia.

Sabato 18 giugno, ore 20.30
"Ciàtu" cunti e canti di Sicilia con Ezio Noto, Raimondo Moncada, Lucia Alessi e il gruppo Disìu.

Domenica 19 giugno, ore 20.30
"Libertina" libreria itinerante, laboratorio creativo per bambini e ragazzi con Giovanni Lauritano e Angelo Riccobene. 

Durante le tre serate, degustazioni di vini e prodotti tipici locali. 

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