domenica 15 dicembre 2019

La Brexit favorisce il siciliano


Gli inglesi rinunciano all’inglese estero. Hanno deciso di lasciarci, lasciare noi forzati d’inglese, a forza di voti. Vogliono abbandonare l’Unione Europea e stare da soli, autodeterminarsi. Sono isola, come la Sicilia, la mia terra. Siamo uguali in questo, come siamo uguali nella bella lingua: gli inglesi hanno l’inglese, i siciliani il siciliano. L’unica grande differenza è che loro non hanno mai fatto lo sforzo di capirci, di venirci incontro con la lingua insegnando e imparando il siciliano; noi siciliani abbiamo invece fatto il doppio sforzo di imparare l’italiano per comprendere tutti gli altri connazionali e imparare a scuola, o cercare di imparare nella vita, la lingua inglese per farci capire da chi parla britannico. 

Ora hanno deciso: FUORI DALL’EUROPA. NON NE VOGLIANO PIÙ SAPERE. CE NE ANDIAMO: BYE BYE! 


Mi chiedo: se gli inglesi ci lasciano veramente, siamo ancora obbligati a imparare la camurrìa di inglese che, non parlandolo e non capendolo, quando vado in un altro paese europeo mi sento un limitato, un cretino? 

E allora, se loro, gli inglesi, hanno deciso di togliere il disturbo, mi decido pure io: mi libero dall’ossessione di imparare l’inglese. E non solo! Decido pure e macari di ripulire la mia lingua quotidiana da tutti quegli inglesismi che hanno inquinato la mia cara lingua nazionale che merita un grande rispetto e che non si finisce mai di apprezzare e di imparare. 

Da non inglese, appoggio pure io la Brexit linguistica, mandando al loro paese le parole di quel paese. Non dirò più al siminzaro: “mi faccia un coppo all inclusive con nocciolina e simenza”, ma “mi faccia un coppo con tutto quello che ha senza esclusione di coppi”; non dirò più: “faccio un coffee-break che sono stanco”, ma “faccio una pausa per il caffè, il the, con cappuccino e biscotti a tinchitè ca sbracavu”; non dirò più: “sono stato aggredito da una baby gang”, ma “mi ficiru a facci a muffulettu da una banda di neonati; non dirò più “bye-bye”, ma semplicemente “ciao ciao”; non dirò più “city-car” ma “machinedda”; non dirò più: “mi hai stressato” ma “m’abbuttasti”; non dirò più: “sono un influencer e ho centomila follower e non mi alzo per 80 mila euro per fare la guest star alla kermesse clicca sul link e condividi”, ma “sono nessuno e mi piacerebbe avere centomila tifosi che fanno quello che io dico, anche parlare finalmente il siciliano per come merita, del tutto free, ovvero gratuitamente, liberamente, senza camurrie”. 

Il siciliano potrebbe sostituire benissimo l’inglese come lingua universale. I siciliani, che da emigrati, hanno raggiunto ogni continente, potrebbero facilitare il raggiungimento di questo obiettivo. Invece di parlare inglese, americano, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, australiano, potrebbero parlare la lingua dei loro genitori e nonni. 

Forza picciotti! Ci la putemu fari. Facciamoli noi madrelingua i corsi di siciliano agli inglesi e a tutti gli altri europei con omaggio un bel viaggio di istruzione in Sicilia. Capemuni. 


Raimondo Moncada 

giovedì 12 dicembre 2019

Fa bene o fa male?


Fa bene o fa male? Decidetevi! Decidiamoci. Regna da secoli, direi da millenni, da quando l’uomo e la donna hanno cominciato a passeggiare sfogliando il mondo, la più totale confusione. 

Prendiamo il caffè: fa bene o fa male alla salute? C’è chi dice che fa bene e c’è chi dice che fa male. E c’è anche chi dice che entro un certo limite fa bene ed entro un altro certo limite fa male.

Prendiamo pure lo zucchero: c’è chi dice che è puro veleno e c’è chi dice che senza non si può vivere (ditemi: come si fa a mangiare i cannoli, i panettoni, i bignè senza l’aggiunta di zucchero nella pasta e nella crema? Come? Che Natale sarebbe senza zucchero?).

E così per altri cibi, per altre abitudini, per tutto. Anche per le medicine, messe a punto dall’uomo per guarire, per stare bene, per farsi belli e per allungarsi la vita, vale lo stesso ragionamento. Stai per decenni ad assumere un farmaco perché i più alti luminari della scienza te lo hanno indicato come un salvavita - e tu in effetti stai bene - e poi piomba una ricerca scientifica e ti ordina: ALT! SPUTALO! VOMITALO! FATTI FARE SUBITO LA LAVANDA GASTRICA E PREGA. 

La nuova ricerca, con le nuove conoscenze e la nuova strumentazione al laser digitale, ha verificato che sì il farmaco ti guarisce il mal di denti nel giro di un giorno ma che nel giro di altri due giorni lo stesso farmaco ti danneggia tutto l’apparato digerente, tutto l’apparato respiratorio, tutte le articolazioni, tutto il cuoio capelluto, tutti i sensi, fino a ucciderti se già non ti hanno ucciso i materiali e i macchinari usati per conservare o cucinare alimenti che prima erano buoni e poi si è scoperto essere altamente cancerogeni. 


Mi succede spesso leggere o ascoltare notizie del genere e mi confondo e mi preoccupo anche, con una massaggia dose di ansia. A volte non ci penso e prendo due, tre caffè perché c’è una ricerca che mi assicura che fa bene al cuore, al sistema cardiovascolare, all’intelligenza, alla memoria… E poi, ascoltando un’altra ricerca contrastante, mi paralizzo, mi innervosisco, divento cretino, dimentico tutto, non esco di casa, provo a riprendermi con una terapia per sanare le ferite della mia psiche ma perdo la psiche e non so più chi sono. 


In tutto questo si inserisce la millenaria storia degli ultimi saranno i primi. Ma poi, a mente serena, lucida, razionale, penso che nessuno prega per diventare ultimo. Uno si sforza sempre per diventare il migliore di quello che può essere, di quello che ha scritto dentro nel proprio potenziale: il migliore papà, la migliore mamma, il migliore artista, il migliore artigiano, il migliore professionista, il miglior nullafacente, il miglior benefattore... Senza arroganza, ma con l’umiltà e la coscienza di potere dare sempre di più di quello che abbiamo già dato. 


E ora mi chiedo: per la scienza fa bene o male fare di questi ragionamenti? E se fa male: che mi prendo?


Raimondo Moncada

domenica 8 dicembre 2019

Corde tese e passi, Gulino conquista Palermo



Ponti di colori, di forme, per un cammino verso la bellezza. Franco Accursio Gulino ha inaugurato la sua nuova mostra in Sicilia, a Palermo, a Palazzo Belmonte Riso, in Corso Emanuele 365. 

Dopo Montecarlo e tante altre sedi nel mondo dove ha esposto, Gulino riapproda nella sua Sicilia con una esposizione che raccoglie la sua recente produzione dal titolo Corde tese e passi. 

A organizzarla, come un regalo di Natale agli amanti dell’arte provenienti da ogni dove, due prestigiosi enti: la Fondazione Orestiadi di Gibellina e il Museo regionale d’arte moderna e contemporanea di Palermo. La mostra, aperta fino al 12 gennaio 2020, ha come curatori Valentina Di Miceli ed Enzo Fiammetta. 


Presenti all’inaugurazione, a rendere omaggio all’artista, importanti personalità del mondo dell’arte, della cultura, di varie istituzioni, di Palermo, della provincia di Agrigento e di Sciacca, la sua città, il luogo nel quale ogni notte si ritira in punta di piedi dal mondo degli umani per creare. Gli altri chiudono gli occhi mente lui li apre. Perché Franco Accursio Gulino crea di notte, quando il mondo fa silenzio, quando il mondo non lo disturba, quando il mondo spegne tutto e si sente solo la vibrazione dell’aria. 


Lui, solo nel suo studio, con i suoi pennelli, i suoi colori, le sue tele, attraversa la dura parete e va al di là, come un sacerdote dotato di poteri magici accolto nell’atelier della Divinità dell’Arte, tra i pochi ammessi e ben voluti. Perché non dipinge col senno da uomo e nella limitatezza spaziale e temporale dell’uomo. Altrimenti non sarebbe continuamente all’opera, continuamente attivo, continuamente ispirato, continuamente nuovo, continuamente diverso rispetto a tutti noi comuni mortali (guardandolo in volto, noti un qualcosa che gli altri non hanno). È una potenza della natura, una energia che ogni notte esplode. 


Un vulcano è stato definito, accostandolo a Ferdinandea: un vulcano che non si lascia dominare e condizionare dagli uomini, che emerge quando vuole e che continua a essere in attività per i fatti suoi, sotto la terra degli uomini, lontano da occhi indiscreti, libero. C’è, ma non c’è. 

Franco Accursio Gulino c’è, come ci sono le sue vulcaniche creature, magma divino che devi far sciogliere dentro di te e capire con un altro animo, con un altro corpo, con un’altra testa, non sicuramente umani. 

Basta un niente per ritrovarsi in un mondo tutto nuovo, tutto da scoprire, da decifrare, da accogliere. È l’arte! Sono gli artisti che viaggiano senza alcun biglietto, senza alcuna prenotazione, senza alcuna fila, e noi viaggiamo con loro, senza aereo, approdando in mondi sconosciuti e meravigliandoci: “Ma dove sono finito?”

Franco Accursio Gulino, con la sua Arte, ci ha sorpreso ancora. 


Raimondo Moncada


martedì 3 dicembre 2019

Leonardo Sciascia e il suo editore di Sciacca


Leonardo Sciascia è legato alla città di Sciacca. A Sciacca ha preso le mosse il suo celebre romanzo Il giorno della civetta; a Sciacca ha dato alle stampe un suo scritto. Su com’è nato il Giorno della Civetta, Sciascia riferisce a Marcelle Padovanì nel libro intervista La Sicilia come metafora: “Mi è stato ispirato dall’assassinio ad opera della mafia, a Sciacca, del sindacalista comunista Miraglia”. Del suo editore saccense sento parlare nel corso della registrazione al multisala Badia Grande di una puntata di Vesper al cinema, condotta su Tele Radio Monte Kronio dal direttore Massimo D’Antoni. La puntata è dedicata a Leonardo Sciascia, con ospiti in studio il sindacalista Pippo Di Falco, il giornalista Salvatore Picone, il critico d’arte Tanino Bonifacio, lo scrittore Enzo Randazzo, il fotografo Angelo Pitrone. Sono in collegamento telefonico i giornalisti Felice Cavallaro e Gaetano Savatteri.

Dell’editore saccense parla Pippo Di Falco, intellettuale di Racalmuto alla ribalta negli ultimi mesi per la sua decisione di acquistare l’appartamento dove Leonardo Sciascia visse i suoi primi quarant’anni, per renderlao fruibile al pubblico come casa museo, centro studi e luogo di lettura. Pippo Di Falco cita Nuccio Galluzzo suscitando l’applauso del pubblico presente alla Badia Grande: 

“Voglio ricordare una persona, e non solo perché siamo a Sciacca. Una persona forse un po’ dimenticata. Uno dei libri originali di Sciascia, piccolino, ha avuto come editore Nuccio Galluzzo: Il mito del Vespro. Un libro bellissimo. L’ho avuto allora in regalo proprio da Nuccio Galluzzo. E lo voglio ricordare perché è stata una persona straordinaria. Il mito del Vespro è tra l’altro introvabile. Ho altri libri di Nuccio Galluzzo. Ma quello di Sciascia è una pubblicazione importante. Lo scritto gliel’affidò proprio Sciascia”. 

“Un personaggio, un editore, un uomo di cultura, e anche un artista”, conferma Massimo D’Antoni nel rievocare la figura nella sua complessità, conosciuto da chi ha una certa età e non dalle nuove generazioni (in sala siedono diverse scolaresche). 

A Nuccio Galluzzo, nel giugno del 2013, è stato dedicato un momento di ricordo nel corso della quarta edizione del LetterandoinFest. Ne trovo traccia nel catalogo della rassegna. Nella scheda di presentazione (da cui prendo la foto, in composizione artistica) si parla di “omaggio alla  poliedrica figura dell’intellettuale saccense che, a cavallo degli anni '60/'70, diede il via a diverse iniziative culturali nella città termale. Editore, poeta, musicologo, critico d’arte, gallerista, Nuccio Galluzzo coltivava il sogno di una Sciacca colta, capace di riscattarsi attraverso la cultura, il sapere, il fluire delle idee”. Un incontro con Franco Lo Bue, Nello Bongiorno e Primo Veneroso “alla riscoperta della figura e del contributo che Nuccio Galluzzo ha saputo dare all’intero territorio con il suo pensiero, le sue idee, le sue poesie e con la sua ‘editoria minima’, con la quale pubblicò, in numero limitato, piccoli volumi di opere ormai fuori commercio”.

Cerco la pubblicazione con autore Leonardo Sciascia  al Comune di Sciacca, ente presso il quale Nuccio Galluzzo ha lavorato per tanti anni ricoprendo incarichi importanti e dove i colleghi lo ricordano ancora con affetto esaltandone l’impegno, la competenza, le doti umane, la cultura, i contatti con grandi personalità. Il mito del Vespro è custodito nella biblioteca comunale di Sciacca “Aurelio Cassar”. Nella copertina, senza alcuna immagine, con solo titolo e nome dell’autore, è stampato in basso il logo e il nome dell’editore: Nuccio Galluzzo. Nella prima pagina scritta viene spiegato di cosa si tratta: “Questo saggio sul Vespro che ripubblichiamo, ricorrendone quest’anno il settimo centenario, Leonardo Sciascia lesse al Convegno di Studi Verdiani nel 1973, a Torino, per l’inaugurazione del nuovo Teatro Regio. Inaugurazione che si ebbe sotto il segno di Verdi e dei suoi Vespri Siciliani”. Nell’ultima pagina, viene aggiunto che “Il mito del Vespro di Leonardo Sciascia è stato stampato in edizione fuori commercio da Vito Quartana tipografo in Sciacca in centoquindici copie il 2 settembre 1982”.

Un libro da leggere per approfondire una pagina di storia che ci appartiene, tra mito e verità. Leonardo Sciascia scrive tra l’altro: “Quelli che fecero il Vespro, che si mossero a gridar ‘Mora, mora!’ contro lo straniero, contro l’oppressore, in nome della loro fame e della loro passione, non seppero se servivano la rivoluzione o la controrivoluzione, né se le generazioni a venire avrebbero avuto sotto la Spagna un destino tanto più opaco e triste di quello che avrebbero potuto avere sotto la Francia. Fecero, con una rapidità e una violenza mai più vista, un grande tentativo di mutare la loro sorte, di restituirsi alla dignità. E questo seppero cogliere, 'inventando il vero', Michele Amari e Giuseppe Verdi".

Una città, Sciacca, che può dunque vantarsi di un editore che ha pubblicato Leonardo Sciascia, aggiungendosi così alla lista dei suoi più blasonati editori quali Einaudi, Bompiani, Sellerio e Adelphi. 

Raimondo Moncada

venerdì 29 novembre 2019

L’arte come atto terroristico


Il gesto artistico, l’opera d’arte, la bellezza, come atti terroristici contro le multinazionali dell’uniformità, dell’appiattimento, dell’emigrazione, dello svuotamento delle nostre città; contro il lavaggio del cervello dei giovani; contro la dittatura dell’ignoranza e dei like; contro la colonizzazione della bruttezza; contro l’aggressiva evanescenza dei social; contro il predominio dei social influencer; contro chi trama per chiudere i licei classici e le scuole d’arte. 
Incontro con Antonio Presti, creatore di Fiumara d’arte, che ha conversato con Giacomo Bonagiuso, a Sciacca, al Circolo di Cultura, in una iniziativa pensata dalla Fidapa e dal suo presidente Anna Maria Picone. 
Una rivoluzionaria lezione di cittadinanza e di protagonismo.
Ripartiamo dalla luce di una candela per ritrovare le nostre origini e il nostro spirito. 

Raimondo Moncada 

sabato 16 novembre 2019

Don Gerlando Lentini, prete soltanto prete

“È morto don Gerlando Lentini”. È il titolo di un articolo del giornale Ripost, a firma del direttore Enzo Minio, che mi arriva come messaggio su WhatsApp. Me lo invia in mattinata il collega giornalista Salvatore Castelli, lo stesso che nel 2017 mi ha consentito di far visita a padre Lentini, tanto conosciuto, per il suo sacerdozio, per le sue idee, per la sua attività editoriale. Era direttore del giornale La Via, con cui raggiungeva mezzo mondo via email e autore di diversi saggi. Dopo il nostro incontro, cominciò ad arrivare pure a me, in formato digitale. Negli ultimi mesi, a causa delle sue condizioni di salute, non mi è più arrivato. 
Ricordo il giorno del nostro incontro. Era la prima volta che ci conoscevamo. Mi ha aperto la porta, mi ha fatto accomodare, ci siamo messi a parlare, ma mi ha chiesto non solo di non fargli alcuna foto ma anche di non pubblicare alcuna sua foto a corredo di quello che avrei scritto. Promessa mantenuta, allora. Oggi però, per un omaggio a lui, la foto l’abbiamo chiesta a Salvatore Castelli che l’ha pescata nel suo sconfinato archivio personale. Salvatore mi invia anche un editoriale di don Gerlando Lentini dal titolo “Prete soltanto prete” in cui si dice tra l’altro: “Non ci siamo fatti preti, né il Vescovo ci ha consacrati, per essere dei semplici burocrati della grazia di Dio, ma per tendere continuamente e sempre più perfettamente alla sequela di Cristo, sempre e dovunque, in qualsiasi momento e in tutte le circostanze della nostra vita”.  

Apro nel pomeriggio la posta elettronica e mi accorgo che alle 13,45 mi è arrivata una email dalla redazione del Giornale La Via: “Gentile lettore, oggi 16 novembre 2019 alle ore 4:00 il Signore ha chiamato a séil Sacerdote don GERLANDO LENTINI. Preghiamo il Signore affinché lo accolga nella sua dimora di luce e di pace. La camera ardente sarà allestita da giorno 17 novembre dalle ore 16:00 alle ore 19:00 presso la Chiesa di San Giuseppe. I funerali si terranno presso la Chiesa Madre di Ribera giorno 18 novembre alle ore 15:00”.


Ecco di seguito riproposto l’incontro di Ribera, pubblicato su Malgrado Tutto il 2 febbraio 2017.   


Ha oltrepassato il traguardo del mezzo secolo di vita. Un record per un giornale di frontiera. Il primo numero è uscito nell’agosto del 1966. Da allora non si è fermato, mantenendo la forza, il carattere, l’identità, lo scopo originale. Negli anni, ha aumentato il numero dei lettori e la diffusione. Viene spedito in tutto il mondo con posta tradizionale e con innovativa email, rispettando il format iniziale: il foglio ciclostile. Stiamo parlando de “La Via”, con sede a Ribera.
Me ne parlato a telefono, per la prima volta,il direttore di Malgrado Tutto Egidio Terrana, a cui da anni puntualmente arriva ogni mese. Incuriosito mi metto sulle tracce del direttore responsabile, Gerlando Lentini.Il cognome mi richiama Favara, ma lui è nato ed abita a Ribera. Chiedo aiuto all’amico e collega Salvatore Castelli. Mi dice di conoscerlo e si ricorda pure a memoria il numero di telefono. Decidiamo di andarci. Non telefoniamo prima per annunciare la nostra visita. Bussiamo, a metà mattinata, al citofono di casa. Ci apre e ci fa entrare in una stanza-studio traboccante di immagini e testi sacri. Ci sono anche monografie su personaggi religiosi, e non solo, di cui è autore lo stesso Gerlando Lentini. Ci riceve in abito talare. È un prete. Dopo il seminario ad Agrigento, è stato ordinato “sacerdote diocesano” nel 1941, all’età di 22 anni. Ora ne ha 87. Ci fa accomodare. Stava scrivendo, su un computer portatile dove imposta e prepara La Via. Prima li scriveva su una vecchia macchina da scrivere, una Lettera 22, e li stampava con un ciclostile. Poi è arrivata la modernizzazione, e ha fatto ricorso alle rotative di una tipografia, ma rispettando sempre il formato: fogli A4 spillati in un angolo.
Il cognome Lentini – ho conferma – è di Favara.L’intuizione era giusta. La sua famiglia è di Favara. Il padre di don Gerlando, Raimondo, era scultore, scalpellino, artista, poeta, “che studiò letteratura e architettura”, e che giovanissimo venne chiamato a Ribera per realizzare il campanile della Chiesa Madre. Poi ha messo radici, chiamato a Ribera e in tutto il circondario per altri apprezzati lavori.
Don Gerlando Lentini è nato nella terra di adozione del papà. Qui cresce fino alla vocazione: “Ho voluto farmi prete per celebrare messa, per l’Eucarestia”.  Si fa prete, insegna al seminario, ma ha sempre avuto la passione per la scrittura, per la ricerca, per la saggistica, per la storia. È autore, mi dice, di una settantina di pubblicazioni che non ha mai presentato in pubbliche occasioni perché non ama la visibilità, non ama apparire. Ed è per tale ragione che tengo da parte la macchina fotografica.
Me ne fa vedere una, un libro pubblicato con l’editore Gribaudi.È un saggio sulla vita di don Lorenzo Milani“Servo di Dio e di nessun altro”.  Mi parla della genesi dell’opera, degli incontri a Firenze con la mamma di don Milani. Ne esalta la figura, di un prete vero
E “Prete” è il titolo dell’editoriale in prima pagina a sua firmache apre l’ultimo numero de “La Via”, il primo del 2017. Me ne fa dono, assieme agli ultimi numeri del 2016 e a tutta la collezione del giornale, raccolta in digitale in un Cd Rom. In copertina il nome della testata e la specificazione “Mensile di Cultura”. Il periodico non nasce a Ribera ma a Favara. Scopro l’origine cliccando sul primo file del Cd-Rom. Aprendo il primo numero, uscito nell’agosto del 1966, si legge: “Redazione presso Collegio di Maria – Favara (Agrigento)”. Nasce – apprendo poi –dagli ambienti di Azione Cattolica e viene firmato da un gruppo di insegnanti. Sempre sulla prima pagina del primo numero si legge anche a chi è rivolto “Ai professionisti di Favara”. Accanto alla testata i nomi dei primi collaboratori: “A cura di: Lillo Arancio, Totò Capodici, Anna Contino, Gerlando Lentini, Carmela Salamone e Lia Sorce”.  In prima pagina la “Presentazione” del giornale con espresso “lo scopo di questi fogli ciclostilati: vincere le tenebre del male con l’aiuto reciproco, esortandoci vicendevolmente, illuminandoci gli uni gli altri sui problemi dello spirito”. E poi continua: “Chi scriverà la Via? La collaborazione è aperta a tutti, a chiunque ha qualcosa da dire ad edificazione dei fratelli. Accoglierà anche articoli di critica? Certo; ma a una sola condizione: che la critica non demolisca per fare il deserto, ma per costruire qualcosa di più bello. Quali argomenti? Tutti quelli che possano contribuire a un potenziamento dei valori dello spirito”.

Da quei quattro fogli ciclostilati del 1966(non ero ancora nato), si è passati ai dieci dell’ultimo numero, ben curato, e sempre a più firme. Il giornale si apre con l’editoriale di padre Gerlando Lentini che cura anche la seguitissima rubrica di “Lettere al Direttore”, con lettori che scrivono da più parti: Roma, Partanna, Milano, Palermo, Agrigento.
L’iniziativa editoriale, è riportato a piè dell’ultima pagina“non ha alcuno scopo economico, ma solo quello di fare disinteressatamente un servizio culturale a tutti quelli che l’accettano”. A Ribera sono in 500 a riceverne copia, nel resto dei Comuni siciliani se ne distribuiscono altre 500 copie. Poi oltrepassiamo lo Stretto di Messina, con “La Via” che prende la strada dei cinque continenti. Arriviamo a quota 2.000 copie stampate. Da tanti paesi arrivano offerte libere, di cuore, a sostegno del giornale. Nel bilancio consuntivo 2016, pubblicato nel primo numero del 2017, si leggono i nomi dei recenti sostenitori e la loro provenienza: Mondrone, Okara, Sciacca, Ribera, Garbagnate, Favara, Palma di Montechiaro, Partanna, Agrigento, Naro, Trapani, Campobello di Licata, Torino, Realmonte, San Cataldo, Palermo, Milano, Aragona, Birmingham, Cagliari, Marsala.
Don Gerlando Lentini ne è stato sempre alla direzione.Un giornale che rispecchia, coerentemente, il suo modo di intendere la missione del prete, la sua visione della vita, il ruolo della Chiesa Cattolica, l’essere e il vivere da veri e buoni cristiani.
Gli chiedo come è nata questa sua vocazione per la scrittura?Mi risponde in modo chiaro e deciso: “Faccio il prete, e siccome la Parola si fa scrivere la scrivo”.

giovedì 14 novembre 2019

Il cacciatore di sviste


Errare humanum est, ma se c’è a controllarti il perseverante e diabolico Totò Castelli finisci a malafigura. I detti antichi e anche quelli moderni nati su dolorose esperienze non sbagliano mai e mettono in allerta. Ti dicono: presta la  massima attenzione o altrimenti ti può finire male. E il male di oggi non è l’errore in sé ma la segnalazione di Salvatore Castelli, meglio conosciuto come Totò dai tanti, tantissimi amici. E io sono tra questi, tra gli amici e tra i segnalati. Perché a Totò non sfugge nulla, neanche un refuso innocente, perdonabile, su cui si potrebbe benissimo sorvolare. 

Lui invece lo nota, lui lo legge, lui lo evidenzia, lui lo fotografa, lui lo incornicia, lui te lo manda per Whatsapp col titolo “la svista quotidiana” e prima ti fai una bella risata con lui e poi, quando ti accorgi che l’autore della svista sei tu, diventi rosso come l’unico lumino acceso al cimitero: ti notano tutti, in terra e nell’aldilà e non hai dove nasconderti. 

Il giornalista vive allora nel terrore di sbagliare. E sbaglia. Perché l’ansia da prestazione lo fa sbagliare. E sbaglia perché sbagliare è normale quando si scrive (la figura del correttore di bozze è nata per questa ragione, anche se negli ultimi tempi è colpevolmente sparita; così come esiste nel mondo dei libri la figura dell’editor che guarda anche altro). Ed è normale errare quando si scrive al computer o con lo smartphone (come sto scrivendo adesso io  questo pezzo e sono terrorizzato all’idea di un nuovo erroraccio). Diceva il maestro Andrea Camilleri: “io prima scrivo al computer ma poi stampo su carta, perché il computer nasconde gli errori”. 

Un bel consiglio, per tutti, altro che digitalizzazione ed eliminazione della carta!

Ci vuole quindi bravura a scovare gli errori su antichi supporti cartacei ed eccellenza a scovarli sugli innovativi display e schermi di pc dove comunque la lettura non è profonda, ma superficiale e stancante.

Ma come caspita fa dunque Salvatore Totò Castelli? In un mondo accelerato, nevrotico, frettoloso, ansiogeno, affaticato, appesantito da miliardi di notizie, lui legge tutto e con calma Zen: titoli, sottotitoli, sommari, didascalie e articoli di quotidiani condominiali, zonali, cittadini, provinciali, regionali, nazionali e internazionali (anche testate illustri). Ogni giorno si informa su tutto e ti trova l’errore. Perché un errore c’è sempre. Sei tu a non vederlo. È il lettore comune a non notarlo nella fretta e nella superficialità della lettura. Ma un lettore attento, attentissimo, divoratore di giornali, lo nota. 

Un “grande anno” può così trasformarsi in un “grande nano”, un “antidroga” in “antidrogra”, un “trova” in “torva” giusto per citare solo gli ultimi errori scovati. 

Siamo in tanti ad essere stati segnalati da Salvatore Castelli, che alla fine si diverte e ci diverte in quello che è un gioco scherzoso, ironico, com’è sempre stato nel suo carattere. Salvatore Castelli, non dimentichiamolo, è stato direttore del periodico satirico “Ribera, città del riso” e continua a scrivere note pungenti sul settimanale “Momenti”. Giornalista e funzionario in pensione del Comune di Ribera, è conosciuto e apprezzato come storico corrispondente del Giornale di Sicilia (mezzo secolo di militanza). Una firma, una garanzia di serietà, professionalità, puntualità, moralità, tutto casualmente con l’accento sulla “a” (non è un errore). E non solo gli piace scrivere, ama anche fotografare. Il suo collo ha sempre indossato una macchina fotografica, come una cravatta (se gli sposti il colletto della camicia noti il segno). Ed ecco allora immagini su immagini immortalate le anomalie nei quartieri, le stranezze sui muri, le meraviglie della natura: come la scritta sgrammaticata su una saracinesca, come un segnale stradale che non segnala nulla, come un frutto che si presenta a una pia cliente con le inequivocabili sembianze di un genitale (ne ha anche fatto un libro). 

Qualcosa di strano lo notiamo anche in lui, come quello di gestire due profili Facebook: uno come Salvatore Castelli e uno come Totò Castelli. E poi è un uomo che non si ferma mai. Oltre a essere uno spietato cacciatore di sviste giornalistiche, è anche uno straordinario musicista-cantante (ama esibirsi proponendo il repertorio di Rosa Balistreri), un infaticabile operatore culturale (è tra i dirigenti dell’Auser e tra i promotori del premio letterario “Ganduscio”), un amico sempre disponibile. 

Salvatore Castelli - diciamolo pure - è ora sotto quotidiana attenzione di tanti amici colleghi che non aspettano altro che una sua virgola fuori posto, per fargliela timidamente notare con tanto di avviso pubblico, manifesti, murales, autogestiti televisivi, interrogazioni parlamentari, intervento a reti unificate del presidente della Repubblica. 


Lui, il cacciatore di sviste, non si può dunque permettere di sbagliare. È condannato a fare sempre bene. 

Nella speranza di avere scritto questa noticina senza alcun errore (ho già l’ansia! perché è certo che ci sia almeno un refuso), colgo l’occasione per inviare un personale e affettuoso abbraccio al caro e ineguagliabile amico Tatò. 


Raimondo Moncada 


domenica 3 novembre 2019

Il potere del like


C’è chi conta, si conta, ti conta i like sui social che contano: Facebook, Twitter, Instagram... Ed è bellissimo. Perché tutto ormai si misura col like, anche il piacere, anche l’amore, anche la fede, anche la leadership, anche il valore di quello che sei, di quello che dici, di quello che esprimi, di quello che fai. Senza like, ormai, non sei più nulla anche se sei qualcuno: un Pirandello, un Camilleri, uno Sciascia senza like sui loro personali profili social, chi ci rappresenterebbero oggi? 

Non sarebbero la stessa cosa. Sarebbero squalificati. 

Chi ha i like, tanti like, così come tanti follower, tanti amici, tanti contatti (anche a pagamento), è invece - per psicologica conseguenza - un grande campione, un grande pensatore, un grande scrittore, un grande artista, un grande uomo, anche se non sa calciare, non sa pensare, non sa scrivere, non sa fare niente. Sa prendere i like, ed è questo che oggi conta. E se ha tanti like, anche se non sa fare nulla, viene pure ricercato per fare qualcosa da poter vendere, perché promossi influencer che influenzano le azioni, i pensieri, le scelte di milioni di loro seguaci. E se non sanno fare nulla non importa. E chi dice che non sanno fare nulla? Sono riusciti ad attirare un numero spropositato di adoranti follower e a farsi mettere un numero spropositato di “mi piace” a qualsiasi post, foto, video, belli o brutti. 

Il messaggio che passa, chiaro, penetrante è: fate di tutto per avere più like! concentratevi solo sui like e lasciate stare il pensiero, il ragionamento, lo studio, l’esercizio, la scrittura, la creatività, l’impegno, la spensieratezza, la libertà, una semplice passeggiata, una giornata off di non like. 


In un mondo di like, più o meno veri, più o meno spontanei, la tentazione è però forte, irresistibile. Per questo si parla di dipendenza. Si potrebbe provare per gioco a sentirsi schiavo del like. Provare l’ebbrezza della sua ossessione. Stare in attesa del click e accumulare tutti quei punti che d’un colpo ti danno l’attenzione globale e l’attestazione che sei un grande per acclamazione virtuale. 


E ora ti prego: metti un bel like a questo post. Comincerò a contarti e a contare per provare a contare.

Se ti senti stordito o preso in giro, non mettere niente. Leggi e vai avanti. Non è successo niente. E non sono nessuno.


Raimondo Moncada

giovedì 31 ottobre 2019

I morti in Sicilia sono vivi


I morti in Sicilia sono vivi. A inizio novembre i cari defunti ritornano non facendosi vedere ma sentire, percepire, con una presenza vera e non risparmiandosi a donare cannistri su cannistri, ceste di dolci assortiti, e giocattoli. I morti, dalle mie parti, sono molto generosi, soprattutto i nonni, tanto attesi in questi giorni dai piccoli nipoti.
Io sono stato piccolo e sono stato un nipote esigente e viziato e posso dare viva e commossa testimonianza dell’arrivo e della presenza dei miei cari defunti. Bambino, stavo giorni ad attendere con ansia i miei nonni che, proprio nel giorno dei morti, si facevano vivi. Non si dimenticavano mai di me, dei miei fratelli e di mia sorella. Ritornavano sia i nonni che avevo conosciuto in vita sia i nonni che non avevo mai visto di presenza perché morti tanti anni prima della mia nascita, come il nonno di cui porto il nome morto nel giorno dei morti del 1948 dopo l’incubo della seconda guerra mondiale. E arrivavano di notte, approfittando del sonno dei nipoti, facendoci trovare tavolate di pupi di zucchero, taralli, frutta martorana, bambole, biciclette e pistole giocattolo. Trovavamo tutto quello che confidavamo ai nostri genitori che giorni prima ci interrogavano:
“Cosa avete chiesto ai morti?”
E noi a rivelare i nostri desideri, anche le cose più costose, anche le cose non alla portata delle finanze di allora. Ma lo chiedevamo comunque perché i nonni sono generosi e accontentano sempre i nipoti. Ricordo una volta una richiesta azzardata: la pista elettrica con le macchine da corsa. L’avevo vista a casa di un altro bambino e la desideravo pure io. Non riuscendola ad avere in altri giorni normali dai genitori mi arrivò dal cielo, da un altro mondo, dai nonni. Perché ai nonni si può chiedere di tutto anche le cose che i genitori non si possono in quel momento permettere.
Anche se defunti per gli altri, per noi vivevano, ritornavano a vivere. Aprivamo gli occhi nel giorno dei morti ed era festa per noi bambini. I cari defunti erano tra noi. Ce lo certificavano mamma e papà:
“Questo te lo porta nonno Raimondo, questo nonna Rosina, questo nonno Peppe, questo nonna Carmela.”
Lo ricordo ancora, nella mia prima casetta di Vicolo Seminario, nel vecchio quartiere di San Gerlando, ad Agrigento. Ogni anno si ripeteva questa meravigliosa tradizione, ed è durata fino a quando la curiosità non ci ha portati a scoprire la lunga mano di mamma e papà, complici dei loro genitori. Peccato. È crollato di colpo tutta quella magia. La curiosità, mossa dal sospetto di un’età sempre meno infantile, ha fatto morire la meraviglia della tradizione dei morti che negli ultimi anni sembra pure essere scemata.
Nelle pasticcerie, nei bar, vedo che resiste ancora la frutta martorana e resistono anche i taralli e quei dolci che si chiamano ossa di morto che per masticarli ti devi far prestare una dentiera d’acciaio. Io ricordo anche i riccetti di mandorla, che mi arrivavano da Palma di Montechiaro, paese dei nonni materni.
Dalla lamentela di un nonno, registro oggi che non tutti continuano l’usanza come quella ad esempio di preparare i pupi di zucchero. Nonno che però non si rassegna e che mette un mondo sottosopra per accontentare le richieste di nipoti ormai cresciuti ma legati sempre a una tradizione che alla fine è solo un legame di amore tra generazioni, tra le radici di una famiglia e le sue nuove infiorescenze.
Come mi piacerebbe svegliarmi nel giorno dei morti e ricevere ancora una volta un pensiero dai miei cari nonni: Raimondo, Rosina, Giuseppe e Carmela!
In ogni caso, con un fiore in mano, con l’odore di un fresco tarallo, di un dolcissimo riccetto di mandorla, chiuderò gli occhi per sentire la fragranza della loro presenza in compagnia di figli, diventati a loro volta nonni, che da tempo sono andati via da questa terra, rimanendo però vivi dentro di me.

Raimondo Moncada  

mercoledì 30 ottobre 2019

Il viaggio di internet e l'emigrazione


Celebriamo Internet che ha compiuto  mezzo secolo di vita incidendo profondamente nelle nostre vite, stravolgendole, e in quelle di intere comunità contribuendo addirittura a eleggere presidenti di Stati. Viviamo in dimensioni nuove, allargate, potenziate, accelerate, tridimensionali, sconfinate, eccitanti, modellanti. Con i modernissimi smartphone ormai facciamo di tutto e alla velocità della luce, avendo tutto a portata di mano (manca solo la funzione cucina per utilizzarli come padelle). 
Ma nel meridione del mondo, dove la nuovissima tecnologia è arrivata fin dai suoi timidi esordi, le domande pare siano rimaste le stesse:  
Andare o rimanere? Lasciare il sud e andare al nord, oppure provare a metter su casa e famiglia dove siamo nati e cresciuti e dove ci stanno i nostri più cari affetti?
Domande non da poco che già mi arrovellavano il cervello nella mia giovane età in quella che è stata anche la giovane età dei computer e del Www (Vuvvuvù). Domande che mi sono ritornate negli ultimi anni in concomitanza con l’età delle domande esistenziali dei giovani di oggi, e in particolare modo di chi hai messo al mondo:
La trattengo? O incoraggio il viaggio, con l’uscita dalla mia, dalla nostra terra?

In questi giorni ho avuto modo di parlarne, per caso, con un sacerdote durante la presentazione di un libro. E mi sono sbilanciato, manifestando purtroppo la posizione di incoraggiare i giovani - i miei figli - a puntare su luoghi che offrano un futuro con opportunità maggiori rispetto alla terra natia. Il sacerdote è rimasto in silenzio rispondendomi non a parole, ma con una smorfia. Mi ha fatto capire – così l’ho interpretato – che la pensava in modo diametralmente opposto, che bisognerebbe cioè incoraggiare i giovani a rimanere e a provare a costruire il proprio futuro qui, in Sicilia, provando a dare un futuro anche alla terra delle radici, alla terra dei loro genitori e nonni.

In questi giorni è pure circolata l’ennesima inchiesta di un giornale economico, con numeri impietosi, con meridionali che vanno via con direzione sud-nord, spopolando e impoverendo interi paesi, privandoli di energie, di ricchezze, di futuro, come un tempo, come prima, inarrestabilmente. Vanno via studenti per formarsi e specializzarsi all’università; va via il laureato o il plurilaureato per affermarsi nella propria disciplina; va via il disoccupato o chi ha perso il lavoro: cervelli e manodopera in meno in una terra che lacrima.
E io a chiedermi:
Ma che debbono fare? C’è una speranza a cui aggrapparsi per rimanere? E se non ora quando?

Ma non è stato sempre così. Sempre in questi giorni ho ascoltato l’autore di un romanzo storico su una famiglia normanna. Ha spiegato che mille anni fa le cose stavano diversamente. Era il nostro sud a essere l'attuale nord. Dal settentrione del mondo venivano proprio da noi, perché eravamo noi a offrire loro un futuro di prosperità. E quando si parla di medioevo, in Sicilia, proprio in quel periodo, il medioevo non esisteva perché c’era la luce e c’era l’oro.

Il viaggio è comunque salutare. Incontri nuova gente, vieni a contatto e ti appropri di nuove culture, nuovi sistemi, nuove mentalità, nuovi slanci, nuove prospettive. Uscire potrebbe significare riuscire, riprendendo il detto siciliano “Cu nesci arrinesci!” contro cui nelle ultime settimane è sorto un movimento che ha come slogan “Si resti arrinesci.”
E io a dirmi sempre, tra me e me:
Come si fa a far cambiare idea a chi nella nostra terra sbatte la testa contro il muro? Come si fa a fermare chi insegue un sogno, chi vede oltre, chi guarda un altro orizzonte ritenuto più luminoso? 

In questi giorni – tutto pare si sia per me concentrato in questi giorni – ho deciso di cambiare operatore telefonico. Ho cercato un negozio fisico dell'operatore prescelto, con tanto di personale umano a cui rivolgermi per essere aiutato. Niente da fare. Il cambio col nuovo operatore si fa da soli, con la tecnologia che ti consente di fare tutto in solitaria e velocemente, gratuitamente, tramite sito internet che puoi raggiungere con il vecchio computer o con l’inseparabile smartphone, o anche attraverso delle macchinette, dei totem informatizzati altamente innovativi dove inserisci pure la carta di identità e registri dei video in cui dichiari di accettare tutto quello che la stessa macchina ti chiede:  
“Sono Pincopallino e sono felice, felicissimo di far parte della famiglia. Accetto ogni condizione dopo aver letto al volo tutte le diecimila pagine di contratto e di avvertenze sulla privacy …”
La cosa mi ha impressionato perché sono cresciuto col miraggio di una tecnologia che ha promesso non solo di rivoluzionare le nostre esistenze, non non solo di migliorare le nostre vite – come è miracolosamente accaduto – ma avrebbe anche creato nuove, nuovissime occasioni di lavoro. Le nuove occasioni di lavoro sono arrivate in quello che è ancora un mondo tutto da scoprire e da sfruttare, perché le sue potenzialità sono spaventevolmente enormi. Ma continuo a chiedermi:  
Qual è il bilancio tra l’occupazione creata e quella tagliata?

L’impressione è che la macchina stia sostituendo in tutto e per tutto l’uomo, nelle sue attività manuali e anche in quelle intellettuali e che ci sia un’ignoranza digitale diffusa, con la tecnologia così galoppante che non ti dà il tempo di stare al suo passo. Con l’intelligenza artificiale, poi, che fa passi da gigante, rischiamo di diventare tutti cretini: la macchina lavorerà, parlerà, scriverà... si ritaglierà il tempo per uscire, andare in giro e farci fare i bisognini, perché quelli la macchina non li vorrà fare al posto nostro.  E andremo per vie senza negozi perché sostituiti da quelli su internet. 
Non ci resta, allora, che ritornare a fantasticare. La fantasia, quella pura di noi bambini, sono sicuro che in qualche modo ci salverà. È l’unico terreno dove la macchinetta al momento si presenta perdente. 
Speriamo bene. 
Intanto, buon compleanno internet. Sai, sono più grande di te di due anni, con l’unica differenza che io invecchio mentre tu continui a essere sempre più giovane e intelligente senza l’assillo di dovere emigrare, fai emigrare invece noi umani facendoci viaggiare dentro il tuo mondo.

Raimondo Moncada

mercoledì 23 ottobre 2019

Il pianoforte che dopo trent'anni ha ripreso a suonare


C’è speranza. Quello che sei o che sei stato o che volevi essere, ritorna, è dentro di te. Quello che poteva essere un tappo prima o poi si toglie, e lo spumante esce! esce! esce! con tutte le sue gustose bollicine per festeggiare l’evento, che sa di miracolo.

Cosa è successo?
Un amico di vecchissima data, Alessandro, mi invia un messaggio. Non ci sentivamo da tempo (qualche messaggio augurale a inizio anno) e non per colpa nostra. Io sono in Sicilia, lui no. È uno dei cervelli che dalla Sicilia è andato al nord, un emigrato della mia generazione.
Il messaggio che mi invia su Whatsapp  ha allegato un video. C’è lui, cinquantaduenne, la mia stessa età, seduto davanti a un pianoforte con una lunga coda. Suona con altri che sembrano avere un’età maggiore. Suona come suonava nel tempo delle nostre scuole superiori, dei nostri incontri, delle nostre frequentazioni. Perché lui, Alessandro, il pianoforte lo suona da sempre, anche senza pianoforte. È nato e cresciuto col pianoforte.
Già ai tempi della nostra adolescenza era un talento e andava, oltre che da insegnanti privati, anche al conservatorio. E a casa, da solo, erano ore e ore di duro, continuo, esercizio. Poi succede – è successo pure a me con la pittura e con la grafica – di abbandonare tutto e di imboccare altre strade. Io ho preso quella del giornalismo, del teatro, della scrittura, di un’altra arte, non appuntata inizialmente nel copione del mio destino. Lui, Alessandro, si è iscritto, laureandosi, in Lingue Straniere e dopo alcune attività di traduttore in Europa si è stabilito nel nord del nord, tra le Alpi, dove insegna quello che ha studiato all’Università di Palermo (beati i suoi studenti!).
Nel video di Watsapp lo vedo sereno e a testa alta, concentrato sulle note, con le sue delicate mani da pianista scivolare sull’amica tastiera. Sotto il video, c’è una didascalia: “SECONDA LAUREA”.
“Hai ripreso e ultimato il tuo percorso al pianoforte?” chiedo quasi incredulo.
“Finalmente! Un sogno lungo una vita. Dovevo farlo e l’ho fatto!”, mi risponde.
Alessandro ha preso il biennio specialistico al conservatorio, equiparato alla laurea magistrale.
Mi sono commosso ricordando, più di trent’anni fa, le nostre sofferenze, i nostri dubbi, le nostre difficoltà, le nostre paure, le nostre confusioni in un’adolescenza molto agitata di pensieri. Sono momenti che non si dimenticano, che ti rimangono dentro, specialmente se lasci qualcosa di sospeso, di non compiuto. Alessandro, quel qualcosa, ritagliandosi il tempo tra impegni di lavoro e di famiglia, lo ha ripreso e portato a compimento, per sé e non solo per sé.  
Alessandro, all’esame della vita, ha voluto portare quell’adolescente che ho conosciuto e ha cercato di “sentire un brivido, un profumo”, farsi vedere dal cielo dai genitori. Io li ho visti tra le lacrime applaudire con ammirazione, così come lo hanno applaudito la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e gli amici, dei vecchia e nuova data.
Mi sono così commosso che anche io ho voluto lasciare traccia del mio brivido cercando di trovare le parole alla mia emozione.
C’è sempre speranza. I tappi esistono per essere tolti e con una diversa forza possiamo riuscire a togliere anche quelli più resistenti. Occorre crederci. Solo crederci, prendere per le mani il tappo e tirare, tirare, tirare.  

Raimondo Moncada  

lunedì 21 ottobre 2019

Dal mottino allo stroke snack, non ci capiamo più


Non ci capiamo più, ok? Parliamo per non capirci, per non farci capire. Ade esempio, che significa recarsi in uno Stroke Unit o in uno Spoke? Ma dove siamo a Londra? a New York? Nello spazio di Guerre Stellari?
È una riflessione che è nata spontaneamente conversando con un amico direttore di un giornale amato da uno scrittore che sapeva ragionare e invitava a ragionare con la propria ragione e non con la testa degli altri. Una questione non di poco conto quello della lingua, strumento per entrare in contatto con altre persone, comunicando qualcosa, ma facendosi capire. Non avrei potuto dire a mia nonna Carmela, buonanima, una frase del genere:
“Non preoccuparti, se starai male proverò a portarti - se non mi confondo -, prima al Dea, poi all’Hub, quindi allo Spoke e alla fine allo Strike Unit”.
Lei, sotto choc, mi avrebbe guardato e mi avrebbe detto:
“Portami unni vo, basta ca nun mi fa moriri.”
Ed io avrei avuto difficoltà ad essere sincero e a rispondere:
“Nonna, anche io non ci capisco nulla e pi chistu mi veni di moriri”.
“E allura?”
“Stai tranquilla che comunque in ospedale ci arriviamo anchi cu carrettu, a pedi, ammuttannu. Poi ci pensano loro a scegliere l’Unità Complessa Operativa Specializzata Operante dove ricoverarti.”
“Chi dici?”
“Nenti dissi, nenti”.
“U cori mi sta facennu scoppiari!”
“Ti portu o spitali?”
“E si mi mettinu fora, in day ospital?”

Ma come parliamo? Siamo ormai da ricovero, col problema però di non andare a finire in un semplice reparto. Si inventano tanti di quei nomi che entri in un ospedale ed è come se entrassi in una struttura straniera, ti fai la croce e ti affidi alle cure dei medici se li capisci. Alcuni, quando parlano, non li capisci perché parlano con termini che sembrano di un altro mondo. Quello che hai o non hai te lo dicono, ma dalle parole che entrano nelle tue orecchie non capisci la gravità. La intuisci dal tono delle parole e dai gesti. Se non c’è niente di grave, la voce avrà un certo tono. Se invece il medico balbetterà, farà lunghe pause, cercherà in aria le parole, accennerà a qualche pacca sulle spalle, significherà inequivocabilmente che il figlio di tua moglie è solo suo figlio e non il tuo perché gli esami genetici richiesti per un altro malanno hanno avuto questo indesiderato effetto collaterale di rivelarti le sue scientifiche e inappellabili origini.
E allora non lo accompagnerai più a scuola manu e manuzza? Non gli farai frequentare le attività dei Pon? O dei Pof? Non avrai la possibilità di diventare rappresentante dei genitori e avere dei contatti con il dirigente dell’Ufficio V - Ambito Territoriale per la Provincia di Agrigento dell’Ufficio Scolastico Regionale della Sicilia...
“Chi?”
“Il provveditore!”
“Ah!”

È diventato davvero difficile farsi capire, ma non lo vogliamo capire, perché tutto ci sembra scontato in tutti i settori e non solo in quello della Sanità o della Scuola (se entri in una facoltà scientifica, ingegneristica, informatica, spaziale, l’italiano è ridotto proprio ai minimi termini e se lo parli vieni guardato male: “Who you are? Where are you from? What’s your mother’s name? Cu sì? Di unni veni? A cu apparteni?”). Diamo per scontato che gli altri capiscano, ma non capiscono o fanno finta di capire regalandoti un bel like per non mostrarsi di non saperne nulla ed essere presi per ignoranti. E dunque parliamo una non lingua che è una scorciatoia insidiosissima, buia, dove spegniamo il cervello e non riflettiamo, non pensiamo più a quello che diciamo replicando parole che noi stessi non capiamo. Questione di ticket? Di budget? Di management? Di governance? Di customer sadisfaction? Di vision? Di mission? Di performance? Di spread? Di background?
Non lo so! Non lo so! Per saperlo dovrei rivolgermi al call center o leggere le FAQ (Frequently Asked Questions), ma non so più in quale lingua perché il vocabolario della mia, col tempo, ha come subito gli effetti di una spending review delle sicule e poi italiche parole, quelle di uso comune, semplici, chiare, comprese da tutti.
Siamo stati violentati e, dentro una escalation inarrestabile, continuiamo ad esserlo dall’alluvione di una lingua, quella inglese soprattutto, che si parla non solo nella lontana Gran Bretagna – che raggiungiamo pure, pagando, per andarla ad affinare con stage, master e via di questo passo – ma anche nella lontanissima America, grande paese legato all’Italia da rapporti non millenari ma ultra millenari ed è per questo che accettiamo di buon grado la trasformazione dell’italiano in un’altra lingua.
“Ok?”
“Sì”.
“Cosa?”
“Volevo dire ok!”

Chiudo qui, consigliandovi come happy end (non prendetemi per influencer) un bel coffee-break, rimandandovi per un gradito feedback ai miei social account dove, vi garantisco, rispetterò la vostra privacy e la vostra voglia di relax.
È inutile! Non si salva più nessuno. Il trend è questo e ognuno pensa all'appeal del proprio brand. Step by step siamo entrati tutti nel tunnel e non c’è ne siamo accorti. Anche mia nonna Carmela, che nella mia decisiva infanzia è stata coach e sponsor, ci sarebbe alla fine entrata. La immagino nella sua casetta di Palma di Montechiaro, a poca distanza dalle residenze del Gattopardo:
“Oggi per il party ti cucino slow food”.
“Chi?”
“Cosi boni! Cosi a parti di casa: du passuluna, chiappi, chiapparina, zarchi, maccu, capunatina, cacocciuli, babbaluci...”
“Cu sucu e patati?
“Gna certu!”
“E allura vegnu! Vegnu, cara e insuperabile Grandmother che, invece degli snack, mi compravi i più gustosi mottini!”

Raimondo Moncada

venerdì 11 ottobre 2019

Joe Pitrusino alle prese con la macchinetta del fumo


Si arricchisce di nuovi episodi la serie Uno sbirro per caso, ironica, leggera, divertente, che ha per protagonista Joe Pitrusino, personaggio nato a quattro mani dalla fantasia di due scrittori siciliani: Raimondo Moncada e Max Damiani.
È nelle principali librerie online specializzate in audiolibri e ebook La macchinetta del fumo,  il primo vero caso investigativo di Joe Pitrusino che fa entrare nel vivo la collezione di storie raccontate dall’eccentrico poliziotto “delinquente e masculuni”, molto fuori di testa (la voce nell’audiolibro è di Raimondo Moncada).
  
È già uscito a inizio estate Il baro destino, incipit di tutta la serie, che ci ha presentato tutte le caratteristiche di un personaggio che è un anti Montalbano: un delinquente di natura e di famiglia, uno scansafatiche, ma che per pura casualità (non l’avrebbe voluto fare) indossa la divisa diventando suo malgrado un poliziotto modello che risolve ogni caso, a modo suo e quando viene costretto dagli eventi. Giuseppe Pino, detto Joe per fare prima, preferisce pensare ad altro. È amante delle donne – il suo pensiero fisso, la sua principale distrazione - e non di una come Montalbano ma di tutte perché si sente un masculuni generoso, di sicula generosità, vecchia maniera.  
Nella Macchinetta del fumo, Joe Pitrusino è al suo primo giorno di lavoro quando viene chiamato ad agire sia come delinquente sia come poliziotto “davanti a una partita non di calcio ma di droga”. Chi vincerà? Lo sballato delinquente che alberga in lui o l’agente che si serve del suo genio criminale per portare a termine una missione di pubblica importanza?
Audiolibro ed ebook sono pubblicati da GoodMood, casa editrice di Padova specializzata in pubblicazioni digitali. La produzione è tutta siciliana. L’audio è registrato in collaborazione con Francesco Barbata, presso Disco33 Recording Studio di Sciacca.
Gli episodi sono reperibili presso tutti i principali store specializzati in audiolibri ed ebook come Google Libri, Book Store di Apple, Audible, Storytel, Il Narratore, Macrolibrarsi ecc.
È già in preparazione la registrazione del terzo episodio a cui ne seguiranno altri.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...