martedì 7 agosto 2018

La strada della sorte: Palermo-Agrigento


Alla fine conviene fare il giro largo per arrivare prima. Ho misurato, di persona, metro per metro, con la mia macchina a quattro ruote. La strada “Palermo-Agrigento” non la percorrevo per intero, da punta a punta, da una vita, probabilmente dal mio periodo universitario, quindi da circa trent’anni. Allora viaggiavo pure in autobus o in treno che ti permettevano di leggere o dormire. Altra epoca, che mi fa sentire vecchio, ma non ancora in pensione: c’è tempo, molto tempo.  

Da allora la strada è cambiata. L’ho voluta ripercorrere più per un atto d’amore che per altro. Ma, facendola, ho compreso che ci vuole anche una buona dose di coraggio e anche di incoscienza. 

Trovandomi a Palermo, raggiunta da Sciacca attraverso la Fondovalle (poco più di un’ora di macchina, andando ad andatura zen), ho seguito l’impulso del cuore: vai ad Agrigento! vai ad Agrigento! 

Ho così deciso di andare nella mia natia città, dal percorso naturale, quello familiare, quello che avevo percorso in autobus non so quante volte, quello che facevo in macchina seduto accanto a mio padre quando andava a Palermo. Deciso: vado ad Agrigento! Apro così l’applicazione del navigatore sullo smartphone per farmi indicare la strada, la direzione che avrei ritrovato anche a intuito nei circuiti arrugginiti della mia memoria: uscire da Palermo e immettermi sulla statale che porta dritta ad Agrigento. Mi balza subito all’occhio la previsione sulla durata del percorso: 2 ore e mezzo, se mi va bene. 

Ricordavo di meno, molto meno: penso. Quasi non ci credo. Sicuramente l’App sarà sballata, il caldo le avrà modificato i circuiti, le connessioni neuronali. 

Non mi scoraggio e mi avvio, senza farmi la croce. Mi sarebbe servita. 

Non c’è traffico. Parto, nel primo pomeriggio. Lungo la strada incontro limiti di velocità che neanche a piedi si riesce a rispettare, e autovelox su autovelox, anche su lunghi rettifili, che è poi una sfortuna non riuscire a superare di 1 chilometro il limite imposto e opportunamente segnalato per chi sa guardare un’infinità di segnali. E quante deviazioni, quanti semafori, quante attese che comunque riempi considerandole oasi ristoratrici. Per chi ama la natura, la campagna, gli animali al pascolo, i paesaggi montani, l’aria buona, non ha impegni, è calmo di carattere, fa meditazione tibetana, è in buona salute, non è un paziente d’ambulanza con la sirena spietata, è una situazione ideale. 


Arrivo finalmente a destinazione. Il tragitto mi fa vivere dislivelli meteo da febbre: passo dal caldo afoso di Palermo, al freschetto e alla pioggia di Lercara Friddi, al ristoro del Motel San Pietro, al caldo di Agrigento. Giungo alla meta puntualmente dopo 2 ore e mezzo, minuto più minuto meno. All’arrivo chiedo scusa al navigatore dello smartphone. Gli faccio pure i complimenti per avere azzeccato la durata del mio viaggio-avventura, che mi ha molto ricordato i tempi del crollo del vecchio viadotto sul fiume Verdura quando fui (leggasi fui) costretto a fare il giro per le Alpi agrigentine per raggiungere il mio luogo di lavoro. 

Due ore e mezzo: Palermo-Agrigento! Da Guinness. Ma si può migliorare. In orari di punta, sicuramente si impiega di più. 

Conviene, certo che conviene, scendere (per modo di dire) da Palermo a Sciacca e poi dirigersi ad Agrigento. Fai un giro largo, ma arrivi prima. 

Scherzi a parte, la grande consolazione è, comunque, vedere tanti cantieri che stanno di fatto migliorando la sicurezza di lunghi tratti di una strada che, ricordo, avevano tanti anni fa battezzato come “la strada della morte” o la “strada delle croci”, tante, troppe croci. 

Ora è la strada della sorte: speriamo che non mi raggiunga a casa una contravvenzione per avere superato dello zero virgola il limite di velocità di 30 chilometri orari. 

Pazienza. Un giorno i cantieri saranno chiusi e, per scommessa, per togliermi il piacere, per raggiungere la mia Agrigento, mi partirò da Sciacca, raggiungerò Trapani, da Trapani andrò a Palermo, da Palermo a Messina, da Messina a Catania… scusate, ho sbagliato strada. 

Insomma, andrò appositamente da Sciacca a Palermo per rifare lo stesso percorso e godermi tutto il collegamento, dal capoluogo ad Agrigento con un’andatura e tempi di percorrenza decenti. Spero di sentirmi come al nord come mi sento al nord quando mi capita di percorrere la nuova super strada Agrigento-Caltanissetta. 

Alla fine mi sento di dire grazie a chi ha pensato, insistito, progettato, finanziato, eseguito gli interventi che serviranno a salvare sulle strade delle vite umane. Un po’ di pazienza, virtù che con i tempi che corrono sembra essere merce rara. 

 

Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it

sabato 28 luglio 2018

Foto alla luna rossa, attenti alle richieste di risarcimento

Un mondo in fallimento. Quasi tutti i proprietari di smartphone e di macchine fotografiche e di telecamere rischiano seriamente di essere citati in giudizio.  
Dopo la giornata di ieri, con miliardi di fotografie all’eclissi lunare più spettacolare e sanguigna degli ultimi cento anni, chi ha scattato e pubblicato le immagini senza la prescritta autorizzazione rischia di pagare in contanti (o, se vuole, anche in assegno o con comodo bancomat) risarcimenti milionari (se gli va bene).
La Luna ha infatti il copyright.
Da non credere, ma è purtroppo così.
Negli ultimi tempi, ci facciamo troppo facilmente prendere dalla smania di pubblicare tutto ciò che avviene sotto i nostri occhi, con cose e anche persone protagoniste, senza chiedere però il permesso a nessuno. Va infatti considerato - dicono chiaramente le leggi, che non ammettono ignoranza alcuna - il diritto alla privacy e anche all’immagine. E la Luna ha diritto ad ambedue, non solo lei in quanto lei ma chi ne rivendica la proprietà, perché nel tempo terreni lunari, ben visibili dalla terra, sono stati venduti a privati da agenzie specializzate e hanno tanto di proprietari certificati che mostrano pure l’atto notarile.
Prepariamoci, dunque, alle richieste di risarcimento.
La Luna e Marte ci hanno teso una bella trappola, di fascino e bellezza, con la complicità degli scienziati dell'universo.

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 

* Per chi non l’avesse capito, la soprastante è una Fake News (in siciliano: 'na minchiata!) che, anche se palesemente falsa, va comunque per la maggiore nei social dove l'85 per cento di utenti, stando a un recente sondaggio, la credono vera. 


* La foto non è mia, è tratta dal profilo Facebook del mio amico scienziato dell’Esa Tommaso Parrinello (per i più curiosi: abbiamo frequentato lo stesso liceo scientifico "Leonardo" di Agrigento: questa è vera!)

venerdì 27 luglio 2018

Lo spettacolo della super Luna

Sappiamo tutto sulla Luna, eppure non sappiamo niente. Rispondi: cos’è quella palla bianca che ogni giorno si alza in cielo e che ogni giorno è diversa da quella apparsa il giorno precedente?
È sempre la stessa Luna, ma diversa, istante dopo istante, quasi a non mostrarsi mai uguale, giocando nel cielo con la luce del Sole. Per un periodo cresce, gradualmente, senza fretta, falce dopo falce, fino ad apparire piena del suo splendore. Poi decresce, spicchio dopo spicchio, fino a sparire nel buco nero della nostra vista.
Un respiro, con cicli sempre identici, misurabili, trascritti sui resistenti calendari cartacei, eppure di un fascino eterno, che non tramonta mai. Perché la stai sempre a guardare e l’aspetti e la fotografi, la Luna, e ci fai pure i selfie con lei che ti guarda alle spalle placida e silenziosa, mettendosi in posa, mentre fa palpitare il cuore agli innamorati e ispira la penna dei poeti che non si stancano mai di cantarla.
Parla, la Luna parla. Parla solo a loro, ai poeti, agli innamorati, a chi è bambino o ha l’animo da bambino, e a chi la sa ascoltare. La Luna non è per tutti, anche se si dà a tutti, nessuno escluso. È per chi ha l’occhio di seguirla, scaglia dopo scaglia, nel mare notturno che rispecchia e frammenta in un puzzle d’acqua la sua argentea luce, fino a perdersi nella linea d’orizzonte.
Gli uomini hanno provato a violentarne il mistero. Ci hanno messo pure i piedi sopra la faccia, quella faccia che da sempre ci guarda e che dalle scuole elementari, piccoli, con le mani tremanti, ci divertiamo a dipingere con gli occhi, il naso e la bocca, dandogli ognuno un’identità.
Cosa hanno concluso gli astronauti? Ci hanno messo le bandiere, ci hanno saltellato alzando un polverone mondiale solo per prendersi il record del primo sbarco sul pavimento lunare: “Siamo stati noi a metterci per primi i piedi!”
Penso che anche agli stessi astronauti piaccia di più guardarla dalla finestra della loro casa terrestre.
La Luna è bella dalla Terra, in lontananza si coglie, piena, tutta la sua grandezza.
Guardiamola la Luna, scrutiamola. Scopriamola, con l’animo, col cuore, con gli occhi di un Ciaula che se la ritrova davanti agli occhi, improvvisa, salendo dal ventre nero della terra.
Andiamo in spiaggia, andiamo nella punta del molo più lungo del porto, saliamo sulla vetta della montagna, allontaniamoci dagli artificiali rumori del mondo, dalle luci esagerate delle città. Incontriamola sulla terra, la Luna. Accarezziamola con le nostre mute parole, con i nostri eloquenti silenzi, con la meraviglia dei nostri occhi sgranati. La notte, nel cuore del suo silenzio, ci donerà noi stessi e il mistero dell’esistenza con impercettibili scintille.
Butta per un attimo gli occhi sopra la tua testa. Non di giorno. Di giorno il teatro è chiuso. Guarda le luci della notte, non quelle degli uomini ma quelle del cielo.
Miliardi e miliardi e miliardi di stelle che brillano, chi più chi meno, di una presenza di cui ci arriva solo l’irreale riflesso, dopo anni luce di faticoso cammino. La Luna è lì, a portata di mano, vera, reale, regina della notte, splendente come il sole che al tramonto, puntuale, gli lascia il palcoscenico.
È tua, è di tutti, è di chi la sa prendere. Allunghi le mani e ce l’hai, l’afferri, la accogli. C’è anche se chiudi gli occhi. I filosofi, dagli albori dell’umanità, ne hanno fatto oggetto di riflessione. I saggi ne hanno assorbito le sottili energie per arricchire di pace la loro profonda saggezza. Gli scienziati l’hanno esaminata in lungo e in largo, vivisezionandola.
La Luna non ti fa sentire solo. Prova a uscire, di notte, al buio pesto, senza la sua presenza. E prova poi a uscire con lei da solo o anche mano nella mano con il tuo amore. Con la Luna è magico, è divino, è un’altra cosa, un’altra vita. Anche le stelle la stanno a guardare, incantate di uno spettacolo che sale sempre di intensità, e che ti toglie il respiro.
L’uomo, dopo le prime volte, non ha più osato violentarne il mistero. Non ci ha messo più piede. Lo ha capito. La Luna bisogna lasciarla in pace. Ha spostato il suo obiettivo su Marte, il pianeta rosso, che oggi, eccezionalmente, renderà omaggio all’amica, illuminandola con un faro del suo sanguigno colore.
Godiamocelo, allora, questo spettacolo. Oggi, solo oggi, va in scena la Super Luna, stella tra le stelle dell’universo.
Ho già prenotato due posti, in prima fila, nel silenzio rispettoso della notte. Sarò lì, seduto, sui gradoni del tempio della Concordia, nella Valle dei Templi della mia città, avvolto dal firmamento e dalla storia dell’uomo che, nel tempo, ha pure innalzato preghiere alla Dea Luna.
E ora silenzio.

Raimondo Moncada



giovedì 12 luglio 2018

San Calò, uno di famiglia


San Calogero lo sento come un fratello, come un amico, come uno di famiglia. È parte dell’essere agrigentino, di chi crede nel senso ortodosso del termine e anche di chi non è  propriamente inteso come “religioso” nel senso di praticante la religione in tutti i suoi riti e sacramenti con naturale e quotidiana continuità (per inciso: ho conosciuto religiosi non praticanti e praticanti non religiosi). 


La figura di San Calò è sacra, per tutti. Non a caso ogni anno la sua vara viene portata in spalla da numerosissimi devoti in condizioni disumane. E non a caso viene sempre circondata da folle oceaniche. C’è un popolo, omogeneo e variopinto, non costretto da nessuno a riunirsi e a gridare in continuazione “Evviva San Calò!”. Perché tutto a San Calò è spontaneo. Tutto viene dal cuore. Tutto viene da un infinito profondo. Tutto si perpetua di generazione in generazione. Tutto si fa per fede, perché si crede nel Santo e nel suo potere miracoloso. Perché San Calò non tradisce. I miracoli li fa per davvero a cominciare dalla fede per il Santo mostrata da chi nella vita di tutti i giorni vedi bollato come ateo o bestemmiatore e che poi magari ti porta nel portafogli o nel parabrezza della propria lapa un santino, a cui rivolgersi in particolari momenti per un umano conforto. 

San Calò è sempre al tuo fianco e tutti gli portano il dovuto rispetto e la meritata devozione, con l’immancabile presenza nelle processioni di luglio; con il viaggio ‘mpiduni per chilometri di rovente asfalto; con l’assalto alla statua della vara per baciarlo e abbracciarlo e asciugarlo di estivo sudore; con il lancio di chili e chili di odoroso e costoso pane al suo passaggio per le vie della città sotto casa di tutti. E che bello vedere mischiarsi nella folla bianco e nero, giallo e rosso, ricco e povero, il noto attore della tv e il meno noto attore del quartiere: tutti uguali ai piedi del Santo. 


Manco da Agrigento da tempo. O meglio, non frequento la mia natia città con la cadenza della mia infanzia e adolescenza. E la lontananza ti porta a vivere con più intensità quegli avvenimenti che da piccolo, da ragazzo, erano degli appuntamenti immancabili perché vissuti dai tuoi nonni, vissuti da tuo padre, vissuti da tua madre (e lo sentivo già dentro il pancione con la tammuriniata che suonava all’unisono col battito del cuore materno). Ricordo poi da piccolino l’arrivo trionfale della vara in Via Duomo, il mio primo quartiere, il passaggio davanti la Cattedrale, la sosta in piazza Don Minzoni: che spettacolo sulle strade, sui balconi, sui tetti, sulle scalinate! E io a correre tra mille gambe a inseguire e raccogliere panini con finocchietto e giuggiulena.

Quello che succede nelle prime due domeniche di luglio non può essere etichettato come manifestazione folk, ma è pura fede: la preparazione, le preghiere, l’attesa, la scampanellata, la tammuriniata, l’inno della banda musicale, la forza dei portatori, la speranza di chi chiede la grazia, la testimonianza di chi l’ha ottenuta. È un rito che si ripete, ogni anno. E ogni anno mi manca, puntualmente. Anche se non è la stessa cosa, proprio no!, vivo la festa di riflesso attraverso le mille e mille foto che appaiono su Facebook, i video e ora le dirette sui social di chi vive la festa per sé e per gli altri: un moderno altruismo grazie ai potentissimi smartphone. Una condivisione della fede e del fervore religioso che raggiunge ogni angolo del mondo, quei posti dove dai primi anni del secolo scorso gli agrigentini sono emigrati, ma non del tutto allontanati dalle proprie origini. Rimangono sempre legati con un resistente cordone ombelicale , sia alla propria madre terra sia al migrante nero, amico, fratello, di nome San Calò. 


Raimondo Moncada 

www.raimondomoncada.blogspot.it



martedì 10 luglio 2018

Gildo Moncada, il nonno partigiano, nella tesi dei nipoti

Ora sono i nipoti a raccontare il nonno partigiano, quel ragazzo siciliano, di Agrigento, che quasi alla loro età scelse in Umbria nel 1944 di entrare a far parte della brigata "Leoni" ed entrare nella storia della Resistenza. Sono quei nipoti che nonno Gildo non ha mai conosciuto e a cui è dedicato il libro in cui si ricostruisce la sua storia: Il partigiano bambino.
Un nipote lo ha voluto presentare nella sua tesina, in terza media, in un passaggio fondamentale della sua esistenza. Ne ha parlato, ricongiungendosi a una storia di famiglia che prima non conosceva e a una scelta del nonno che un altro nipote, in un'altra tesi, ha contestualizzato in un Novecento, tra chiari e scuri, in un periodo storico tragico per  l'umanità.
Un altro obiettivo raggiunto: la ricostruzione di un legame tra generazioni e la consapevolezza di cosa siamo stati, di quello che hanno vissuto i familiari che ci hanno preceduto e ci hanno messo al mondo.
Conoscere affinché nulla si disperda e affinché si trovino ragioni, motivazioni e risposte ad alcuni perché che una memoria remota, nascosta nella nostra pelle, fa riemergere.
Non ce ne rendiamo conto, presi come siamo dalla velocità del tempo dell’esistenza, Ma alla fine siamo nostro padre, siamo nostra madre, siamo i nostri nonni, siamo quello che sono stati, i loro slanci, le loro felicità, le loro ricchezze, i loro valori, i loro sacrifici, le loro delusioni, le loro sofferenze, i loro traumi, il loro tempo.
E ho scritto il libro su mio padre, Gildo Moncada, raccontando anche questo. Sapere della scelta deI nipoti che da soli, di propria spontanea volontà, decidono di parlare del nonno partigiano e del contesto storico in cui è maturata la sua scelta, nel loro ultimo impegno con la scuola dell’obbligo – così come aveva già fatto qualche anno fa una cugina -, mi commuove come mi commuove parlare di questa storia a ogni presentazione e come mi commuovono le iniziative legate al libro.
La memoria vive, grazie alla parola, grazie alla scrittura, grazie all’empatia, grazie alla comprensione, grazie alla consapevolezza, grazie alla condivisione. 
E il libro Il partigiano bambino - la storia di Gildo Moncada continua a vivere nell'animo dei nipoti e di chi continua a dimostrare tutto il suo affetto. Il libro - pubblicato nel marzo del 2017 - è andato in ristampa, con una seconda edizione integrata di nuovi ulteriori tasselli, schegge di una memoria che continua a squarciare l’oblio. Un'edizione che, nei piani dell'editore, avrà come obiettivo le scuole. 
Un grazie di cuore a Gaetano Alessi, a Ad Est Edizioni, a tutti gli amici che dallo scorso anno mi accompagnano alla scoperta di me stesso e di una storia che continua a svelarsi e a dirmi chi sono e da dove vengo.

Raimondo Moncada
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sabato 7 luglio 2018

Russia, esclusiva: i the best dei the best



Doveva rimanere top secret fino alla fine del campionato del mondo in Russia. E invece ne siamo lo stesso venuti in possesso e lo pubblichiamo pure a beneficio dei tanti appassionati di questo sport. In esclusiva eccovi, amici e amiche, l’elenco dei the best, ovvero dei migliori giocatori del mondiale di calcio selezionati dalla speciale giuria insediata dalla FEFA di cui fanno parte ex campioni del mondo, giornalisti delle più prestigiose testate giornalistiche del pianeta e modestamente chi scrive questo scoop. Le loro secretate decisioni sono importanti perché serviranno a scegliere il the best dei the best, ovvero il miglior calciatore del pianeta a cui assegnare il pallone d’oro dei palloni d’oro. 

Ecco l’elenco:


Croazia: Raimondoviciocci

Brasile: Raimordigno

Russia: Raimondindin

Corea: Rai Mon Don

Australia: Rayban

Perù: Railapena

Messico: Rairimanez

Costa Rica: Raimuarte

Giappone: Raikuusapi

Polonia: Raiciaicowski

Inghilterra: Raimorderson

Panama: Raiscobarsiempre

Tunisia: Raimustafà

Marocco; Raicumufafà

Svezia: Raimondalberg

Svizzera: Raimammel

Colombia: Raimaiolica

Senegal: Raibaly

Serbia: Raikolariv

Iran: Raimohahamomòhammadi

Arabia Saudita: Rairairai

Nigeria: Raimulù

Germania: Raimerkel

Francia: Raieiffel

Spagna: Raitoros

Uruguay: Raicanez

Egitto: Raibabà

Portogallo: Raimoaldo

Argentina: Raimessi

Belgio Raikakututti


Raimondo Moncada

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lunedì 2 luglio 2018

Brunetta di San Calò, scoperto il padre

È Brunetta ed è di San Calò, appartiene a lui, al santo nero venerato ad Agrigento con processioni affollate all’inverosimile nelle prime due domeniche di luglio. È la musica che lo fa uscire dalla sua basilica, che lo accompagna per vicoli e vicoletti e pirtusa di tutta la città. La banda non suona altro che Brunetta, per ore e ore, mentre le teste dei portatori e dei fedeli a piedi scalzi bruciano al sole.
L’autore non è di Agrigento. È originario di Alessandria della Rocca e di cognome fa Ingo.Il compositore a tantissimi agrigentini (per non dire a quasi tutti se non a tutti, compreso lo scrivente) non farà suonare alcun neurone din don dan, ma nel mondo musicale è un artista molto conosciuto e apprezzato.

Saputolo e dico e ripeto anche in maiuscolo “SAPUTOLO”, ora i neuroni din don dan cominciano a suonarmi come suona la campana del capo dei portatori della vara con l’amatissimo Santo. La musica di San Calò ce l’hai così dentro, appiccicato agli atomi del corpo e dello spirito, che quando all’orecchio ti arriva un solo accenno di Brunetta ti appare subito lui, San Calò.È un istante. Una folgorazione. Un miracolo.

Prima di oggi, e dopo 51 anni di esistenza su questa terra, non mi ero mai posto il problema di chi fosse il padre di Brunetta. Ero beato nella mia ignoranza perché l’ignoranza dà la beatitudine in questa incomprensibile attualità. Il nome di Ingo me lo ha tirato fuori un altro maestro che stimo tantissimo, un artista di Raffadali, Filippo Ragusa, compositore eccelso e direttore del corpo bandistico “Parisi”. Nel commentare la trascinante interpretazione della band milanese dei Four on Six, postata sul mio profilo Facebook, il maestro Ragusa ha precisato: “Tanto per sapere... questa è una marcia brillante per banda scritta dal Maestro Ingo di Alessandria della Rocca, il vero titolo della marcia non è Zingarella, ma Brunetta”.
La curiosità mi ha spinto a fare qualche ricerca veloce su internet. Non ho trovato tantissimo. E quel poco che ho trovato si collega a Luigi Ingo, a cui è dedicata nel paese natio l’associazione culturale musicale alessandrina che nel 1993 ha anche dato vita al locale complesso bandistico diretto dal nipote e maestro Roberto Guastella.Nel suo blog ingaoingo.alteravista.org, Francesco Febronio Ingo, mi dice che il noto compositore alessandrino appartiene “a una famiglia che la musica la porta nel sangue e ha conseguito il diploma di composizione e strumentazione per banda e conservatorio ‘Bellini’ di Palermo. Ha studiato direzione d’orchestra col maestro Pappalardo. Ha composto diverse opere tra cui marce sinfoniche, marce funebri, il concerto per clarinetto e pianoforte “Trastullo” e la musica di “Nunziatella” il dramma lirico dello scrittore modenese Clemente Coen.  


La Casa Editrice Tito Belati ce l’ha nell’elenco dei propri autori. Scopriamo così che Luigi Ingo è nato a Alessandria della Rocca nel 1898; che è stato compositore, direttore di banda e insegnante; che ha diretto, tra le altre, le bande di Santo Stefano di Camastra (Messina), Bivona (Agrigento), Caccamo (Palermo); che è morto a Roma nel 1976”.Pubblico su Facebook queste mie veloci ricerche tratte da Internet che non è un'enciclopedia, non è una scienza esatta. "Taggo" tra gli altri Carmelo Burgio, segretario generale di importanti Comuni italiani, originario di Alessandria della Rocca, che subito mi mette in contatto con i familiari dei due maestri. Per primo interviene Nino Ingo, nipote del compositore: “Per correttezza biografica, la porto a conoscenza che  il maestro è morto a Torino nel 1979”.

E' la volta di Giuseppe Ingo: "Zingarella è stata composta nel 1930 da mio zio Salvatore Ingo, fratello di Luigi, nonché fratello di mio padre, in occasione  della festa del Santissimo Crocifisso di Siculiana". Giuseppe Ingo cita il libro di Alphonse Doria dal titolo Il Santuario del SS Crocifisso di Siculiana".

Anche il maestro Filippo Ragusa precisa che il brano appartiene a Salvatore Ingo. Per completezza di informazione riportiamo anche quanto sostiene il blog Mondobanda che attribuisce Brunetta a Luigi Ingo. Su Youtube, inoltre, si segnalano diversi video che non solo non ci aiutano ma ci fanno confondere: ora attribuiscono il brano a Luigi, ora a Salvatore. E non solo. La marcia viene chiamata sia Brunetta che Zingarella. Insomma, ognuno ha la sua verità che è diversa da quella che viene dal paese d'origine, dalla famiglia del suo autore). 

Ma chi è Salvatore Ingo? Ne parla sempre il nipote Giuseppe che ci fornisce pure una foto d'epoca: "Nasce ad Alessandria della Rocca nel 1896 ed è il terso di sei figli che portano la musica nel sangue. Salvatore è stato un grande suonatore di flicorno baritono e tenore. E' stato maestro di musica a Montallegro, Siculiana e Licata. Gli altri fratelli: Giuseppe (clarinetto), Alfonso (sax tenore), Luigi (flicorno), Francesca (dotata di una bellissima voce) e Vincenzo (clarinetto piccolo Mib). Ringrazio mio cugino Roberto Guastella per avere ripreso la prestigiosa tradizione di famiglia. Nella foto Salvatore Ingo suona il contrabbasso".  Carmelo Burgio, da alessandrino Doc, ci offre poi la sua personale testimonianza: “Una famiglia dedita alla musica, bravissime persone che ho avuto il piacere di conoscere, avendo condiviso con loro la stessa via, un tempo luogo del grande valore della viciniorità, permeato da sinceri e duraturi sentimenti”.

Dopo questo svelamento del mistero a più voci, ora so a chi debbo ringraziare per una melodia che ti riporta alla fede, alla festa, al popolo, alla città di San Calò, la mia città: Agrigento. Chi non è agrigentino, chi non è nato e cresciuto con San Calò, non può capire: non può essere attraversato dal brivido che si sente ascoltando solo una nota di questa musica che già sentivo nella pancia di mia madre all’arrivo crescente della vara in piazza Don Minzoni, dove nella vicina Discesa Seminario avevo una piccolissima reggia.Il primo ottobre si celebrano i 120 anni della nascita del celebre maestro Luigi Ingo. Quel giorno risentirò la musica di San Calò e abbraccerò lui, Salvatore, tutta la famiglia Ingo e gli amici di Alessandria della Rocca che invito tutti a visitare. 

Raimondo Moncada

domenica 1 luglio 2018

L'incubo dei siciliani annegati in Libia

“Affondato un barcone diretto in Libia. I morti non si contano: sono tutti a galleggiare sulla superficie dell’acqua, ancora in attesa dei soccorsi. Tra i cadaveri galleggianti molti sono i bambini e le donne incinte. Tutti emigrati siciliani”.
Un incubo, solo un incubo a occhi aperti, un pensiero intrusivo, traumatico, di quelli che si producono da soli e che hai difficoltà a cacciare dalla mente, mi penetra d'improvviso la protezione ossea del cervello: “Morti, tanti morti, tra i tuoi conterranei, tra i tuoi connazionali, mentre cercavano, come tanti altri, una via di fuga verso un lido di speranza”. 

Sarà la voce della coscienza? 

Uomini, donne, anziani, bambini, famiglie intere. Come ai primi del Novecento quando partirono anche miei familiari per la lontanissima America. Come durante la guerra quando partì tutta la famiglia di mio nonno Raimondo con mio padre. Come nel dopoguerra quando si cercavano destinazioni sicure per poter vivere: nord Italia, Germania... Come negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta... quando ho visto partire zii, fratelli, amici… e quando io stesso ho conosciuto brevi periodi di emigrazione.
Come adesso.
Perché l’emigrazione dalle terre più povere verso terre immaginate più fortunate non si è mai arrestata. E oggi assistiamo a un doppio fenomeno: giovani che lasciano la Sicilia, il Sud d’Italia, per cercare lavoro altrove; e interi gruppi di famiglie che lasciano altre Sicilie per sbarcare nella nostra terra e poi decidere che fare. La differenza è nel mezzo di trasporto: oggi i nostri connazionali, con i soldi rimasti nel salvadanaio, prendono un aereo, un treno, un autobus, un passaggio in auto, mezzi sicuri, e raggiungono luoghi dove c’è già qualcuno: un amico, un conoscente, una comunità. Mentre chi viene da altre Sicilie, dopo varie peripezie e violenze, e aver pagato con risparmi di una vita mercanti di corpi senza scrupoli, raggiunge la nostra terra su barconi i cui legni sono incollati uno con l’altro con la saliva. 
Ma le due migrazioni, in dibattiti schizofrenici, non vengono messe sullo stesso livello. Si guarda più alla gente che viene che ai connazionali che vanno via e lasciano il vuoto con paesi che si spopolano e quartieri che cambiano colore. Si dimentica che anche noi abbiamo avuto le nostre tragedie e non negli abissi del mare, ma dentro l’inferno delle miniere come a Marcinelle in Belgio.
Cogli certi sentimenti da quel vespaio sempre più avvelenato di Facebook. 
“Perché noi siamo invasi; perché a noi rubano il poco lavoro che c’è e che da quando ci sono loro a noi lo pagano miserie e a nero; perché con i pochi soldi che ci sono lo Stato invece di darli a noi i soldi, che non abbiamo di che mangiare, li dà a loro; perché a noi quando andiamo fuori, all’estero, da veri stranieri, non abbiamo nulla, non ci regalano niente. E poi si è guardato in giro? Li ha visti gironzolare per le strade, pantaloncini e scarpette di ginnastica, attorno ai centri di accoglienza, con cellulari e cuffiette e internet gratis che paghiamo noi contribuenti, noi che paghiamo le tasse mentre loro mangiano, passeggiano e ascoltano musica a sbafo?”.

Altra differenza. Fino a qualche anno fa era un coro di indignazione, fino a qualche anno era una gara di solidarietà, fino a qualche ano fa una strage a mare a pochi chilometri dalla Sicilia provocava estesi sconvolgimenti emotivi: si fermava il mondo e il cuore di un intera collettività batteva all’unisono. Adesso sembra prevalere una rabbia che si tramuta in indifferenza, abbassiamo la testa e sfoghiamo su Facebook le nostre considerazioni. 
“Peggio per loro, se la sono cercata, non è che possiamo accoglierli solo noi? E quanto ci deve venire a costare? Non è che possiamo risolvere i problemi di un intero continente africano che è per dieci, cento, mille volte la nazione italiana? E l’Unione Europea che fa? Il mondo che fa? Tutti che li rifiutano come se il problema dei morti, delle loro miserie, delle loro guerre, fosse nostro. Ci hanno lasciati soli ed è facile dire che siamo insensibili”.
E via alla corsa a giustificare da una parte un mancato soccorso e dall’altra a condannare l’atteggiamento di totale chiusura. Più che corsa una guerra di parole. 
“Ripeto, perché forse non hai neuroni per intendere: non possiamo ospitarli tutti e solo noi”.
“Ma esiste ancora il sentimento di pietà umana?”
“Rifletti: non ti sembra strano che siano morti proprio adesso?”.
“Ma che stai dicendo: sei matto?”
“E gli altri che fanno?”
“E tu?”
“C’è da decenni ormai un’industria della disperazione. Sradicare le persone dalle loro terre è diventato un business che frutta bene. Ora basta!”.
“Ma non provi niente di fronte alle foto dei bambini morti annegati?”
“Sapevano a cosa andavano incontro”.
“E li lasciamo morire così?”
“Troppo facile accusare e indignarsi su Facebook mentre ti guardi il mondiale di calcio. Perché non te li porti tu a casa tua? E poi sei proprio così sicuro che quelle immagini siano vere e che, al contrario, non si tratti di una messa in scena di chi si arricchisce e che i morti non siano invece vivi?”

Valanghe di parole, reazioni su reazioni a ogni commento, a ogni presa di posizione, a ogni foto, anche all’articolo che riporta l’allarme degli esperti per i conti dell’Inps, l’istituto che paga le pensioni agli attuali pensionati e che dovrebbe pagare la pensione ai fortunati che forse ci arriveranno ma non si sa a quale età: 
“Il sistema, ora come ora, lo reggono i nuovi immigrati perché gli italiani non fanno più figli. Senza più immigrati collassa tutto e non si potranno più pagare pensioni a nessuno, né quelle d’oro né quelle di latta”. 
C’è pure questo fardello delle pensioni ad appesantire l’epocale questione immigrazione, ma adesso non ce ne rendiamo conto. Per adesso, fino a quando le pensioni si pagano, si tira a campare. Dobbiamo solo sperare che gli italiani si mettano subito, già da oggi, a fare figli e che i figli non emigrino così come fanno quelli già messi al mondo. E non è questione di non sapere come si fanno. 

Un altro pensiero intrusivo mi attraversa incontrastato il cranio nel chiudere, così come è stata aperta, questa sconnessa riflessione: 
"E se invece di andare al nord, i nostri figli e noi stessi fossimo costretti fra non molto ad andare al sud, in un’Africa miracolosamente divenuta una Eldorado grazie all’arrivo del venerato santo di Giurgenti? 
“Non impietosisci nessuno”.
“Ebbiva San Calò!”

Raimondo Moncada



La foto è tratta da internet, dal sito Pontile News  
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