martedì 24 aprile 2018

Il mio 25 aprile, Lastra a Signa omaggia il partigiano Gildo

Mi emoziona l’omaggio in Toscana al 25 aprile e a uno di quei ragazzi, Gildo Moncada, che, lontano dalla sua terra, la Sicilia, diede un contributo alla Resistenza, alla lotta al nazifascismo. E lontano dalla sua terra, a Lastra a Signa, si ricorda quel giovane, quell’agrigentino che durante la seconda guerra mondiale, in Umbria, si arma dei suoi valori e dei suoi ideali e del suo anelito di libertà ed entra nella brigata partigiana “Leoni” a sedici anni per dare il proprio contributo alla Resistenza per poi ricongiungersi con i genitori e le sorelle, in Lombardia, mutilato. 
Ecco il mio 25 aprile 2018. Questa è la ricorrenza che ogni anno mi ricorda mio padre Gildo Moncada. Un anniversario che ancora oggi mi commuove. Questa era la sua data, la sua festa, il suo momento, il suo orgoglio, una fierezza che si manifestava ogni anno con quel fazzoletto tricolore dell’Anpi che si legava al collo in occasione delle manifestazioni che lui stesso organizzava ad Agrigento mettendosi silenziosamente in prima fila nei cortei, autorità tra le autorità, e rendendo omaggio ai caduti, a chi aveva sacrificato la propria vita, a chi era uscito come lui segnato per sempre nel corpo, a chi aveva lottato per la Liberazione.
Nonostante i miei 51 anni, divento sempre piccolo, figlio bambino di Gildo, il partigiano bambino, perché in questa occasione si sbriciolano tutti i muri della maturità. Questo 25 aprile, in Toscana, nel comune fiorentino di Lastra a Signa, si ricorderà mio padre e un’intera generazione protagonista della Resistenza. L’occasione sarà la cerimonia di premiazione del concorso letterario nazionale dal titolo “Una storia partigiana”, organizzato dall’Anpi sezione “Bruno Terzani” col patrocinio del Comune di Lastra a Signa.
Il tema del concorso quest’anno ha preso lo spunto da un brano del libro Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada, edito dal gruppo editoriale di Ad Est.
La cerimonia chiuderà la due giorni dedicata a Lastra a Signa all’anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. È in programma il 25 aprile, con inizio alle ore 16,30, nella sala del Consiglio comunale, alla presenza delle autorità istituzionali, dei promotori dell’iniziativa, di tanti giovani. In questo modo si fa memoria, viva. Non si dimentica. Si mantiene aperta quella pagina di storia e se ne attualizza il significato affinché gli orrori della storia non si ripetano.

Due le sezioni del premio: poesia e racconti. Mi dicono gli organizzatori che la partecipazione è stata straordinaria. Sono arrivati da ogni parte d’Italia più di duecento elaborati, la maggioranza di grande valore per qualità letteraria e contenuti.

Ecco i vincitori:
Poesia: primo classificato Umberto Vicaretti di Roma per la lirica "Bruciano ancora"; seconda classificata Tiziana Monari di Prato, per "Polvere di stelle"; terzo classificato Bruno Bianco di Asti per "Difesa".
Racconti: prima classificata Sara Galeotti di Roma per "La donna di carta"; seconda classificata Francesca La Mantia di Palermo per "La va a minuti"; terza classificata Paola Cerri di Piacenza per "L'ultima notte ad Aleppo".

Cos’altro dire?
Grazie di tutto, di cuore, a chi ha voluto organizzare, a chi ha voluto patrocinare, a chi ha scelto il libro su mio padre per dare il via al concorso “Una storia partigiana”, a chi ha partecipato, a chi ha vinto, perpetuando non un ricordo, ma un impegno.

Raimondo Moncada  


martedì 17 aprile 2018

Il premio delle due lingue

La creatività non ha lingua, o meglio ne ha più di una, come il premio letterario “Alessio Di Giovanni” che di lingue ne ha due. Il premio dà la possibilità agli autori di esprimersi nella lingua a loro più congeniale: italiano o siciliano, così come preferiva il grande poeta, romanziere e drammaturgo di Cianciana (che scelse di scrivere nella "gagliarda e ardente, armoniosa e soave, e incisiva lingua di Sicilia").
L’Accademia Teatrale di Sicilia ha emesso il bando della nuova edizione del Premio nazionale a lui dedicato. È il ventunesimo anno consecutivo che viene promossa quest'iniziativa. Un premio longevo e prestigioso che registra ogni anno la partecipazione di tanti autori, che inviano le proprie poesie e i propri racconti da ogni parte d’Italia e anche oltre confine, come sottolinea il direttore artistico Enzo Alessi. 

I concorsi letterari della XXI edizione del Premio "Alessio Di Giovanni" prevedono le seguenti sezioni
     - Poesia in lingua siciliana; 
     - Poesia in lingua italiana;
     - Racconti in lingua siciliana; 
     - Racconti in lingua italiana. 


Gli elaborati vanno inviati entro il 31 maggio 2018, secondo le modalità previste nel regolamento pubblicato sul sito internet www.alessiodigiovanni.blogspot.it.


sabato 7 aprile 2018

Quel gesto della mano per tenere vivo un sogno


Quel gesto della mano, la destra, ferita a Sansepolcro, che ripeteva e ripeteva ossessivamente.

Come spiegare l’escalation di emozioni, oggi, al liceo “Linares”, nell’incontro che in aula magna ha concluso il progetto lettura dell’istituto dedicato al libro Il partigiano bambino e alla storia di mio padre, Gildo Moncada, se non con quel gesto della mano frantumata a Sansepolcro, nell’ultima sua azione partigiana, come il resto del suo corpo, che lui ripeteva e ripeteva quando il fervore artistico lo possedeva e lo portava a preparare le sue nuove mostre di pittura e di grafica. 

Ecco... quel gesto, lo stesso gesto, con quel movimento circolare delle dita della mano destra con cui cercava di non far morire il sogno di vivere d’arte, ha concluso la mattinata di oggi al liceo “Linares” che ha visto sul palco dell’aula

magna uno studente impersonare mio padre, con tavolozze, pennelli, tubetti di colori, ripetere quell’esercizio e quel rituale raccontato nel libro e a cui ha dato voce una compagna di classe. 


Due ore dense e intense su quel palco, studente tra gli studenti, commosso, a rispondere alle domande di tanti ragazzi, alcune volte più grandi di me, a riflettere assieme, e a rimanere io a bocca aperta per le continue sorprese che mi hanno riempito di umanità e di speranza. 

Il libro ha avuto uno studio, un approfondimento, una riflessione sulla seconda guerra mondiale, sulla Resistenza, sui valori della conseguente nuova Costituzione, sull’essere oggi cittadini del mondo. E il libro è stato creativamente lo spunto per una riscrittura di quel periodo - solo in apparenza distante - con gli studenti di cinque classi degli indirizzi Classico, Scientifico e Scienze Umane del “Linares” a musicare e cantare poesie dedicate a mio padre, recitare opere scritte per il concorso letterario “Una storia partigiana” del Comune toscano di Lastra a Signa il cui tema portante quest’anno è stato tratto dal libro. E poi ancora video, foto, letture a più voci di brani del libro e rivisitazioni critiche sulla presenza degli alleati in Sicilia e tanto altro ancora che ha avuto la sensibile conduzione di Giusi Di Franco, poetessa (ha scritto anche la lirica sul partigiano bambino, musicata e cantata da uno studente), insegnante di Lettere. Giusi mi ha accompagnato nel lungo viaggio, nelle profondità di una memoria comune aiutandomi a dare ancora voce e testimonianza a chi non c’è più. Un viaggio tra ripetute emozioni a cui ha dato il via il dirigente della scuola, Rosetta Greco che, in una introduzione molto sentita, ha parlato della Resistenza al nazifascismo come “bellissima lezione di libertà” e della Liberazione dell’Italia come un dono. 


In un’aula magna, degna di questo nome, accogliente, elegante, da poco ben ristrutturata, ha assistito a un momento di alta scuola, un pubblico variegato: rappresentanti di genitori, di club service,  di associazioni, di altre due scuole: l’Ipia Fermi e l’istituto per Geometri. 

Ho avuto testimonianza di una scuola viva, vera, stimolante, formativa, dove vivi, veri, stimolanti, formativi, creativi, appassionati, sono stati loro: gli studenti, i loro insegnanti, la dirigente e tutto l’apparato che  ho visto impegnato per la riuscita dell’iniziativa: il direttore amministrativo e i collaboratori scolastici. 

La mia infinita gratitudine a tutti, indistintamente, ai giovani studenti che mi hanno regalato la loro intelligenza, la loro curiosità, la loro cultura, il loro tempo, la loro arte, con domande, esibizioni, riflessioni, quadri, gesti, lacrime, con un libro che mi è stato restituito ridipinto con nuovi colori e sentimenti. Sono i ragazzi che frequentano la quinta e terza “A” dell’indirizzo Scienze Umane; la quarta “B” e la seconda “A” del Classico; la quarta “C” e la quarta “A” dello scientifico, seguiti da straordinarie insegnanti: Maria Rita Di Franco, Franca Bosa, Silvana Bracco, Daniela Pira, Sara Merro, Angela Mancuso. 

A Licata ho colto luci di speranza. 


Raimondo Moncada

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martedì 3 aprile 2018

Viaggio in Umbria nei luoghi del partigiano Gildo

Un giorno la tecnologia farà rivivere le foto d’epoca, le foto dei tuoi genitori quando si sono sposati, le foto dei tuoi nonni... Oggi non è ancora possibile. Ma questa possibilità è da sempre in nostro potere. L’immaginazione umana è più potente della tecnologia. Rende reale ciò che reale non è più, gli dà rilievo, gli dà carne, gli dà anima, gli dà voce, gli dà odore, gli dà respiro, gli dà vita. E non sei al cinema. Non è finzione. Perché lo rivivi veramente, lo partecipi con tutto te stesso, con tutti i tuoi sensi e ti emozioni.
L’ho provato. E ne do testimonianza a distanza di qualche giorno dal mio viaggio nella memoria a Perugia, su richiesta del direttore di Malgrado Tutto Egidio Terrana. Un viaggio che mi sta portando in giro per l’Italia, e oltre, per raccontare la storia di mio padre, per presentare il libro a lui dedicato: Il partigiano bambino
L’Umbria era una tappa obbligata. Ci sono arrivato dopo diciotto presentazioni, dallo scorso anno, dal marzo 2017, mese di pubblicazione del libro. Merito ancora di Gaetano Alessi e del gruppo editoriale di Ad Est, e di chi in Umbria mi ha voluto accogliere, organizzando due momenti di incontro nel giorno del ricordo della medaglia d’oro al valor della Resistenza Mario Grecchi, a Perugia e a Bastia Umbra: il comitato provinciale dell’Anpi (con la sua presidente Mari Franceschini e il professore Francesco Berrettini), il Circolo di Cultura Primo Maggio e l’Anpi Valle Umbra (con i rispettivi presidenti Luigino Ciotti ed Ettore Anselmo).

Perugia. Ritrovarsi nella città dove mio nonno Raimondo sperò di portare in salvo la famiglia dalla guerra, che gli stava per arrivare sotto casa, in Sicilia, ad Agrigento,  con lo sbarco degli angloamericani nel luglio del 1943.
Perugia. Conoscere i miei cugini, Moncada, figli dei figli di mio zio Francesco, che vengono alle presentazioni per abbracciarmi e ascoltarmi, per ascoltare l’origine della loro storia. 
Perugia. Ritrovarsi negli stessi luoghi delle foto che ritraggono per la prima volta mio padre, sedicenne, con la divisa di partigiano della brigata “Leoni” nei giorni della liberazione della città.
Un bambino, lui, all’epoca. E un bambino, io, che all’età di 51 anni cerca e raggiunge quei luoghi, esattamente quei luoghi e nello stesso punto. Chiedo a chiunque, con le fotografie dell’epoca a portata di mano, digitalizzate e conservate nella memoria dello smartphone che tengo come una bussola.
“Dove si trova questo edificio? Dovremmo essere in Corso Vannucci… nel luogo attraversato dal corteo dei liberatori di Perugia nel giugno del 1944. In quel corteo c’era mio padre, glielo faccio vedere… E quest’ingresso? Questa porta, con le bandiere sventolanti degli Stati Uniti d’America, dell’Inghilterra e dell’Italia? È l’albergo Brufani, allora sede di un comando fascista. Subito dopo la liberazione, mio padre è lì, fotografato, sorridente, perché quella foto l’avrebbe inviata ai familiari per dirgli di non preoccuparsi, che stava combattendo per la sua e nostra Patria, che era ancora vivo”.

Come un bambino, raggiungo quei posti fissati per mezzo secolo nella memoria. E, come se fosse una conquista da marcare, da non dimenticare più, mi faccio fotografare con il libro in mano, lo stesso libro in cui racconto la storia del partigiano Gildo, in cui c’è la rievocazione di quei giorni perugini nel racconto che lui stesso ne fa in una rara intervista concessa a Tv Europa in occasione di un 25 aprile dei primi anni Novanta.

Quel bambino, il figlio di quel partigiano bambino, a Perugia si sente come sospeso nel tempo, tra presente e passato. Ho pensato a come doveva essere. A cosa ha significato per un ragazzino fare quella scelta. Quali sentimenti lo animavano e lo spingevano ad andare avanti contro un nemico che sembrava invincibile. 
Nella mia memoria ricostruisco quelle fasi, metto assieme i luoghi del suo racconto e lo vivo, attraversando Corso Vannucci, sostando davanti al lussuoso Hotel Brufani e nel cantiere aperto nel palazzo che ospita il Teatro del Pavone dove nel settembre del 1944 mio padre si ritrovò seduto accanto al generale Harold Alexander, comandante delle Forze Alleate. Quel bambino, diventato troppo presto adulto,  non è più sorridente. È con le stampelle e senza una gamba, mutilato, ferito durante un’azione a Sansepolcro, in provincia di Arezzo. Territorio, poi, che al rientro attraverso in macchina con l’immaginazione in fermento che mi costringe a seguire mio padre nel luglio del 1944, nel giorno del suo ferimento.
È una storia ancora viva. Parole che non sono semplici parole, luoghi che non sono semplici luoghi, ma spunti per viaggiare nel tempo, come viaggiava lui nel tempo, sempre, ogni volta che ritornava a Perugia ospite del fratello Francesco, mio zio. Faceva sempre il giro dei suoi luoghi, rendendo omaggio ai suoi amici, ai suoi compagni morti e alla tomba-monumento, al cimitero di Perugia, del suo giovanissimo comandante di brigata Mario Grecchi a cui, a nome suo, ho lasciato un mazzo di fiori.


Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 


giovedì 15 marzo 2018

Gildo Moncada in Umbria, il figlio presenta il Partigiano bambino

Due presentazioni nel giorno di un triste anniversario. L’Umbria riaccoglie quel giovanissimo siciliano che durante la seconda guerra mondiale decise di dare il proprio contributo alla Resistenza raggiungendo sui monti la brigata partigiana “Leoni”. Quel ragazzo, rientrato poi a casa mutilato, dopo le gravissime ferite a Sansepolcro, è Gildo Moncada a cui il figlio Raimondo ha dedicato Il partigiano bambino. Il libro, edito dal gruppo editoriale di Ad Est, sarà presentato sabato 17 marzo a Perugia e a Bastia Umbra, alla presenza dello stesso autore, su iniziativa dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e del Circolo Culturale Primo Maggio. Un’occasione per tenere accesa la memoria e sempre vivi i suoi valori. Un modo per esprimere gratitudine a un italiano che, assieme a tanti altri, rischiò la propria vita per la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

A Perugia, la presentazione si farà alle ore 10,00 nella Sala Pietro Conti della sede della Camera del Lavoro - Cgil. Ci saranno gli interventi di Raimondo Moncada, del partigiano Francesco Innamorati, del presidente provinciale dell’Anpi Mari Franceschini, con il coordinamento di Francesco Berrettini.
A Bastia Umbra, la presentazione è prevista alle ore 16,30 nella libreria Musica & Libri. Ci saranno gli interventi del presidente del Circolo Culturale Primo Maggio Luigino Ciotti, del presidente dell’Anpi Valle Umbra Nord Ettore Anselmo, dell’editore di Ad Est Gaetano Alessi, di Raimondo Moncada.    
Gildo Moncada, a ventuno anni dalla morte, fa dunque il suo ingresso a Perugia, e con tutti gli onori su iniziativa di un circolo culturale e di un'associazione, l'Anpi, di cui per tanti anni ad Agrigento è stato il responsabile provinciale. Due le immagini che lo legano al capoluogo umbro e che sono inserite nel libro del figlio: sono foto scattate nei giorni della liberazione della città (19-20 giugno 1944) alla quale prese parte, e la conferenza con  il generale Harold Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia, al Teatro del Pavone (3 settembre 1944) dopo il gravissimo ferimento a Sansepolcro.

Il 17 marzo sarà un giorno di grandi emozioni. Si presenterà il libro su Gildo Moncada e si renderà omaggio al suo comandante di brigata, Mario Grecchi, medaglia d’oro della Resistenza, con una visita alla sua tomba monumento nel cimitero di Perugia, nel giorno della sua fucilazione, nel 1944, nel poligono di tiro, da parte dei nazifascisti.  


Il partigiano bambino riprende, dunque, il suo cammino dopo essere stato presentato lo scorso gennaio nella biblioteca comunale "Aurelio Cassar" di Sciacca e nel liceo statale “Martin Luther King” di Favara. E dopo aver toccato nel 2017 Vignola (Modena), Ravenna, Licata, Ribera, Palma di Montechiaro, Reggio Emilia, Brisighella, Burgio, Riesi, Modena, Carpi, San Martino in Rio, Menfi, Agrigento (per ben tre volte), Roma (Camera dei Deputati), Bruxelles. 


mercoledì 7 marzo 2018

Quattro donne (e un maschio) alla guida dell’Italia

Tre donne al comando dell’Italia, anzi quattro. Non è una chimera, un’illusione. Quattro donne: una nello scranno più alto della Camera dei Deputati, una al timone del Senato della Repubblica, una Premier a guidare il Consiglio dei Ministri e il governo del Paese, della Nazione, della Patria, dal Sud al Nord passando per il centro e girando per le grandi isole Sicilia e Sardegna.
Istituzioni rosa, amministrazione della Cosa Pubblica rosa. Palazzi rosa, visioni rosa, prospettive rosa, futuro rosa.
Rosa: un bel colore, per una rivoluzione copernicana che romperebbe le granitiche sicurezze di sempre del mondo maschile.
Con la rivoluzione, avremmo non solo i parcheggi rosa riservati alle donne in dolce attesa; non solo i gesti da cavaliere per cedere il posto non rosa sull’autobus a una donna in piedi; non solo le quote queste sì rosa nelle liste elettorali imbottite a forza di candidate al Parlamento, al Consiglio Comunale, al Consiglio Regionale, al Consiglio scolastico e condominiale... Avremmo un intero Stato e un intero Status in mano alle donne! 
Perché no!?
Angela Merkel, nella confinante e precisa Germania, è già al suo quarto mandato come cancelliera, cancellando ogni virile ambizione maschile. In terra tedesca, non c’è gara, non c’è storia.  
La stessa cosa potrebbe avvenire anche in Italia, in un momento di grandi stravolgimenti provocati dall’urlo delle urne. 
Si potrebbe anche a un nuovo sesso nei posti chiave in mano da secoli e seculorum agli uomini (un tempo considerato sesso forte). Si potrebbe così cambiare il cervello dentro la scatola cranica delle Istituzioni. Si potrebbe così cambiare la sensibilità al tatto delle pubbliche amministrazioni. Perché le donne - diciamocelo con sfacciata sincerità - sono diverse dagli uomini, per natura, per costituzione, per composizione cellulare, per qualità dei neuroni. Pensano in modo differente. Agiscono in modo differente.  E non è questione di gonna, di capelli lunghi, di voce, di seno, di grembo (il seno e grembo fanno cattiva mostra di sé negli uomini con la panza). 
Lo dobbiamo ammettere. E ammettiamolo, senza più il retaggio dei condizionamenti. 
A questo punto ci vorrebbe un bel segnale proprio nel giorno - coincidenza vuole - in cui si celebra la giornata internazionale dedicata proprio alla donna. 

Analizziamo, per un attimo, l'attuale fase 
Dopo il risultato del voto del 4 marzo, la situazione politica è chiarissima anche se apparentemente bloccata, con nessuno dei tre principali soggetti ad avere in autonomia la maggioranza dei numeri in Parlamento.
Premetto: non vorrei trovarmi nei panni del Capo dello Stato, il siciliano Sergio Mattarella, impegnato a leggere un’infinità di valutazioni, previsioni, soluzioni per sbrogliare l’intricata matassa.
Io suggerirei, prima ai leader dei partiti e poi al Presidente della Repubblica, di prendere in mano un nuovo mazzo di carte. A questo punto tirerei fuori le prime due carte con l’effigie di donne ed eleggerle sic et simpliciter alla massima carica dei due rami del Parlamento. Poi tirerei fuori una terza carta con l’effigie di un’altra donna a cui affiderei, senza alcun latinismo, la responsabilità del nuovissimo Governo: “A succedere a Gentiloni sarà una rappresentante del Gentil Sesso!”.
Manca - mi dirà a questo punto qualcuno - la quarta carta. Quella è da tirare fuori al termine del settennato di Sergio Mattarella. Parliamone dopo il 2022. 
Dopo un Presidente potrebbe insediarsi una Presidente (e non Presidentessa) della Repubblica, e sarebbe la prima in assoluto.
Quattro donne tutte d'un colpo sono tante? 
Almeno tre... due... una su quattro, per cominciare o ricominciare, potrebbe essere vincente. E poi, gradualmente, giocarsi tutte le altre carte. Alla fine, un governo di sole donne noi uomini non lo accetteremmo: ci sentiremmo esclusi, degradati, mortificati. Troppo presto! l'evoluzione ha i suoi tempi, lenti, accelerati ora dai social. Lasciamo che sia la natura democratica a dettare via via le scelte. Anche se nella vita e nella famiglia comandano già loro - madri, mogli, compagne, sorelle - col cuore e con la testa. E questo lo accettiamo, tacitamente, noi uomini, re senza corona. Perché con loro, fantastiche regine, l'esistenza è, dall’inizio dell’avventura umana, la festa delle donne.  

Raimondo Moncada
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lunedì 26 febbraio 2018

Torna a Perugia il partigiano bambino Gildo Moncada

Sarà un’immersione nella storia, nell'intimo di chi mi ha messo al mondo e nelle profondità della mia famiglia. 
Già lo sento. 
Un’immersione totale, dove tutto è cominciato, dove un ragazzo di poco più di quindici anni decide in una terra allora per lui straniera, di lasciare i genitori, di lasciare ogni sicurezza, di abbandonare la dimensione della propria violata innocenza, e di aggregarsi ad altri, a tanti altri, sui monti, al freddo e al gelo, riscaldati da un anelito di speranza, da una comunione di ideali, da un unico grido: libertà!

Perugia. È ufficiale. Il libro Il partigiano bambino sarà presentato anche in Umbria, il 17 marzo. Non una data qualsiasi. A darne notizia, Gaetano Alessi, del gruppo editoriale di Ad Est che ha pubblicato il libro e da un anno lo promuove in giro per l’Italia e oltre, anche in Belgio: “Gildo Moncada torna nei luoghi dove ha combattuto per liberare l'Italia. Grazie all'Anpi per averci voluto. E il partigiano siciliano, capace di correre con una gamba sola, continua il suo cammino”.

A giorni avrò ulteriori dettagli.

Intanto, comincia il fermento interiore con i circuiti della memoria che si accendono, uno dopo l'altro. A Perugia, sono stato, ma tantissimo tempo fa. Ci ritorno dopo circa mezzo secolo. La prima volta ero un essere minuscolo, di tre-quattro anni. Allora non davo peso a niente. Tutto era una meraviglia e aveva lo stesso valore. Questa volta sarà diverso. Con pochi anni di vita, entrai nel capoluogo umbro, a bordo di una 500, con l’innocenza di un bambino e la curiosità di incontrare zii e cugini che in una parte lontana dell'Italia portavano il mio stesso cognome (un cugino anche il mio nome, il nome di nostro nonno). Adesso ci metterò piede (l'ho già fatto con la testa) con la maturità e il desiderio di un figlio che, per ricomporre la memoria di un padre, continua a cercare le schegge di una storia, di una vita, che proprio qui, nel centro del nostro Paese, venne segnata per sempre da una convinta scelta. Mio padre si ritrovò in Umbria da un giorno all’altro perché mio nonno, per mettere in salvo la famiglia dall’imminente guerra in casa, ad Agrigento, con l’annunciato sbarco degli Americani decisi a sradicare il nazifascismo dall'Europa, vendette tutto, per trasferirsi in un luogo che gli avevano assicurato essere sicuro. Ma così non fu. La guerra lo inseguì fino al 25 aprile 1945, a Brescia, a Calcinato, dove poi si rifugiò lasciando Perugia e un figlio, Gildo, che a sua insaputa, scelse di restare, per salire sui monti, entrando come volontario nella brigata partigiana “Leoni”. Due le immagini che lo legano a Perugia: i giorni della liberazione della città (19-20 giugno 1944) alla quale prese parte, e la conferenza con  il generale Harold Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia, al Teatro del Pavone (3 settembre 1944) dopo il gravissimo ferimento a Sansepolcro.

Il 17 marzo il mio ritorno a Perugia, da adulto, per parlare di mio padre, della sua storia, della sua scelta, della sua vita, nello stesso giorno in cui, nel 1944, il comandante della sua brigata, Mario Grecchi, medaglia d’oro della Resistenza, venne fucilato dai nazifascisti nel poligono di tiro. 

Avrò bisogno dell'aiuto di una forza superiore per reggere all'urto emotivo. 

Il partigiano bambino, dunque, riprende il suo cammino dopo essere stato presentato lo scorso gennaio nella biblioteca comunale "Aurelio Cassar" di Sciacca e nel liceo statale “Martin Luther King” di Favara. E dopo aver toccato nel 2017 Vignola (Modena), Ravenna, Licata, Ribera, Palma di Montechiaro, Reggio Emilia, Brisighella, Burgio, Riesi, Modena, Carpi, San Martino in Rio, Menfi, Agrigento (per ben tre volte), Roma (Camera dei Deputati), Bruxelles. 

Un'inarrestabile emozione, una memoria che continua a ricostruirsi. 

Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it

venerdì 23 febbraio 2018

Nessuno scende più in piazza

Nessuno scende in piazza per il Sud, contro l’agonia di un pezzo d’Italia.  
Nessuno scende in piazza per il lavoro.
Nessuno scende in piazza per chi perde il lavoro.
Nessuno scende in piazza per i poveri che diventano sempre più poveri.
Nessuno scende in piazza per la difesa dei diritti calpestati.
Nessuno scende in piazza per chi muore di fame.
Nessuno scende in piazza per i dimenticati.
Nessuno scende in piazza per la fuga dei cervelli all’estero.
Nessuno scende in piazza per dire no alla guerra in Siria e ad altre mille guerre di cui non si parla.
Nessuno scende in piazza per le stragi di bambini.
Nessuno scende in piazza per le stragi occultate.
Nessuno scende in piazza per la pace, contro la guerra, contro il terrorismo.
Nessuno scende in piazza per il disarmo, contro la proliferazione nucleare.
Nessuno scende in piazza per la civiltà, contro le mafie, contro il femmincidio.
Nessuno scende in piazza per l’acqua che si riduce e che diventa più cara.
Nessuno scende in piazza per l’aria, contro l’inquinamento.
Nessuno scende in piazza per costruire il futuro per i nostri figli.
Nessuno scende in piazza per difendere le conquiste della storia.
Nessuno scende in piazza per le libertà minacciate, contro l’odio.
Nessuno scende in piazza per gli uomini, per le donne, per gli anziani.
Nessuno scende in piazza per me (e ci può stare!).

Nessuno scende in piazza neanche per vedermi, solo, in piazza, seduto su una panchina, sordo alle voci circostanti, cieco alle presenze del mondo, a digitare sul mio smartphone che nessuno scende più in piazza.  

Raimondo Moncada

giovedì 22 febbraio 2018

Una pensione agli accaniti accusatori digitali

Daranno la pensione a chi ha insultato per ore ore e ore, ossessivamente, Sciacca, la provincia di Agrigento, la Sicilia, il Sud, augurando le peggiori disgrazie: attacchi terroristici, terremoti, malattie letali, la cancellazione dalle cartine geografiche. Un violento, continuo, attacco sui social con ingiurie, invettive, minacce di morte, inviti a boicottare il territorio, a non metterci più piede (scarpato o scalzo), a zittire pure la voce di Siri e la voce dei suoi familiari che sulle loquaci mappe interattive parlano troppo continuando colpevolmente a indicare Sciacca e la Sicilia quali mete turistiche da visitare.
Dichiarazioni a mitraglia che non si contano più, battute e ribattute sui social attraverso la tastiera di computer e smartphone. Un’azione fisica, usurante che sta coinvolgendo migliaia e migliaia di utenti da tutt’Italia, accaniti, inferociti, di cui la mia turbata immaginazione ha visto il luccichio negli sviluppati denti canini.
Un incubo!
Utenti che da giorni e giorni, hanno scritto, e scrivono ancora, abusando dei delicati polpastrelli nell’inarrestabile foga diffamante.
Ci vorranno i certificati medici. Ma possiamo già fare un quadro immaginifico: c’è chi accusa reumatismo e chi artrosi; chi microfratture alle falangi, falangine e falangette; chi paralisi ai piccoli muscoli delle dita digitanti; c’è chi, addirittura, ha avuta cancellata l’intera impronta digitale divenendo per la polizia anonimo, senza volto; c’è chi si è ritrovato senza dita, cadute a quanto pare per l’iperproduzione di tossine velenose nel sangue.
Per loro, così impegnati, così instancabili, così generalizzanti, si proporrà una legge ad hoc per l’ottenimento - da parte di un apposito istituto previdenziale - di una pensione di invalidità. Verrebbe così riconosciuta per la prima volta l’indennità da attività usurante agli accusatori accaniti che invece di accusare il mostro di Firenze dei delitti commessi accusano l’intera Firenze di essere mostruosamente responsabile. Quello che sta avvenendo dalle mie parti: l’intera Sciacca viene accusata della mostruosa mattanza di animali opera di uno o più crudeli squilibrati (come per il mostro di Firenze) da individuare e sottoporre a severa pena dopo civile processo nelle apposite aule di tribunale della democratica Repubblica Italiana. 
Ci sono ottime possibilità che la proposta venga accolta e diventi legge dello Stato e che venga pure copiata para para in altre parti del mondo. 
Intanto, vengono segnalate polpette avvelenate in tutto il territorio nazionale e non da ora. Ma non è la stessa cosa di quanto avviene al sud, in Sicilia, a Sciacca, a casa mia, su cui si continua a riversare veleno...

Queste potrebbero pure essere le mie ultime, dolci, parole. Addio (anche se, prima di lasciare, meriterei pure io la pensione accusando ossessivamente gli accusatori ossessivi)!

Raimondo Moncada

lunedì 19 febbraio 2018

Strage di animali, cittadini e buonsenso

Uno squilibrato senza umanità fa strage di animali e si scatena l’inferno contro la città dove è avvenuto l’episodio, contro il suo sindaco, contro tutti gli amministratori, contro tutti i cittadini, contro tutta la regione, contro tutta l’area geografica che include la mia Sicilia. 
Per placare gli animi inferociti, non bastano le condanne del crudele gesto, non basta ripetere le espressioni di condanna all’infinito, non basta chiedere pene esemplari per il mostro, non basta esprimere sentimenti di sconcerto, di indignazione, di sdegno, per la barbara e inaudita azione perpetrata contro animali innocenti e indifesi. Non basta spiegare l’attività svolta. Non basta esprimere vicinanza e ammirazione a un mondo di volontari che con tanto amore, sacrificio, svolgono una meritoria attività a favore degli animali e per il loro benessere.
Si è innescato in pochissimo tempo un meccanismo che ha spinto un numero imprecisato di persone, via social, via email, via telefono, via altri canali, ad accusare e infamare tutto e tutti, buttando una sorta di bomba atomica sul luogo dell’efferato delitto: il Sud, la Sicilia, Sciacca.
Perché tutto questo? Perché prendersela con una collettività e non col singolo responsabile?
È mostruoso.   
Uno fuori di testa si macchia di un esecrabile reato e la conseguenza immediata è questa: una città, una provincia, una regione vengono messi alla pubblica gogna con tanto di interventi di alto livello, con personaggi conosciuti a buttare benzina sul fuoco che divampa e che distrugge. 
Non ho mai visto una cosa del genere. È terribile. Un’ondata di merda che si è sollevata e che sembra inarrestabile, incontrollabile. Hanno minacciato di morte il sindaco, i suoi familiari; hanno augurato alla città di essere triturata da un terribile terremoto, di essere annientata dalla peste, e ai suoi cittadini di essere uccisi lentamente dal cancro; c’è chi ha minacciato azioni eclatanti al limite del terrorismo; c’è chi è arrivato a ipotizzare un’azione deliberata, ordinata dall’alto, per far passare il Giro d’Italia senza la disturbante visione di randagi in circolazione; hanno accusato un territorio e un’intera regione di arretratezza, di ignoranza, di miseria, di medioevo, di terzo mondo (“cosa c’è da aspettarsi da gente che scioglie nell’acido i bambini?”); hanno proposto campagne per boicottare la città e l’intera Sicilia, per ammazzare la già precaria economia, parlandone male, invitando tutti a parlarne male e a non mettere più piede in questo “luogo di abominio”. C’è chi si vergogna di essere siciliano, di essere nato in questa terra, di essere mio conterraneo. 
Uno uccide e tutti diventiamo assassini.
Uno è pazzo e tutti diventiamo pazzi.
Uno non ama gli animali e tutti veniamo additati di essere odiatori di animali come se l’avessimo nel Dna.
Anche le rabbiose generalizzazioni sono un brutale assassinio. Uccidono un’intera comunità.
Mi chiedo: ma in altri paesi non meridionali, avviene lo stesso?
Se lo stesso crudele, ingiustificabile, episodio fosse accaduto nella civile Milano, nella civile Bolzano, nella civile Verona, nella civile Venezia, nella civile Cogne, nella civile Macerata, si sarebbe sollevata una uguale ondata di ingiurie, di offese, di minacce, di razzismo come quella che in questi giorni si è alzata contro tutti i saccensi, i siciliani e i meridionali? E sempre in questo caso, si sarebbero usate parole come: ignoranti, arretrati, mafiosi, assassini, criminali, gente senza cuore che merita di sparire dalla carta geografica o di stare nella fogna, persone che non meritano nulla?
Ma in che Italia vivo?
Quello che è accaduto, lo ripeto, lo ripeto, lo ripeto, è di inaudita barbarie e il responsabile deve essere trovato al più presto, indagato, processato e assicurato alle patrie galere.
Ma non si può accusare un intero popolo, una città, una regione intera, di un reato commesso da uno, uno soltanto. E allora, ogni volta che accade un efferato delitto a Milano, per stupido automatismo, dovremmo accusare indistintamente tutti i milanesi, compresi i bambini, di essere violenti? Se un genitore a Perugia dà uno schiaffo a un figlio, per associazione etnica dovremmo considerate maneschi tutti i perugini?
Nella rinascimentale e pacifica Toscana, dopo numerosi ed efferati delitti, si è solo parlato di “mostro di Firenze” e non di “Firenze mostro”. Noi, invece, figli della Sicilia, siamo sempre e comunque dei mostri, in quanto figli di una terra mostruosa a cui far scontare una condanna senza appello con ulteriore isolamento, con ulteriore emarginazione.
Stiamo attraversando una fase di barbarie con folli criminali che fanno strage di cani indifesi, e folli scatenati che fanno strage di uomini e donne innocenti, scossi e addolorati da quanto accaduto nel proprio territorio per mano di un ignoto, un ignoto mostro senza cervello su cui si sta indagando.
Chi ci difende da questi letali meccanismi spara fango?
Nessuno è in grado di restituire la vita ai poveri cani. Così come nessuno potrà ripagare l’assassinio di una città.
In attesa di risposte, attenderò il terremoto o le malattie mortali o altro di nocivo effetto, per ritrovarmi non soccorso tra le vittime della strage di uomini, donne, e anche animali, così tanto agognata con esemplare bestiale pietà.
Grazie per l'umana comprensione, ci vediamo nell'altro mondo. 

Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 

venerdì 26 gennaio 2018

Il ritratto della storia


Un ritratto di mio padre, giovane, sorridente, artista di grandi speranze, con uno sfondo tricolore. Ecco uno dei regali più belli ricevuti a Favara, nel corso della presentazione del libro Il partigiano bambino - la storia di Gildo Moncada, Ad Est Edizioni, nell’aula magna del liceo statale “Martin Luther King”, nell’ambito della Settimana della Memoria organizzata dall’istituto di studi e di ricerche “Calogero Marrone”, dall’Anpi, dal Comune di Favara e con il contributo umano, didattico, formativo, creativo, affettuoso, della scuola. 

Il quadro è opera di un ragazzo di quattordici anni che frequenta il primo anno dell’indirizzo artistico. Si chiama Vincenzo Sorce ed è della prima I.




È un regalo che ho ricevuto alla fine di una densa mattinata, il preludio al 27 gennaio. Un regalo assieme ad altri regali. Ragazzi che mi hanno ascoltato, che mi hanno regalato la loro attenzione e il loro tempo per due ore (tante, lo so), che si sono alzati per porre domande intelligenti collegando quella storia con l’attualità, che hanno letto alcuni brani del libro, che hanno suonato al pianoforte Chopin, che hanno interpretato due video per rileggere quello che è stato e “aprire gli occhi” per il presente e il loro futuro.

Regali su regali. Sono intervenuti, a nome dell’istituzione comunale, l’assessore Rossella Carlino, il dirigente scolastico Salvatore Pirrera, il presidente del centro “Marrone” Rosario Manganella, il presidente dell’Anpi Carmelo Castronovo, l’artista Sara Chianetta. Interventi sul tema, sulla giornata, sul libro, su mio padre per chi lo ha conosciuto, per chi lo ha stimato, per chi gli ha visto “quegli occhi grigio-azzurri...”




A coordinare tutti gli interventi e a intervistare l’autore e a introdurre l’incontro la prof Mariolina Vella: una garanzia. 

L’amica prof artista Giada Attanasio a curare un gruppo di ragazzi e a fare anche da tecnico e da fotografo e altro. 

La presentazione del libro è stata inserita dentro il più ampio e ammirevole progetto  della scuola "Incontro con l'autore". “Un'occasione - ha poi scritto una docente nel pubblicare le foto su Facebook - per conoscere la storia, anche attraverso ANPI e istituto di ricerca  “Calogero Marrone”, che promuovono la Settimana della Memoria. Progetto coordinato dalle docenti Mirella Vella, Giada Attanasio e Franca Fanara”.


È la prima presentazione del Partigiano bambino del 2018 e la prima dentro una scuola. 

Grazie di cuore. Per me una lezione, studente tra studenti. E più studente adesso di prima. 


Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it 

giovedì 25 gennaio 2018

Il partigiano bambino riparte dalla Giornata della Memoria

Si riparte, nella Giornata della Memoria. Il partigiano bambino cammina ormai sulle proprie gambe e dà testimonianza sugli orrori della guerra, su quello che è stato e su quello che non deve mai più accadere e che può accadere.
Dopo il viaggio incredibile nel 2017 per l’Italia e il Belgio, l’anno nuovo si apre con nuove tappe, con nuovi appuntamenti, per testimoniare, per trasmettere la storia di mio padre, Gildo Moncada, per incontrare soprattutto giovani, soprattutto studenti.

Due gli appuntamenti di questo primo mese dell’anno, il 26 gennaio a Favara, il 27 gennaio a Sciacca.

Il 26 gennaio si parlerà di Gildo Moncada e della sua storia raccontata nel libro Il partigiano bambino nel liceo statale “Martin Luther King” di Favara nell’ambito del calendario di una settimana di iniziative promosse dall’Istituto Studi e Ricerca “Calogero Marrone”,  dall’Anpi e dal Comune di Favara. Programmato un incontro alle ore 9 con gli studenti, assieme a Sasà Manganella presidente dell’Istituto di Studi e Ricerche dedicato a un favarese, Calogero Marrone, che salvò la vita a migliaia di ebrei e poi venne ucciso in un lager nazista.

Il 27 gennaio, alle ore 11,15, prevista una testimonianza sulla storia di mio padre e della famiglia di mio nonno Raimondo nella Sala Principale dell’antica biblioteca comunale “Aurelio Cassar”. il momento è inserito nell’ambito della due giorni organizzata per celebrare la Giornata di riflessione sulla Shoah e sugli orrori della guerra promossa dal Comune di Sciacca in collaborazione con scuole, associazioni ed enti vari. Ci saranno anche Betty Scaglione (autrice del libro Con tutto il nostro amore); di Ina e Rosario, figli di Salvatore Ingrando, marinaio saccense deportato nei campi di concentramento. Letture degli studenti del Liceo Classico “Tommaso Fazello” sulle note a tema dei maestri Nicolò Lipari ed Eleonora Ardizzone.

Il partigiano bambino ricomincia, dunque il suo cammino dopo aver toccato nel 2017 Vignola (Modena), Ravenna, Licata, Ribera, Palma di Montechiaro, Reggio Emilia, Brisighella, Burgio, Riesi, Modena, Carpi, San Martino in Rio, Menfi, Agrigento (per ben tre volte), Roma (Camera dei Deputati), Bruxelles.
Il libro è stato insignito del Premio Internazionale “Navarro” e del Premio di Scrittura del Lions Club Agrigento-Chiaramonte. E al Partigiano bambino è stato dedicato in Toscana il concorso nazionale di letteratura “Una storia partigiana”, promosso dall’Anpi col patrocinio del Comune di Lastra a Signa. C’è poi una scuola superiore della provincia di Agrigento che ha avviato un progetto lettura.

Raimondo Moncada





sabato 6 gennaio 2018

Il mio no ad Agrigento Capitale della Cultura 2020

Tempio di Giunone, "Percorsi d'amore", foto F. Novara
Da agrigentino dico no ad Agrigento Capitale della Cultura 2020.
Lo dico e non per essere una voce solitaria fuori dal coro. Tutti lo vogliono, agrigentini e non agrigentini amanti di Agrigento e di quello che rappresenta: la città dei templi, la città di un premio Nobel per la Letteratura, la città del Teatro, la città della Sagra, la Città del Mare, la città Unesco, la città di Empedocle e altri illustri figli...
Anche Luigi Pirandello sarebbe stato d’accordo. Ed io non sono Luigi Pirandello. Non sono neanche nelle condizioni di legargli i lacci delle scarpe e non per problemi alla schiena (lo dico per anticipare chi, a questo punto della lettura, mi riempirà di improperi: ma chi si crede di essere: Luigi Pirandello?).

Cattedrale di San Gerlando 
Non sono un disfattista. Non sono un pessimista. Sono un agrigentino malinconico, nato e cresciuto nella sua infanzia nel centro storico di Agrigento (proprio sotto la barcollante Cattedrale). E sono un agrigentino cresciuto in una sua periferia: il Villaggio Mosè. Due luoghi, due dimensioni: un centro storico meraviglioso col tempo svuotato, mortificato, decaduto e cadente; una periferia amorfa, confusionaria, dimenticata, mal servita (parlo di come l’ho vissuta quando ci sono stato).
Agrigento è dentro di me, con tutte le sue anime: la città che aspira, che si lancia, che si anima, che si rassegna, che lascia andare, che si riempie i polmoni del suo mare e l’animo della sua storia millenaria.

Il mio corpo è Agrigento. Il mio spirito è Agrigento. Ne ho avvertito la mancanza, la fatale nostalgia!, quando mi sono staccato da Agrigento, quando da lontano si vedono tutte le cose belle, le cose che hai lasciato e che vorresti sempre avere con te. E rivaluti, e guardi con un altro occhio. Guardi col cuore e guardi con la meraviglia, proprio come quando passi davanti alla Valle dei Templi (quella vera, non quella vista in tv) e t’incanti; proprio come quando vai al Caos e rimani estasiato; proprio come quando leggi Pirandello e rimani rapito, proprio quando entri nell’ottocentesco teatro ed entri in dimensioni superiori.

Perché allora mi esprimo così contro la insistita, insistente, candidatura di Agrigento Capitale della Cultura 2020? Forse perché non la ritengo pronta? Forse perché attraverso Via Atenea e mi viene un colpo al cuore? Forse perché arrivo in piazza Don Minzoni, la mia piazza, la piazza dove ho imparato a guidare il mio primo carrettino, e la visione della cattedrale recintata mi fa scendere le lacrime dagli infanti occhi? Forse perché mi faccio un giro per i vicoli della mia vecchia, stanca e ferita città e ne ricevo pugni allo stomaco?
Non so...
Da anni la guardo da lontano Agrigento e quando ci torno mi piace vederla bella e vivere solo la sua bellezza chiudendo gli occhi su tutto il resto che è comunque migliorabile. Il mio non è per niente un endorsement sul 2020. È un lamento, un pianto, un desiderio rimasto deluso.

Ma se candidare Agrigento a Capitale della Cultura 2020 significa innescare finalmente - dico "finalmente" - processi di rinascita, di rigenerazione, di nuova fiducia, di cambiamento, di miglioramento delle condizioni culturali, economiche, imprenditoriali, finanziarie, occupazionali… insomma, un sovvertimento geografico e statistico dell’Italia ("Miracolo! una città del profondo sud si ritrova prima nella classifica delle città dove si vive meglio e dove anche gli italiani di Bolzano aspirano vivere"), io ci sto! Appoggio questa candidatura con tutto il cuore.

Tempio della Concordia
La mia Agrigento ha potenzialità enormi e una storia e monumenti unici al mondo (Alberto Angela è stato osannato!). Ma nel tempo è stata sfiduciata, depredata di ogni speranza. Ma niente è perduto e tutto dipende anche dal singolo oltre che dallo spirito di un'intera comunità. E faccio una confessione: l’aver rivissuto, di notte, la scorsa estate, sotto il cielo stellato, con amici del nord e parenti di altre terre, la magia notturna di una Valle dei Templi curata in ogni suo minuto elemento come un prezioso tesoro, mi ha aperto il cuore a nuovi spiragli facendomi sentire ricco e orgoglioso di essere nativo di questa terra.

Il mio è, dunque, un no secco ad Agrigento Capitale della Cultura 2020 e un sì deciso ad Agrigento Rifiorita Rispettata Amata Felice, Capitale della Cultura Sempre, da gennaio 2018 in poi. Dentro di me, dentro il cuore di quel piccolo Raimondino che qui ha avuto i suoi natali, lo è già. Sedendomi sopra una pietra viva della Valle dei Templi, e osservando il sorgere del sole che infiamma e dà vita alle colonne della storia dell'umanità, la mia città si presenta ogni volta come Capitale della Cultura del Mediterraneo e del mondo. Sempre. 

Raimondo Moncada

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