mercoledì 22 marzo 2017

I 21 motivi per scegliermi

Si elencano di seguito i 21 provvisori “motivi per scegliermi”, che potranno essere utilizzati (previa richiesta scritta e all’uopo autorizzata dall’interessato), come contenuto di un eventuale cartello di una trasmissione di approfondimento televisivo:

1 - Sono un giovanissimo cinquantenne (traguardo tagliato alle idi di marzo);
2 - Parlo discretamente due lingue: il siciliano e l’italiano. Le altre lingue a me straniere le parlo molto bene a gesti #maperò;
3 - Buon uso del computer, della macchina da scrivere, della carta e della penna, del cancellino;
4 - Sono guardabile e riguardabile (l’aspetto, mi dice chi mi ha ben guardato e riguardato, non fa poi così pena);
5 - Sono militesente e non ho mai fatto la guerra (ho solo litigato giocando con le figurine Panini);
6 - Sono mite come la mia Sicilia: terra di miti;
7 - Sono nativo di Agrigento e ivi (leggasi ivi) sono cresciuto fino alla maturità liceale scientifica sperimentale artistica (non riuscendo a pronunciarlo con un unico fiato, ho rischiato la bocciatura); 
8 - Sono del Sud Europa e più precisamente del Sud Italia e ancora più nel dettaglio del sud della Trinacria;
9 - Sono settentrionale per gli amici africani, sono orientale per i parenti spagnoli;
10 - Batto tra i battiti del cuore del Mediterraneo;
11 - Ho nella mia pelle la salsedine portatami dai venti del sud, dell’est, dell’ovest e del nord;
12 - Ho dentro di me le anime di decine di civiltà (anche con punte di inciviltà);
13 - Sono conterraneo di Pirandello, Martoglio, Sciascia, Camilleri, Quasimodo, Fava, Buttitta…
14 - Mi lavo quando me lo ricordo;
15 - La barba la rado di rado, circa una volta a settimana;
16 - Non ho peli superflui, considerando ogni escrescenza epidermica fondamentale alla mia estetica complessiva;
17 - Ho la maggior parte dei capelli ancora al loro posto (quelli di dietro hanno una velocità di crescita doppia rispetto a quelli di davanti); 
18 - Ci sento bene da un orecchio, mentre con l’altro sento di volta in volta a seconda dell'interesse;
19 - Sono privo dei denti del giudizio e spero anche del pregiudizio;
20 - Da quando mi sono assestato, sono alto 1 metro e 67 centimetri (ci sono pure i millimetri, ma ve li risparmio); 
21 - La mia nobile altezza – lo dimostrano le nuove ricerche neuroscientifiche – mi rende amabile dalle donne di qualsiasi latitudine e, cosa più importante, mi ha permesso di essere amato da una donna dell'Est americano del Sud europero del Nord africano dell’Ovest asiatico che, fimmina geneticamente siciliana, è diventata la donna della mia vita.

Raimondo Moncada

domenica 19 marzo 2017

Quando sarai padre capirai


Non è facile essere padri. Così come non è facile essere madri. Ruoli che non si imparano. Non c'è l'obbligo di andare a scuola per diventare genitore, per essere il miglior padre al mondo. Non c'è nessuna pagella da portare a casa trionfanti per tutti i nove nelle materie del programma ministeriale e i dieci in condotta. 

Certo, esistono padri modello, padri affettuosi, padri premurosi, padri sempre presenti, padri maestri di vita, padri da imitare, padri che ti commuovono, padri insomma da promuovere; ed esistono padri cattivi, padri assenti, padri maneschi, padri da bocciare o da rimandare per un esame di riparazione. 

Per un figlio, è una fortuna avere un genitore da fiaba e di cui andare fieri. Perché i genitori né si scelgono né si cambiano. Sono loro che decidono di metterti al mondo. E così farai anche tu. 

È la natura che hai dentro che ti fa diventare padre, che ti dota degli strumenti e delle qualità per esserlo. E quando succede, quando assisti allo spettacolo della nascita e hai nelle mani una creatura che è anche opera tua, entri comunque impreparato nella scuola della vita, a superare esami sempre nuovi e che non finiscono mai. 



La paternità è un pacco dono che ti danno alla nascita: nasci già padre. Nel pacco c'è anche l'essenza di tuo padre, dei tuoi nonni e dei loro padri. La loro paternità è stata trasmessa a te: è il genio dei geni. 

E nel tuo essere padre c'è anche il tuo essere stato figlio, figlio di un padre e di una madre. E io da padre, che è stato anche figlio, e adolescente complicato, nel giorno di San Giuseppe ho pensato e l'ho pensato in siciliano: "Ma me pà comu ci cummattì cu mia?"


Questo per dire che i Padri sono anche santi, votati al sacrificio. Ma da figli, a volte, non vediamo l'aureola: diventiamo ciechi. La cogliamo da grandi vivendo l'antica profezia dei nostri genitori: "Quando sarai padre capirai!"


Raimondo Moncada

www.raimondomoncada.blogspot.it 

giovedì 16 marzo 2017

Mogol: Un ponte fra di noi è l'aria

Togliamoci dalle scatole il ponte "Morandi", il viadotto che collega Agrigento a Porto Empedocle e alla strada statale 115, e dedichiamo alla coppia "Mogol - Gianni Bella" il suggestivo spazio aereo che sorvola antiche costruzioni e ci apre a un panorama unico al mondo, con la visione della Valle dei Templi dichiarata proprio in questi giorni miglior paesaggio d'Italia.

Perché? Semplice: come riconoscimento. Un premio all'arte di due grandi. Mogol e Gianni Bella sono gli autori della canzone "Il ponte" e in particolare del passaggio del testo canoro: "Il ponte tra di noi è l'aria". 

Magnifico! Pura poesia. 

L'idea è venuta fuori per caso, conversando su Facebook con alcuni amici come Maria Rita Venezia e Giuseppe Piscopo. Una discussione serissima, dai toni fin troppo austeri, nata dal seguente post: "Dopo la chiusura, dedichiamogli un altro ponte. Noi possiamo camminare a piedi, ma Morandi non può stare senza ponte". 

Una frase buttata così, senza riflettere sull'importanza di quella che alla fine si è rivelata una proposta straordinaria. In poche ore ho registrato ben sette, dico sette, like. E sette sono rimasti per le ore successive. 

Si può fare! 

Si potrebbe, se necessario, avviare una petizione con raccolta reale di firme o una raccolta virtuale di "mi piace". 

Vedremo. Le modalità le decideremo strada facendo. Intanto partiamo, per una questione di principio. 

A Morandi ci sarà però da trovare un altro viadotto. Anche perché il suo lo hanno chiuso per la seconda volta. Morandi non ci può stare senza ponte. O ne costruiamo uno nuovo da dedicare a lui personalmente (ed è la strada più percorribile) oppure ne troviamo uno senza nome o con un nome non adatto del tipo: "Viadotto delle sette sottane" o "Viadotto delle mille e ventisette cannucce". 

Può essere un ponte di pietra, di solida epoca ellenistica, o anche un ponte a noi coevo, in cemento armato, ma con il calcestruzzo e l'armatura in acciaio assicurato, che non facciano lamentare nessuno in un periodo storico in cui ci sono ponti che decidono di cadere senza preavviso e fanno danno. Non dobbiamo dar modo di far parlare neanche a chi lo dedichiamo. Morandi deve cantare, e cantare bene, come sa fare, felice del suo nuovo ponte, senza lamentarsi. 


Raimondo Moncada 

www.raimondomoncada.blogspot.it 




martedì 14 marzo 2017

E poi ti scorrono tutte le immagini della vita




E poi ti scorrono sullo schermo della mente tutte le immagini. Scorre la tua vita, dalla prima emersione al mondo fino al punto in cui sei arrivato. 
Anni su anni, mesi su mesi, giorni su giorni. Istanti che si susseguono e che vivi e che archivi. Alcuni così carichi di emozioni che rimangono sempre in superficie a fluttuare con le increspature dell’acqua del fiume vitale. 
Ti fermi, fermi per un attimo il tempo e ti chiedi:
Cosa ho fatto?
Cosa è successo?
Come ho vissuto?
Quali gli eventi e quali le persone che hanno tracciato l'alveo del destino?
Cosa e chi ha reso l’acqua del fiume ora torbida ora luccicante ora tumultuosa ora calma?

Domande su domande che, come spilli, sprofondano in ogni area del cervello e nella capricciosa memoria che sollecito sfogliando album di foto messi per anni da parte. Lo faccio alla vigilia di uno storico traguardo, quello dei cinquant’anni.  
Mezzo secolo! 
Ancora deve entrare, ma il pensiero anticipa e ti stordisce. Quasi non ci credi. Non è possibile! Guardi la foto di quando avevi un anno e ti confronti allo specchio con quello che sei adesso.
Sei sempre tu, cresciuto. Sei sempre tu: quel desiderio di famiglia divenuto respiro in una creatura nuova. 
C'è più peso. Ci sono le rughe. Ci sono i capelli bianchi. Il soffio atomico però è lo stesso. Così almeno credo.

Gli eventi cambiano e cambia il modo in cui negli anni l’affronti: ora con innocenza, ora con spensieratezza, ora con confusione, ora con inquietudine, ora con serietà, ora con responsabilità, ora con matura elaborazione, ora con ironia.

Respiri ancora. Il respiro va da solo, anche senza i pensieri. 
E, mettendo assieme quello che è successo, che hai alle spalle, ti accorgi che è una storia, che potresti pure raccontare. Come ha una storia ogni uomo. 
Unica. 
Ogni vita è una storia a sé, con le sue fasi, le sue gioie, le sue sofferenze, le sue scelte, i suoi bivi e gli immancabili errori che a volte commetti senza far danni e altre volte, invece, ne subisci le conseguenze e sei travolto fino a essere trascinato negli abissi più bui dell’esistenza. Ma ci sono per fortuna anche le luci a tracciare percorsi su cui ti incammini, superando timidezze e paure, e ritrovando antichi entusiasmi e sicurezze. 

Eccoci ancora qua, nel teatro dell'umana esistenza, persona e personaggio, tra persone e personaggi, a vivere la vita e la sua proiezione. 

Raimondo Moncada

Il regalo più prezioso per i miei cinquant'anni

È il regalo per me più prezioso. Non potevo ricevere di meglio, oggi, per il mio cinquantesimo compleanno.  
Mi è arrivato da Bologna. È la prima copia-prova che ho atteso con la stessa ansia di chi attende un figlio. 
È Il partigiano bambino - la storia di Gildo Moncada, mio padre. 
Non sarà un caso che il libro veda la luce a marzo e nel 2017. La tempistica non è stata voluta, decisa a tavolino. Ha fatto tutto il destino.  
Il 2017 è l'anno del mio cinquantesimo e anche l'anno di altri due anniversari. I venti anni trascorsi dalla morte di mio padre e i settanta dall'approvazione della Costituzione della Repubblica Italiana per la quale a sedici anni salì, da esule siciliano, sui monti umbri con la divisa da partigiano, armato dei suoi innocenti ideali, per dare il proprio contributo per il sogno di una Patria libera e democratica. 


Eccola, dunque, la prima copia, non ancora rilegata e rifilata, ma già libro, di carta. Quanta differenza con il pdf che hai guardato e riguardato mille volte al computer. Il libro di carta è un'altra cosa. È libro. C'è un abisso con il digitale. Il libro di carta pesa, senti la tua scrittura e tutto quello che ci sta dentro: sudore e lacrime. Hai una visione d'insieme tra le mani. E lo accogli con tutti i sensi. 

Un ottimo lavoro editoriale: Ok, si stampi!  

Il regalo mi è arrivato per posta prioritaria, più veloce che poteva, dall'Emilia Romagna, terra dove opera da alcuni anni il gruppo di Ad Est che ha voluto, fortissimamente voluto, con amore filiale, pubblicare il testo chiudendo così un cerchio aperto anni fa con la pubblicazione del libro dedicato a Vittoria Giunti, scritto da Gaetano Alessi e giunto non so a quante edizioni e a quante centinaia di presentazioni in tutta Italia. 
Il partigiano bambino è la storia di mio padre, partigiano, grafico, pittore. È la storia della famiglia di mio nonno Raimondo, delle mie zie. È la storia della mia famiglia. È la mia storia. Ci ho messo dentro tutto me stesso: il piccolo, l’adolescente, l’adulto, ricostruendo esistenze, seguendo ideali, rivivendo ferite. 

Ringrazio tutto il gruppo di Ad Est per avere voluto dare dignità editoriale a questa storia, soprattutto alla storia di un uomo che ha avuto segnato il destino da una scelta, partigiana. E in particolare Gaetano Alessi, Mariapia Cavani, Claudia Casamenti, Alberto Buffolino, per l'amorevole cura di ogni dettaglio: dall'editing alla grafica all'affetto e ad altro. Grazie allo scrittore e artista Giulio Cavalli per avere impreziosito l'opera vergando una prefazione che rende onore a mio padre. Grazie a chi, tra l'Emilia Romagna e la Sicilia ha voluto già organizzare dei momenti di incontro e di presentazione del libro (spero di trovare la forza per far muovere le corde vocali).
Gratitudine ai miei familiari sparsi in diverse parti d'Italia, e del mondo, per avermi regalato schegge di memoria rimaste incastrate nella carne viva, riaprendo ferite ancora dolorose.  
Grazie a tutti per il dono e per il sostegno (è stata un'impresa). Oggi è un giorno ancora più speciale. 

Raimondo Moncada 

sabato 11 marzo 2017

Mandorlo in Fiore, tra miracoli e petali calpestati

Si parla tanto di miracolo della natura, con tanto di foto, articoli, servizi televisivi. Ma il miracolo non sono i fiori di mandorlo. Sono altri i miracoli in una città che si divide su Sagra sì e Sagra no, su Sagra tradizionale e Sagra innovativa, sui soldi da investire e sui soldi da “sparagnare” (risparmiare), sul tipo di organizzazione, sui direttori artistici, sul senso e sul valore dell'evento. 
Intanto, ci siamo tolti un pensiero. Il problema Sagra non c'è più perché la parola “sagra” è stata cassata dalla denominazione complessiva (per un filone di pensiero: un’ottima cassata!). Non più Sagra del Mandorlo in Fiore ma da quest’anno solo “Mandorlo in fiore”.
Ma andiamo agli altri aspetti, come quello che anticipa la festa e poi l’accoglie tra i colori e i profumi di una natura che si risveglia ancor prima della primavera e ravviva la magia delle imperiture doriche colonne. 

Ogni anno si parla di miracolo che si rinnova nella Valle dei Templi con i rami degli alberi di mandorlo che, fregandosene del freddo invernale, ridono alla vita riscaldando i gelidi occhi umani con il tepore di splendidi fiori bianchi e rosa.
I fiori di mandorlo, ad Agrigento, si aprono prima di ogni altro fiore e prima della consacrata stagione primaverile. Una magia, che si ripete da sempre. In tanti, tantissimi gridano però al miracolo. Ma perché – mi permetto di appuntare – parlare di miracolo se, come il sangue di San Gennaro, avviene puntualmente ogni anno? I miracoli sono eventi straordinari, non di umano, ma comunque inaspettati, non scontati. Possono anche non verificarsi.
Punto uno, che è la premessa: la scenografia naturale dei mandorli in fiore, attorniante Agrigento, è una meraviglia, uno spettacolo che prepara gli animi alla festa.
I veri miracoli dell'ex Sagra, ora solo Mandorlo in fiore, sono da ricercare in altro. Vediamo. 


Un primo miracolo è il risveglio di un popolo che si ritrova unito e riunito come per San Calogero. Vie e Piazze si riempiono di persone che partecipano alle sfilate e alle esibizioni, per vedere chi c'è, per chiedere da quale parte del mondo vengono i gruppi folcloristici (lo chiedono anche in siciliano come lo chiedevo io), per ascoltare musiche strane suonate dal vivo, per farsi coinvolgere dai ritmi tribali di gruppi provenienti dal centro Africa (composti magari da medici, insegnanti, emigrati in Italia da tempo e che abitano o sono occupati in umili lavori a poche centinaia di metri da casa nostra).


Il grande, grandissimo miracolo è proprio la presenza del mondo ad Agrigento. E lo dico rievocando la meraviglia di quando ero bambino, un bambino che piangeva per andare il mercoledì alla fiaccolata: non la potevo perdere e ci dovevo andare anche vestito da carnevale quando il carnevale coincideva con la Sagra ma anche quando non coincideva. E confermo la stessa meraviglia anche da ragazzo, quando ventenne ho cominciato anche io a frequentare i gruppi folcloristici partecipando negli anni Novanta alla Sagra e ad altre simili feste in paesi stranieri vivendo sempre le stesse emozioni (ne ho girati tre: La Vallata, Gergent e il Città di Raffadali; ho iniziato come ballerino ma siccome ero troppo negato, per non dire scarso, mi sono buttato al canto non disdegnando il bummulu e il tamburo e lanciandomi anche nelle presentazioni e nella recitazione: una palestra, insomma, oltre che insostituibile momento di crescita, di socializzazione, di conoscenza, di creatività). 

È da anni che non rivivo l'evento Sagra o come si chiama adesso, né da protagonista né da spettatore. Ma ricordo la frenesia, da piccolino, di farmi largo tra la folla, infilarmi in un buco tra foreste di gambe e trovare la postazione ottimale per assistere allo spettacolo. Ricordo la felicità nel seguire a piedi i gruppi la domenica da Piazza Municipio fin giù nella Valle dei Templi. Ricordo le uscite anzitempo dalla scuola, prima dalla media “Pirandello” e poi dal liceo scientifico “Leonardo - per andare ad assistere alle esibizioni dei gruppi in piazza Cavour. Ricordo l'ebbrezza di essere protagonista tra centinaia di protagonisti e attraversare Via Atenea col bummulu tra le mani e una corona di cianciane al collo (ancora bocciato come ballerino!), con la suggestione delle torce e lo stordimento di applausi continui di una massa festosa e illuminata dagli occhi sgranati di bambini sulle spalle di genitori, occhi che mi ricordavano gli occhi del piccolino che sono stato.


E gli applausi! Quanti applausi, non a me, ma a quello che in quel momento rappresentavano i componenti di tutti i gruppi folk: popoli del mondo che mettono da parte ogni divisione e si riuniscono, ripetendo all’inizio un rito che mette i brividi per il suo significato: l’accensione del tripode dell'amicizia davanti al Tempio della Concordia, israeliani e palestinesi, russi e americani, cattolici e mussulmani, bianchi e neri. E poi via ai balli e ai canti in giro per la città, per i quartieri periferici, e con serate al chiuso di un palatenda o al palacongressi. Applausi scroscianti per artisti di eccezionale bravura, veri professionisti nella danza e nelle orchestrazioni.

Anche la più noiosa esibizione veniva applaudita. L’applauso andava non alla qualità dello spettacolo, ma al paese che rappresentava il mondo, le Nazioni Unite ad Agrigento. E, da spettatori, ci si appassionava pure all'uno o all'altro gruppo, amareggiandosi da tifosi se il proprio gruppo non vinceva alla fine della festa il tempio d'oro. 

Ecco la bellezza di un appuntamento che, con alti e bassi, tra critiche e difese, si ripropone ogni anno come per… miracolo! Con tentativi che, negli anni, hanno pure cercato di far alzare il livello spettacolare e di richiamo turistico della festa. Ricordo ancora – perché le ho seguite da giornalista in erba – le edizioni di David Zard e Gianni Minà, ricordo le rassegne con gruppi di musica rock al Caos e i gruppi gospel nella cattedrale o il concerto di Robbie Robertson e gli Indiani d'America al Palacongressi. 


La Sagra come appuntamento folcloristico e di incontro tra paesi diversi, a cui legare altre iniziative di attrattiva internazionale, con Agrigento e la Sicilia al centro di tutto: penso ancora sia la strada da continuare a percorrere, per rispettare la tradizione e per attrarre i popoli di tutto il mondo tra i sentieri profumati della Valle dei Templi dove stendere non tappeti di petali di rosa come si fa per le persone e gli eventi più importanti, ma lastricando ogni sentiero con petali di fiore di mandorli, da calpestare con umana delicatezza per raggiungere mano nella mano il Tempio della Concordia e accendere la fiaccola dell'amicizia.


Un appuntamento di pace e fratellanza, nel cuore del bellico Mediterraneo, dove rimarcare ogni anno che non ha importanza se sei giallo o rosso, extracomunitario o europeo, colto o ignorante, capellone o pelato. Per rimarcare che siamo uguali, anche senza peli in testa e nelle lingue, e che dobbiamo fare ogni sforzo per vivere in pace e solidali in un mondo che si è fatto e si fa sempre più piccolo (speriamo che non si riduca a condominio). Il Mandorlo in Fiore rimanga e continui a essere luogo di convegno dove ognuno rappresenti il mondo da fiero protagonista, con i colori del proprio paese. Tutti ad Agrigento per armarsi di buoni sentimenti e, soprattutto, buona volontà, far tacere i cannoni e difendere la pace, fragile come un petalo di fiore di mandorlo.
Preghiamo in tutte le lingue del pianeta per questo miracolo.

Raimondo Moncada

martedì 7 marzo 2017

E se io, uomo, fossi una donna?



Da uomo mi sono posto una domanda: e se fossi una donna?
Dico, si fussi fimmina per dirla in siciliano. O fimminuni per indicare una donna con gli attributi, non maschili, che quelli la deformerebbero.
Se fossi donna, allora?
Un bel quesito. Di quelli da seduta psichiatrica perenne, per far fronte, da uomo, a una crisi di identità, di genere, che ti sconvolge come un terremoto nel profondo, in quella minuscola, irraggiungibile ultima parte che costituisce il primo mattone della nostra complessa sostanza di essere umani, distinti in uomini e donne. Distinti non da noi, certo.

È sempre stato così: uomini e donne, non quelli però di Maria De Filippi. Ma noi, maschi e femmine,  distinti ma non distanti, diversi, ma di quella diversità che si arricchisce, si completa, si fonde.     

Fin dal concepimento, la scintilla ha già il suo sesso, con due cromosomi uguali contrassegnati da “XX” se donna; con due diversi cromosomi se uomo: ne abbiamo uno “Y” accoppiato al cromosoma femminile “X”.
A occhio nudo si vede che sono un uomo (anche con una parrucca e le calze a rete). L’apparenza non inganna o, almeno, non dovrebbe ingannare.

Si vede dal corpo che sono uomo. Già da come sono vestito e non da come sono spogliato. Dal timbro della voce. Da come cammino, senza eccedere in ancheggiamenti. Se mi mettessi ad ancheggiare, susciterei subito qualche dubbio e in qualcuno anche qualche risatina.
L’uomo si nota per la sua virilità, quel carattere che fa gonfiare il petto ma non il seno che è esclusiva delle donne. Noi uomini ci teniamo molto alla virilità. Cresciamo con il mito della virilità: dimostrare alle donne di essere veri uomini, di essere i loro uomini, gli uomini che hanno sempre sognato, con gesti e attenzioni e non con un messaggino su WhatsApp o l’immagine di un bacio su Facebook con frasi poetiche prese a prestito.

Tra uomini e donne, c’erano anche altri segni distintivi che il tempo ha cancellato, ammorbidito o addirittura invertito.

Per gli uomini: i capelli corti, ad esempio. Poi neanche quelli: la testa pelata, senza peli nei bulbi piliferi, è una nostra esclusiva. Per non parlare dei pantaloni, dei cosiddetti lavori pesanti. Le guerre sono state combattute da eserciti di uomini. I duelli, anche per vendicare col sangue uno sgarro fatto alla nostra donna, hanno visto protagoniste spade e pistole maschili.

Le donne, dopo la foglia di fico, sono state da sempre identificate per la gonna (non lo dite agli uomini scozzesi perché vi tirerebbero in testa con le cornamuse).  

Le donne – sempre nell’immaginario maschile e maschilista – dovevano stare a casa, a cucinare, a fare le pulizie, a badare ai figli, alla famiglia, a fare le massaie, le madri, le mogli. Tutte, comunque, intente a curare il proprio aspetto, a lisciarsi i lunghi capelli, a sentirsi belle per se stesse e per il proprio amato. Impegnate a profumare la vita dell’uomo. Essenza, dolcezza, ristoro, della sua esistenza.

Grandi e piccole differenze che non rendono l’uno sesso forte e l’altro sesso debole. La donna che piange non è debole. L’uomo che non piange non è forte. La donna che scoppia di muscoli non è più donna. L’uomo che si depila, si profuma, si trucca, non è più uomo.
Così la vedo io, da uomo.   
Ma se fossi una donna?  
Non so. Ho un’altra sensibilità. Gli uomini ragionano spesso con i testosteroni che pompano forza, irruenza, fanno alzare la voce e, purtroppo, in alcuni anche le mani, fino alla cieca violenza dentro le quattro mura domestiche. 
L’omu è omu! Dicevano un tempo dalle nostre parti, giustificando il delitto d’onore.

So com’è una donna. Ci sono nato e ci sono cresciuto. Ho avuto una donna per mamma. Per nove mesi mi ha portato in grembo. Dopo avermi dato la vita, mi ha allattato al seno, dandomi il suo latte come lo ha dato a mia sorella e ai miei fratelli. Mia mamma - che ancora mi cerca come se fossi sempre un ragazzino -, appartiene a quella generazione di donne che ha generato tanti figli.
Altri tempi.

Io e mia moglie abbiamo dato la vita a una creatura. Ci è venuta femmina.
Le donne, un mio destino.
E se lo fossi io? dico, completamente donna?
Sarei felice di esserlo. Come sono felice di essere uomo e di avere un bisogno vitale di una donna, moglie, compagna, amante, amica, spalla anche su cui piangere, mamma di mia figlia, perché i figli hanno bisogno dell’affetto di una famiglia e di una mamma. L’amore di una mamma lo può dare solo una donna, se è mamma.
  
Lo dico da uomo, da padre, da figlio.
Le donne hanno qualcosa di diverso da noi. Di distinto. Di speciale: in creatività, intelligenza, forza, sensibilità, delicatezza, tenerezza, bellezza, felicità (tutte parole declinate al femminile).
Sarà la magia di quelle due xx.
Un dono di Madre Natura (anche lei donna!).

Raimondo Moncada
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