lunedì 19 giugno 2017

Sui monti dove urla il vento, con i partigiani di ieri e di oggi

Rimani come sospeso nell'aria. Ci sei, ma non ci vuoi credere. Sei in un luogo, uno dei tanti, tantissimi luoghi dove è nata la Costituzione, dove i partigiani come tuo papà hanno combattuto durante la Resistenza contro l'esercito oppressore. Prima a Reggio Emilia, al centro Foscato, e poi in montagna a Ca' di Malanca, simboli di quella lotta, di quella storia, che leggevo negli occhi grigio-azzurri di mio padre, mutilato a sedici anni per quella sua scelta di fede e di ideali. 



Sei nei monumenti, conosci i figli di chi è stato ucciso, parli con gli ultimi protagonisti ora novantenni che si avvicinano col tricolore al collo e ti stringono la mano ("sento il dovere..."), metti timidamente i piedi nei sentieri partigiani, tocchi quegli alberi che facevano da scudo ai volontari per la libertà, entri nelle case di famiglie che gli hanno dato rifugio rischiando la morte, senti forte quel vento che nella notte dell'umanità ha urlato. 



E chi me lo doveva dire? Chi lo doveva dire a Raimondo, "u figghiu di Gildu", che per rivedere la videocassetta di uno degli ultimi 25 aprile di suo padre ha impiegato 15 anni? 

Una storia, quella raccontata nel libro Il partigiano bambino - la storia di Gildo Moncada, che mi sta portando lontano, nel tempo, negli affetti, nella memoria, nella geografia, che mi sta facendo aprire libri (vivi) mai incontrati a scuola, che mi sta portando in luoghi sconosciuti dove ogni volta trovo, dentro e fuori, risposte a eterne domande e fuochi ancora accesi. 



Un viaggio durante il quale sto entrando in contatto con splendide persone (e la frequentazione fa stringere belle e spontanee amicizie) che ti ascoltano anche nei tuoi lunghi e provati silenzi, in quei momenti di rinnovata tensione emotiva quando racconti la storia di tuo padre e la storia che ti vibra nella pelle e ti fermi davanti a nodi che vogliono essere sciolti o quando, una domanda, ti mette di fronte una parete rocciosa da scalare a mani nude. 


Grazie a chi mi ha abbracciato, a chi mi ha dedicato una canzone o una poesia, a chi mi ha preso per mano, ai ragazzi di Ad Est, alle varie sezioni dell'Anpi, ai centri e alle associazioni che ogni volta mi accolgono con sincero calore, non straniero ma uno di loro. 

Per me, cinquantenne corazzato, è importante. Perché alla fine non ho l'età che ho, ma cinque, sei... Un bambino che piange il suo papà che non c'è da troppo tempo e a cui, da adulto quasi maturo, avrebbe voluto dire e chiedere tante cose. Un padre, uomo e bambino, che, da lassù, sopra il suo sogno sicuramente non più mutilato, sta facendo rivivere al proprio figlio (in minuscola, simbolica parte) quello che lui ha vissuto. 


Raimondo Moncada 

www.raimondomoncada.blogepot.it 



venerdì 16 giugno 2017

Il Partigiano bambino, Gildo Moncada, torna nei luoghi della Resistenza

Perugia, Teatro del Pavone, 3 settembre 1944
Gildo Moncada, partigiano mutilato, col generale Alexander
Il Partigiano bambino torna nei luoghi della Resistenza, luoghi simbolo di quella straordinaria mobilitazione che sfociò nella liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Raimondo Moncada sarà nuovamente in Emilia Romagna, dove opera il gruppo editoriale di Ad Est che ha dato alle stampe il suo libro dedicato alla storia del padre: Gildo Moncada, agrigentino, partigiano volontario a 16 anni nella brigata umbra “Leoni”. Due gli appuntamenti che lo attendono: Reggio Emilia, città dei fratelli Cervi e di tantissimi altri partigiani (un popolo!) insignita della medaglia d’oro al valore della Resistenza; e Ca’ di Malanca, località di montagna in territorio di Brisighella (provincia di Ravenna), dove è stato istituito un centro studi sulla lotta di Liberazione e un museo per ricordare la battaglia di Purocielo, proprio nel luogo dello scontro tra i gruppi di partigiani e l'esercito tedesco.

La prima presentazione del libro Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada sarà a Reggio Emilia, sabato 17 giugno, con inizio alle ore 18, nel Centro Sociale “Foscato”. A organizzare l’evento è la sezione Anpi cittadina, dedicata a Dorina Storchi, la partigiana “Lina” apprezzata per il suo coraggio e la sua umanità. A presentare il libro saranno Anna Parigi, presidente della locale Anpi e Lucia Alessi, moglie dell’autore (a cui sono dedicati alcuni passaggi del libro) in rappresentanza del gruppo editoriale Ad Est. Previsti gli interventi del coro Selvatico Popolare, animato dal Maestro Tiziano Bellelli, costituito nel 2013 per riproporre, anche per le nuove generazioni, canti popolari, partigiani, di lotta, legati alla terra reggiana e canzoni d'autore.


La presentazione del libro è stata inserita nella due giorni della quattordicesima Festa della Pace e dei Diritti Umani organizzata dalle sezioni di Brisighella e Bagnacavallo dell’Anpi (Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia), dall’associazione “La tua mano per la pace”, con il contributo della Spi Cgil di Bagnacavallo e il Centro Residenziale Ca’ Malanca, con il patrocinio della Provincia di Ravenna e del Comune di Brisighella. La presentazione è prevista per domenica 18 giugno, con inizio alle ore 10,30. Ci saranno, tra gli altri, Valentina Giunta e Massimo Manzoli del gruppo di Ad Est. Ci saranno anche gli interventi musicali di Luca Taddia e Fabio Cremonini dei Fev. Il cantautore Luca Taddia (ha scritto Bellemilia per Gianni Morandi) proprio questa mattina ha comunicato sul proprio profilo Facebook la composizione della sua ultima opera: “Si va al lavoro dopo una notte quasi insonne. Mi capita a volte. È arrivata l'alba che avevo finito un brano al quale pensavo da tempo. Dedicata ad una persona splendida come Raimondo Moncada e suo padre Gildo. Questa notte è nata Il Partigiano bambino".



martedì 13 giugno 2017

Il partigiano bambino al Festival della Strada degli Scrittori, incontro a Palma di Montechiaro

Il Festival della Strada degli Scrittori accoglie Il partigiano bambino, Premio Navarro 2017, edito da Ad Est. Si parlerà del libro, che racconta la storia di Gildo Moncada, nel corso del talk letterario in programma a Palma di Montechiaro, giovedì 15 giugno, con inizio alle ore 18,30, all’interno del Palazzo Ducale.
Un incontro al quale interverranno quattro scrittori che, seguendo il tema “La vita oltre la strada”, parleranno delle loro ultime opere: Giovanni Amico (Il ritorno degli aquiloni), Lia Lo Bue (La stanza dei ricordi), Giuseppe Iacolino (L’innaturale evoluzione delle cose) e Raimondo Moncada (Il partigiano bambino – la storia di Gildo Moncada).  
L'incontro, coordinato dal giornalista e critico Gero Miccichè, sarà  moderato dalla giornalista Chiara Mangione.

Per Raimondo Moncada, si tratta di una nuova e significativa tappa, dopo Vignola (Modena), Ravenna, Licata, Agrigento, Ribera. Palma di Montechiaro è uno dei luoghi di cui si parla del libro. Il partigiano bambino, a Palma, trovò l’amore della sua vita. A Palma ci sono tanti ricordi dell’autore (da piccolo amava trascorrere le proprie vacanze estive con nonna Carmela, la nonna materna).    

Il talk letterario è una delle iniziative del Festival della Strada degli Scrittori, organizzato dal Distretto Turistico Valle dei Templi e dall'Associazione Strada degli Scrittori, con il patrocinio della Presidenza dell'Assemblea Regionale Siciliana. Il Festival è un momento di animazione culturale che coinvolge sei comuni: Agrigento, Caltanissetta, Porto Empedocle, Favara, Racalmuto e Palma di Montechiaro. Racconta la bellezza delle pagine di straordinari scrittori siciliani che hanno vissuto e amato questi luoghi: Luigi Pirandello, Pier Maria Rosso di San Secondo, Andrea Camilleri, Antonio Russello, Leonardo Sciascia, Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
L’edizione 2017, in particolare, è dedicata al 150° anniversario di Luigi Pirandello e vedrà a luglio, nella Valle dei Templi, la presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Un evento di altissimo livello, con numerosissime iniziative di prestigio, che ha il grande merito di coinvolgere e rendere protagonisti scrittori, artisti, varie realtà dei territori.

Il Partigiano bambino prosegue, dunque, il suo giro per l’Italia, per far conoscere la storia di Gildo Moncada. Imminenti altre presentazioni: a Reggio Emilia (17 giugno); Ca’ di Malanca, Brisighella, (18 giugno). Prossime presentazioni programmate: Burgio, San Leone (Agrigento), Modena, Carpi...  



giovedì 8 giugno 2017

Scuola Rodari di Raffadali rende omaggio al partigiano bambino


Dieci anni è un’età per cominciare a “combattere” per la libertà, i diritti, la legalità. Combattere a scuola, studiando l'esempio degli eroi che in Sicilia hanno combattuto contro la mafia, che nel nord Italia hanno combattuto contro il nazifascismo nel movimento di Liberazione, che nel mondo
  hanno combattuto per un ideale, un valore, un diritto, sacrificando la propria vita. Combattere per il proprio futuro prendendo coscienza, fin da piccoli, fin dalla più tenera età, di quello che è stato e di quello che è.
Ecco l'insegnamento di uno spettacolo andato in scena ieri sera a Raffadali, saggio finale degli scolari delle quinte classi, A e B, del plesso "Rodari" dell'istituto comprensivo "Alessandro Manzoni". Una rappresentazione che mi ha particolarmente emozionato – e al ricordo mi emoziona ancora - perché nel segmento dedicato a tre protagonisti della Resistenza, i bambini del plesso “Rodari” hanno anche ricordato mio padre, Gildo Moncada, rievocandone la storia ispirata al libro Il partigiano bambino (una copia è nella biblioteca della scuola). Il suo contributo alla guerra di Liberazione è stato messo accanto a quello di Salvatore Di Benedetto e di Vittoria Giunti (si è ricordato il libro di Gaetano Alessi). Storie d’altri tempi, legate sulla scena da canti intonati, senza musica, solo con una flebile voce, da una bambina, col coro dei compagni di classe: Fischia il vento, Fratelli Cervi e Bella Ciao. 
Uno spettacolo composito, dal titolo "Un mondo diritto", presentato da Lucia Alessi, con testi storici, canti, poesie, coreografie che hanno ricordato anche gli eroi della lotta alla mafia come i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, don Pino Puglisi, lo scrittore Pippo Fava. Bambini hanno recitato a memoria gli articoli più importanti delle carte universali dei diritti dei bambini, con il diritto di vivere una vita in pace, serena; il diritto a una crescita sana, ricca di stimoli e di giochi; il diritto a una esistenza adatta all’età, senza orrori, schiavitù, ignoranza. 

È questo il valore educativo della scuola, hanno evidenziato nei loro interventi conclusivi la preside e la vice preside dell’istituto comprensivo “Manzoni”, Assunta Accurso Tagano e Maria Bruno. Una scuola aperta, impegnata, sensibile, che fa pieno uso di strumenti didattici fondamentali come il teatro, il canto e la danza, aiutando i ragazzi a crescere e a esprimersi con il loro estro e la loro unicità.

Complimenti, per il lavoro, alle insegnanti Ivana Di Noto, Genny Farruggia e Nonetta Vecchio. E complimenti per la collaborazione ai genitori.  

Lo spettacolo “Un mondo diritto” è stato concluso con la canzone "Evoluzione" del cantautore bolognese Luca Taddia, in cui si parla di “una speranza di massa”, tratta dal bellissimo e omonimo album dei Fev. È lo stesso Luca Taddia che mi sta accompagnando durante le presentazioni in Emilia Romagna del libro Il partigiano bambino, edito da Ad Est, creando con la sua voce atmosfere da brivido, proponendo all'attento pubblico anche le canzoni cantate ieri dai bambini del “Rodari” di Raffadali. Ci sono dei passaggi della canzone “Il paese delle favole”, dell’album “Nebbia bassa” dei Fev, che colgono tutti i messaggi dello spettacolo di Raffadali: "Voglio vivere in un posto, in un posto senza guerre, in un posto senza dittatori, in un posto riparato dagli orrori; pieno di luci colorate di canzoni, di risate". 
Viva la scuola! Viva le vere emozioni! Viva la forza e l'esempio dei bambini di Raffadali! 

Raimondo Moncada

lunedì 5 giugno 2017

Idea Juve: prossima finale con maglia Inter

Dopo sette finali perse, sarà rivoluzione in casa Juve. Cardiff brucia. La mortificante e real manata in faccia fa male. La società è nera, i tifosi sono nerissimi, i giocatori sono in vacanza dopo il meritato uno-due Coppa Italia e Scudetto.
Cambieranno di sicuro gli obiettivi e forse anche i colori sociali. Per la prossima stagione, tanto per cominciare, la squadra potrebbe non giocare il campionato di serie A. Dopo sei scudetti di fila, senza storia, chiunque si annoierebbe. Non hai più stimoli. Spazio, pertanto, a chi da troppi anni è a zero tituli. La squadra bianconera potrebbe non giocare neanche la Coppa Italia dopo le tre vittorie di fila. In bacheca non c’è posto per altri trofei. Si dovrebbe comprare una nuova vetrina, ma nella stanza degli allori si è riservato uno spazio speciale a un piedistallo enorme per la futura Coppa dei Campioni, diventata un’ossessione.
Ogni forza fisica e mentale dovrebbe così essere concentrata per l’Europa, con lunghi ritiri pre-partita in monasteri buddisti a quindicimila metri di altezza, massaggi, musica zen, centri benessere, camomilla, psicoterapia di gruppo…  
Ed ecco giungere, anche, la felice idea di un tifoso amareggiato. Un'idea geniale, risolutiva, che il tifoso  propone per la prima volta alla società, sicuro di un positivo accoglimento. Perché - si domanda - non indossare per la prossima finale di Champions League la maglia dell’Inter o quella del Milan per vincere scaramanticamente la coppa più ambita, quella con le orecchie a sventola? 
In questo modo - rileva - si conquisterebbe pure il cuore di quei tifosi avversari che in questi giorni di sfottò post Cardiff si sono fin troppo divertiti. A loro si lascerebbe libera la strada per la vittoria di Coppa Italia, campionato di Serie A, Supercoppa, tornei estivi, partitelle di allenamento e riscaldamento pre partita. 

Raimondo Moncada

venerdì 2 giugno 2017

Arrivano gli Enonauti e giurano fedeltà a Bacco

Li vedi che si infilano il bicchiere nel naso. Ma cosa fanno? Sono maleducati? Pazzi? Ubriachi?
Te lo chiedi. È legittimo. Perché per te non è normale. Una persona normale beve il vino dalla bocca, tracannandolo tra un boccone e l'altro. Loro no. Li vedi che prendono con delicatezza la bottiglia, la mettono controluce, osservano a lungo il colore e le sfumature. Leggono l'etichetta, controllano l'anno della vendemmia e tutte le altre informazioni. Dopo, solo dopo, afferrano il cavatappi per la successiva, lenta operazione di apertura della bottiglia.
È tutto lento, come è lenta la cerimonia del the nel buddismo zen. Più rallenti, più gusti ogni minuto istante. È uno dei segreti, che devi saper vivere. The orientale e vino siciliano hanno lo stesso religioso trattamento. La differenza è che il The lo prepari, mentre il vino è già preparato da mani sapienti: dalla coltivazione della vite, alla raccolta dell'uva a tutto il processo della vinificazione. E loro sanno. Sanno tutto. Pure il nome di chi per ultimo ha messo il tappo. Hanno la capacità straordinaria di ricostruire la storia del vino dai suoi potenti effluvi che quel naso sensibilissimo affondato dentro un calice coglie, decodifica, interpreta, rappresenta.


Dal naso alla bocca, dove con un sorso fatto danzare sulle papille gustative, si completa ogni enologico racconto, nel bene e nel male. Perché i vini non sono tutti uguali. E non tutti lo capiamo. Loro sì. E li guardi e li ammiri. Ma come fanno? Passione, studio, cultura, e tante buone bevute e cieca fedeltà a Bacco, il dio del vino che ogni giorno celebrano per tanta straordinaria grazia. 


La Sicilia conta su ottimi vini, ne è inondata e sono richiesti in tutto il mondo. Così come conta su ottimi degustatori che bevono per estatica passione. Ogni sicula area ha i suoi pregiati vini e i suoi appassionati. La provincia di Agrigento ha Menfi che da oltre vent'anni celebra il vino di qualità con Inycon (quest'anno dal 23 al 25 giugno). E proprio a Menfi è nata in questi giorni un'associazione che ha al centro del proprio statuto, della propria ragion d’essere, l'eccellenza del vino. Riunisce sommelier, winelover e appassionati di enogastronomia. Si chiamano "Enonauti" e come loro primo presidente hanno eletto Michele Buscemi. 


Sono tredici i soci fondatori e sono già partiti in quarta creando subito una pagina su Facebook con tanto di logo (un calice con dentro una “e” a forma di onda di vino) e avviando i lavori per la realizzazione di un sito internet. "La mission - leggo nelle informazioni - riguarda la promozione e lo sviluppo dell'enogastronomia territoriale attraverso attività come degustazioni, eventi, visite in cantina ecc."


Sono giovani legati da una passione comune, "ubriacante", coinvolgente. E che hanno pure studiato, superando esami su esami, tappo dopo tappo, per riconoscere dall’odore e illustrare con umane parole la divinità custodita all’interno di ogni bottiglia, secondo i dettami di dio Bacco.   

Il vino è un piacere. È anche salute fino a certi sorsi. Ma è anche storia di un territorio, è ricchezza, economia. È cultura e anche un culto. 
È uno spettacolo vedere un degustatore chiudere gli occhi e farsi riempire l'anima da un’essenza che ha radici profonde. E quando bevi, in silenzio, idealmente in ginocchio, sei un tutt'uno con lo spirito della tua terra natia da cui, quando vogliamo, spremiamo il meglio. 

Raimondo Moncada

mercoledì 24 maggio 2017

Bandito il sorriso, soffocato dai social

Siamo così interconnessi col mondo intero che, per empatia, non ci possiamo più permettere un sorriso. Meglio bandirlo per non fare figure meschine, così come bisognerebbe bandire ciò che lo suscita: una battuta, un post, un monologo, una foto, un video con contenuto comico, umoristico, ironico.
Oggi rischiano grosso. Rischiano di essere presi dalla comunità virtuale per cinici, per disumani, per cretini.  
Dobbiamo, dunque, moderarci, metterci la museruola, darci pugni alla bocca quando ci viene lo stimolo di una battuta di spirito o di un sorriso. Non si può più ridere apertamente, anche se ridere e con spontaneità (rompendo la catena del condizionamento) fa bene a noi come singoli individui e alla comunità alla quale apparteniamo. La risata è sinonimo di benessere, di gioia. È pure segno umano di reazione a uno stato di infelicità. Chi è depresso ha difficoltà a ridere. 

Perché tutti questi dubbi? Che succede? 

L’avvento dei social, del tutti dentro il calderone, con tutti gli istinti e le emozioni del mondo, ha innescato un meccanismo che sa molto di gabbia.  
Un tempo, non tanto lontano, c'era il momento del pianto e tanti altri momenti per non piangere e addirittura pure sorridere di cuore. Un momento per la sofferenza e uno per il naturale alleggerimento delle tensioni. Stati d’animo che gli umani condividono e si contagiano. Quando le comunità pre-social erano chiuse, gioia e dolore avevano modalità e tempi legati al grado di conoscenza e all’appartenenza a una famiglia, a un’amicizia, a un vicinato, a un quartiere, a una città. Quando c'era un dolore per umana solidarietà ci fermavamo, ci stringevamo attorno a chi soffriva. Piangevi assieme agli altri. Non ti veniva neanche voglia di una manifestazione contraria se non per tirare su il morale. Ma nelle comunità pre-social, chiuse, limitate, succedeva di tanto in tanto. 

Ora con i social, strumenti che ti mettono in contatto con tutti in tempo reale, nei cinque continenti, non è più così. La comunità di appartenenza non è più chiusa, ma aperta, troppo aperta. Quello che succede in Inghilterra, in America, in Australia ci tocca da vicino, perché certi fatti che accadono a migliaia di chilometri di distanza te li avvicina la tecnologia virtuale. Ce li hai davanti agli occhi, continuamente. E così se succede qualcosa a Manchester, a New York, a Parigi, a Mosca, è come se succedesse nel tuo condominio. Se ne parla così tanto, con foto, video, commenti, che per empatia non ti viene più la voglia di vivere la tua vita secondo la sua geografica direzione. Vieni sconvolto e travolto. E il tuo sconvolgimento cresce al crescere dello sconvolgimento generale che ora si trasmette con vibrazioni e sussulti via rete.
Lo stesso sentimento non si attiva quando tragedie accadono (o immaginiamo accadano) in zone che non hanno la stessa copertura mediatica. Succede così che ci sia tanta costernazione per una foto di un bambino morto sulla spiaggia. Ma non si registri la stessa costernazione per centinaia di bambini morti altrove ma di cui nessuno parla. C’è la pietà e la rabbia per la storia di un barbone morto di fame a Palermo e non c’è la stessa reazione per un poveraccio che vive di stenti accanto a casa nostra. Si ha la stessa reazione per un evento falso spacciato per vero. 
Ogni giorno succede nel mondo qualcosa a cui si dà grande risalto, la cui risonanza viene esponenzialmente amplificata dai social dando origine a virali condivisioni commentate e a discussioni arrabbiate. E siccome ogni giorno ci sono lutti ed al lutto si dà la precedenza e il maggiore spazio, perché è quello che attira la maggiore attenzione, l’onda emotiva che si solleva ti spinge all’inibizione di sentimenti contrastanti e alla sintonizzazione del tuo umore e del tuo modo di fare con l’emozione universale. Se un giorno ti svegli ignaro di un triste anniversario (che puoi anche vivere in commosso ma non ammesso silenzio), di una spaventosa tragedia avvenuta all’altro capo del mondo, e scrivi sui social qualcosa non in linea con le pubblicazioni correnti, sei preso di sicuro per un indifferente e trattato come il peggiore appartenente all’umanità. E se ridi o fai sorridere dopo una tua giornata magari pesante o dopo una sofferenza personale atroce (che per scelta non condividi e  non metti nella piazza), fai la figura della bestia perché inopportuno e fuori contesto. E sei preso per un emerito imbecille (per non dire altro) da raffiche di commenti di utenti che sui social non riescono a frenarsi oltrepassando i limiti della violenza verbale in uno spazio che porto franco non è. 
Qualcuno ti dirà: Fregatene! Lasciali sbattere. Continua a essere quello che sei. 
Io penso sia una cosa giusta. Ma bisogna in qualche modo tenere presente questa nuova realtà, tutta virtuale, dove trovi anche chi si costerna pubblicamente, graffiando tutto e tutti, per poi nella vita fisica essere tutto il contrario di quello che ha mostrato d'essere. C'è anche il fenomeno dei "Je suis" che per alcuni eventi si è propagato viralmente e per altri no. E c'è anche la questione dell'abitudine alle notizie di tragedie sempre uguali e ripetitive (vedi le stragi terroristiche, le stragi a mare, le stragi in Siria, le stragi in Africa...).  Ma questo sicuramente sarà oggetto di approfonditi studi sociologici e corsi universitari. Le mie considerazioni, invece, frutto di personali impressioni e di un vissuto social, potrebbero essere oggetto di sedute psichiatriche (è una battuta?). 

Raimondo Moncada

domenica 14 maggio 2017

Premio Nararro 2017 al Partigiano bambino, la dedica dell'autore

"Un riconoscimento che onora la memoria di quei giovani, come mio padre, che hanno dato il loro contributo, anche di sangue, alla Resistenza contro il nazifascismo, per donarci la libertà e la democrazia".

Queste le parole di Raimondo Moncada nel ritirare, ieri pomeriggio a Sambuca di Sicilia, il Premio Internazionale Navarro 2017 per il libro "Il partigiano bambino - la storia di Gildo Moncada", edito dal gruppo editoriale indipendente di Ad Est. 

È il primo riconoscimento ufficiale per un'opera che racconta la storia di una famiglia siciliana perseguitata dalla guerra e di un giovane agrigentino, Gildo Moncada, che a sedici anni si ritrova in centro Italia a combattere, forte dei suoi ideali, nella brigata partigiana "Leoni", rientrando poi a casa mutilato e dando per l'intera sua esistenza testimonianza della propria scelta e della tragedia del secondo conflitto mondiale. 


Il premio Navarro, giunto alla nona edizione, è stato indetto dal Lions Club di Sambuca Belice, dal Centro Studi Adranon, dal Team Sicilia my love. 




venerdì 12 maggio 2017

Che pena il Ponte Morandi, peggio di un reperto archeologico

Ho trascorso un giorno di festa, con amici di vecchia data, su uno dei punti più alti della mia natia città, Agrigento, a rimirare un panorama unico e a fare una schiticchiata. Prima, tanti anni fa, rimiravo lo stesso panorama dalla mia casetta di Vicolo Seminario, sotto la Cattedrale. Poi, trasferitomi al Villaggio Mosè (allora un deserto), ho continuato a rimirare il paesaggio dall’ultimo piano del liceo scientifico “Leonardo”, circondato dagli ospiti del soprastante manicomio (allora aperto).
Due visioni quasi identiche, ma non sovrapponibili. Simili perché in entrambe vedi il mare “aspro africano”, vedi una costa che ti apre il cuore, vedi la Valle dei Templi che, nonostante i miei cinquant’anni di familiarità, non mi stanco mai di vivere con meraviglia.
Un inciso legato proprio alla Valle degli Dei, prima di riprendere il ragionamento…
Sono fortunato. I miei polmoni hanno respirato storie millenarie, con i profumi dei mandorli e degli ulivi secolari e anche di caracitula. La mia anima è stata ristorata dalle sottili ma potenti energie che dalle profondità di questo protetto sito sono emerse coprendo tutto di magia assoluta. E ogni volta che ci passo con la macchina non vedo altro, mi sforzo di non vedere altro, quello che noi umani abbiamo costruito attorno alle divine pietre arenarie. Entro in questo spazio senza tempo, di silenzio, di arte, di religiosità, e ne esco un altro uomo (sempre con la stessa carta d'identità).
Chiudo l’inciso e riprendo il ragionamento iniziale…

L’elemento che differenzia le due visioni lo colgo dal terrazzo dell’amichevole schiticchio, proprio sopra uno di quegli edifici (che alcuni storici hanno battezzato “tolli”) che dalla mia umile casetta di Vicolo Seminario disturbavano l’originaria e netta visione che da tutte le abitazioni del centro storico si godeva prima del fervore cementizio. Dal terrazzo dello schiticchio – con i sensi di vertigine che ogni volta mi disturbano a certe elevate altezze –, ho rimirato per intero, senza più altri vastasi grattacieli davanti, il paesaggio marino con un punto di vista così nuovo e inaspettato che sono rimasto per ore stordito e sbalordito, non riconoscendo dall’alto i luoghi della mia vecchia città: da Piazza San Francesco, a Via Atenea, fino a scorgere uno spicchio di campanile del Duomo. E poi a sud, davanti a me, la Valle dei Templi, San Leone, Porto Empedocle, Punta Bianca…
Uno spettacolo da non credere per non dire vastaso.
Ritraendo lo sguardo, gli occhi si sono poi fermati sul grande budello di cemento armato sospeso in aria e sospeso pure alla circolazione veicolare. Parlo del budello meglio noto come Viadotto Morandi. Un’infrastruttura utile, comoda e molto funzionale alle esigenze del moderno traffico di auto moto bus e camion tranne treni, che in pochi minuti ti collega Agrigento a Porto Empedocle e alla strada statale per Sciacca e Trapani. Una infrastruttura che funge anche da circonvallazione. Un’opera pubblica che è stata tanto criticata nel tempo e presa pure a male parole perché, tra l'altro, alcuni piloni poggiano nell’area di una necropoli greca. Con le stesse male parole, una personasarebbe subito   collassata. Il Viadotto Morandi no!
Sul terrazzo vastaso (per estatica bellezza) l’ho guardato in tutta la sua lunghezza, seguendone con gli occhi il tragitto più e più volte percorso con mezzi meccanici. In pochi secondi ho così collegato Agrigento a Vigata. Ma ho anche a lungo meditato (scattando delle foto), stimolato dalla distanza, dall’altezza e dal nuovo inaspettato punto di vista.
Da qualche mese, il ponte è chiuso al traffico a seguito dell’allarme sicurezza sulle condizioni degli acciaccati piloni. Dall’alto e a distanza, non noti i segni di sofferenza. Vedi, comunque, una strada inerme e provi come uno strano senso di compassione per il suo stato, per la sua ormai avanzata età, per l’inutilità che una chiusura forzata comporta.
Mi ha fatto pena, va. Peggio di un reperto archeologico di cui si sconosce l’autentico valore.
Alla fine ti affezioni alle cose, per umana familiarità. Ti affezioni anche al Morandi e lo usi e lo percorri da un senso e dall’altro, senza pensare ad altre strade. E lo fai dimenticando, nell’attraversamento, nella sospensione in aria, e nel godimento del panorama mozzafiato, che il Viadotto Morandi è sempre stato un pugno nell’occhio rispetto alla pura visione del circostante paesaggio naturale, archeologico e marino.
Perché - sinaono chieste le nostre teste di automobilista, di motociclista, di camionista, di bussista - fare un’altra strada più lunga quando c’è una strada più corta?
L’alternativa sarebbe stata combattere per il suo costoso smantellamento (e prima ancora per non farlo realizzare). Ma non da soli. Da soli, a pala e picu, ci vorrebbero secoli. E Madre Natura non ci ha dato tutto questo tempo.
In attesa di decisioni o di interventi a salvaguardia della solidità del ponte e dell'incolumità degli attraversanti, io una soluzione a breve termine ce l'ho. Ed è magica. Dovremmo cambiare prima il nome del ponte chiuso da Morandi a Sesamo. Fatto questo adempimento burocratico, chiamerei a raccolta quanti hanno bisogno del viadotto e farei all'unisono recitare l'inossidabile e garantita formula: “Apriti, Sesamo!”.

Raimondo Moncada

martedì 9 maggio 2017

Premio “Navarro” 2017 al Partigiano bambino

Questa volta il premio viene da un’associazione internazionale, una città, un ente, una commissione giudicatrice. La notizia è stata ufficializzata oggi: tra gli insigniti del IX Premio Internazionale “Navarro” 2017, figura il nome di Raimondo Moncada, autore del libro Il partigiano bambino – storia di Gildo Moncada, pubblicato da Ad Est Edizioni.  
È il primo riconoscimento di questo genere, dopo i premi di pure emozioni e di consensi ricevuti nel corso delle presentazioni del libro, in Sicilia e in Emilia Romagna. E dopo i contatti di studenti che hanno manifestato l’intenzione di proporre la storia del Partigiano bambino per l’esame di quinto anno e l'interesse di istituzioni scolastiche che hanno richiesto copie del libro per avviare un lavoro di approfondimento in classe.
La cerimonia di consegna del premio internazionale “Navarro” 2017 è stata messa in calendario per sabato 13 maggio 2017, con inizio alle ore 16,30, nella sala convegni della Banca Credito Cooperativo di Sambuca di Sicilia, splendida cittadina siciliana in provincia di Agrigento, vincitrice nel 2016 del titolo di “Borgo dei Borghi”.


Il premio è indetto dal Lions Club di Sambuca Belice, dal Centro Studi Adranon, dal Team Sicilia my love. Tema della nona edizione: Sicilia e Sicilianità nella Cultura Letteraria Italiana. Previsti concorsi per giovani e adulti di Saggistica, Poesia, Narrativa, Teatro, Tesi di Laurea,  studi monografici su Vincenzo  Navarro o su Emanuele Navarro della Miraglia..   
Il Club Sambuca Belice, guidato dal giovane presidente avv. Loretta Abruzzo, - è scritto nella comunicazione del comitato organizzatore – ha rilanciato il Premio “Navarro” ideato e coordinato da Enzo Randazzo, scrittore e socio Lions, in concomitanza con il secondo Convegno di Studi Navarriani, con la partecipazione di studenti, dirigenti, docenti ed espressioni culturali dell’interland e con gli interventi di autorevoli studiosi, quali il prof. Carmelo Spalanca (Università di Palermo), la prof. Angela Campo, il saggista Pietro D’anna, lo storico Michele Vaccaro, il curatore scientifico prof. Gisella Mondino, i giornalisti Licia Cardillo (Direttrice de La Voce) e Joseph Cacioppo (direttore de L’Araldo), il critico letterario prof. Daniela Rizzuto. 

Tra i concorrenti – rendono noto gli organizzatori - saranno premiati: Raimondo Moncada, Michele Vaccaro, Roberta Ainis (Saggistica); Giuseppe Baldi, Enzo Sardo, Francesco Monaca, Maria Grazia Lala, Daniela Trovato, Giovanni Taibi, Anna Maria Castronovo, Francesco Billeci, Maria Giovanna Augugliaro, Francesco Rubino, Alba Sunshine Bettoschi, Paolo Antonio Magrì, Chiara Rossi (Narrativa); Salvatore Mirabile, Margherita Neri, Adriana Valenza, Anna Rita Murano, Giuseppe Macauda, Gaetano Lia, Antonio Barracato, Ausilia Minasi, Teresa Averta,, Dario Nicolella, Stella Radicati, Katia Olivieri, Carmelo Di Stefano, Sebastiano Impalà, Lia Lo Bue (Poesia); Accursio Soldano, Francesco Settecasi, Giusy Tuzza, Massimo Pantano, Margherita Ingoglia (Teatro).
Numerosi gli studenti premiati, provenienti dalla Sicilia e da tante altre regioni. Saranno, inoltre, conferiti dei Premi Speciali al presidente della Seconda Sezione Civile alla Corte d'Appello di Palermo Filippo Picone; al dirigente sanitario Pietro Greco; alla scrittrice modenese Roberta Dieci; al regista Raimondo Crociani. 
La premiazione, coordinata dalla professoressa Claudia Brunetta, si alternerà ad un concerto - reading coordinato da Enzo Randazzo, tratto dagli scritti di Vincenzo Navarro, Emanuele Navarro Della Miraglia e di alcuni testi premiati, con le voci narranti di Alice Titone, Paolo Buscemi, Mariangela Bucceri, Pippo Puccio, Marisa Mulè, Giuseppe Briganti, Laura Giglio, Angela Balistreri e con le suggestioni musicali del Duo SciuVal.

lunedì 8 maggio 2017

Panico da morte virtuale

Internet ti dà e ti toglie la vita. Nel senso che ti uccide, con la sua assenza. Uccide la tua attuale modalità di esistenza, quella creata sul WWW (World Wide Web). Una vita virtuale, ma pur sempre vita. 
Senza Internet si muore. Uno stacco ed ecco ritrovarti sconnesso da tutto: amici, attività, notizie... Ti fermi tu e si ferma il sistema che abbiamo creato attorno a uno spazio in cui viviamo in simbiosi col nostro avatar. 
Oggi, in Sicilia, si è vissuto il panico da morte virtuale. A un certo punto della mattinata i computer ci hanno abbandonato a noi stessi. Così come ipad, smartphone e orologi intelligenti. Non davano più segni di vita. Non ci hanno potuto neanche la respirazione bocca a bocca, gli elettroshock e le dure pareti contro cui qualcuno ha scagliato questi nuovi strumenti di collegamento di massa. 
Impossibile connettersi. Impossibile comunicare. Impossibile accedere a un sito di informazione, almeno per capire. Impossibile per tutti: privati, famiglie, aziende, istituzioni. Abituati a muoversi col navigatore internettizzato in strade sconosciute e che mai si conosceranno, c'è chi ha lanciato SOS da Palermo con le mani nei capelli e non più sugli inutili volanti: "Aiuto, non so dove andare!"
Cinque, dieci, quindici, trenta minuti... senza segnale internet. Minuti che col passare vano del tempo sono diventati ore, giorni, mesi, anni. Un'eternità riempita da infiniti pensieri e timori: che sta succedendo? 

Poi le prime telefonate, all'antica, a congiunti, amici, conoscenti, sparsi in diversi punti della Sicilia:
"A te funziona internet?"
"No!"
Telefonate che hanno alimentato inquietudini, in adulti e meno adulti (sereni gli anziani, refrattari alle nuove tecnologie e alla contaminazione informatica).

Un'isola isolata, tagliata fuori dal mondo, collegata solo dai sistemi nervosi di una popolazione impotente, impegnata per ore e ore a provare e a riprovare, compulsivamente, ad avere accesso alla vita online.

Una zona d'ombra si è allungata pericolosamente, con i pensieri sempre più neri in un periodo oscuro in cui hacker senza scrupoli entrano ovunque, pure nel naso per sabotare e rubarti i più segreti peli.

Isolamento causato da forze malefiche? Il preludio di un'aggressione, di un attacco cibernetico? 
Dopo quasi un'ora di buio, ecco di nuovo la luce. Il computer ti riapre la porta alla nuova vita. Il primo pensiero: verificare quanto accaduto. La prima notizia la trovo su "Blog Sicilia". Leggo di un "grave black-out informatico" che ha colpito la mia terra: "Un guasto al nodo di rete avrebbe mandato in tilt tutte le connessioni adsl e fibra siciliane" di un importante operatore telefonico. L'assenza di rete, viene sottolineato, ha creato notevoli disagi anche industriali e alla produttività di numerosissime aziende. 
Dopo la ripresa del segnale, di nuovo una brusca ricaduta. Di nuovo tutto bloccato, per non so quanto tempo. Di nuovo senza vita, senza la possibilità di prelevare da una banca il contante necessario per fare la spesa di inizio settimana. 
A dieta, a panico e acqua! 

Quasi tutto è ormai basato sulle reti internet. Anche le zappe dei tradizionali contadini, fra non molto si dovranno adeguare a questo inarrestabile andazzo (connessione che consentirà di sapere all’istante quante zappate ai piedi ci diamo e dove). 
Per oggi, dunque, non si mangia, non si lavora. Si può solo pensare o fare l'amore o fare una passeggiata. Tutto con estrema pacatezza, senza fretta, anzi rilassandosi, rallentando il respiro per come ci insegnano i maestri di meditazione dalle loro remote e sconnesse grotte tibetane, ritrovando nell'assenza di ogni attività virtuale il senso profondo della vita reale, onorando in tal modo il calendario e la data in cui si celebra la Giornata della Lentezza. 

Raimondo Moncada 
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