sabato 21 gennaio 2017

Spazio Rêverie, ad Agrigento una palestra per la felicità

Una palestra per la felicità, anche in Sicilia e ad Agrigento. Perché la felicità si può allenare, come i muscoli. E più è allenata, più piacere e più gioia produciamo: antidoto contro ogni sofferenza. Non è fondamentale ritirarsi sette anni in Tibet (aiuterebbero, però) per scoprirla e esercitarla. Basta volerlo, concentrarsi, prestare attenzione, seguire ad esempio con consapevolezza e senza distrazioni il proprio respiro, anche affannato. O anche la masticazione di un’uvetta (va più che bene pure una mandorla della Valle dei Templi).
La palestra dove ritrovare e allenare la felicità può essere un angolo tranquillo della propria casa, così come una grotta, un monastero, una chiesa, lo studio di uno psicoterapeuta.
Con metodi semplici, gratuiti, validati da oltre duemila anni di esperienza e ora dalle moderne neuroscienze, la felicità può essere praticata in modo laico anche ad Agrigento, città fondata da quei greci così tanto influenzati dalle illuminazioni provenienti dall’oriente, proprio dal Tibet e non in sette anni.
In Via Giovanni XXIII, al centro di una strada che casualmente collega l’ex manicomio all’ex ospedale, esiste un luogo che studia le profondità dell’animo, i misteri del cervello, i capricci scimmieschi della mente, le terapie e le pratiche per aiutare le persone a superare i dolori dell’esistenza e a trovare la via della guarigione. È lo Spazio Rêverie. Nato oltre dieci anni fa su iniziativa di un gruppo di psicoterapeuti come luogo di aggiornamento e supervisione dei casi clinici trattati, si è trasformato via via in spazio di incontro, discussione, formazione, approfondimento con la promozione di eventi aperti all’esterno, anche ai non specialisti. L’ultimo si è svolto sabato 21 gennaio, con un seminario dedicato alla Mindfulness, alla meditazione di consapevolezza.
Sono felice di esserci stato e di scrivere della mia personale esperienza, utile ad alimentare il seme della consapevolezza. È stato un momento di conoscenza, di arricchimento, di scoperta. Sono dispiaciuto di non avere partecipato agli altri incontri dedicati ad altri argomenti di grande interesse come la paura, la rabbia, lo psicodramma e i disturbi della personalità affrontati a più voci e quindi con più punti di vista per toccare le nostre diverse corde. Uno degli ultimi, ad esempio, ha visto la presenza di un docente universitario, un critico letterario e una monaca buddista. 
Il seminario sulla Mindfulness ha attirato un pubblico inaspettato, che ha sorpreso piacevolmente gli organizzatori (c’è voglia di sapere e di conquistare spazi di felicità). Oltre quaranta le persone che hanno riempito la sala dello Spazio Rêverie: tanti psicologi, ma anche semplici curiosi, appassionati e pure meditatori di lunga data (ho scoperto che ad Agrigento esiste un gruppo che si riunisce periodicamente solo per meditare, seguendo gli insegnamenti di Osho). Tre ore intense, in cui si è parlato delle origini della Mindfulness, delle sue applicazioni cliniche, con un gradito assaggio pratico: la meditazione della mandorla (una variante tutta agrigentina della più famosa meditazione sull’uvetta).
A parlare di Mindfulness, in tutti i suoi aspetti, storici e scientifici, è stato Renato Maria Schembri, psicologo, psicoterapeuta, nonché apprezzato scrittore. A introdurre il seminario lo psichiatra Francesco Manno, per tanti anni responsabile delle strutture pubbliche di psichiatria ad Agrigento e a Sciacca. Schembri e Manno: due dei soci fondatori dello Spazio Rêverie, divenuto cinque anni un’associazione che conta sull’apporto di altri validi professionisti come Emanuela Terrasi, Florinda Picone, Giovanna Di Falco, Cristina Camilleri, Salvatore Cammarata, Loredana Migliara, Daniela Pulci. Un gruppo di psicoterapeuti che, con entusiasmo, condivide un percorso di lavoro e di ricerca in campo psicodinamico.
Il dottore Manno ha dato il via introducendo i concetti di realtà, di verità, di sofferenza e di cause della sofferenza, parlando di psicoterapia, di neuroscienze e del pensiero buddista delineando un percorso per non essere travolti dalle scimmie interne. Il dottore Schembri è entrato poi nel dettaglio, parlando di Mindfulness da psicoterapeuta e da praticante alcune forme di meditazione. I benefici sono supportati da innumerevoli ricerche scientifiche. È efficace per la riduzione dello stress, delle manifestazioni depressive, dei disturbi ossessivo compulsivi, dell’ansia, degli attacchi di panico, dei disturbi della personalità, del disturbo post traumatico da stress. Il dottore Schembri ha portato l’esempio dello scrittore e monaco buddista francese Matthieu Ricard, considerato l’uomo più felice del mondo per la sua incredibile capacità di reagire allo stress e al dolore, così come dimostrato da esami con risonanza magnetica funzionale.
Renato Schembri ha voluto poi sottolineare che la Mindfulness non è una religione così come non è tante altre cose (la meditazione è praticata da eminenti neurologi così come da importanti sacerdoti cristiani). Prende il cuore dell’insegnamento buddista, ma non è un’attività confessionale, non è una condizione mistica, non è una tecnica di rilassamento, non è uno svuotamento della mente, non è una fuga della realtà, non è esclusiva attività di meditazione. È una palestra della felicità, un esercizio continuo della concentrazione, è un prendersi cura della propria mente, fare del bene a se stessi e agli altri. La gioia che ne deriva, ha concluso il seminario il dottore Manno, ha a che fare con la libertà. E per essere sempre più liberi e consapevoli sulla via della libertà, lo Spazio Rêverie ha annunciato altri tre incontri dedicati a tre tipi di meditazione: uno a febbraio, uno a marzo e uno ad aprile. Scommetto una mandorla che saranno un successo, di presenze e di felicità. 

Raimondo Moncada

martedì 10 gennaio 2017

Una magia per non rimanere senza Pin



Se non ricordi più la password, prova con “Sin Sala Pin”. Troppi codici grippano il cervello.

È una drammatica realtà dei nostri giorni. Sono davvero troppi codici segreti da ricordare. Ce n'è per ogni apertura: un Pin per aprire il cellulare, un pin per lavorare al computer, un Pin per accedere alla propria posta elettronica, un Pin per scrivere sul proprio blog, un Pin per interagire sui social (Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest, Linkedin, Google +), un Pin per pagare la bolletta sul conto corrente on-line, un Pin per pagare la gassosa con il bancomat, un Pin per aprire la porta del bagno e fare la pipì prima che scappi (mi capita a Palermo, dove in un bar, dopo aver consumato, mi scrivono quattro numeri sullo scrontrino da digitare su una tastiera all’ingresso del Wc). C'è anche un Pin per i missili atomici (e meno male!)
Il cervello non ne può più di ricordare gli innumerevoli Pin che ormai si accumulano a vista d’occhio, sempre più diversi e sempre più complicati. I neuroni cominciano a dare segni di stanchezza. Danno i numeri. L’evoluzione non ha previsto i Pin. Ma sei costretto dalla modernità supertecnologica. 

Non puoi appuntare tutto su carta. E se dovessi perdere il foglio?
Non puoi neanche scrivere i codici sulle mani: saresti costretto a non lavarle più. La magia è l’unica soluzione: 

SIN SALA PIN! 

Un’unica formula per tutti i codici, per non rimanere di colpo senza Pin.E oggi come oggi senza Pin non si va più da nessuna parte. Senza Pin non si può vivere. 


Raimondo Moncada

lunedì 9 gennaio 2017

Parlare siciliano pi nun aggigghiari e muriri di friddu

Il siciliano è una lingua che riscalda! Quando la senti aumenta la temperatura del cuore. Hai un fremito, specialmente in ambienti dove si parla un’altra lingua. Succede, ad esempio, quando ti capita d’essere in terra straniera e sorseggiando un caffè dentro un bar senti una persona non parlare l’inglese, il francese, il tedesco o l’australiano, ma la tua lingua madre: il siciliano.
Ora succede anche in Sicilia, isola che sta diventando terra straniera per la lingua dei nostri padri.

Quanti lo parlano ancora? Quale siciliano viene parlato? Quali parole resistono? Quali parole sono state dimenticate?
Quante domande!
Le risposte sono roba da ricercatori, da università, da studiosi raffinati e appassionati (musica per le orecchie del docente e saggista palermitano Roberto Sottile).

Il siciliano, la lingua del cuore, dunque. La lingua con cui sono cresciuto, con cui ho nominato le cose del mondo, gli affetti familiari, le amicizie. La lingua che mi ha dato un’identità. Poi a scuola sono stato bacchettato e sono stato costretto ad abbandonarla e a parlare la mia seconda lingua, che poi è la principale lingua dell’Italia unita. Una nuova lingua che è diventata quella naturale delle generazioni contemporanee che, ironia della sorte, sono costrette a loro volta a studiare la mia lingua madre con progetti scolastici.

Alla mia lingua ho dedicato il libro “Chi nicchi e nacchi”, dando dignità a cunti e canti scritti negli anni proprio in siciliano. E con la mia lingua ogni tanto gioco perché se non si usano le parole si perdono nell’oblio. 

Un gioco l’ho lanciato su Facebook, scrivendo un post-icona dal titolo “Perché il siciliano è una lingua che riscalda” con dentro quattro parole siciliane: ‘ncupunatu (coperto di sana pianta, dalla testa ai piedi), cuttunina e cutra (coperte), mutannuna (mutande esagerate e di lana termica che ti arrivano alle caviglie non lasciando, d’inverno, un pelo scoperto). Il giorno prima, parlando delle bassissime temperature, avevo utilizzato il termine italianizzato di “agghiacciannu” per dire “aggigghiannu” ma anche “aggiarniannu pi poi muriri do frittu”. 

Al gioco hanno risposto immediatamente diversi amici, cantanti, artisti, professori di Lettere, professionisti, appassionati, di diversa provenienza: da Agrigento, a Licata, a Ribera, a Raffadali. I loro nomi sono sul mio profilo. Voglio ricordare Ezio Noto, Angela Mancuso, Angela Cacciatore, Enzo Giacobbe, Lillo Sarullo, Rosaria Vincenza Cavaleri, Rosaria Fisco, Giuseppe Marino, Angela Roberto, Salvina Munisteri, Totò Randazzo, Lorenzo Lorimberga Giusto, Salvatore Burgio (ringrazio tutti per il prezioso apporto e l’istruttivo divertimento).

Ognuno a tirare fuori parole su parole dal cilindro della memoria collettiva, da questo patrimonio linguistico che non dobbiamo smarrire. E allora sono venuti fuori termini ma anche espressioni che un tempo usavamo spesso, che un tempo sentivamo dai nostri nonni e poi dai nostri genitori e poi… non più. Solo parole da museo o da raccolta accademica, alcune vicinissime all’italico idioma altre più radicate e ai più giovani incomprensibili:


-         A scuzzetta cu u giummu ‘ntesta

-         U birriuni

-         U pipituni

-         U scialli di lana

-         A manta di lana

-         A mantella fatta chi i busi

-         I pidunetta

-         I scarpi di lana pi la notti

-         U tanginu

-         A borsa di l’acqua cavuda

-         A pignata ca vuddi

-         U partò

-         A bunaca di vellutu o di fustagnu

-         mittitivi lu scappularu ncapu la bunaca!

-         ‘Ndruscialu megghiu l’addevu

-         U rosoliu
-        

Qualcuno, con ludico trasporto, ha anche tirato fuori parole e espressioni come: “a frevi”, “a russania”, “u focu di Sant’Antoniu”, “a Seicentu chi vuddi”, “a cannila addumata”. Io avrei insistito, ma non l’ho fatto, con “timpuluna” e “marruggi” perché anche questi riscaldano. 

Ma quello che ci dava più calore – come giustamente mi viene suggerito – erano “li vrazza di la nanna”. 


Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 

domenica 8 gennaio 2017

Dall’anatema di papa Wojtyla ad Agrigento all’uccisione di don Pino Puglisi


Sono due i martiri della svolta della Chiesa contro la mafia: il giudice Rosario Livatino, testimone di fede, e don Pino Puglisi, sacerdote di Brancaccio. Il “movente alto” dell’omicidio di don Puglisi, in particolare, è legato all’anatema di Karol Wojtyla nella Valle dei Templi di Agrigento quando il 9 maggio 1993 tuonò proprio contro definita “civiltà della morte".

Sono affermazioni del procuratore capo della Repubblica di Agrigento Luigi Patronaggio, il magistrato che a Palermo coordinò le indagini sul delitto avvenuto a Brancaccio il 15 settembre 1993, raccolse le dichiarazioni di pentimento del killer, e sostenne l’accusa al processo. Luigi Patronaggio ha raccontato di quella pagina della sua vita (“una grande esperienza umana, professionale e di crescita”) sabato sera al centro civico di  Menfi, nel corso della presentazione del libro Il primo martire di mafia. L’eredità di Padre Pino Puglisi. Un saggio dell’avvocato-scrittore Salvo Ognibene e dell’insegnante Rosaria Cascio (Edizione Dehoniane di Bologna).  

“Abbiamo messo assieme – ha detto Salvo Ognibene – due diversi punti di vista, con in comune: l’amore per la bellezza e la verità. E non abbiamo avuto paura a raccontare quello che in altri libri non è stato raccontato. La casa editrice cattolica ci ha dato una grande spinta”.

Don Puglisi è stato la guida spirituale di Rosaria Cascio, ora docente in una scuola superiore di Palermo.  Una esperienza lunga quindici anni che l’ha segnata: “Per me è stato un padre, una madre, un fratello, una sorella: è stato tutto. Non è morto invano. I suoi valori vivono in me”. Una delle cose che le ha insegnato è quella di “non dare risposte, ma di sollecitare domande” ai giovani. E poi “di alzarmi la mattina e chiedermi: cosa posso fare oggi per gli altri e quale senso dare alla giornata?”

“È stato subito chiaro che è stato un martirio. Di solito quando si uccide un prete parte la controinformazione. Con Padre Puglisi no. Le persone piangevano il loro maestro”. Così Luigi Patronaggio ricorda i primi giorni dal delitto.

Il “movente alto” dell’omicidio, ha poi spiegato, è legato alla svolta stragista di Cosa Nostra contro lo Stato e contro il cambiamento della Chiesa. Il “movente basso” è invece riconducibile all’attività nel territorio di Padre Puglisi, alla sua azione pastorale, al suo “catechismo della testimonianza”, al suo impegno civile a favore del quartiere Brancaccio, alla sua semplicità, al suo seminare speranza nel cuore dei giovani raccogliendoli dalla strada, al suo essere contro ogni antica regola, contro il giogo mafioso. Il suo delitto – ha evidenziato – è stato determinato anche da un isolamento delle istituzioni che lo ha consegnato idealmente agli assassini.  

“La sua – ha concluso Luigi Patronaggio – è stata un’eredità sprecata. Ma ora stiamo recuperando, con la Chiesa della svolta di papa Francecso.

Presenze illustri, in una sala stracolma di persone e per un evento organizzato dall’Istituzione Culturale “Federico II” insieme alla Consulta Giovanile. È intervenuto il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, in un momento di profonda riflessione coordinato dalla professoressa Alice Titone e aperto dal saluto del sindaco Vincenzo Lotà.

Con il suo morbido carisma, Don Franco ha illuminato il cuore e le menti degli attenti spettatori venuti anche da fuori Menfi. Ha parlato di una Chiesa che è sempre un “cantiere”, in continuo cambiamento, dell’attualità del messaggio evangelico, della paura dei fedeli a lasciare vecchi schemi per il nuovo, dei mafiosi che vivono una fede falsa, esteriore (solo “luccichìo”), dei religiosi che vivono pienamente la Parola e la testimoniano concretamente con le azioni andando controcorrente.

“Don Pino Puglisi – ha detto il cardinale Montenegro – è stato un uomo che ha creduto, un sacerdote innamorato del Vangelo. Ha vissuto con semplicità francescana, vivendo e facendo vivere una fede viva, mai cercando di meravigliare e stupire. Si è presentato come testimone e non come maestro, in un momento di passaggio della Chiesa. La sua semplicità, la sua azione hanno dato fastidio. È andato controcorrente, come Gesù. Ha scritto una pagina di storia”.

Ancora Don Franco: “L’impegno di Padre Puglisi è stato quello di non fare donne e uomini pii, con le mani giunte. Ma quello di far crescere donne e uomini veri. Ha avuto la grande capacità di guardare il cielo con le scarpe sporche.  E questa è la garanzia che siamo in presenza di un uomo e di un prete vero”.

“L’ultimo suo colpo di cesello”, ha concluso il cardinale Montenegro, è stato il pentimento di chi lo ha ucciso: “Il Vangelo chiede il cambiamento del cuore”.  

Raimondo Moncada


La foto di Padre Puglisi con papa Wojtila è tratta da internet, dal sito www.beatopadrepuglisi.it. È inserita in un articolo del 18 ottobre 2015, a firma di Alessandra Turrisi del Giornale di Sicilia, in cui si parla di una iniziativa del parroco di San Gaetano, don Maurizio Francoforte, per cercare foto e ogni materiale utile per realizzare una mostra "per restituire il volto, la personalità e il pensiero di Padre Puglisi". Ci siamo permessi di prendere a prestito l'immagine dal bacino, aperto al pubblico, di internet e di utilizzarla in questo ricordo dedicato al Beato - richiamandone la fonte - in quanto ritenuta significativa. A richiesta dei proprietari, sarà rimossa. 

sabato 7 gennaio 2017

Totò Castelli e l'irrefrenabile risosità dopo il doppio pensionamento


È andato due volte in pensione, lo stesso anno. Ma non dal riso e non da Rosa. Le stranezze fanno parte della sua storia, della sua identità. Su Facebook, giusto per restare in tema, ha due profili. Il primo profilo è intestato a Totò Castelli (nella foto di presentazione, indossa un cappello e sorride). Il secondo profilo porta il nome di Salvatore Castelli (nella foto di presentazione è più serio, ed è senza cappello; nell’immagine di copertina suona la chitarra). Le informazioni sulla persona, sul professionista, sull’artista, sull’uomo, sul personaggio, sono le stesse. È originario di Racalmuto, dove è nato nel 1950, ma da una vita abita tra gli inebrianti profumi delle arance di Ribera.

È molto noto per il suo modo di essere, per le sue svariate attività, per le sue passioni, per la sua originalità, per il suo impegno, per la sua personalità, per i suoi scritti, per i suoi scatti. E lo conoscono soprattutto come Totò, per come preferisce farsi chiamare.
Totò Castelli è giornalista, fotogiornalista, umorista, cantante-musicista, operatore culturale e tanto altro. È stato corrispondente per il Giornale di Sicilia, ricorda, per 46 anni. E per quasi lo stesso arco di tempo funzionario al Comune di Ribera (da responsabile dei Servizi Demografici, conosce vita, morte e anche miracoli del paese che lo ha adottato). Lo scorso anno è stato collocato in pensione, come corrispondente del quotidiano palermitano e come pubblico funzionario. Ma non dalle altre attività, compresa quella di promotore e suscitatore del riso involontario.
Totò Castelli, ad esempio, canta. E ha un suo pubblico di estimatori. Adora Rosa Balistreri, che ha conosciuto e frequentato e che da sempre propone in concerti da solista, lui e la sua chitarra, con una voce e una carica emotiva che ti arrivano al cuore come ho avuto modo di sentire io stesso alla presentazione del libro Chi nicchi e nacchi (nelle scorse settimane è stato nella biblioteca comunale di Cianciana e nella chiesa Immacolata di Ribera a cantare brani di ispirazione religiosa proprio della sua amata Rosa Balistreri).



È vicepresidente dell’Auser, associazione degli Amici della Terza Età, con cui organizza diverse iniziative, una tra queste il premio nazionale di poesia “Una poesia per la pace” dedicato a Giuseppe Ganduscio.
Per dieci anni ha diretto il periodico satirico “Ribera, città del riso” oltre a collaborare con Teleacras, Tele Radio Monte Kronio di Sciacca, Radio Torre Ribera, L’Amico del Popolo e Momenti. Ha alle spalle pubblicazioni contenenti raccolte di sue foto "risose". La prima mi si è adagiata tanti anni fa tra le mani e l'ho sfogliata con diletto: “Solo gli stupidi occupano l’entrata. La letteratura delle saracinesche” (Edizioni Momenti), una carrellata di immagini con frasi divertenti scritte agli ingressi dei garage. L’ultimo libro è “Foto Totò”, sempre per Edizioni Momenti.

Castelli ha un archivio fotografico immenso che di tanto in tanto riversa sui suoi due profili Facebook, regalandoci i suoi ricordi e brani di memoria collettiva. Tuffi nella memoria. 

Nel dopo Befana (sabato 8 gennaio 2017, per gli storici), è stato protagonista di una serata a Ribera, dal titolo “Una foto… un sorriso”. Al Club Cappelli di Paglia, sono state proiettate immagini curiose e divertenti scattate in giro per la Sicilia in quarant’anni.  Un pomeriggio di umorismo involontario (o come dice Totò "risoso"), presentato dal presidente del club Emanuele Siragusa, ex sindaco di Ribera, ma anche ex presidente della ormai ex Provincia Regionale di Agrigento. 


Sono state proiettate le migliori immagini che hanno fatto parte delle mostre fotografiche “Solo gli stupidi occupano l’entrata”, “Muràlia” e “Fruttuosa diversità”. Il pubblico si è divertito molto alla lettura di frasi disarticolate e immagini davvero bizzarre, alle sgrammaticature di donne e uomini innamorati, e alle stranezze di una pazza (o creativa) natura. Anche Totò Castelli ha riso, rivedendo per la milionesima volta i suoi scatti e sentendo la "risosa" partecipazione degli spettatori. 



“Il pensionamento mi ha fatto rinascere a una nuova vita – ha dichiarato il giornalista Castelli al collega giornalista che lo ha avvicinato al freddo per una dichiarazione a caldo –. Mi ha dato una nuova carica per dedicarmi a quelle attività a cui avevo in parte rinunciato. Sto portando in giro un concerto con le canzoni di Rosa Balistreri, sto preparando nuove pubblicazioni e l’uscita, quanto prima, del periodico satirico Ribera città del riso”.

Insomma, Totò Castelli si è presentato più “risoso” che mai. E, col tempo, minaccia, avrà ancora più “risosità”. I riberesi in primis e poi tutti i siciliani sono avvertiti. 


Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it
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