giovedì 12 luglio 2018

San Calò, uno di famiglia


San Calogero lo sento come un fratello, come un amico, come uno di famiglia. È parte dell’essere agrigentino, di chi crede nel senso ortodosso del termine e anche di chi non è  propriamente inteso come “religioso” nel senso di praticante la religione in tutti i suoi riti e sacramenti con naturale e quotidiana continuità (per inciso: ho conosciuto religiosi non praticanti e praticanti non religiosi). 


La figura di San Calò è sacra, per tutti. Non a caso ogni anno la sua vara viene portata in spalla da numerosissimi devoti in condizioni disumane. E non a caso viene sempre circondata da folle oceaniche. C’è un popolo, omogeneo e variopinto, non costretto da nessuno a riunirsi e a gridare in continuazione “Evviva San Calò!”. Perché tutto a San Calò è spontaneo. Tutto viene dal cuore. Tutto viene da un infinito profondo. Tutto si perpetua di generazione in generazione. Tutto si fa per fede, perché si crede nel Santo e nel suo potere miracoloso. Perché San Calò non tradisce. I miracoli li fa per davvero a cominciare dalla fede per il Santo mostrata da chi nella vita di tutti i giorni vedi bollato come ateo o bestemmiatore e che poi magari ti porta nel portafogli o nel parabrezza della propria lapa un santino, a cui rivolgersi in particolari momenti per un umano conforto. 

San Calò è sempre al tuo fianco e tutti gli portano il dovuto rispetto e la meritata devozione, con l’immancabile presenza nelle processioni di luglio; con il viaggio ‘mpiduni per chilometri di rovente asfalto; con l’assalto alla statua della vara per baciarlo e abbracciarlo e asciugarlo di estivo sudore; con il lancio di chili e chili di odoroso e costoso pane al suo passaggio per le vie della città sotto casa di tutti. E che bello vedere mischiarsi nella folla bianco e nero, giallo e rosso, ricco e povero, il noto attore della tv e il meno noto attore del quartiere: tutti uguali ai piedi del Santo. 


Manco da Agrigento da tempo. O meglio, non frequento la mia natia città con la cadenza della mia infanzia e adolescenza. E la lontananza ti porta a vivere con più intensità quegli avvenimenti che da piccolo, da ragazzo, erano degli appuntamenti immancabili perché vissuti dai tuoi nonni, vissuti da tuo padre, vissuti da tua madre (e lo sentivo già dentro il pancione con la tammuriniata che suonava all’unisono col battito del cuore materno). Ricordo poi da piccolino l’arrivo trionfale della vara in Via Duomo, il mio primo quartiere, il passaggio davanti la Cattedrale, la sosta in piazza Don Minzoni: che spettacolo sulle strade, sui balconi, sui tetti, sulle scalinate! E io a correre tra mille gambe a inseguire e raccogliere panini con finocchietto e giuggiulena.

Quello che succede nelle prime due domeniche di luglio non può essere etichettato come manifestazione folk, ma è pura fede: la preparazione, le preghiere, l’attesa, la scampanellata, la tammuriniata, l’inno della banda musicale, la forza dei portatori, la speranza di chi chiede la grazia, la testimonianza di chi l’ha ottenuta. È un rito che si ripete, ogni anno. E ogni anno mi manca, puntualmente. Anche se non è la stessa cosa, proprio no!, vivo la festa di riflesso attraverso le mille e mille foto che appaiono su Facebook, i video e ora le dirette sui social di chi vive la festa per sé e per gli altri: un moderno altruismo grazie ai potentissimi smartphone. Una condivisione della fede e del fervore religioso che raggiunge ogni angolo del mondo, quei posti dove dai primi anni del secolo scorso gli agrigentini sono emigrati, ma non del tutto allontanati dalle proprie origini. Rimangono sempre legati con un resistente cordone ombelicale , sia alla propria madre terra sia al migrante nero, amico, fratello, di nome San Calò. 


Raimondo Moncada 

www.raimondomoncada.blogspot.it



martedì 10 luglio 2018

Gildo Moncada, il nonno partigiano, nella tesi dei nipoti

Ora sono i nipoti a raccontare il nonno partigiano, quel ragazzo siciliano, di Agrigento, che quasi alla loro età scelse in Umbria nel 1944 di entrare a far parte della brigata "Leoni" ed entrare nella storia della Resistenza. Sono quei nipoti che nonno Gildo non ha mai conosciuto e a cui è dedicato il libro in cui si ricostruisce la sua storia: Il partigiano bambino.
Un nipote lo ha voluto presentare nella sua tesina, in terza media, in un passaggio fondamentale della sua esistenza. Ne ha parlato, ricongiungendosi a una storia di famiglia che prima non conosceva e a una scelta del nonno che un altro nipote, in un'altra tesi, ha contestualizzato in un Novecento, tra chiari e scuri, in un periodo storico tragico per  l'umanità.
Un altro obiettivo raggiunto: la ricostruzione di un legame tra generazioni e la consapevolezza di cosa siamo stati, di quello che hanno vissuto i familiari che ci hanno preceduto e ci hanno messo al mondo.
Conoscere affinché nulla si disperda e affinché si trovino ragioni, motivazioni e risposte ad alcuni perché che una memoria remota, nascosta nella nostra pelle, fa riemergere.
Non ce ne rendiamo conto, presi come siamo dalla velocità del tempo dell’esistenza, Ma alla fine siamo nostro padre, siamo nostra madre, siamo i nostri nonni, siamo quello che sono stati, i loro slanci, le loro felicità, le loro ricchezze, i loro valori, i loro sacrifici, le loro delusioni, le loro sofferenze, i loro traumi, il loro tempo.
E ho scritto il libro su mio padre, Gildo Moncada, raccontando anche questo. Sapere della scelta deI nipoti che da soli, di propria spontanea volontà, decidono di parlare del nonno partigiano e del contesto storico in cui è maturata la sua scelta, nel loro ultimo impegno con la scuola dell’obbligo – così come aveva già fatto qualche anno fa una cugina -, mi commuove come mi commuove parlare di questa storia a ogni presentazione e come mi commuovono le iniziative legate al libro.
La memoria vive, grazie alla parola, grazie alla scrittura, grazie all’empatia, grazie alla comprensione, grazie alla consapevolezza, grazie alla condivisione. 
E il libro Il partigiano bambino - la storia di Gildo Moncada continua a vivere nell'animo dei nipoti e di chi continua a dimostrare tutto il suo affetto. Il libro - pubblicato nel marzo del 2017 - è andato in ristampa, con una seconda edizione integrata di nuovi ulteriori tasselli, schegge di una memoria che continua a squarciare l’oblio. Un'edizione che, nei piani dell'editore, avrà come obiettivo le scuole. 
Un grazie di cuore a Gaetano Alessi, a Ad Est Edizioni, a tutti gli amici che dallo scorso anno mi accompagnano alla scoperta di me stesso e di una storia che continua a svelarsi e a dirmi chi sono e da dove vengo.

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it

sabato 7 luglio 2018

Russia, esclusiva: i the best dei the best



Doveva rimanere top secret fino alla fine del campionato del mondo in Russia. E invece ne siamo lo stesso venuti in possesso e lo pubblichiamo pure a beneficio dei tanti appassionati di questo sport. In esclusiva eccovi, amici e amiche, l’elenco dei the best, ovvero dei migliori giocatori del mondiale di calcio selezionati dalla speciale giuria insediata dalla FEFA di cui fanno parte ex campioni del mondo, giornalisti delle più prestigiose testate giornalistiche del pianeta e modestamente chi scrive questo scoop. Le loro secretate decisioni sono importanti perché serviranno a scegliere il the best dei the best, ovvero il miglior calciatore del pianeta a cui assegnare il pallone d’oro dei palloni d’oro. 

Ecco l’elenco:


Croazia: Raimondoviciocci

Brasile: Raimordigno

Russia: Raimondindin

Corea: Rai Mon Don

Australia: Rayban

Perù: Railapena

Messico: Rairimanez

Costa Rica: Raimuarte

Giappone: Raikuusapi

Polonia: Raiciaicowski

Inghilterra: Raimorderson

Panama: Raiscobarsiempre

Tunisia: Raimustafà

Marocco; Raicumufafà

Svezia: Raimondalberg

Svizzera: Raimammel

Colombia: Raimaiolica

Senegal: Raibaly

Serbia: Raikolariv

Iran: Raimohahamomòhammadi

Arabia Saudita: Rairairai

Nigeria: Raimulù

Germania: Raimerkel

Francia: Raieiffel

Spagna: Raitoros

Uruguay: Raicanez

Egitto: Raibabà

Portogallo: Raimoaldo

Argentina: Raimessi

Belgio Raikakututti


Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it 


lunedì 2 luglio 2018

Brunetta di San Calò, scoperto il padre

È Brunetta ed è di San Calò, appartiene a lui, al santo nero venerato ad Agrigento con processioni affollate all’inverosimile nelle prime due domeniche di luglio. È la musica che lo fa uscire dalla sua basilica, che lo accompagna per vicoli e vicoletti e pirtusa di tutta la città. La banda non suona altro che Brunetta, per ore e ore, mentre le teste dei portatori e dei fedeli a piedi scalzi bruciano al sole.
L’autore non è di Agrigento. È originario di Alessandria della Rocca e di cognome fa Ingo.Il compositore a tantissimi agrigentini (per non dire a quasi tutti se non a tutti, compreso lo scrivente) non farà suonare alcun neurone din don dan, ma nel mondo musicale è un artista molto conosciuto e apprezzato.

Saputolo e dico e ripeto anche in maiuscolo “SAPUTOLO”, ora i neuroni din don dan cominciano a suonarmi come suona la campana del capo dei portatori della vara con l’amatissimo Santo. La musica di San Calò ce l’hai così dentro, appiccicato agli atomi del corpo e dello spirito, che quando all’orecchio ti arriva un solo accenno di Brunetta ti appare subito lui, San Calò.È un istante. Una folgorazione. Un miracolo.

Prima di oggi, e dopo 51 anni di esistenza su questa terra, non mi ero mai posto il problema di chi fosse il padre di Brunetta. Ero beato nella mia ignoranza perché l’ignoranza dà la beatitudine in questa incomprensibile attualità. Il nome di Ingo me lo ha tirato fuori un altro maestro che stimo tantissimo, un artista di Raffadali, Filippo Ragusa, compositore eccelso e direttore del corpo bandistico “Parisi”. Nel commentare la trascinante interpretazione della band milanese dei Four on Six, postata sul mio profilo Facebook, il maestro Ragusa ha precisato: “Tanto per sapere... questa è una marcia brillante per banda scritta dal Maestro Ingo di Alessandria della Rocca, il vero titolo della marcia non è Zingarella, ma Brunetta”.
La curiosità mi ha spinto a fare qualche ricerca veloce su internet. Non ho trovato tantissimo. E quel poco che ho trovato si collega a Luigi Ingo, a cui è dedicata nel paese natio l’associazione culturale musicale alessandrina che nel 1993 ha anche dato vita al locale complesso bandistico diretto dal nipote e maestro Roberto Guastella.Nel suo blog ingaoingo.alteravista.org, Francesco Febronio Ingo, mi dice che il noto compositore alessandrino appartiene “a una famiglia che la musica la porta nel sangue e ha conseguito il diploma di composizione e strumentazione per banda e conservatorio ‘Bellini’ di Palermo. Ha studiato direzione d’orchestra col maestro Pappalardo. Ha composto diverse opere tra cui marce sinfoniche, marce funebri, il concerto per clarinetto e pianoforte “Trastullo” e la musica di “Nunziatella” il dramma lirico dello scrittore modenese Clemente Coen.  


La Casa Editrice Tito Belati ce l’ha nell’elenco dei propri autori. Scopriamo così che Luigi Ingo è nato a Alessandria della Rocca nel 1898; che è stato compositore, direttore di banda e insegnante; che ha diretto, tra le altre, le bande di Santo Stefano di Camastra (Messina), Bivona (Agrigento), Caccamo (Palermo); che è morto a Roma nel 1976”.Pubblico su Facebook queste mie veloci ricerche tratte da Internet che non è un'enciclopedia, non è una scienza esatta. "Taggo" tra gli altri Carmelo Burgio, segretario generale di importanti Comuni italiani, originario di Alessandria della Rocca, che subito mi mette in contatto con i familiari dei due maestri. Per primo interviene Nino Ingo, nipote del compositore: “Per correttezza biografica, la porto a conoscenza che  il maestro è morto a Torino nel 1979”.

E' la volta di Giuseppe Ingo: "Zingarella è stata composta nel 1930 da mio zio Salvatore Ingo, fratello di Luigi, nonché fratello di mio padre, in occasione  della festa del Santissimo Crocifisso di Siculiana". Giuseppe Ingo cita il libro di Alphonse Doria dal titolo Il Santuario del SS Crocifisso di Siculiana".

Anche il maestro Filippo Ragusa precisa che il brano appartiene a Salvatore Ingo. Per completezza di informazione riportiamo anche quanto sostiene il blog Mondobanda che attribuisce Brunetta a Luigi Ingo. Su Youtube, inoltre, si segnalano diversi video che non solo non ci aiutano ma ci fanno confondere: ora attribuiscono il brano a Luigi, ora a Salvatore. E non solo. La marcia viene chiamata sia Brunetta che Zingarella. Insomma, ognuno ha la sua verità che è diversa da quella che viene dal paese d'origine, dalla famiglia del suo autore). 

Ma chi è Salvatore Ingo? Ne parla sempre il nipote Giuseppe che ci fornisce pure una foto d'epoca: "Nasce ad Alessandria della Rocca nel 1896 ed è il terso di sei figli che portano la musica nel sangue. Salvatore è stato un grande suonatore di flicorno baritono e tenore. E' stato maestro di musica a Montallegro, Siculiana e Licata. Gli altri fratelli: Giuseppe (clarinetto), Alfonso (sax tenore), Luigi (flicorno), Francesca (dotata di una bellissima voce) e Vincenzo (clarinetto piccolo Mib). Ringrazio mio cugino Roberto Guastella per avere ripreso la prestigiosa tradizione di famiglia. Nella foto Salvatore Ingo suona il contrabbasso".  Carmelo Burgio, da alessandrino Doc, ci offre poi la sua personale testimonianza: “Una famiglia dedita alla musica, bravissime persone che ho avuto il piacere di conoscere, avendo condiviso con loro la stessa via, un tempo luogo del grande valore della viciniorità, permeato da sinceri e duraturi sentimenti”.

Dopo questo svelamento del mistero a più voci, ora so a chi debbo ringraziare per una melodia che ti riporta alla fede, alla festa, al popolo, alla città di San Calò, la mia città: Agrigento. Chi non è agrigentino, chi non è nato e cresciuto con San Calò, non può capire: non può essere attraversato dal brivido che si sente ascoltando solo una nota di questa musica che già sentivo nella pancia di mia madre all’arrivo crescente della vara in piazza Don Minzoni, dove nella vicina Discesa Seminario avevo una piccolissima reggia.Il primo ottobre si celebrano i 120 anni della nascita del celebre maestro Luigi Ingo. Quel giorno risentirò la musica di San Calò e abbraccerò lui, Salvatore, tutta la famiglia Ingo e gli amici di Alessandria della Rocca che invito tutti a visitare. 

Raimondo Moncada

domenica 1 luglio 2018

L'incubo dei siciliani annegati in Libia

“Affondato un barcone diretto in Libia. I morti non si contano: sono tutti a galleggiare sulla superficie dell’acqua, ancora in attesa dei soccorsi. Tra i cadaveri galleggianti molti sono i bambini e le donne incinte. Tutti emigrati siciliani”.
Un incubo, solo un incubo a occhi aperti, un pensiero intrusivo, traumatico, di quelli che si producono da soli e che hai difficoltà a cacciare dalla mente, mi penetra d'improvviso la protezione ossea del cervello: “Morti, tanti morti, tra i tuoi conterranei, tra i tuoi connazionali, mentre cercavano, come tanti altri, una via di fuga verso un lido di speranza”. 

Sarà la voce della coscienza? 

Uomini, donne, anziani, bambini, famiglie intere. Come ai primi del Novecento quando partirono anche miei familiari per la lontanissima America. Come durante la guerra quando partì tutta la famiglia di mio nonno Raimondo con mio padre. Come nel dopoguerra quando si cercavano destinazioni sicure per poter vivere: nord Italia, Germania... Come negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta... quando ho visto partire zii, fratelli, amici… e quando io stesso ho conosciuto brevi periodi di emigrazione.
Come adesso.
Perché l’emigrazione dalle terre più povere verso terre immaginate più fortunate non si è mai arrestata. E oggi assistiamo a un doppio fenomeno: giovani che lasciano la Sicilia, il Sud d’Italia, per cercare lavoro altrove; e interi gruppi di famiglie che lasciano altre Sicilie per sbarcare nella nostra terra e poi decidere che fare. La differenza è nel mezzo di trasporto: oggi i nostri connazionali, con i soldi rimasti nel salvadanaio, prendono un aereo, un treno, un autobus, un passaggio in auto, mezzi sicuri, e raggiungono luoghi dove c’è già qualcuno: un amico, un conoscente, una comunità. Mentre chi viene da altre Sicilie, dopo varie peripezie e violenze, e aver pagato con risparmi di una vita mercanti di corpi senza scrupoli, raggiunge la nostra terra su barconi i cui legni sono incollati uno con l’altro con la saliva. 
Ma le due migrazioni, in dibattiti schizofrenici, non vengono messe sullo stesso livello. Si guarda più alla gente che viene che ai connazionali che vanno via e lasciano il vuoto con paesi che si spopolano e quartieri che cambiano colore. Si dimentica che anche noi abbiamo avuto le nostre tragedie e non negli abissi del mare, ma dentro l’inferno delle miniere come a Marcinelle in Belgio.
Cogli certi sentimenti da quel vespaio sempre più avvelenato di Facebook. 
“Perché noi siamo invasi; perché a noi rubano il poco lavoro che c’è e che da quando ci sono loro a noi lo pagano miserie e a nero; perché con i pochi soldi che ci sono lo Stato invece di darli a noi i soldi, che non abbiamo di che mangiare, li dà a loro; perché a noi quando andiamo fuori, all’estero, da veri stranieri, non abbiamo nulla, non ci regalano niente. E poi si è guardato in giro? Li ha visti gironzolare per le strade, pantaloncini e scarpette di ginnastica, attorno ai centri di accoglienza, con cellulari e cuffiette e internet gratis che paghiamo noi contribuenti, noi che paghiamo le tasse mentre loro mangiano, passeggiano e ascoltano musica a sbafo?”.

Altra differenza. Fino a qualche anno fa era un coro di indignazione, fino a qualche anno era una gara di solidarietà, fino a qualche ano fa una strage a mare a pochi chilometri dalla Sicilia provocava estesi sconvolgimenti emotivi: si fermava il mondo e il cuore di un intera collettività batteva all’unisono. Adesso sembra prevalere una rabbia che si tramuta in indifferenza, abbassiamo la testa e sfoghiamo su Facebook le nostre considerazioni. 
“Peggio per loro, se la sono cercata, non è che possiamo accoglierli solo noi? E quanto ci deve venire a costare? Non è che possiamo risolvere i problemi di un intero continente africano che è per dieci, cento, mille volte la nazione italiana? E l’Unione Europea che fa? Il mondo che fa? Tutti che li rifiutano come se il problema dei morti, delle loro miserie, delle loro guerre, fosse nostro. Ci hanno lasciati soli ed è facile dire che siamo insensibili”.
E via alla corsa a giustificare da una parte un mancato soccorso e dall’altra a condannare l’atteggiamento di totale chiusura. Più che corsa una guerra di parole. 
“Ripeto, perché forse non hai neuroni per intendere: non possiamo ospitarli tutti e solo noi”.
“Ma esiste ancora il sentimento di pietà umana?”
“Rifletti: non ti sembra strano che siano morti proprio adesso?”.
“Ma che stai dicendo: sei matto?”
“E gli altri che fanno?”
“E tu?”
“C’è da decenni ormai un’industria della disperazione. Sradicare le persone dalle loro terre è diventato un business che frutta bene. Ora basta!”.
“Ma non provi niente di fronte alle foto dei bambini morti annegati?”
“Sapevano a cosa andavano incontro”.
“E li lasciamo morire così?”
“Troppo facile accusare e indignarsi su Facebook mentre ti guardi il mondiale di calcio. Perché non te li porti tu a casa tua? E poi sei proprio così sicuro che quelle immagini siano vere e che, al contrario, non si tratti di una messa in scena di chi si arricchisce e che i morti non siano invece vivi?”

Valanghe di parole, reazioni su reazioni a ogni commento, a ogni presa di posizione, a ogni foto, anche all’articolo che riporta l’allarme degli esperti per i conti dell’Inps, l’istituto che paga le pensioni agli attuali pensionati e che dovrebbe pagare la pensione ai fortunati che forse ci arriveranno ma non si sa a quale età: 
“Il sistema, ora come ora, lo reggono i nuovi immigrati perché gli italiani non fanno più figli. Senza più immigrati collassa tutto e non si potranno più pagare pensioni a nessuno, né quelle d’oro né quelle di latta”. 
C’è pure questo fardello delle pensioni ad appesantire l’epocale questione immigrazione, ma adesso non ce ne rendiamo conto. Per adesso, fino a quando le pensioni si pagano, si tira a campare. Dobbiamo solo sperare che gli italiani si mettano subito, già da oggi, a fare figli e che i figli non emigrino così come fanno quelli già messi al mondo. E non è questione di non sapere come si fanno. 

Un altro pensiero intrusivo mi attraversa incontrastato il cranio nel chiudere, così come è stata aperta, questa sconnessa riflessione: 
"E se invece di andare al nord, i nostri figli e noi stessi fossimo costretti fra non molto ad andare al sud, in un’Africa miracolosamente divenuta una Eldorado grazie all’arrivo del venerato santo di Giurgenti? 
“Non impietosisci nessuno”.
“Ebbiva San Calò!”

Raimondo Moncada



La foto è tratta da internet, dal sito Pontile News  

giovedì 28 giugno 2018

San Calò choc: Quest’anno non esco


“Quest’anno non esco in processione. E molto probabilmente lascerò l’Italia”. Sono parole che mi spiazzano. Lui non è uno qualsiasi. Lui è San Calò, il Santo Nero miracoloso venuto dall’Africa. E quanto bene ha fatto e continua a fare ai suoi tanti, tantissimi devoti che lo adorano, ad Agrigento, a Naro, a Sciacca.... 
Nessuno dimentica quello che ha fatto e quello che ancora è in grado di fare, nonostante gli anni. Di generazione in generazione lo venerano, lo pregano, lo portano in processione, a spalla, sotto il sole cocente, dentro il forno di luglio. 

“Si lu merita, cosi giusti. Perché continua, con la sua infinita generosità, a elargire a rispondere alle continue richieste di grazie. E lui, i miracoli, li fa davvero. È di palora”.

San Calò mi ha voluto parlare. Mi ha chiamato di primo mattino. Ancora dormivo. E tra il sonno e il primo risveglio ho dovuto prestargli ascolto. Era nero. E non per la sua pelle naturale o per la mancanza d’acqua che ai miei tempi, a Giurgenti, mi copriva di lurdìa . 
“Ma non ne possiamo parlare dopo?”
“Ora!”
“Fammi fare almeno colazione...” 
“È urgente”. 
“Come dici tu”.
L’ho dovuto ascoltare, per rispetto, grande rispetto. Siamo rimasti a tu per tu per ore. Si è confessato. Lui, con me. Incredibile. Segno di umiltà. 

“Perché hai scelto proprio me?”.
“Non c’è una ragione profonda. Avrei potuto scegliere anche qualcun altro”. 
“Ma mi conosci, almeno?”
“Certo. So chi sei. Ti ricordo da piccolino. Quarantacinque anni fa abbiamo avuto un incontro ravvicinato. Ricordo quando ti hanno issato sulla vara, sei passato di braccia in braccia e tra i pianti mi hai baciato”.
“Ho un vago ricordo. Mi è rimasto il terrore nel corpo”. 
“E poi tuo padre mi ha immortalato su una tela…”
San Calò sapeva tutto. Non ho chiesto nient’altro su di me per non diventare rosso toccando aspetti troppi intimi. Ci conoscevamo dalla nascita. Mia mamma mi portava da lui già in grembo. Nel pancione sentivo le vibrazioni dei tamburi che annunciavano il suo arrivo a San Gerlando, in piazza Don Minzoni, tra lanci di pane dai balconi e dalle scalinate della cattedrale. Sono cresciuto con il mito di San Calò. Ogni agrigentino ha un suo santino all’ingresso di casa, sulla macchina, sulla lapa, ovunque. Porta bene. Ti protegge. È uno di famiglia ed è più famoso e affollato di San Giullà, il santo patrono di Agrigento. 

“Dimmi, santità…”, gli dico. 
“Non chiamarmi santità”.
“Sua Eminenza?”
“Chiamami solo Calogero”
“Non arriverò a tanto. Ti chiamerò come ti chiamano tutti: San Calò. Ma non Santo Lillo che non si può sentire. Ok?” 
“Mi fa piacere che parli anche una lingua straniera, americana, se non sbaglio. Ma parli anche la tua lingua natia, il siciliano, che ha dentro tante lingue del mondo”. 
“Parlo bene la mia lingua e meno bene l’italiano. Per le altre uso Google Traduttore. A scuola le ho studiate poco e niente e ora mi mangio le dita. Sono un asino pentito”. 
“In siciliano, correggimi se sbaglio, si dice: tutto scecco!”
“Esatto!”
Stavamo divagando. San Calò forse non era così sicuro di dirmi quello che avrebbe voluto. Poi… 
“Voglio sfogarmi”. 
“Sono qua. Tu ascolti tutti e nessuno ascolta te. Con me puoi, sono tutto orecchi e tutto panza. E poi ormai che ci siamo parla…”
“Ho deciso: dopo tutti questi anni in Italia, al Sud, nel Meridione, in Sicilia, ad Agrigento, è giunta l’ora di ritornare da dove sono venuto”. 
“Ma che dici? Perché? Spiega…”
“Lassami stari…”
San Calò a questo punto non parla più. Si lascia avvolgere dal suo mantello di silenzio e guarda lontano, al di là del mare, da dove un giorno è partito per venire in questa terra, dall’altra parte del suo mondo, a fare del bene e poi a essere ricambiato con straordinaria devozione. 
“Qui ti amiamo tutti!”
“Non è questo. Sono travolto dal vostro affetto. È che…”
“Parla! Parla!”
“Vado via”. 
“Ma c’è qualcosa o qualcuno che ti ha dato fastidio?”
“Lassami stari”
“Parla, parla!”
“Mi sento inutile. Sarà la vecchiaia. Non riesco più a incidere come prima. Si tendono meno mani a chi ha bisogno e si è smarrito il senso della comunità reale. È diventato più facile lanciare un sacchetto di immondizia che un pezzo di pane. Tutti a mettere grandi cuori solo sui social. Che me ne faccio di un cuore su Facebook?”
“Ti potresti, intanto, aprire un tuo profilo personale contro i falsi profili. Avresti folle di amici e milioni di like a ogni post”.
“Non fa per me. Sono di un altro mondo. Amo guardare negli occhi ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, e raccogliere le loro lacrime”.  
“E quindi?”

“Ritorno nella terra, violentata e poi dimenticata, che è stata madre di altre terre. Ha più bisogno di me, di un nuovo miracolo africano”. 
“Ma la processione di luglio la farai?”
“No. Mi faccio le valigie e parto subito”.
“Ma se non hai nulla! Che ci devi mettere nella valigia?”
“Lassami stari”. 
Mai visto un San Calò così giù di morale. Sarà il periodo storico, il cambio d’umore della gente, nero, nerissimo e non per la pelle o per il sole che quest’estate è sempre coperto di nuvole e di pioggia. Chissà se farà come mi ha detto!? Ho rispetto per la sua scelta, ma sono fiducioso che alla fine ritornerà sui suoi passi e uscirà tra il suo popolo come ha sempre fatto. 
San Calò non ha mai tradito, perché San Calò è San Calò così come San Remo è San Remo e forse anche di più. 
Lui non parla più con umane parole, ed è sparito dai miei occhi. Ma il suo silenzio canta. E canterà dentro di me, dentro di noi anche quest’anno. 

"Ebbiva San Calò!"


Raimondo Moncada
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